martedì 13 settembre 2016

Furia erotica. 

(in foto: Carter Cruise, Forbidden Affairs 3, SweetSinner.com)


    Perlomeno un problema era risolto. Mio nonno e la mia amica Valentina erano partiti per un viaggio romantico in non so quale isola tropicale. Quindi a fargli da badante d’ora in poi ci avrebbe pensato lei. Quella storia era davvero surreale. E soprattutto non riuscivo a capire cosa era passato per la testa a Valentina, sposare un vecchio di settant’anni. Il suo grosso cazzo? Poteva essere quello? Ma di grossi cazzi ce n’erano tanti, perché proprio quello di mio nonno? Ammetto che quello di mio nonno era davvero speciale. Ne avevo visti tanti, ma come il suo mai.
   Ma cosa aveva realmente fatto innamorare Valentina? Mio nonno non era uno di quei vecchi miliardari che possono permettersi il lusso di avere una moglie diciottenne. Aveva un paio di proprietà e una pensione dignitosa. Non credo che Valentina aspirasse a quelle cose. In ogni modo erano affari suoi. Contenta lei, contenti tutti. E poi ripeto, per me era un problema di meno. Adesso c’era lei a fargli da badante, quindi da quel momento avrei potuto dedicare un po’ più di tempo a me stessa. Ma ero furiosa. In quei giorni ero intrattabile, perché la casa era deserta, e c’ero soltanto io a tirare avanti la baracca. Tutti a fare la bella vita a destra e a sinistra, e soltanto io a lavorare e a portare avanti il negozio. Mia madre, che chissà da quale stallone si stava facendo montare. Mio fratello che con la sua santarellina stava vivendo una storia d’amore come in una telenovela brasiliana. E mio padre? Dov’era? Da quant’era che non tornava a casa? E soprattutto, era davvero mio padre? E Berni, perché aspettava così tanto a prendere una decisione? Insomma, voleva riavermi oppure no? Io non credo che avrebbe trovato un’altra ragazza come me. Eppure io gli avevo dato tutto, anche il culo. Non credo che sarebbe stato facile per lui trovare una donna così aperta da farsi sborrare in faccia o da farsi fare il culo. E quindi non capivo cosa stesse aspettando a farsi avanti. Io la prima mossa l’avevo fatta. Ero andata sotto casa sua, quasi strisciando. Ora toccava a lui.
   Andai al negozio e mi si leggeva in faccia che era meglio starmi alla larga. Appena entrai sentii una delle commesse che bofonchiava ad un’altra: “ecco la rottainculo”. Decisi di non dire niente, anche se mi venne una gran voglia di mollarle un gran pugno. Quando tornai a casa trovai, con mia grande sorpresa, mio padre che era ritornato per il fine settimana, il quale non trovando nessuno mi chiese delle spiegazioni.
   “Sì papà, se ne sono andati tutti. Sono rimasta soltanto io. Tua moglie è andata chissà dove a farsi montare da chissà quale stallone. Tuo padre ha perso la testa per una mia amica. E tuo figlio, mi sa che tra un po’ lo fanno santo”.
   “Che hai? Sembri nervosa”.
   “Nervosa? No, sono incazzata nera. Se tu facessi un po’ più il padre, invece di stare via per settimane e settimane, forse questa famiglia ritornerebbe a quote più normali” urlai.
   “Moana, adesso basta. Ti giuro che certe volte mi andrebbe di prenderti a sculacciate”.
   “Ah sì? Ma se probabilmente non sei neppure mio padre”.
   L’avevo detta grossa, e se avessi potuto rimangiarmi quelle parole l’avrei fatto. A quel punto mio padre mi afferrò per il braccio e mi fece girare di spalle e mi tirò su il vestitino scoprendomi le natiche, divise l’una dall’altra da un sottile lembo di tessuto del perizoma nero che indossavo. Mi colpì con uno schiaffo e io ebbi un sussulto. Non lo aveva mai fatto e mi sembrò strano, ma allo stesso tempo mi eccitò moltissimo. Su questo gravava molto il fatto che non facevo l’amore da quasi un mese, quindi ero arrapata come una cagna.
   “Bravo” dissi. “Spero tu ti senta orgoglioso di quello che stai facendo”.
   Mio padre mi sculacciò un’altra volta e poi ancora. Poi mi lasciò il braccio, forse rendendosi conto che non era proprio una cosa appropriata sculacciare una figlia di vent’anni. Così me ne andai verso la mia stanza, senza neanche tirarmi giù il vestitino, sentendo per tutto il tragitto gli occhi di mio padre sulle mie natiche arrossate.
   Restai chiusa in camera a rimuginare su quanto accaduto, e mi sentivo molto in colpa per quello che avevo detto. Non riuscii a prendere sonno; erano le tre di notte e ancora non riuscivo a chiudere occhio. Così mi alzai dal letto e andai verso la camera dei miei. La porta era aperta e dentro era tutto buio. Ma ero sicura che neppure lui stava dormendo. Così mi infilai dentro e salii sul letto cercando con le mani il corpo di mio padre.
   “Papà, dormi?”.
   “No”.
   “Mi dispiace per quello che ho detto prima” dissi accarezzandogli il petto. Era nudo, completamente. Era sua abitudine dormire senza nulla addosso. Poi cominciai a tempestarlo di baci intorno ai capezzoli. “Mi perdoni?”.
   Ma non mi rispose, così continuai ad accarezzarlo, e a poco alla volta scesi verso il basso dove trovai il suo cazzo durissimo. Lo sfiorai con il palmo della mano in tutta la sua lunghezza, poi lo afferrai con decisione.
   “Tesoro, che fai?”.
   “Sssssh” sussurrai. “Godi, che al resto ci penso io”.
   Così avvicinai la bocca al suo cazzo duro come il marmo e iniziai a leccargli il glande che era bello gonfio e caldo, poi scesi giù verso le palle dedicandogli lo stesso trattamento. Strofinai le guance lungo l’asta. Non so perché avevo deciso di fare quella pazzia, sapevo solo che non mi andava di fermarmi. E mio padre non ci provò neppure a dirmi basta. Così lo misi in bocca e cominciai a farlo godere, tirando fuori tutta l’esperienza che avevo ricavato dai rapporti che avevo avuto in precedenza con gli altri uomini. 
   Tra un risucchio e l’altro parlammo molto. Gli dissi che il nonno voleva sposarsi, e lui non poteva crederci. Gli dissi che la cosa aveva stupito anche me. Poi iniziò a sborrarmi in bocca e a quel punto lo feci uscire mentre lui continuava a schizzare, e i fiotti mi saltarono sui capelli. Ci abbracciammo coccolandoci per tutta la notte. La pace era fatta.

Moana.

domenica 11 settembre 2016

L'amica ritrovata. 

(in foto: GrandpasFuckTeens.com)


Mentre mia madre era via, a chissà fare cosa (quella maiala che non è altro), a casa col nonno dovevo starci io, e poi il pomeriggio dovevo andare pure al negozio per mandare avanti la baracca. Ormai era come se mia madre avesse ceduto a me lo scettro del potere. Avevo piena libertà di decisione in merito alla disposizione dei capi d’abbigliamento e ai turni di lavoro delle commesse. Senza rendermene conto ero diventata la titolare del negozio a tutti gli effetti. E se devo essere onesta, ero una titolare abbastanza tiranna col personale. Appena una di loro si allontanava per fumare una sigaretta io contavo i minuti, e se sgarrava di un minuto l’andavo a prendere per le orecchie. In breve tempo cominciarono a odiarmi. Mi chiamavano “la rottainculo”. Ecco, dicevano quando arrivavo, è arrivata la rattainculo.
   Ma se ero arrivata a farmi odiare così è perché avevo notato un certo lassismo quando mia madre era assente. E questa cosa non mi piaceva. E poi in quel periodo ero molto nervosa, lo ammetto. Sentivo molto la mancanza di cazzo. Ma non era una mancanza di cazzo e basta, era qualcosa di più. I cazzi non mi mancavano, potevo rimediarne quanti ne volevo. Era qualcos’altro. Sentivo la mancanza di un cazzo fisso. Rivolevo Berni. Volevo un cazzo dritto da coccolare che mi aspettava a casa, quando rientravo dal lavoro.
   Non vedevo Berni da molto tempo, anche se più volte avevo avuto l’impressione di averlo intravisto lì al centro commerciale, fuori al negozio. Non so se me l’ero soltanto immaginato, ma mi era capitato di vederlo di sfuggita, quasi come se venisse a spiarmi. Ma poi quando uscivo per andargli incontro, lui non c’era più. E allora mi dicevo che mi ero sbagliata. E se invece fosse veramente lui? Dovevo saperlo a tutti i costi, e così un giorno lo telefonai. A casa. Perché al cellulare, quando vedeva il mio numero, non mi rispondeva. Allora lo chiamai direttamente a casa, e mi rispose il padre.  
   “Salve, sono Moana. Si ricorda di me?”.
   “Moana! Che sorpresa. Certo che mi ricordo. Beh, ne è passato di tempo”.
   “In effetti sì. Berni è in casa?”.
   “Sì, adesso lo chiamo. Ciao Moana, vieni a trovarci ogni tanto”.
   “Non mancherò”.
   Ci fu un attimo di esitazione. Poi quando Berni sentì la mia voce riagganciò. Non ne voleva proprio sapere di parlarmi. Dovevo agire in un altro modo. E così presi il toro per le palle, e il giorno dopo andai a casa sua. Lo aspettai sotto il portone. Prima o poi sarebbe dovuto uscire. Aspettai per più di due ore, poi finalmente lo vidi uscire. Quando mi vide diventò di sasso, si irrigidì e non riuscì a dire neanche una parola.
   “Ciao Berni. Come stai?” gli chiesi.
   Lui non mi rispose, se ne rimase lì a fissarmi come uno stupido. Per l’occasione avevo indossato il vestito che piaceva a lui, era un vestitino molto scollato dietro, che metteva completamente a nudo la mia schiena, fino ad arrivare al sedere, da cui faceva capolino il perizoma nero che indossavo sotto. Il vestito era molto corto, per cui dovevo spesso tirare gli orli in giù per evitare che mi si vedesse tutto.
   “Non mi dici niente?”.
   “Cosa dovrei dirti?” mi rispose.
   “Beh, tanto per cominciare potresti dirmi perché mi vieni a spiare al centro commerciale. E non dire che non è vero” ma Berni non disse nulla, e avrebbe continuato a fare scena muta per tutto il tempo, così pensai che non sarei riuscita a concludere molto, e forse era meglio lasciar perdere. Ma prima di andarmene dovevo dirgli qualcosa, e cioè che se voleva poteva riavermi. “Comunque sappi che se ti mancano i miei buchi sarò pronta a darteli. Dipende solo da te”.
   Volevo essere chiara, e penso che lo ero stata abbastanza. E così me ne ritornai a casa dove trovai una sorpresa che non dimenticherò mai. In soggiorno c’era mio nonno che si stava ingroppando una mia amica. Lei era sulla poltrona a quattro zampe, e mio nonno dietro che se la montava e ogni tanto le schiaffeggiava le natiche e lei ansimava di piacere.
   “Ma che cavolo sta succedendo qui?”.
   Forse dovrei spiegarvi qualcosa a riguardo. La ragazza che mio nonno si stava montando si chiamava Valentina, ed era una mia amica di scuola con cui avevo perso i contatti. Poi ultimamente avevamo riallacciato l’amicizia e da un po’ di tempo veniva a trovarmi a casa, e facevamo le nottate a guardare film strappalacrime e a ingozzarci di pop corn. Entrambe single, preferivamo passare così le nostre notti solitarie, piuttosto che uscire e andare in qualche locale a farci rimorchiare inutilmente da aitanti stalloni da monta, che ci avrebbero usate solo come degli sborratoi.  
   Avevo notato in effetti una certa simpatia tra lei e mio nonno, ma non pensavo che sarebbe accaduta una cosa del genere. Insomma, mio nonno era sì uno stallone, ma tra di loro c’erano più di cinquant’anni di differenza. In ogni modo li lasciai terminare. Infatti erano agli sgoccioli. Lui stava per sborrare, lo vidi chiaramente da come aumentava il ritmo delle stantuffate. E infatti tirò fuori il suo enorme cazzo e iniziò a schizzare sul culo di Valentina. Una vera inondazione. A quel punto mi feci avanti e pretesi delle spiegazioni.
   “Cos’è questa storia?”.
   “Moana, ti sembrerà una follia” mi disse la mia amica, “ma io e tuo nonno ci amiamo, e vogliamo sposarci”.
   “Che cosa? Ma sei pazza?”.
   Era una follia. Che cosa avrebbero detto i miei genitori quando lo avrebbero saputo?

Moana.

venerdì 9 settembre 2016

mercoledì 7 settembre 2016

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sabato 3 settembre 2016

giovedì 1 settembre 2016