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martedì 23 aprile 2019
martedì 16 aprile 2019
martedì 9 aprile 2019
martedì 2 aprile 2019
sabato 30 marzo 2019
Una patata
con più di quarant'anni di carriera.
(in foto: Ava Addams, TheAvaAddams.com)
[postato da Sabrina]
Cazzo, non potevo crederci; Stefano era andato a letto con un’altra donna e mi aveva messo le corna. Ero così furiosa che entrai in camera da letto e chiusi la porta sbattendola, e Giuliano che era nel dormiveglia ebbe un sussulto, spalancò gli occhi e iniziò a fissarmi mentre in modo nervoso camminavo su e giù nella stanza, e dicevo ad alta voce che non potevo crederci. Poi mi tolsi la camicia da notte di organza e mi misi davanti allo specchio, e mi guardai per un po' in cerca di qualche smagliatura di troppo, o di qualche imperfezione dovuta all’età che potesse aver spinto Stefano a cercare una donna più bella di me.
“Cosa ho che non va?” mi domandai ad alta voce. “Mi sembra che nonostante gli anni abbia mantenuto un corpo decisamente attraente. Chi può averci tette più belle delle mie?” me le afferrai con entrambe le mani e ci giocherellai un po' premendole una contro l’altra e poi scuotendole energicamente. Quel tradimento mi offendeva nel profondo dell’animo, e iniziai a sentirmi brutta perché sapevo che lì fuori c’era una donna più bella di me con cui Stefano faceva l’amore. Ma cosa poteva avere di più rispetto a me? Chissà, magari era una ragazzina di vent’anni, con la pelle fresca come una rosa, con un corpo da modella e una figa che aveva fatto soltanto pochi chilometri. La mia invece era bella consumata. D’altronde ne aveva fatta di strada in più di quarant’anni.
Avvicinai due dita alla mia patatona e l’allargai, e poi mi girai verso Giuliano e gli chiesi se le sembrava molto slabbrata.
“Ma che dici, Sabri?” mi domandò divertito.
“Dai, rispondimi. Come ti sembra? Slabbrata, sfondata, sventrata. Che impressione ti fa?”.
“Sabri, è normale che non è più quella di quando eri ragazza. Ti rendi conto di cosa ha passato? Da lì sono usciti i tuoi figli, per non parlare poi di tutti gli uomini che ci sono entrati. Quindi è del tutto normale che non è più quella di vent’anni fa. Ma perché vuoi sapere cosa penso della tua patatona?”.
“Perché Stefano mi ha messo le corna con un’altra donna, e allora volevo capire il motivo per cui l’ha fatto”.
“Sabri, stai facendo un casino inutilmente. Il tradimento è una cosa che può capitare, non bisogna farne una tragedia”.
“No, non lo accetto” sbottai. “Non posso accettare il fatto che un’altra donna si prenda mio marito”.
E così il giorno dopo presi una decisione; avrei preteso da Stefano di conoscere la donna con cui era andato a letto. Lui in principio fece un po' di storie, dicendomi che non era il caso, e allora io lo misi alle strette. Gli dissi che se voleva tornare nel mio letto allora doveva farmela conoscere. Volevo capire cosa aveva di più rispetto a me. E quindi organizzai la cosa direttamente io, e mi feci dare il numero di telefono di Ornella (così si chiamava la ladra di mariti).
“Ciao, ascolta. Tu non mi conosci, io sono la moglie di Stefano, e credo che sia il caso che noi due ci confrontassimo”.
“Ti sbagli, noi due ci conosciamo”.
“In effetti hai una voce che non mi è nuova” dissi, perché in effetti era così, ma proprio non riuscivo a ricordare dove l’avevo già sentita. “Ma non conosco nessuna Ornella”.
“Il fatto è che prima avevo un altro nome”.
“Senti, non mi interessa la storia della tua vita. Volevo soltanto invitarti a cena qui da noi. Voglio conoscerti, voglio vedere come sei fatta”.
Ornella accettò e quindi organizzai la cena. C’era anche Giuliano, perché scherzosamente aveva detto che non se lo sarebbe perso per nessuna ragione al mondo lo spettacolo di due donne che se le danno di santa ragione. E allora io gli avevo risposto che non avrebbe assistito a nessuna rissa, ma soltanto ad un pacato confronto.
E poi ovviamente c’era anche Stefano, perché era lui il responsabile di tutta quella faccenda. E Ornella arrivò a casa nostra alle nove di sera come stabilito, e sulla tavola del soggiorno era già tutto pronto, quindi non dovevamo fare altro che sederci a mangiare, e discutere di ciò che stava accadendo. E quindi andai ad aprire la porta e quando la vidi rimasi piuttosto perplessa. Non era una ragazzina di vent’anni come avevo pensato. Si sa che gli uomini arrivati ad una certa età vanno alla ricerca di carne giovane, e invece Ornella era una nostra coetanea. Era una donna molto elegante e con un notevole fascino. Indossava un vestito da sera molto costoso che avevo visto in una boutique del centro, dove solo i veri ricchi potevano metterci piedi, per cui era evidente che Ornella godeva anche di un certo benessere economico.
Devo dire che anche io avevo tirato fuori un vestito piuttosto costoso, ma il mio era più corto, e poi era nero e aderiva al mio corpo mettendo in risalto le mie abbondanti forme, e poi come al solito aveva uno scollo davvero notevole in cui le tette riuscivano a stare dentro per miracolo. E infatti ogni tanto mi uscivano fuori e mi toccava risistemarle dentro. Il mio intento era quello che sfidarla, di farle capire che mio marito non aveva bisogno di altre donne, perché io avevo tanta roba con cui farlo giocare.
Feci accomodare Ornella in casa e le presentai Giuliano, il quale iniziò a guardarla in modo insistente, perché proprio come me ebbe l’impressione di trovarsi di fronte ad una donna che aveva già visto da qualche parte. Erano gli occhi, quegli occhi verdi come diamanti, era difficile trovarne così. In ogni modo iniziammo a cenare, e la tensione si tagliava col coltello, e nessuno diceva niente se non alcuni sporadici commenti sulle pietanze che avevo preparato. Se pensavo al fatto che quella donna che mi era seduta di fronte si era scopata mio marito mi veniva voglia di mettermi a urlare.
Poi ad un certo punto Giuliano capì il motivo per cui il viso di Ornella gli sembrava così familiare. Disse con un certo orgoglio che lui difficilmente dimenticava la fisionomia del viso di certe persone.
“Ma certo!” esultò. “Sei una delle cinque sorelle del migliore amico di Stefano, quello che tutti prendevano in giro perché era un po' effeminato”.
“Ti sbagli” rispose Ornella. “Sono io l’amico effeminato”.
Cazzo, non potevo crederci; Stefano era andato a letto con un’altra donna e mi aveva messo le corna. Ero così furiosa che entrai in camera da letto e chiusi la porta sbattendola, e Giuliano che era nel dormiveglia ebbe un sussulto, spalancò gli occhi e iniziò a fissarmi mentre in modo nervoso camminavo su e giù nella stanza, e dicevo ad alta voce che non potevo crederci. Poi mi tolsi la camicia da notte di organza e mi misi davanti allo specchio, e mi guardai per un po' in cerca di qualche smagliatura di troppo, o di qualche imperfezione dovuta all’età che potesse aver spinto Stefano a cercare una donna più bella di me.
“Cosa ho che non va?” mi domandai ad alta voce. “Mi sembra che nonostante gli anni abbia mantenuto un corpo decisamente attraente. Chi può averci tette più belle delle mie?” me le afferrai con entrambe le mani e ci giocherellai un po' premendole una contro l’altra e poi scuotendole energicamente. Quel tradimento mi offendeva nel profondo dell’animo, e iniziai a sentirmi brutta perché sapevo che lì fuori c’era una donna più bella di me con cui Stefano faceva l’amore. Ma cosa poteva avere di più rispetto a me? Chissà, magari era una ragazzina di vent’anni, con la pelle fresca come una rosa, con un corpo da modella e una figa che aveva fatto soltanto pochi chilometri. La mia invece era bella consumata. D’altronde ne aveva fatta di strada in più di quarant’anni.
Avvicinai due dita alla mia patatona e l’allargai, e poi mi girai verso Giuliano e gli chiesi se le sembrava molto slabbrata.
“Ma che dici, Sabri?” mi domandò divertito.
“Dai, rispondimi. Come ti sembra? Slabbrata, sfondata, sventrata. Che impressione ti fa?”.
“Sabri, è normale che non è più quella di quando eri ragazza. Ti rendi conto di cosa ha passato? Da lì sono usciti i tuoi figli, per non parlare poi di tutti gli uomini che ci sono entrati. Quindi è del tutto normale che non è più quella di vent’anni fa. Ma perché vuoi sapere cosa penso della tua patatona?”.
“Perché Stefano mi ha messo le corna con un’altra donna, e allora volevo capire il motivo per cui l’ha fatto”.
“Sabri, stai facendo un casino inutilmente. Il tradimento è una cosa che può capitare, non bisogna farne una tragedia”.
“No, non lo accetto” sbottai. “Non posso accettare il fatto che un’altra donna si prenda mio marito”.
E così il giorno dopo presi una decisione; avrei preteso da Stefano di conoscere la donna con cui era andato a letto. Lui in principio fece un po' di storie, dicendomi che non era il caso, e allora io lo misi alle strette. Gli dissi che se voleva tornare nel mio letto allora doveva farmela conoscere. Volevo capire cosa aveva di più rispetto a me. E quindi organizzai la cosa direttamente io, e mi feci dare il numero di telefono di Ornella (così si chiamava la ladra di mariti).
“Ciao, ascolta. Tu non mi conosci, io sono la moglie di Stefano, e credo che sia il caso che noi due ci confrontassimo”.
“Ti sbagli, noi due ci conosciamo”.
“In effetti hai una voce che non mi è nuova” dissi, perché in effetti era così, ma proprio non riuscivo a ricordare dove l’avevo già sentita. “Ma non conosco nessuna Ornella”.
“Il fatto è che prima avevo un altro nome”.
“Senti, non mi interessa la storia della tua vita. Volevo soltanto invitarti a cena qui da noi. Voglio conoscerti, voglio vedere come sei fatta”.
Ornella accettò e quindi organizzai la cena. C’era anche Giuliano, perché scherzosamente aveva detto che non se lo sarebbe perso per nessuna ragione al mondo lo spettacolo di due donne che se le danno di santa ragione. E allora io gli avevo risposto che non avrebbe assistito a nessuna rissa, ma soltanto ad un pacato confronto.
E poi ovviamente c’era anche Stefano, perché era lui il responsabile di tutta quella faccenda. E Ornella arrivò a casa nostra alle nove di sera come stabilito, e sulla tavola del soggiorno era già tutto pronto, quindi non dovevamo fare altro che sederci a mangiare, e discutere di ciò che stava accadendo. E quindi andai ad aprire la porta e quando la vidi rimasi piuttosto perplessa. Non era una ragazzina di vent’anni come avevo pensato. Si sa che gli uomini arrivati ad una certa età vanno alla ricerca di carne giovane, e invece Ornella era una nostra coetanea. Era una donna molto elegante e con un notevole fascino. Indossava un vestito da sera molto costoso che avevo visto in una boutique del centro, dove solo i veri ricchi potevano metterci piedi, per cui era evidente che Ornella godeva anche di un certo benessere economico.
Devo dire che anche io avevo tirato fuori un vestito piuttosto costoso, ma il mio era più corto, e poi era nero e aderiva al mio corpo mettendo in risalto le mie abbondanti forme, e poi come al solito aveva uno scollo davvero notevole in cui le tette riuscivano a stare dentro per miracolo. E infatti ogni tanto mi uscivano fuori e mi toccava risistemarle dentro. Il mio intento era quello che sfidarla, di farle capire che mio marito non aveva bisogno di altre donne, perché io avevo tanta roba con cui farlo giocare.
Feci accomodare Ornella in casa e le presentai Giuliano, il quale iniziò a guardarla in modo insistente, perché proprio come me ebbe l’impressione di trovarsi di fronte ad una donna che aveva già visto da qualche parte. Erano gli occhi, quegli occhi verdi come diamanti, era difficile trovarne così. In ogni modo iniziammo a cenare, e la tensione si tagliava col coltello, e nessuno diceva niente se non alcuni sporadici commenti sulle pietanze che avevo preparato. Se pensavo al fatto che quella donna che mi era seduta di fronte si era scopata mio marito mi veniva voglia di mettermi a urlare.
Poi ad un certo punto Giuliano capì il motivo per cui il viso di Ornella gli sembrava così familiare. Disse con un certo orgoglio che lui difficilmente dimenticava la fisionomia del viso di certe persone.
“Ma certo!” esultò. “Sei una delle cinque sorelle del migliore amico di Stefano, quello che tutti prendevano in giro perché era un po' effeminato”.
“Ti sbagli” rispose Ornella. “Sono io l’amico effeminato”.
martedì 19 marzo 2019
Sono venuta a cercarti
perché ti amo.
(in foto: Janet Mason, PureMature.com)
[postato da Stefano]
Ero nel soggiorno di Ornella, nudo, e in una mano reggevo un calice di vino, e mentre l’aspettavo mi misi a curiosare in giro, e vidi una fotografia insieme al suo compagno, che era morto ormai da un anno. Dovevano essere ad una cerimonia o qualcosa del genere perché erano molto eleganti, e Ornella sembrava proprio una donna di classe. Ma la cosa che mi sorprese era lui; doveva essere molto più vecchio di lei, perlomeno di vent’anni. Adesso capivo il motivo per cui mi aveva detto che non lo aveva mai amato, ma che ci stava insieme soltanto per i soldi.
E allora feci una cosa che a qualcuno potrebbe risultare ridicola; mi rivolsi a lui, quasi come se fosse ancora vivo e mi stesse guardando. Lo feci più per gioco che altro.
“A lei non dispiace se usufruisco della sua signora, vero?”.
Ovviamente non poteva rispondermi perché era soltanto una fotografia. Però ebbi la sensazione di sentire le sue maledizioni, perché appunto stavo per prendermi Ornella. E allora continuai a parlare, e gli dissi che in verità era stato lui a prenderla a me, perché io conoscevo Ornella da più tempo di lui, fin da quando eravamo ragazzini, e lei era ancora un “lui”. Per cui avevo tutto il diritto di riprendermela. Poi mi feci una risata, perché pensai alla stupidata che stavo facendo, e cioè parlare ad una fotografia, e nello specifico ad un uomo morto e sepolto da un anno.
Così mi allontanai da quel bel quadretto e mi avvicinai allo stereo. C’era infatti un impianto che avrebbe fatto gola a qualsiasi appassionato di musica. Gli altoparlanti erano collocati in vari punti del soggiorno, in modo tale da rendere il suono più avvolgente. E allora lo accesi e partì una canzone; era Watermelon in East Hay di Frank Zappa. A lato dello stereo c’era la custodia del cd che c’era dentro, la presi e vidi che era una compilation di ballate rock. Non credevo che Ornella ascoltasse questo tipo di musica. Ricordo che quando eravamo ragazzi era una patita di musica pop, che io invece detestavo.
“Quel cd era suo” ad un certo punto mi accorsi che lei era dietro di me, era nuda e aveva un corpo divino, ancora un po' bagnato perché era appena uscita dalla doccia. Si avvicinò alle mie spalle e mi cinse le braccia da dietro, e iniziò a baciarmi le spalle amorevolmente. E intanto sentivo il suo sesso premere tra le mie natiche, ma non era in erezione, e probabilmente non lo sarebbe stato neanche dopo. “Aveva una vera passione per il rock classico” mi disse.
“Ti manca?” le chiesi.
“Sì, ma non in quel senso. Come già ti ho detto non lo amavo, ma ci sono alcuni giorni che mi sento molto sola”.
“È per questo che sei venuta a cercarmi al ristorante?”.
“Sono venuta a cercarti perché ti amo”.
A quel punto Ornella mi prese per mano e mi portò in camera da letto, e cominciammo a fare l’amore. E le nostre bocche si unirono l’una all’altra, e lei restò sopra di me per un tempo imprecisato, e si strofinava contro il mio corpo, e la mia erezione fremeva per entrare dentro il suo condotto anale, ma lei non voleva, o perlomeno non subito, prima voleva fare l’amore, cioè voleva amarmi, godersi il mio corpo, la mia bocca e tutto il resto, e ogni tanto lasciava che le strofinassi la mia erezione contro il buco del culo, e quando lo facevo lei sospirava per il piacere che le procurava quel contatto. Tentai varie volte di farglielo entrare dentro, e lei ad un certo punto mi chiese perché avessi così tanta fretta di concludere. Poi ritornò all’attacco della mia bocca, e iniziai a sospettare che per non so quale ragione non si sarebbe mai lasciata penetrare. Però mi sbagliavo, ad un certo punto lo prese con le dita e se lo fece entrare nel condotto anale. Nel frattempo dal soggiorno continuavano a provenire le ballate rock; in quel momento c’era Samba Pa Ti di Santana, e Ornella iniziò a cavalcarmi prima con delicatezza e poi quando la canzone arrivò a metà iniziò a farlo furiosamente, scuotendo il bacino su e giù in modo frenetico fino a farmi sborrare copiosamente nel suo retto, e allora a quel punto si diede pace e diede gli ultimi colpi con le anche e si fece entrare il mio cazzo agonizzante fino alle palle e se lo tenne dentro per qualche minuto e si accasciò su di me e mi tempestò di baci sul collo. Aveva il fiatone e, come me, era zuppa di sudore.
Dopo un po' lo fece scivolare fuori e un rivolo abbondante di sperma colò all’esterno del buco. L’avevo riempita proprio bene.
“Era tutta la vita che aspettavo questo momento” disse. E intanto fuori era buio, e quando guardai la sveglia digitale che stava di fianco al letto mi accorsi che erano le sette, e questa cosa mi sorprese molto perché voleva dire che io e Ornella avevamo fatto l’amore per più di due ore. La penetrazione era durata circa cinque minuti, ma erano i preliminari ad essere stati incredibilmente lunghi.
Ci servì un po' di tempo prima di riprenderci del tutto, e quindi restammo nel letto a guardare il soffitto senza dirci nulla. Poi ad un certo punto mi chiese se avevo fame e io le risposi di sì, e allora si mise in piedi e andò a preparare la cena. Io restai ancora un po' sul letto, e notai che sulla parete di fronte c’era un’altra fotografia di Ornella insieme al suo compagno morto. Erano sorridenti e sembravano felici, ma avevo l’impressione che lei stesse fingendo, e che il suo sorriso fosse sfacciatamente forzato. Ed erano seduti in un prato e stavano facendo un picnic o qualcosa del genere.
Avevamo avuto gli occhi di lui addosso per tutto il tempo, aveva assistito a tutto ciò che avevamo fatto, quindi compresa la penetrazione anale con connessa eiaculazione interna. Chissà quante maledizioni che mi aveva mandato dall’oltretomba.
“E dai, non te la prendere” dissi rivolto a lui, “non ho fatto niente di male. Ho soltanto sborrato nel condotto anale della tua donna”.
Ma parlare con un morto non aveva alcun senso, e così mi alzai e andai a fare la doccia. Intanto Ornella aveva preparato la cena e aveva indossato un vestito da sera molto elegante, ma io non avevo niente, avevo solo il costume da bagno e la maglietta a mezze maniche, e lei mi disse che non importava, che potevo stare nudo. A lei avrebbe fatto molto piacere.
Ero nel soggiorno di Ornella, nudo, e in una mano reggevo un calice di vino, e mentre l’aspettavo mi misi a curiosare in giro, e vidi una fotografia insieme al suo compagno, che era morto ormai da un anno. Dovevano essere ad una cerimonia o qualcosa del genere perché erano molto eleganti, e Ornella sembrava proprio una donna di classe. Ma la cosa che mi sorprese era lui; doveva essere molto più vecchio di lei, perlomeno di vent’anni. Adesso capivo il motivo per cui mi aveva detto che non lo aveva mai amato, ma che ci stava insieme soltanto per i soldi.
E allora feci una cosa che a qualcuno potrebbe risultare ridicola; mi rivolsi a lui, quasi come se fosse ancora vivo e mi stesse guardando. Lo feci più per gioco che altro.
“A lei non dispiace se usufruisco della sua signora, vero?”.
Ovviamente non poteva rispondermi perché era soltanto una fotografia. Però ebbi la sensazione di sentire le sue maledizioni, perché appunto stavo per prendermi Ornella. E allora continuai a parlare, e gli dissi che in verità era stato lui a prenderla a me, perché io conoscevo Ornella da più tempo di lui, fin da quando eravamo ragazzini, e lei era ancora un “lui”. Per cui avevo tutto il diritto di riprendermela. Poi mi feci una risata, perché pensai alla stupidata che stavo facendo, e cioè parlare ad una fotografia, e nello specifico ad un uomo morto e sepolto da un anno.
Così mi allontanai da quel bel quadretto e mi avvicinai allo stereo. C’era infatti un impianto che avrebbe fatto gola a qualsiasi appassionato di musica. Gli altoparlanti erano collocati in vari punti del soggiorno, in modo tale da rendere il suono più avvolgente. E allora lo accesi e partì una canzone; era Watermelon in East Hay di Frank Zappa. A lato dello stereo c’era la custodia del cd che c’era dentro, la presi e vidi che era una compilation di ballate rock. Non credevo che Ornella ascoltasse questo tipo di musica. Ricordo che quando eravamo ragazzi era una patita di musica pop, che io invece detestavo.
“Quel cd era suo” ad un certo punto mi accorsi che lei era dietro di me, era nuda e aveva un corpo divino, ancora un po' bagnato perché era appena uscita dalla doccia. Si avvicinò alle mie spalle e mi cinse le braccia da dietro, e iniziò a baciarmi le spalle amorevolmente. E intanto sentivo il suo sesso premere tra le mie natiche, ma non era in erezione, e probabilmente non lo sarebbe stato neanche dopo. “Aveva una vera passione per il rock classico” mi disse.
“Ti manca?” le chiesi.
“Sì, ma non in quel senso. Come già ti ho detto non lo amavo, ma ci sono alcuni giorni che mi sento molto sola”.
“È per questo che sei venuta a cercarmi al ristorante?”.
“Sono venuta a cercarti perché ti amo”.
A quel punto Ornella mi prese per mano e mi portò in camera da letto, e cominciammo a fare l’amore. E le nostre bocche si unirono l’una all’altra, e lei restò sopra di me per un tempo imprecisato, e si strofinava contro il mio corpo, e la mia erezione fremeva per entrare dentro il suo condotto anale, ma lei non voleva, o perlomeno non subito, prima voleva fare l’amore, cioè voleva amarmi, godersi il mio corpo, la mia bocca e tutto il resto, e ogni tanto lasciava che le strofinassi la mia erezione contro il buco del culo, e quando lo facevo lei sospirava per il piacere che le procurava quel contatto. Tentai varie volte di farglielo entrare dentro, e lei ad un certo punto mi chiese perché avessi così tanta fretta di concludere. Poi ritornò all’attacco della mia bocca, e iniziai a sospettare che per non so quale ragione non si sarebbe mai lasciata penetrare. Però mi sbagliavo, ad un certo punto lo prese con le dita e se lo fece entrare nel condotto anale. Nel frattempo dal soggiorno continuavano a provenire le ballate rock; in quel momento c’era Samba Pa Ti di Santana, e Ornella iniziò a cavalcarmi prima con delicatezza e poi quando la canzone arrivò a metà iniziò a farlo furiosamente, scuotendo il bacino su e giù in modo frenetico fino a farmi sborrare copiosamente nel suo retto, e allora a quel punto si diede pace e diede gli ultimi colpi con le anche e si fece entrare il mio cazzo agonizzante fino alle palle e se lo tenne dentro per qualche minuto e si accasciò su di me e mi tempestò di baci sul collo. Aveva il fiatone e, come me, era zuppa di sudore.
Dopo un po' lo fece scivolare fuori e un rivolo abbondante di sperma colò all’esterno del buco. L’avevo riempita proprio bene.
“Era tutta la vita che aspettavo questo momento” disse. E intanto fuori era buio, e quando guardai la sveglia digitale che stava di fianco al letto mi accorsi che erano le sette, e questa cosa mi sorprese molto perché voleva dire che io e Ornella avevamo fatto l’amore per più di due ore. La penetrazione era durata circa cinque minuti, ma erano i preliminari ad essere stati incredibilmente lunghi.
Ci servì un po' di tempo prima di riprenderci del tutto, e quindi restammo nel letto a guardare il soffitto senza dirci nulla. Poi ad un certo punto mi chiese se avevo fame e io le risposi di sì, e allora si mise in piedi e andò a preparare la cena. Io restai ancora un po' sul letto, e notai che sulla parete di fronte c’era un’altra fotografia di Ornella insieme al suo compagno morto. Erano sorridenti e sembravano felici, ma avevo l’impressione che lei stesse fingendo, e che il suo sorriso fosse sfacciatamente forzato. Ed erano seduti in un prato e stavano facendo un picnic o qualcosa del genere.
Avevamo avuto gli occhi di lui addosso per tutto il tempo, aveva assistito a tutto ciò che avevamo fatto, quindi compresa la penetrazione anale con connessa eiaculazione interna. Chissà quante maledizioni che mi aveva mandato dall’oltretomba.
“E dai, non te la prendere” dissi rivolto a lui, “non ho fatto niente di male. Ho soltanto sborrato nel condotto anale della tua donna”.
Ma parlare con un morto non aveva alcun senso, e così mi alzai e andai a fare la doccia. Intanto Ornella aveva preparato la cena e aveva indossato un vestito da sera molto elegante, ma io non avevo niente, avevo solo il costume da bagno e la maglietta a mezze maniche, e lei mi disse che non importava, che potevo stare nudo. A lei avrebbe fatto molto piacere.
martedì 12 marzo 2019
martedì 5 febbraio 2019
Ne voglio ancora.
Creampie mattutino.
(in foto: Eva Notty, This Is That It Sounds Like, Brazzers.com)
[postato da Sabri]
Alle sette del mattino mi svegliai. Franco dormiva accanto a me. Eravamo entrambi nudi, e non potetti fare a meno di ammirare il suo corpo da maschio dominante. La sua potenza mi aveva sempre fatto perdere la testa, e questo era un fatto che non avevo mai nascosto a Stefano. Mio marito sapeva benissimo che non sapevo dire di no a Franco, che soltanto pensare a lui mi bastava per farmi eccitare.
Iniziai ad accarezzarlo, dapprima i muscoli delle braccia e poi il petto e quindi iniziai a scendere giù verso l’inguine fino a trovare la sua verga gigante, a cui bastò un mio leggero sfregamento delle dita per indurirsi. Diventò di pietra in pochi istanti, ma lui ancora dormiva. E allora lo presi in mano con decisione e avvicinai il viso per contemplarlo come si fa per un’opera d’arte. Perché era questo che rappresentava per me: un’opera di inestimabile valore. Anche il cazzo del papà della mia Moana era fantastico, ma quello potevo averlo tutti i giorni. Franco invece lo vedevo raramente, e quindi era questo a renderlo speciale.
Non me ne voglia mio marito Stefano, ma il suo era sì molto bello, ma non era niente in confronto a quello di Giuliano e a quello di Franco. Chiedo perdono per la mia schiettezza, ma era proprio quello che stavo pensando in quel momento, mentre reggevo quell’enorme pezzo di carne che si trovava tra le gambe di Franco. E ad un certo punto avvicinai la lingua alle palle e iniziai a percorrerlo in tutta la sua interezza, fin sopra al glande che accolsi nella bocca. Iniziai a succhiarlo e a fare dei mulinelli con la lingua e a quel punto lui si svegliò e mi sorrise.
“Che c’è? Ne vuoi ancora?”.
“Sì” risposi.
“Che ingorda che sei”.
Così Franco mi ingroppò un’altra volta, facendomi mettere a quattro zampe sul letto, e lui si mise dietro, con le gambe ricurve sopra di me e piantandomi di nuovo il cazzo prima in figa e poi in culo, tenendomi per i fianchi e affondando dentro con dei colpi secchi, facendolo entrare fino alle palle. E ogni tanto mi chiedeva cosa ero, e allora io gli dicevo quello che lui voleva sentirmi dire: “sono la tua vacca”. E lui insisteva, mi chiedeva cosa intendessi dire, e allora io dovevo completare la mia affermazione: “sono la tua vacca da monta”. E a quel punto mi dava una bella sculacciata d’approvazione, perché lo avevo reso felice nel dire quella cosa.
Alla fine Franco concluse quest’ingroppata mattutina con una copiosa creampie anale, e io mi accasciai sul letto. Ero esausta e sentivo il suo sperma fuoriuscirmi lentamente dal buco del culo. Lui mi disse che sarebbe andato a fare la doccia, e mi invitò ad andare con lui. Ma io gli dissi che non ne avevo la forza. Perché chiaramente quell’invito nascondeva ben altro; voleva scoparmi anche sotto la doccia. Ma al momento ero stremata per potergli dire di sì. Avevo il condotto anale in fiamme, se fossi andata con lui me l’avrebbe polverizzato a forza di penetrarmelo. Così lo lasciai andare da solo, e io rimasi a pancia in giù sul letto, con le gambe e le braccia aperte e il fiatone come se avessi corso per chilometri e chilometri senza mai riposarmi. Poi ad un certo punto sentii la voce di mio figlio Rocco che mi chiamava, e allora tirai il lenzuolo del letto e cercai di coprirmi. Non lo so perché lo feci, forse perché non volevo che mi vedesse in quello stato, e cioè col culo grondante dello sperma di Franco. Se fossi stata soltanto nuda e basta non avrei cercato di nascondermi; d’altronde mio figlio mi aveva vista nuda centinaia di volte. Però quella mattina, il fatto di avere il condotto anale fradicio di sborra, mi fece sentire in dovere di farlo.
“Dimmi tesoro, hai bisogno di qualcosa?” gli chiesi. Lui era sulla porta e mi guardava, anche se la penombra della camera da letto non gli permetteva di vedermi chiaramente. Comunque percepivo un certo imbarazzo da parte sua, anche se a dirla tutta anche io non mi sentivo molto a mio agio. Era evidente che lui sapeva cosa avevo fatto con Franco, e forse era questo che lo imbarazzava.
“Mamma, non credi che dovremmo rimetterci in viaggio?” mi chiese.
Rocco aveva ragione. Da quando ero entrata in casa di Franco avevo perso del tutto l’orientamento. Non riuscivo più a rendermi conto il motivo per cui eravamo lì. E pensai al fatto che avevo calcolato tutto fin dal principio, prima ancora di cominciare la nostra vacanza, quando per scegliere la direzione avevamo deciso di fare testa o croce con la monetina, e quindi stabilire se andare al sud o andare al nord. E quando era uscito il sud mi era venuto una specie di brivido di eccitazione, e subito avevo pensato a Franco. Avevo pensato egoisticamente che andare al sud mi avrebbe dato l’occasione di incontrarlo, e farci l’amore, e godere del suo enorme cazzo. E quindi, in gran segreto, avevo cominciato a messaggiarmi con lui, per stabilire l’ora e il luogo in cui sarebbe avvenuto il nostro incontro, anche se Rocco non sapeva nulla. Ma dentro di me avevo già pianificato tutto.
“Hai ragione amore mio, sono stata molto egoista. Fin’ora non ho pensato che a soddisfare soltanto me stessa. Questa doveva essere la nostra vacanza e io invece l’ho fatta diventare una cosa tutta mia. Potrai mai perdonarmi?”.
“Se questa sosta a casa di Franco ti ha reso felice, allora è tutto ok”.
“Oh sì, mi ha reso davvero molto felice. Però adesso è meglio rimettersi in viaggio. Soltanto io e te e nessun altro, amore mio”.
Così salutai Franco, il quale mi scongiurò quasi in ginocchio di fermarmi almeno un’altra notte. Soltanto una e basta. Ma io, anche se ne avrei avuta molta voglia, gli dissi che non era il caso. Non era questo il motivo per cui ero lì. La ragione di quella vacanza era perché volevo passare del tempo con mio figlio, e non per farmi polverizzare il buco del culo.
Iniziai ad accarezzarlo, dapprima i muscoli delle braccia e poi il petto e quindi iniziai a scendere giù verso l’inguine fino a trovare la sua verga gigante, a cui bastò un mio leggero sfregamento delle dita per indurirsi. Diventò di pietra in pochi istanti, ma lui ancora dormiva. E allora lo presi in mano con decisione e avvicinai il viso per contemplarlo come si fa per un’opera d’arte. Perché era questo che rappresentava per me: un’opera di inestimabile valore. Anche il cazzo del papà della mia Moana era fantastico, ma quello potevo averlo tutti i giorni. Franco invece lo vedevo raramente, e quindi era questo a renderlo speciale.
Non me ne voglia mio marito Stefano, ma il suo era sì molto bello, ma non era niente in confronto a quello di Giuliano e a quello di Franco. Chiedo perdono per la mia schiettezza, ma era proprio quello che stavo pensando in quel momento, mentre reggevo quell’enorme pezzo di carne che si trovava tra le gambe di Franco. E ad un certo punto avvicinai la lingua alle palle e iniziai a percorrerlo in tutta la sua interezza, fin sopra al glande che accolsi nella bocca. Iniziai a succhiarlo e a fare dei mulinelli con la lingua e a quel punto lui si svegliò e mi sorrise.
“Che c’è? Ne vuoi ancora?”.
“Sì” risposi.
“Che ingorda che sei”.
Così Franco mi ingroppò un’altra volta, facendomi mettere a quattro zampe sul letto, e lui si mise dietro, con le gambe ricurve sopra di me e piantandomi di nuovo il cazzo prima in figa e poi in culo, tenendomi per i fianchi e affondando dentro con dei colpi secchi, facendolo entrare fino alle palle. E ogni tanto mi chiedeva cosa ero, e allora io gli dicevo quello che lui voleva sentirmi dire: “sono la tua vacca”. E lui insisteva, mi chiedeva cosa intendessi dire, e allora io dovevo completare la mia affermazione: “sono la tua vacca da monta”. E a quel punto mi dava una bella sculacciata d’approvazione, perché lo avevo reso felice nel dire quella cosa.
Alla fine Franco concluse quest’ingroppata mattutina con una copiosa creampie anale, e io mi accasciai sul letto. Ero esausta e sentivo il suo sperma fuoriuscirmi lentamente dal buco del culo. Lui mi disse che sarebbe andato a fare la doccia, e mi invitò ad andare con lui. Ma io gli dissi che non ne avevo la forza. Perché chiaramente quell’invito nascondeva ben altro; voleva scoparmi anche sotto la doccia. Ma al momento ero stremata per potergli dire di sì. Avevo il condotto anale in fiamme, se fossi andata con lui me l’avrebbe polverizzato a forza di penetrarmelo. Così lo lasciai andare da solo, e io rimasi a pancia in giù sul letto, con le gambe e le braccia aperte e il fiatone come se avessi corso per chilometri e chilometri senza mai riposarmi. Poi ad un certo punto sentii la voce di mio figlio Rocco che mi chiamava, e allora tirai il lenzuolo del letto e cercai di coprirmi. Non lo so perché lo feci, forse perché non volevo che mi vedesse in quello stato, e cioè col culo grondante dello sperma di Franco. Se fossi stata soltanto nuda e basta non avrei cercato di nascondermi; d’altronde mio figlio mi aveva vista nuda centinaia di volte. Però quella mattina, il fatto di avere il condotto anale fradicio di sborra, mi fece sentire in dovere di farlo.
“Dimmi tesoro, hai bisogno di qualcosa?” gli chiesi. Lui era sulla porta e mi guardava, anche se la penombra della camera da letto non gli permetteva di vedermi chiaramente. Comunque percepivo un certo imbarazzo da parte sua, anche se a dirla tutta anche io non mi sentivo molto a mio agio. Era evidente che lui sapeva cosa avevo fatto con Franco, e forse era questo che lo imbarazzava.
“Mamma, non credi che dovremmo rimetterci in viaggio?” mi chiese.
Rocco aveva ragione. Da quando ero entrata in casa di Franco avevo perso del tutto l’orientamento. Non riuscivo più a rendermi conto il motivo per cui eravamo lì. E pensai al fatto che avevo calcolato tutto fin dal principio, prima ancora di cominciare la nostra vacanza, quando per scegliere la direzione avevamo deciso di fare testa o croce con la monetina, e quindi stabilire se andare al sud o andare al nord. E quando era uscito il sud mi era venuto una specie di brivido di eccitazione, e subito avevo pensato a Franco. Avevo pensato egoisticamente che andare al sud mi avrebbe dato l’occasione di incontrarlo, e farci l’amore, e godere del suo enorme cazzo. E quindi, in gran segreto, avevo cominciato a messaggiarmi con lui, per stabilire l’ora e il luogo in cui sarebbe avvenuto il nostro incontro, anche se Rocco non sapeva nulla. Ma dentro di me avevo già pianificato tutto.
“Hai ragione amore mio, sono stata molto egoista. Fin’ora non ho pensato che a soddisfare soltanto me stessa. Questa doveva essere la nostra vacanza e io invece l’ho fatta diventare una cosa tutta mia. Potrai mai perdonarmi?”.
“Se questa sosta a casa di Franco ti ha reso felice, allora è tutto ok”.
“Oh sì, mi ha reso davvero molto felice. Però adesso è meglio rimettersi in viaggio. Soltanto io e te e nessun altro, amore mio”.
Così salutai Franco, il quale mi scongiurò quasi in ginocchio di fermarmi almeno un’altra notte. Soltanto una e basta. Ma io, anche se ne avrei avuta molta voglia, gli dissi che non era il caso. Non era questo il motivo per cui ero lì. La ragione di quella vacanza era perché volevo passare del tempo con mio figlio, e non per farmi polverizzare il buco del culo.
sabato 2 febbraio 2019
giovedì 31 gennaio 2019
Tutto pianificato.
Soprattutto la visita allo "zio" Franco.
[postato da Rocco]
“Che ne dici se passiamo a salutare lo zio Franco?” mi chiese mia madre ad un certo punto. Era matematico che mi avrebbe chiesto di farlo. E l’idea che avesse pianificato tutto il viaggio proprio per quello scopo diventava sempre più reale. Che poi lei lo chiamava in quel modo, lo zio Franco, ma non lo era affatto. Lui in realtà non aveva alcun legame di sangue con la nostra famiglia, era soltanto un amico dei miei genitori, però era un amico così speciale che da sempre avevano fatto intendere a me e a mia sorella che lui fosse una specie di zio alla lontana. Ma non era niente di tutto questo, era semplicemente un amico. Anzi, direi piuttosto un amico di letto, dal momento che mia madre aveva avuto non pochi rapporti con lui.
E quindi alla richiesta di mia madre io risposi che se era quello che voleva io non avevo nulla da obiettare. E così l’incontro, che certamente era già stato pianificato in precedenza a mia insaputa, avvenne in un’area di servizio sull’autostrada Catania – Gela. Lui era già lì ad attenderci, e quando mia madre lo vide gli saltò letteralmente addosso dalla felicità, avvinghiandosi al suo corpo ben piazzato con gambe e braccia, e lui la prese mettendole le mani sulle natiche per non farla cadere. Iniziai a pensare che il porchissimo vestito bianco “da rimorchio” che aveva indossato non era stato una scelta casuale. Lo aveva indossato per lui, perché già sapeva che avremmo incontrato Franco, però me lo aveva detto soltanto dopo essere giunti a Messina. Incontrarlo era stato fin dal principio uno dei suoi obiettivi di quel viaggio, ma ovviamente non me lo avrebbe mai confessato.
Mia madre sembrava non volersi più staccare da lui, e lo iniziò a tempestare di baci sul collo e sulle labbra, e lui continuava a tenerla su facendo presa con le mani sul suo culo burroso. Lei forse non se ne era accorta ma il vestito le era salito fin sopra ai fianchi, quindi era mezza nuda. Aveva le natiche ben divaricate, divise dal sottile lembo di stoffa del perizoma che percorreva tutto l’incavo e che nascondeva a malapena il buco del culo, che in quella posizione era chiaramente visibile, contornato da una leggera peluria castana. Il buco che l’aveva resa celebre. Il buco della gloria.
“Gioia della mia vita, quanto mi sei mancato!” esultò mia madre.
“Anche tu mi sei mancata, bella maialona!” rispose lui spremendole le natiche energicamente.
“Ahi! Mi fai male!” urlò lei divertita. “Ma possibile che pensi sempre a quello?”.
A quel punto Franco la mise giù e si accorse di me, e allora venne a stringermi la mano in modo cerimonioso, e complimentandosi con me per le mie recenti nozze. Aveva visto le fotografie che mia madre aveva postato su facebook, e ci tenne a dirmi che avevo fatto davvero un’ottima scelta a sposare Beatrice, perché pur non conoscendola era evidente il fatto che sarebbe stata una moglie eccezionale e che mi avrebbe dato momenti di intenso piacere.
Una volta esplicati i saluti di rito Franco ci disse che ci avrebbe portati a visitare dei posti che valeva davvero la pena vedere. E così lasciammo la nostra auto nell’area di servizio e ci avviammo con la sua. Poi saremmo ritornati a prenderla in un secondo momento. E durante il tragitto mia madre non fece che guardare Franco con gli occhi a forma di cuoricino; era seduta accanto a lui, e gli teneva una mano sul pacco, accarezzandoglielo con amore da sopra i jeans. Forse era convinta che io non potessi vederla, perché ero seduto dietro, ma invece l’avevo vista benissimo. Glielo stava toccando con desiderio. Era evidente che lo desiderava e che presto lo avrebbe ottenuto. Non sapevo dove o quando, ma presto la trave di Franco sarebbe entrata nel corpo di mia madre.
Tra di loro c’era sempre stato un rapporto molto particolare. Quando mia madre era in sua presenza subiva una specie di trasformazione; ritornava ad essere Sabrina Bocca e Culo, e per tutto il tempo si dimenticava di essere una donna sposata. Franco inoltre era il tipo d’uomo che le faceva perdere la testa: ben piazzato e con la carnagione scura. Mia madre aveva sempre subito il fascino degli uomini scuri di pelle. Basti pensare al fatto che il suo sogno era incontrare il leggendario divo del porno Lex Steele e diventare la sua schiava del sesso, per cui questo la dice lunga sui suoi gusti in fatto di uomini.
Ad un certo punto chiusi gli occhi; ero un po' stanco e avevo voglia di riposarmi. Ma non mi addormentai, semplicemente chiusi le palpebre. E allora sentii mia madre che sussurrava qualcosa a Franco: “si è addormentato. Che ne dici? Lo facciamo? Ne ho tanta voglia”.
E lui: “volentieri. Dai, comincia”.
A quel punto sentii la lampo dei jeans di Franco che si abbassava, e poi mia madre che esclamava a bassa voce: “uh la la! Guarda che trave!”.
Aprii leggermente gli occhi per vedere cosa stava succedendo e vidi che mia madre si era abbassata sul suo cazzo e faceva su e giù con la testa. Gli stava facendo un pompino mentre lui guidava, proprio davanti a me, convinta del fatto che non mi sarei accorto di niente. Comunque glielo lasciai credere e richiusi gli occhi. Ma mia madre quando faceva un pompino era molto rumorosa; faceva schioppettare le labbra in modo osceno e poi non riusciva a trattenere alcuni mugolii di piacere. E inoltre quando il glande gli arrivava alla gola emetteva dei gorgoglii molto simili a quando si fanno i gargarismi.
Ogni tanto riaprivo gli occhi e vedevo soltanto la sua chioma castana fare su e giù. Non riuscivo a vedere la sua bocca, ma non ci voleva tanto ad immaginare l’atto in cui era impegnata in quel momento. Soprattutto perché i rumori che ne scaturivano erano molto eloquenti.
Dopo dieci minuti che andava avanti l’operazione sentii Franco ansimare in preda al piacere, e mia madre continuava a tenerlo in bocca mentre lui gliela riempiva con il suo sperma, che lei ingoiò senza esitazioni. Poi sentii di nuovo il suono della cerniera dei jeans e a quel punto capii che avevano finito e che potevo riaprire gli occhi. Mia madre si era ricomposta e mi sorrideva.
“Ben svegliato, dormiglione!”.
“Grazie. Ero un po' stanco”.
“Che ne dici se passiamo a salutare lo zio Franco?” mi chiese mia madre ad un certo punto. Era matematico che mi avrebbe chiesto di farlo. E l’idea che avesse pianificato tutto il viaggio proprio per quello scopo diventava sempre più reale. Che poi lei lo chiamava in quel modo, lo zio Franco, ma non lo era affatto. Lui in realtà non aveva alcun legame di sangue con la nostra famiglia, era soltanto un amico dei miei genitori, però era un amico così speciale che da sempre avevano fatto intendere a me e a mia sorella che lui fosse una specie di zio alla lontana. Ma non era niente di tutto questo, era semplicemente un amico. Anzi, direi piuttosto un amico di letto, dal momento che mia madre aveva avuto non pochi rapporti con lui.
E quindi alla richiesta di mia madre io risposi che se era quello che voleva io non avevo nulla da obiettare. E così l’incontro, che certamente era già stato pianificato in precedenza a mia insaputa, avvenne in un’area di servizio sull’autostrada Catania – Gela. Lui era già lì ad attenderci, e quando mia madre lo vide gli saltò letteralmente addosso dalla felicità, avvinghiandosi al suo corpo ben piazzato con gambe e braccia, e lui la prese mettendole le mani sulle natiche per non farla cadere. Iniziai a pensare che il porchissimo vestito bianco “da rimorchio” che aveva indossato non era stato una scelta casuale. Lo aveva indossato per lui, perché già sapeva che avremmo incontrato Franco, però me lo aveva detto soltanto dopo essere giunti a Messina. Incontrarlo era stato fin dal principio uno dei suoi obiettivi di quel viaggio, ma ovviamente non me lo avrebbe mai confessato.
Mia madre sembrava non volersi più staccare da lui, e lo iniziò a tempestare di baci sul collo e sulle labbra, e lui continuava a tenerla su facendo presa con le mani sul suo culo burroso. Lei forse non se ne era accorta ma il vestito le era salito fin sopra ai fianchi, quindi era mezza nuda. Aveva le natiche ben divaricate, divise dal sottile lembo di stoffa del perizoma che percorreva tutto l’incavo e che nascondeva a malapena il buco del culo, che in quella posizione era chiaramente visibile, contornato da una leggera peluria castana. Il buco che l’aveva resa celebre. Il buco della gloria.
“Gioia della mia vita, quanto mi sei mancato!” esultò mia madre.
“Anche tu mi sei mancata, bella maialona!” rispose lui spremendole le natiche energicamente.
“Ahi! Mi fai male!” urlò lei divertita. “Ma possibile che pensi sempre a quello?”.
A quel punto Franco la mise giù e si accorse di me, e allora venne a stringermi la mano in modo cerimonioso, e complimentandosi con me per le mie recenti nozze. Aveva visto le fotografie che mia madre aveva postato su facebook, e ci tenne a dirmi che avevo fatto davvero un’ottima scelta a sposare Beatrice, perché pur non conoscendola era evidente il fatto che sarebbe stata una moglie eccezionale e che mi avrebbe dato momenti di intenso piacere.
Una volta esplicati i saluti di rito Franco ci disse che ci avrebbe portati a visitare dei posti che valeva davvero la pena vedere. E così lasciammo la nostra auto nell’area di servizio e ci avviammo con la sua. Poi saremmo ritornati a prenderla in un secondo momento. E durante il tragitto mia madre non fece che guardare Franco con gli occhi a forma di cuoricino; era seduta accanto a lui, e gli teneva una mano sul pacco, accarezzandoglielo con amore da sopra i jeans. Forse era convinta che io non potessi vederla, perché ero seduto dietro, ma invece l’avevo vista benissimo. Glielo stava toccando con desiderio. Era evidente che lo desiderava e che presto lo avrebbe ottenuto. Non sapevo dove o quando, ma presto la trave di Franco sarebbe entrata nel corpo di mia madre.
Tra di loro c’era sempre stato un rapporto molto particolare. Quando mia madre era in sua presenza subiva una specie di trasformazione; ritornava ad essere Sabrina Bocca e Culo, e per tutto il tempo si dimenticava di essere una donna sposata. Franco inoltre era il tipo d’uomo che le faceva perdere la testa: ben piazzato e con la carnagione scura. Mia madre aveva sempre subito il fascino degli uomini scuri di pelle. Basti pensare al fatto che il suo sogno era incontrare il leggendario divo del porno Lex Steele e diventare la sua schiava del sesso, per cui questo la dice lunga sui suoi gusti in fatto di uomini.
Ad un certo punto chiusi gli occhi; ero un po' stanco e avevo voglia di riposarmi. Ma non mi addormentai, semplicemente chiusi le palpebre. E allora sentii mia madre che sussurrava qualcosa a Franco: “si è addormentato. Che ne dici? Lo facciamo? Ne ho tanta voglia”.
E lui: “volentieri. Dai, comincia”.
A quel punto sentii la lampo dei jeans di Franco che si abbassava, e poi mia madre che esclamava a bassa voce: “uh la la! Guarda che trave!”.
Aprii leggermente gli occhi per vedere cosa stava succedendo e vidi che mia madre si era abbassata sul suo cazzo e faceva su e giù con la testa. Gli stava facendo un pompino mentre lui guidava, proprio davanti a me, convinta del fatto che non mi sarei accorto di niente. Comunque glielo lasciai credere e richiusi gli occhi. Ma mia madre quando faceva un pompino era molto rumorosa; faceva schioppettare le labbra in modo osceno e poi non riusciva a trattenere alcuni mugolii di piacere. E inoltre quando il glande gli arrivava alla gola emetteva dei gorgoglii molto simili a quando si fanno i gargarismi.
Ogni tanto riaprivo gli occhi e vedevo soltanto la sua chioma castana fare su e giù. Non riuscivo a vedere la sua bocca, ma non ci voleva tanto ad immaginare l’atto in cui era impegnata in quel momento. Soprattutto perché i rumori che ne scaturivano erano molto eloquenti.
Dopo dieci minuti che andava avanti l’operazione sentii Franco ansimare in preda al piacere, e mia madre continuava a tenerlo in bocca mentre lui gliela riempiva con il suo sperma, che lei ingoiò senza esitazioni. Poi sentii di nuovo il suono della cerniera dei jeans e a quel punto capii che avevano finito e che potevo riaprire gli occhi. Mia madre si era ricomposta e mi sorrideva.
“Ben svegliato, dormiglione!”.
“Grazie. Ero un po' stanco”.
martedì 29 gennaio 2019
Nessuno
ci potrà separare.
[postato da Rocco]
Quella notte non riuscii a dormire, e mi rigiravo nel letto in continuazione, e ogni tanto guardavo mia madre, che lei invece dormiva beatamente, nuda come suo solito, a pancia in giù. Continuavo a pensare al mio insolito attacco di gelosia. Mi infastidiva anche pensarla a letto con mio padre, peggio ancora se la pensavo a letto col papà di mia sorella Moana. Se poi pensavo a quello che era successo quella sera, e cioè alla sua esibizione davanti al fattore del casale, mi veniva una rabbia incontrollabile. Perché lei era bella, aveva un corpo divino, e non volevo che gli altri la utilizzassero per il solo scopo di godere. Non volevo che gli uomini insomma avessero di lei una considerazione pari a quella di un oggetto, un buco da riempire e in cui riversare il proprio sperma.
Lei doveva essere mia e di nessun altro. Ecco cosa pensavo mentre ero sul letto accanto a lei. E forse è per questo che feci la cosa che sto per raccontarvi. Ad un certo punto iniziai ad accarezzarle il suo meraviglioso culo burroso, poi con un dito percorsi il solco che c’era tra le due natiche fino a giungere al buco del condotto anale, e quando glielo toccai lei ebbe un sussulto nel sonno e emise un rantolo di piacere. Il buco si dischiuse, quasi sembrava che mi stesse offrendo di entrare, e io aveva una gran voglia di farlo, ma ovviamente non potevo. Era una cosa folle soltanto il fatto di pensare di volerlo fare.
Notai il tatuaggio che aveva dietro il collo, la G stilizzata di Giuliano, il papà di mia sorella Moana. Quel marchio indelebile sulla sua pelle parlava chiaro, e diceva: proprietà privata di Giuliano. Lui la possedeva, ancor più di mio padre, il quale ne era il marito ma a quanto pare quella lettera sul collo di mia madre testimoniava il fatto che il padrone effettivo di mia madre era Giuliano. Lo so che parlare di “padrone” è davvero assurdo, però non so come altro definire il rapporto che c’era tra mia madre e il padre biologico di mia sorella. Lui faceva di lei ciò che voleva. Lei era insomma felicemente sottomessa.
Comunque vedere quella lettera mi fece proprio perdere la ragione. E allora mi tolsi le mutande e mi misi a cavalcioni su di lei, con l’erezione a pochi centimetri dal suo buco del culo e mi feci una sega fino a farle una cumshot addosso. Il mio sperma, decisamente copioso, schizzò sulle sue natiche, e un fiotto si posò con una precisione straordinaria sull’orifizio anale, e io lo spinsi dentro con un dito. Lo feci con rabbia, con la precisa volontà di riappropriarmi di mia madre, perché quella G sul collo mi stava dicendo chiaramente che lei apparteneva soltanto ad un uomo, e questa cosa non potevo accettarla. Ma ora che avevo ottenuto ciò che volevo venni assalito da un terribile senso di colpa.
Cosa mi era saltato in mente? Sborrare sul culo della donna che mi aveva messo al mondo. Mi sentivo un vero bastardo. E allora andai in bagno e rovistai nella sua borsa alla ricerca delle salviette che mia madre portava sempre con se, quelle umidificate. Le trovai e poi ritornai sul letto e iniziai a pulirla. Ma cazzo, avevo combinato un casino, la sborra era davvero tanta, e mi ci volle mezzo pacco di salvietta per toglierla tutta. Poi a operazione conclusa mi accasciai su di lei e la strinsi tra le mie braccia con tutta l’energia che avevo, tanto da farla svegliare.
“Cosa c’è, tesoro mio?” mi chiese. “Hai fatto un brutto sogno?”.
“Sì. Ho sognato di perderti”.
“Amore… questo non succederà mai. La tua mamma resterà sempre al tuo fianco. Nessuno ci potrà separare”.
A questo punto mia madre mi mise una mano dietro la nuca e mi spinse il viso contro le sue enormi tette, strofinandomi un capezzolo sulla bocca quasi come se volesse allattarmi, e allora io mi attaccai con la bocca e iniziai a baciarlo e leccarlo fino ad addormentarmi.
Il giorno dopo lasciammo il casale, con il sincero dispiacere del fattore, il quale aveva potuto godere delle provocazioni di mia madre. Ma il nostro viaggio doveva continuare, e allora ritornammo in autostrada lasciandoci la campagna incontaminata alle spalle. Non avevamo ancora una meta ben definita, però ad un certo punto ci trovammo a San Giovanni senza rendercene conto. I traghetti che partivano per la Sicilia erano davanti ai nostri occhi, e a quel punto uscimmo dalla macchina per guardare l’altro lato dello stretto.
“Che facciamo?” mi chiese lei. “Vuoi proseguire o ritornare indietro?”.
“Per me vanno bene entrambe le opzioni” risposi. “Decidi tu”.
Mia madre decise di proseguire, per cui guidò fino a immettersi nella fila di auto che a breve avrebbero fatto salire a bordo della prossima nave. Lei aveva un legame molto stretto con l’isola su cui presto saremo sbarcati. C’era infatti una persona, molto speciale, con cui mia madre aveva avuto un rapporto piuttosto ambiguo. Ed ero quasi certo che poi alla fine quel viaggio che avevamo deciso di intraprendere avrebbe portato proprio a lui. Non sapevo se mia madre avesse pianificato tutto fin dal principio, ma questa ipotesi non sembrava affatto inverosimile.
Una volta saliti sul traghetto ce ne andammo sopra, ovvero sul ponte, e con noi c’era anche Lex, che se ne stette buono per tutta la traversata. Io mi misi in fila al bar per comprare un arancino e quando poi uscii fuori vidi mia madre affacciata al parapetto che guardava verso la costa messinese. Era bellissima, indossava un provocante vestito bianco, incredibilmente corto e stretto, che metteva in risalto le sue cosce tornite e il suo culo morbido. Era così stretto che si vedevano i bordi del perizoma che indossava sotto. E in quel momento passarono due ragazzotti che dopo aver accuratamente visionato le sue sensazionali curve esclamarono qualcosa in dialetto: “che pezzo di sticchio, gli facissi il danno”. Mia madre aveva sentito, ma non sembrò infastidita da quel commento, piuttosto sembrava divertita. E quando mi avvicinai le chiesi cosa avevano detto quei due, e lei me lo disse, ma io non ne capii il significato, e allora lei cercò di spiegarmelo.
“Sticchio viene da osticulum, ovvero buco. Quindi la prima parte della frase voleva dire: che gran bel buco. E poi con la seconda parte dell’esclamazione, gli facissi il danno, forse quel ragazzo intendeva dire che avrebbe voluto mettermi incinta, o forse penetrarmi analmente”.
“Che bastardi” dissi.
“Non te la prendere. Era soltanto un commento un po' volgarotto”.
“Sì, però ti hanno definita un buco”.
“Che importanza ha? Siamo in vacanza, cerca di rilassarti”.
Quella notte non riuscii a dormire, e mi rigiravo nel letto in continuazione, e ogni tanto guardavo mia madre, che lei invece dormiva beatamente, nuda come suo solito, a pancia in giù. Continuavo a pensare al mio insolito attacco di gelosia. Mi infastidiva anche pensarla a letto con mio padre, peggio ancora se la pensavo a letto col papà di mia sorella Moana. Se poi pensavo a quello che era successo quella sera, e cioè alla sua esibizione davanti al fattore del casale, mi veniva una rabbia incontrollabile. Perché lei era bella, aveva un corpo divino, e non volevo che gli altri la utilizzassero per il solo scopo di godere. Non volevo che gli uomini insomma avessero di lei una considerazione pari a quella di un oggetto, un buco da riempire e in cui riversare il proprio sperma.
Lei doveva essere mia e di nessun altro. Ecco cosa pensavo mentre ero sul letto accanto a lei. E forse è per questo che feci la cosa che sto per raccontarvi. Ad un certo punto iniziai ad accarezzarle il suo meraviglioso culo burroso, poi con un dito percorsi il solco che c’era tra le due natiche fino a giungere al buco del condotto anale, e quando glielo toccai lei ebbe un sussulto nel sonno e emise un rantolo di piacere. Il buco si dischiuse, quasi sembrava che mi stesse offrendo di entrare, e io aveva una gran voglia di farlo, ma ovviamente non potevo. Era una cosa folle soltanto il fatto di pensare di volerlo fare.
Notai il tatuaggio che aveva dietro il collo, la G stilizzata di Giuliano, il papà di mia sorella Moana. Quel marchio indelebile sulla sua pelle parlava chiaro, e diceva: proprietà privata di Giuliano. Lui la possedeva, ancor più di mio padre, il quale ne era il marito ma a quanto pare quella lettera sul collo di mia madre testimoniava il fatto che il padrone effettivo di mia madre era Giuliano. Lo so che parlare di “padrone” è davvero assurdo, però non so come altro definire il rapporto che c’era tra mia madre e il padre biologico di mia sorella. Lui faceva di lei ciò che voleva. Lei era insomma felicemente sottomessa.
Comunque vedere quella lettera mi fece proprio perdere la ragione. E allora mi tolsi le mutande e mi misi a cavalcioni su di lei, con l’erezione a pochi centimetri dal suo buco del culo e mi feci una sega fino a farle una cumshot addosso. Il mio sperma, decisamente copioso, schizzò sulle sue natiche, e un fiotto si posò con una precisione straordinaria sull’orifizio anale, e io lo spinsi dentro con un dito. Lo feci con rabbia, con la precisa volontà di riappropriarmi di mia madre, perché quella G sul collo mi stava dicendo chiaramente che lei apparteneva soltanto ad un uomo, e questa cosa non potevo accettarla. Ma ora che avevo ottenuto ciò che volevo venni assalito da un terribile senso di colpa.
Cosa mi era saltato in mente? Sborrare sul culo della donna che mi aveva messo al mondo. Mi sentivo un vero bastardo. E allora andai in bagno e rovistai nella sua borsa alla ricerca delle salviette che mia madre portava sempre con se, quelle umidificate. Le trovai e poi ritornai sul letto e iniziai a pulirla. Ma cazzo, avevo combinato un casino, la sborra era davvero tanta, e mi ci volle mezzo pacco di salvietta per toglierla tutta. Poi a operazione conclusa mi accasciai su di lei e la strinsi tra le mie braccia con tutta l’energia che avevo, tanto da farla svegliare.
“Cosa c’è, tesoro mio?” mi chiese. “Hai fatto un brutto sogno?”.
“Sì. Ho sognato di perderti”.
“Amore… questo non succederà mai. La tua mamma resterà sempre al tuo fianco. Nessuno ci potrà separare”.
A questo punto mia madre mi mise una mano dietro la nuca e mi spinse il viso contro le sue enormi tette, strofinandomi un capezzolo sulla bocca quasi come se volesse allattarmi, e allora io mi attaccai con la bocca e iniziai a baciarlo e leccarlo fino ad addormentarmi.
Il giorno dopo lasciammo il casale, con il sincero dispiacere del fattore, il quale aveva potuto godere delle provocazioni di mia madre. Ma il nostro viaggio doveva continuare, e allora ritornammo in autostrada lasciandoci la campagna incontaminata alle spalle. Non avevamo ancora una meta ben definita, però ad un certo punto ci trovammo a San Giovanni senza rendercene conto. I traghetti che partivano per la Sicilia erano davanti ai nostri occhi, e a quel punto uscimmo dalla macchina per guardare l’altro lato dello stretto.
“Che facciamo?” mi chiese lei. “Vuoi proseguire o ritornare indietro?”.
“Per me vanno bene entrambe le opzioni” risposi. “Decidi tu”.
Mia madre decise di proseguire, per cui guidò fino a immettersi nella fila di auto che a breve avrebbero fatto salire a bordo della prossima nave. Lei aveva un legame molto stretto con l’isola su cui presto saremo sbarcati. C’era infatti una persona, molto speciale, con cui mia madre aveva avuto un rapporto piuttosto ambiguo. Ed ero quasi certo che poi alla fine quel viaggio che avevamo deciso di intraprendere avrebbe portato proprio a lui. Non sapevo se mia madre avesse pianificato tutto fin dal principio, ma questa ipotesi non sembrava affatto inverosimile.
Una volta saliti sul traghetto ce ne andammo sopra, ovvero sul ponte, e con noi c’era anche Lex, che se ne stette buono per tutta la traversata. Io mi misi in fila al bar per comprare un arancino e quando poi uscii fuori vidi mia madre affacciata al parapetto che guardava verso la costa messinese. Era bellissima, indossava un provocante vestito bianco, incredibilmente corto e stretto, che metteva in risalto le sue cosce tornite e il suo culo morbido. Era così stretto che si vedevano i bordi del perizoma che indossava sotto. E in quel momento passarono due ragazzotti che dopo aver accuratamente visionato le sue sensazionali curve esclamarono qualcosa in dialetto: “che pezzo di sticchio, gli facissi il danno”. Mia madre aveva sentito, ma non sembrò infastidita da quel commento, piuttosto sembrava divertita. E quando mi avvicinai le chiesi cosa avevano detto quei due, e lei me lo disse, ma io non ne capii il significato, e allora lei cercò di spiegarmelo.
“Sticchio viene da osticulum, ovvero buco. Quindi la prima parte della frase voleva dire: che gran bel buco. E poi con la seconda parte dell’esclamazione, gli facissi il danno, forse quel ragazzo intendeva dire che avrebbe voluto mettermi incinta, o forse penetrarmi analmente”.
“Che bastardi” dissi.
“Non te la prendere. Era soltanto un commento un po' volgarotto”.
“Sì, però ti hanno definita un buco”.
“Che importanza ha? Siamo in vacanza, cerca di rilassarti”.
sabato 26 gennaio 2019
giovedì 24 gennaio 2019
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