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giovedì 7 febbraio 2019

Una famiglia decisamente

sui generis. 

(in foto: Kalliny Nomura, Let's Play, Trans500.com)


[postato da Rocco]

   Trascorrere quella vacanza in compagnia di mia madre fu una delle esperienze più belle della mia vita, anche se in certi momenti ero stato letteralmente accecato dalla gelosia, per esempio quando era andata a letto con Franco. Ma mia madre era fatta così, le piaceva proprio tanto fare l’amore. Mi preoccupava il fatto che potesse capitare nelle mani di qualche uomo sbagliato. C’erano tanti maiali infatti che avrebbero potuto approfittare di lei e della sua tendenza a concedersi facilmente. Ma in fin dei conti non era anche mio padre un maiale, che godeva nel vederla fare l’amore con altri uomini? A questo punto avrei dovuto proteggerla anche da lui, ma capirete che era una cosa impensabile. Anche perché non aveva senso proteggerla, dal momento che era anche lei a volerlo.
   Anche se facevo fatica ad ammetterlo, mia madre era una donna come tutte le altre, e anche lei aveva le sue fantasie erotiche, e non potevo pensare di impedirle di realizzarle.
   L’ultimo giorno di vacanza lei decise di dedicarlo soltanto a me; mi disse che gli uomini non li avrebbe guardati neanche da lontano, perché la sua attenzione era rivolta soltanto a me. E in effetti fu di parola. Non si fece indurre in tentazione da nessuno, e quindi ci dedicammo a visitare alcune delle città del sud più interessanti a livello artistico, fino poi a risalire verso casa, perché ormai il tempo era scaduto, e io dovevo ritornare a lavoro. E mia madre mi accompagnò a casa di Beatrice, la mia bellissima moglie transgender, di cui nonostante tutto avevo sentito una grande mancanza in quei giorni che ero stato via. E quindi scesi dalla macchina e presi la mia roba dal bagagliaio, e mia madre mi venne a salutare stringendomi in un lunghissimo abbraccio, e poi si mise a piangere perché mi disse che accompagnandola in quel viaggio l’avevo resa una donna felice.
   E poi mi chiese scusa, e io le domandai il motivo, e lei mi rispose che lo stava facendo perché aveva fatto un po' la puttana, ed era ovvio che questo mi aveva fatto un po' soffrire. Ma io avevo riflettuto a lungo su quello che era successo, ed ero arrivato ad una sola conclusione, e cioè che la cosa più importante era sapere che mia madre era felice.
   “Tu sei felice?” le chiesi.
   “Moltissimo, perché ho te, ho tua sorella Moana, i vostri due papà, insomma ho una famiglia bellissima che farebbe invidia a chiunque”.
   “Sì, hai ragione. Anche se bisogna dire che è una famiglia decisamente sui generis”.
   E con questa mia osservazione, che fece molto divertire mia madre, ci salutammo e io andai su da Beatrice. Da quando ci eravamo sposati mi ero trasferito da lei, nel suo appartamento vicino alla stazione ferroviaria.  Ma era una cosa momentanea, perché le nostre intenzioni erano di comprare una casa più grande, e certamente non nella zona della stazione, che era una delle zone più brutte e malfamate della città.
   Entrai nell’appartamento e lei era sdraiata sul divano del soggiorno e stava leggendo una rivista; indossava soltanto il perizoma. A lei a casa le piaceva stare così. Spesso non aveva neanche il perizoma. E vederla mi fece pensare al fatto che mi era mancata tanto, e glielo dissi, e poi iniziai a baciarla dappertutto, e lei mi tirò giù la lampo dei jeans e mi tirò fuori la mia erezione e mi fece un pompino fino a farmi sborrare. Ma io non ne avevo ancora abbastanza, volevo il suo condotto anale, e lei non esitò a darmelo, e quindi si mise a cavalcioni su di me e si fece scivolare il mio cazzo nel buco del culo e iniziò a cavalcarmi.
   Il nostro vicino, un vecchio rompiscatole, iniziò a dare pugni contro la parete. Lo faceva ogni volta che facevamo l’amore, perché diceva che si sentiva tutto e lui non riusciva a sentire la tivù. Una volta mi aveva anche beccato nell’androne del palazzo, dicendomi che quando ero via mia moglie si faceva scopare anche da altri uomini, e io gli avevo risposto che lo sapevo. Poi un’altra volta, sempre nell’androne, mi aveva detto che aveva capito tutto, e cioè aveva capito che lavoro faceva mia moglie, e cioè la prostituta. E allora io gli spiegai che si sbagliava, e che Beatrice in realtà faceva la spogliarellista. E lui a quel punto mi disse: “farà anche la spogliarellista, ma resta il fatto che si fa chiavare da chiunque”.
   E io: “lo so, le piace proprio tanto chiavare”.
   E lui: “io vi denuncio! Siete disgustosi!”.
   E comunque più lui batteva contro il muro e più Bea si scatenava a fare l’amore, gridando e dicendo cose porchissime. Ovviamente glielo faceva apposta, anche se non lo diceva apertamente.
   Dopo essere venuti tutti e due andammo a fare una doccia e poi ce ne andammo a fare una passeggiata al centro a vedere i negozi. Beatrice adorava andare a vedere le vetrine; fosse stato per lei avrebbe comprato tutto quello che vedeva. Soprattutto le scarpe. Aveva una vera e propria passione per le scarpe, infatti ne aveva tantissime, tutte con i tacchi rigorosamente alti. E il fatto era che ci camminava con una padronanza sorprendente. “Io ci sono nata con i tacchi alti” diceva. E aveva ragione.
   Quando andavo in giro con Beatrice non potevo fare a meno di notare che tutti gli uomini si giravano a guardarla; perché obiettivamente era divina, anche se sotto non era fatta come le altre donne, ma aveva un batocchio considerevole. Un batocchio che lei non disdegnava di mettere in mostra; infatti spesso indossava i leggings, per cui la forma del pacco era molto evidente, e c’era chi apprezzava e guardava con desiderio, e poi c’era chi si prendeva gioco di lei, indicandola e facendo battutine stupide. Ma lei ci era abituata. Diceva che chi disprezza vuol comprare. Però qualche volta reagiva, come quel giorno, che un tizio fece un commento omofobo davvero imbarazzante, e allora Bea si girò verso di lui e si afferrò il pacco con decisione.
   “Lo vorresti in bocca, vero? Per questo hai detto quella cosa”.
   A quel punto decisi di farla calmare, non volevo che quell’episodio degenerasse in qualcosa di peggiore di un odioso scontro verbale, e le dissi di non pensarci.
   Il mondo era pieno di persone infelici.
  

giovedì 31 gennaio 2019

Tutto pianificato.

Soprattutto la visita allo "zio" Franco.


[postato da Rocco]

   “Che ne dici se passiamo a salutare lo zio Franco?” mi chiese mia madre ad un certo punto. Era matematico che mi avrebbe chiesto di farlo. E l’idea che avesse pianificato tutto il viaggio proprio per quello scopo diventava sempre più reale. Che poi lei lo chiamava in quel modo, lo zio Franco, ma non lo era affatto. Lui in realtà non aveva alcun legame di sangue con la nostra famiglia, era soltanto un amico dei miei genitori, però era un amico così speciale che da sempre avevano fatto intendere a me e a mia sorella che lui fosse una specie di zio alla lontana. Ma non era niente di tutto questo, era semplicemente un amico. Anzi, direi piuttosto un amico di letto, dal momento che mia madre aveva avuto non pochi rapporti con lui.
   E quindi alla richiesta di mia madre io risposi che se era quello che voleva io non avevo nulla da obiettare. E così l’incontro, che certamente era già stato pianificato in precedenza a mia insaputa, avvenne in un’area di servizio sull’autostrada Catania – Gela. Lui era già lì ad attenderci, e quando mia madre lo vide gli saltò letteralmente addosso dalla felicità, avvinghiandosi al suo corpo ben piazzato con gambe e braccia, e lui la prese mettendole le mani sulle natiche per non farla cadere. Iniziai a pensare che il porchissimo vestito bianco “da rimorchio” che aveva indossato non era stato una scelta casuale. Lo aveva indossato per lui, perché già sapeva che avremmo incontrato Franco, però me lo aveva detto soltanto dopo essere giunti a Messina. Incontrarlo era stato fin dal principio uno dei suoi obiettivi di quel viaggio, ma ovviamente non me lo avrebbe mai confessato.
   Mia madre sembrava non volersi più staccare da lui, e lo iniziò a tempestare di baci sul collo e sulle labbra, e lui continuava a tenerla su facendo presa con le mani sul suo culo burroso. Lei forse non se ne era accorta ma il vestito le era salito fin sopra ai fianchi, quindi era mezza nuda. Aveva le natiche ben divaricate, divise dal sottile lembo di stoffa del perizoma che percorreva tutto l’incavo e che nascondeva a malapena il buco del culo, che in quella posizione era chiaramente visibile, contornato da una leggera peluria castana. Il buco che l’aveva resa celebre. Il buco della gloria.
   “Gioia della mia vita, quanto mi sei mancato!” esultò mia madre.
   “Anche tu mi sei mancata, bella maialona!” rispose lui spremendole le natiche energicamente.
   “Ahi! Mi fai male!” urlò lei divertita. “Ma possibile che pensi sempre a quello?”.
   A quel punto Franco la mise giù e si accorse di me, e allora venne a stringermi la mano in modo cerimonioso, e complimentandosi con me per le mie recenti nozze. Aveva visto le fotografie che mia madre aveva postato su facebook, e ci tenne a dirmi che avevo fatto davvero un’ottima scelta a sposare Beatrice, perché pur non conoscendola era evidente il fatto che sarebbe stata una moglie eccezionale e che mi avrebbe dato momenti di intenso piacere.
   Una volta esplicati i saluti di rito Franco ci disse che ci avrebbe portati a visitare dei posti che valeva davvero la pena vedere. E così lasciammo la nostra auto nell’area di servizio e ci avviammo con la sua. Poi saremmo ritornati a prenderla in un secondo momento. E durante il tragitto mia madre non fece che guardare Franco con gli occhi a forma di cuoricino; era seduta accanto a lui, e gli teneva una mano sul pacco, accarezzandoglielo con amore da sopra i jeans. Forse era convinta che io non potessi vederla, perché ero seduto dietro, ma invece l’avevo vista benissimo. Glielo stava toccando con desiderio. Era evidente che lo desiderava e che presto lo avrebbe ottenuto. Non sapevo dove o quando, ma presto la trave di Franco sarebbe entrata nel corpo di mia madre.
   Tra di loro c’era sempre stato un rapporto molto particolare. Quando mia madre era in sua presenza subiva una specie di trasformazione; ritornava ad essere Sabrina Bocca e Culo, e per tutto il tempo si dimenticava di essere una donna sposata. Franco inoltre era il tipo d’uomo che le faceva perdere la testa: ben piazzato e con la carnagione scura. Mia madre aveva sempre subito il fascino degli uomini scuri di pelle. Basti pensare al fatto che il suo sogno era incontrare il leggendario divo del porno Lex Steele e diventare la sua schiava del sesso, per cui questo la dice lunga sui suoi gusti in fatto di uomini.
   Ad un certo punto chiusi gli occhi; ero un po' stanco e avevo voglia di riposarmi. Ma non mi addormentai, semplicemente chiusi le palpebre. E allora sentii mia madre che sussurrava qualcosa a Franco: “si è addormentato. Che ne dici? Lo facciamo? Ne ho tanta voglia”.
   E lui: “volentieri. Dai, comincia”.
   A quel punto sentii la lampo dei jeans di Franco che si abbassava, e poi mia madre che esclamava a bassa voce: “uh la la! Guarda che trave!”.
   Aprii leggermente gli occhi per vedere cosa stava succedendo e vidi che mia madre si era abbassata sul suo cazzo e faceva su e giù con la testa. Gli stava facendo un pompino mentre lui guidava, proprio davanti a me, convinta del fatto che non mi sarei accorto di niente. Comunque glielo lasciai credere e richiusi gli occhi. Ma mia madre quando faceva un pompino era molto rumorosa; faceva schioppettare le labbra in modo osceno e poi non riusciva a trattenere alcuni mugolii di piacere. E inoltre quando il glande gli arrivava alla gola emetteva dei gorgoglii molto simili a quando si fanno i gargarismi.
   Ogni tanto riaprivo gli occhi e vedevo soltanto la sua chioma castana fare su e giù. Non riuscivo a vedere la sua bocca, ma non ci voleva tanto ad immaginare l’atto in cui era impegnata in quel momento. Soprattutto perché i rumori che ne scaturivano erano molto eloquenti.
   Dopo dieci minuti che andava avanti l’operazione sentii Franco ansimare in preda al piacere, e mia madre continuava a tenerlo in bocca mentre lui gliela riempiva con il suo sperma, che lei ingoiò senza esitazioni. Poi sentii di nuovo il suono della cerniera dei jeans e a quel punto capii che avevano finito e che potevo riaprire gli occhi. Mia madre si era ricomposta e mi sorrideva.
   “Ben svegliato, dormiglione!”.
   “Grazie. Ero un po' stanco”.
   

martedì 29 gennaio 2019

Nessuno

ci potrà separare. 


[postato da Rocco]

   Quella notte non riuscii a dormire, e mi rigiravo nel letto in continuazione, e ogni tanto guardavo mia madre, che lei invece dormiva beatamente, nuda come suo solito, a pancia in giù. Continuavo a pensare al mio insolito attacco di gelosia. Mi infastidiva anche pensarla a letto con mio padre, peggio ancora se la pensavo a letto col papà di mia sorella Moana. Se poi pensavo a quello che era successo quella sera, e cioè alla sua esibizione davanti al fattore del casale, mi veniva una rabbia incontrollabile. Perché lei era bella, aveva un corpo divino, e non volevo che gli altri la utilizzassero per il solo scopo di godere. Non volevo che gli uomini insomma avessero di lei una considerazione pari a quella di un oggetto, un buco da riempire e in cui riversare il proprio sperma.
   Lei doveva essere mia e di nessun altro. Ecco cosa pensavo mentre ero sul letto accanto a lei. E forse è per questo che feci la cosa che sto per raccontarvi. Ad un certo punto iniziai ad accarezzarle il suo meraviglioso culo burroso, poi con un dito percorsi il solco che c’era tra le due natiche fino a giungere al buco del condotto anale, e quando glielo toccai lei ebbe un sussulto nel sonno e emise un rantolo di piacere. Il buco si dischiuse, quasi sembrava che mi stesse offrendo di entrare, e io aveva una gran voglia di farlo, ma ovviamente non potevo. Era una cosa folle soltanto il fatto di pensare di volerlo fare.
   Notai il tatuaggio che aveva dietro il collo, la G stilizzata di Giuliano, il papà di mia sorella Moana. Quel marchio indelebile sulla sua pelle parlava chiaro, e diceva: proprietà privata di Giuliano. Lui la possedeva, ancor più di mio padre, il quale ne era il marito ma a quanto pare quella lettera sul collo di mia madre testimoniava il fatto che il padrone effettivo di mia madre era Giuliano. Lo so che parlare di “padrone” è davvero assurdo, però non so come altro definire il rapporto che c’era tra mia madre e il padre biologico di mia sorella. Lui faceva di lei ciò che voleva. Lei era insomma felicemente sottomessa.
   Comunque vedere quella lettera mi fece proprio perdere la ragione. E allora mi tolsi le mutande e mi misi a cavalcioni su di lei, con l’erezione a pochi centimetri dal suo buco del culo e mi feci una sega fino a farle una cumshot addosso. Il mio sperma, decisamente copioso, schizzò sulle sue natiche, e un fiotto si posò con una precisione straordinaria sull’orifizio anale, e io lo spinsi dentro con un dito. Lo feci con rabbia, con la precisa volontà di riappropriarmi di mia madre, perché quella G sul collo mi stava dicendo chiaramente che lei apparteneva soltanto ad un uomo, e questa cosa non potevo accettarla. Ma ora che avevo ottenuto ciò che volevo venni assalito da un terribile senso di colpa.
   Cosa mi era saltato in mente? Sborrare sul culo della donna che mi aveva messo al mondo. Mi sentivo un vero bastardo. E allora andai in bagno e rovistai nella sua borsa alla ricerca delle salviette che mia madre portava sempre con se, quelle umidificate. Le trovai e poi ritornai sul letto e iniziai a pulirla. Ma cazzo, avevo combinato un casino, la sborra era davvero tanta, e mi ci volle mezzo pacco di salvietta per toglierla tutta. Poi a operazione conclusa mi accasciai su di lei e la strinsi tra le mie braccia con tutta l’energia che avevo, tanto da farla svegliare.
   “Cosa c’è, tesoro mio?” mi chiese. “Hai fatto un brutto sogno?”.
   “Sì. Ho sognato di perderti”.
   “Amore… questo non succederà mai. La tua mamma resterà sempre al tuo fianco. Nessuno ci potrà separare”.
   A questo punto mia madre mi mise una mano dietro la nuca e mi spinse il viso contro le sue enormi tette, strofinandomi un capezzolo sulla bocca quasi come se volesse allattarmi, e allora io mi attaccai con la bocca e iniziai a baciarlo e leccarlo fino ad addormentarmi.
   Il giorno dopo lasciammo il casale, con il sincero dispiacere del fattore, il quale aveva potuto godere delle provocazioni di mia madre. Ma il nostro viaggio doveva continuare, e allora ritornammo in autostrada lasciandoci la campagna incontaminata alle spalle. Non avevamo ancora una meta ben definita, però ad un certo punto ci trovammo a San Giovanni senza rendercene conto. I traghetti che partivano per la Sicilia erano davanti ai nostri occhi, e a quel punto uscimmo dalla macchina per guardare l’altro lato dello stretto.
   “Che facciamo?” mi chiese lei. “Vuoi proseguire o ritornare indietro?”.
   “Per me vanno bene entrambe le opzioni” risposi. “Decidi tu”.
   Mia madre decise di proseguire, per cui guidò fino a immettersi nella fila di auto che a breve avrebbero fatto salire a bordo della prossima nave. Lei aveva un legame molto stretto con l’isola su cui presto saremo sbarcati. C’era infatti una persona, molto speciale, con cui mia madre aveva avuto un rapporto piuttosto ambiguo. Ed ero quasi certo che poi alla fine quel viaggio che avevamo deciso di intraprendere avrebbe portato proprio a lui. Non sapevo se mia madre avesse pianificato tutto fin dal principio, ma questa ipotesi non sembrava affatto inverosimile.
   Una volta saliti sul traghetto ce ne andammo sopra, ovvero sul ponte, e con noi c’era anche Lex, che se ne stette buono per tutta la traversata. Io mi misi in fila al bar per comprare un arancino e quando poi uscii fuori vidi mia madre affacciata al parapetto che guardava verso la costa messinese. Era bellissima, indossava un provocante vestito bianco, incredibilmente corto e stretto, che metteva in risalto le sue cosce tornite e il suo culo morbido. Era così stretto che si vedevano i bordi del perizoma che indossava sotto. E in quel momento passarono due ragazzotti che dopo aver accuratamente visionato le sue sensazionali curve esclamarono qualcosa in dialetto: “che pezzo di sticchio, gli facissi il danno”. Mia madre aveva sentito, ma non sembrò infastidita da quel commento, piuttosto sembrava divertita. E quando mi avvicinai le chiesi cosa avevano detto quei due, e lei me lo disse, ma io non ne capii il significato, e allora lei cercò di spiegarmelo.
   “Sticchio viene da osticulum, ovvero buco. Quindi la prima parte della frase voleva dire: che gran bel buco. E poi con la seconda parte dell’esclamazione, gli facissi il danno, forse quel ragazzo intendeva dire che avrebbe voluto mettermi incinta, o forse penetrarmi analmente”.
   “Che bastardi” dissi.
   “Non te la prendere. Era soltanto un commento un po' volgarotto”.
   “Sì, però ti hanno definita un buco”.
   “Che importanza ha? Siamo in vacanza, cerca di rilassarti”.

martedì 22 gennaio 2019

Una mamma popolare

come Christy Canyon.

(in foto: Christy Canyon)


[postato da Rocco]

   Mia madre era davvero euforica. Era la prima volta che facevamo una vacanza soltanto io e lei. In verità c’era anche Lex, il suo fedele alano nero, perché mi disse che non se la sentiva di lasciarlo da solo a casa. La macchina di mia madre era abbastanza spaziosa da contenere anche lui, le cui dimensioni erano piuttosto notevoli.
   Non avevamo una destinazione precisa. Prima di partire avevamo fatto testa o croce con una moneta per decidere se andare a sud o andare al nord. Era uscito il sud. E così mia madre si era immessa in autostrada e aveva seguito le indicazioni per la Salerno – Reggio Calabria. Era così felice che non faceva che ringraziarmi per aver accettato il suo invito a fare una vacanza con lei. 
   “Mamma, non devi ringraziarmi. Io sono molto felice di farlo. D’altronde chi è che non lo sarebbe? Cioè, voglio dire a chi è che non farebbe piacere fare una vacanza con la mitica Sabrina Bocca e Culo” dissi scherzosamente. E mia madre rise, però lo fece principalmente per nascondere il suo imbarazzo, come se avessi toccato un argomento piuttosto delicato. E in effetti lo era, soprattutto perché lei era mia madre. Però io ormai ci avevo fatto l’abitudine a quella cosa, e cioè al fatto che quando era ragazza mia madre era stata ribattezzata in quel modo, Bocca e Culo, per la sua disponibilità a far godere gli uomini con quelle due parti del corpo. Diciamo che me ne ero fatto una ragione. Però non vi nascondo che all’inizio ci avevo sofferto un po', perché era come aver scoperto di punto in bianco che mia madre era stata una pornostar. Capirete da soli che non è una cosa facile da accettare.
   “Sai, avrei sempre voluto chiedertelo” mi disse. “Cosa hai provato quando hai scoperto che da ragazza mi chiamavano in quel modo?”.
   “Beh, non è stato facile accettarlo. La prima volta che ho sentito quel nome è stato a scuola. I miei compagni mi prendevano in giro perché dicevano che ero il figlio di Sabrina Bocca e Culo, ma io non capivo. E poi per provocarmi mi raccontavano delle cose su di te, mi dicevano che eri un’amante delle gangbang interrazziali. Oppure mi dicevano che mio padre poteva essere chiunque, dal momento che tu avevi avuto rapporti con tantissimi uomini. Dicevano che bastava pagare per venire a letto con te”.
   “Questa è la più grande balla che sia mai stata detta sul mio conto” disse mia madre visibilmente irritata. “È vero, ho avuto rapporti con moltissimi uomini, ma non ho mai preteso dei soldi in cambio. L’ho fatto soltanto perché mi andava di farlo”.
   Ricordo che una volta un mio compagno di classe aveva portato a scuola una fotografia di mia madre nuda. Per me fu una specie di trauma. Non lo sapevo quando era stata scattata e per quale motivo, sapevo soltanto che l’aveva presa a suo padre. Ricordo che il mio compagno iniziò a sfoggiare la fotografia come un trofeo, poi me la fece vedere anche a me e mi disse: “di’ un po', ti ricorda qualcuno?”. Nella foto mia madre indossava delle calze autoreggenti, ma per il resto era nuda, ed era seduta su un sofà e aveva le gambe aperte, con la figa pelosa ben in vista, le labbra leggermente dischiuse e ovviamente le sue enormi tette che da sempre avevano scatenato le fantasie di chiunque. Comunque gli dissi che era soltanto una donna che assomigliava a mia madre, tutto qui. Ma lui disse che invece non era come dicevo io, ma che era proprio mia madre, in carne e ossa… e tette, e suo padre aveva quella fotografia perché era stato a letto con lei. “Non è vero!” Gridai. E lui: “sì invece, e hanno fatto sesso anale e orale, e poi mio padre gli ha fatto pure una cumshot in faccia”. “Non è vero! Mia madre non si farebbe fare mai e poi mai una cumshot!”. E invece come sapete se le faceva fare e come. Ne aveva ricevute tantissime di cumshot, ma ovviamente allora io non potevo saperlo.
   Raccontai l’episodio della fotografia a mia madre, mentre stava guidando in autostrada, e lei non ne fu molto sorpresa.
   “È possibile” mi disse. “Quando facevo l’amore con qualcuno spesso mi veniva chiesto se potevano scattarmi delle fotografie. E io gli dicevo di sì. Non ci vedevo niente di male. Quindi in giro ci saranno centinaia di fotografie come quella che hai visto”.
   “Ma perché volevano fotografarti?”.
   “Non lo so. Forse per avere una prova inconfutabile che avevano fatto l’amore con me, una testimonianza da sbandierare in faccia agli amici. Comunque mi dispiace se quella fotografia ti ha fatto soffrire. Di certo quando è stata scattata non avrei mai e poi mai immaginato che un giorno l’avrebbe potuta vedere mio figlio”.
   Di certo non era l’unica fotografia “scomoda” che avevo visto di mia madre. Quando ero ragazzino infatti mi piaceva curiosare, e soprattutto nella camera da letto dei miei genitori. E un giorno, tra i sex toys di mia madre, trovai qualcosa che attirò la mia attenzione. Era un album fotografico. E quando andai ad aprirlo trovai una ventina di fotografie di lei che faceva l’amore con mio padre. O almeno credo che fosse mio padre, perché il suo volto non si vedeva mai. Erano infatti fotografie scattate in P.O.V., per utilizzare un termine della pornografia, cioè riprese dal punto di vista di chi la stava penetrando.
   Ma era davvero mio padre? Non potevo saperlo. Però anche in quel caso, come nel caso della fotografia che aveva il mio compagno di scuola, vedere mia madre in quel contesto così “privato”, mi fece davvero male.
   Con il tempo poi ci feci l’abitudine; essere il figlio di Sabrina Bocca e Culo era un po' come essere il figlio di una pornodiva del calibro di Christy Canyon. Anche mia madre infatti come la Canyon era stata una specie di celebrità.

sabato 19 gennaio 2019

Una mamma con la

spagnola facile.

(in foto: Lorna Morgan, ScoreClassics.com)


[postato da Rocco]

   Mia madre aveva ragione; era da parecchio che non ritornavo a casa. Ma ero sempre troppo impegnato, o forse era soltanto pigrizia, non lo so, però obiettivamente il tempo che passavo con lei ultimamente era veramente scarso. E quando la vidi lì alla spiaggia nudista dell’Ultimo Scoglio mi si riempì il cuore di un calore che solo lei riusciva a trasmettere. La mia bella mamma, sogno erotico di molti uomini, con quel corpo così prosperoso e quelle tette enormi che avevano tanto “spagnoleggiato” e fatto godere mio padre (e non solo lui, come ben sapete). Sì, mia mamma aveva la spagnola facile, nel senso che era ben consapevole che le tette erano il suo forte, e allora le utilizzava come arma per sedurre gli uomini e farli godere. Per questo era così desiderata.
   La sua visita inaspettata alla spiaggia dell’Ultimo Scoglio ci diede modo di trascorrere del tempo insieme. E ovviamente per me fu un notevole piacere farlo. E riuscii a convincerla a fare una cosa che di solito facevo da solo; una cosa che era anche abbastanza pericolosa, però ne valeva la pena, ovvero scalare l’Ultimo Scoglio. Ogni tanto quando volevo starmene per conto mio salivo fin lassù e guardavo l’orizzonte come una specie di eremita.
   Mia madre non era sicura di riuscire a farcela, perché effettivamente la grande roccia era piuttosto ripida. Ma le dissi che l’avrei aiutata io, perché conoscevo ogni punto d’appoggio come le mie tasche. E allora feci andare avanti lei, e iniziai a indicarle i vari punti su cui poteva fare presa con mani e piedi. E mentre le davo indicazioni non potetti fare a meno di contemplare il suo corpo formoso da sotto, il suo bel culone burroso, che ad un certo punto vidi aprirsi e mettere a nudo il suo buco della passione (come lo chiamava Beatrice), il caldo ingresso del condotto anale che aveva accolto così tanti uomini da farle guadagnare l’appellativo che tutti conoscevano, ossia Sabrina Bocca e Culo. E più sotto invece vedevo chiaramente le labbra della sua figa, contornate da una fitta peluria crespa e di colore castano. Le labbra in cui mio padre aveva riversato il suo sperma per generarmi. Dio, quanto era bella mia madre! Era la quintessenza della femminilità e dell’erotismo, con il suo corpo divino che non avrebbe mai smesso di far perdere la testa agli uomini. Mio padre era davvero fortunato ad averla.
   “Sto andando bene?” mi chiese una volta arrivata a metà dell’arrampicata.
   “Stai andando benissimo mamma, sei bravissima”.
   “Grazie tesoro mio. Sto facendo del mio meglio”.
   Una volta arrivata su mi arrampicai anche io, ma al contrario di lei mi ci vollero una manciata di secondi per arrivare in cima. Io lo avevo già fatto altre volte, per cui già sapevo dove mettere le mani e i piedi. Sulla vetta dell’enorme masso nero si aveva la panoramica di tutto il litorale, e inoltre si vedeva il mio ristorante, l’attività che ero riuscito a tirare su non senza l’aiuto di mia moglie Beatrice. E mia madre mi disse che adesso capiva il motivo per cui ogni tanto salivo fin lassù. Poi iniziò a fischiare in direzione di Lex, il suo fedele alano nero che era rimasto giù a correre come un matto sulla sabbia. Mia madre fischiava e lui alzava le orecchie e abbaiava nella nostra direzione, e poi continuava la sua folle corsa. Mia madre lo aveva chiamato in quel modo in onore di un attore porno che le aveva sempre fatto perdere la brocca, ovvero Lex Steele; la sua verga di ventotto centimetri era la sua fantasia proibita fin da quando aveva cominciato ad appassionarsi ai film hard. Più di una volta le avevo sentito dire che il suo sogno era diventare la sua schiava del sesso, farsi fare il servizio completo, davanti e dietro, e poi magari farsi mettere incinta. Insomma, questo per farvi capire che mia madre era proprio innamorata persa di Lex Steele.
   “Guarda come corre” mi disse riferendosi al suo alano. “Non è un amore? Senza di lui mi sentirei molto sola. Ci sono certi giorni che la solitudine mi divora, però con lui è diverso. Avere lui mi fa stare meglio”.
   Mia madre iniziò a sfogarsi raccontandomi del suo senso di inutilità. Da quando io e Moana ce n’eravamo andati da casa per starcene per conto nostro era cambiato tutto, e inoltre mio padre e il papà di Moana stavano fuori tutto il giorno, per cui lei si sentiva sola e inutile, dal momento che la sua vita non aveva più una funzione, se non quella di soddisfare sessualmente sia mio padre che il papà di mia sorella. Prima del nostro allontanamento il suo scopo era stato quello di badare a noi, e poi aveva anche il negozio di intimo, per cui era piena di impegni. Invece adesso il negozio era diventato a tutti gli effetti di Moana, anche se nominalmente era ancora suo. Però, mi disse, lei ne aveva preso il pieno potere, e praticamente aveva tagliato fuori mia madre. Per cui lei non sapeva cosa fare. Si sentiva appunto inutile e inappagata.
   E mentre mi raccontava queste cose eravamo seduti sull’enorme scoglio, e lei mi accarezzava una gamba e sentivo le sue dita che mi esploravano l’interno coscia, e ogni tanto mi sfioravano il sesso, il quale non rimase indifferente a quel contatto e iniziò ad indurirsi raggiungendo la massima erezione. Cercai di trattenermi, ma le carezze di mia madre erano davvero intime e delicate che trattenere l’erezione era impossibile. Lei ovviamente se ne accorse e allora iniziò ad accarezzarlo con tenerezza e amore in tutta la sua lunghezza, dalle palle alla cappella. Non lo faceva con malizia, d’altronde era pur sempre mia madre, ma lo faceva per il piacere di farlo, per l’affetto che provava per me. Il suo scopo non era farmi sborrare, ma darmi piacere.
   “Come sei bello” sussurrò ad un certo punto, forse facendo riferimento alla mia possente erezione.
   Ero molto dispiaciuto per quello che mi aveva raccontato. Avrei voluto fare qualcosa per lei, per renderla di nuovo felice, ma non sapevo proprio cosa inventarmi.
   “C’è qualcosa che posso fare per farti stare meglio?” le chiesi.
   “Forse sì. Potresti passare del tempo insieme alla tua mamma. Che ne dici? Potremmo prenderci una vacanza, solo io e te”.
   Era un’idea meravigliosa e le dissi subito di sì, senza pensarci troppo. Ma resistere alle carezze di mia madre era impossibile, per cui mi lasciai andare e iniziai a fiottare come una fontana.
   “Bravo tesoro, non trattenerla” mi disse amorevolmente e continuando a toccarmi con tenerezza.

giovedì 17 gennaio 2019

E alla fine

rimane solo mamma. 

(in foto: Chloe Vevrier, ScoreClassics.com)


 [postato da Sabri]

   Erri aveva deciso che era venuto il momento di crescere, e quindi di gettarsi in questa rocambolesca ma appassionante storia d’amore. Aveva fatto la cosa giusta, e in quanto zia ero fiera di lui. D’altronde era il motivo per cui mi era stato affidato da sua madre; il mio compito doveva essere quello di aiutarlo a crescere, e in un certo senso ci ero riuscita. Erri era diventato adulto ed era volato via, e adesso ero rimasta di nuovo sola, come quando Moana e Rocco avevano deciso di andare a stare per conto loro. È inevitabile, ad un certo punto i figli diventano adulti e se ne vanno. E io ero rimasta di nuovo sola; cioè, non proprio, con me c’era pur sempre il mio Lex, il grosso alano che mi teneva compagnia e che mi venerava come una dea. E poi la sera Stefano e Giuliano ritornavano dal lavoro, e mi prendevano, mi usavano per godere, e io mi davo a loro con gioia, lasciavo che facessero di me ciò che volevano, e spesso mi prendevano tutti e due insieme, uno davanti e uno dietro, oppure soltanto Giuliano, e Stefano si limitava a guardare. Ero ancora innamorata di entrambi, ero accecata dall’amore che provavo per loro, e li volevo tutti e due, e potevo averli. Insomma mi sentivo la donna più fortunata di questo mondo.
   Eppure quando poi al mattino se ne andavano a lavoro io rimanevo di nuovo sola, e mi sentivo un vuoto dentro. Spesso me ne andavo al centro commerciale a vedere se serviva una mano al negozio di intimo, e ci trovavo Moana che mi faceva capire che del mio aiuto non sapeva che farsene. Ero ancora nominalmente io la proprietaria dell’attività, ma lei non voleva che mettessi il naso negli affari. Ormai era lei a gestire le cose, e devo dire che se la cavava piuttosto bene.
   Un giorno decisi di andare a trovare Rocco, il quale aveva rilevato una struttura abbandonata sulla costa e ci aveva aperto un ristorante, in prossimità della spiaggia nudista conosciuta come L’Ultimo Scoglio. Portai anche Lex insieme a me, pensando che probabilmente gli avrebbe fatto molto piacere fare una passeggiata al mare. E una volta arrivati a destinazione balzò fuori dalla macchina e si mise subito ad esplorare quella piccola oasi paradisiaca.
   Non eravamo ancora in alta stagione, per cui in spiaggia non c’era nessuno, a parte qualche guardone che si aggirava nella speranza di trovare qualche coppietta appartata che faceva l’amore. La spiaggia dell’Ultimo Scoglio era infatti conosciuta soprattutto per quello; non era semplicemente una spiaggia nudista, era piuttosto un pezzo di costa dove tutto era lecito, e il sesso si manifestava in tutte le sue forme, senza alcuna limitazione o preconcetto.
   Andai verso il ristorante di Rocco e chiamai Lex con un fischio affinché mi venisse dietro, e lui mi seguì fedelmente. Entrammo dentro ma mio figlio non c’era, c’era soltanto una cameriera che stava sistemando la sala. Le chiesi dove potevo trovare Rocco e lei mi disse che era andato fuori, verso la spiaggia. E allora gli andai incontro, ma prima mi liberai dei vestiti e li lasciai in macchina, e con le tette e la patata al vento mi incamminai verso il mare. Era da tanto che non lo facevo. Era appena passato un inverno molto duro, per cui il fatto di potermi sbarazzare dei vestiti e stare nuda all’aria aperta per me era una vera liberazione. E poi c’era una calma e un silenzio che non sembravano neppure di questo mondo. Era come vivere un’esperienza mistica, direi quasi ultraterrena, con un vento soffice che mi accarezzava il corpo, ci faceva l’amore e lo penetrava, donandomi delle piacevoli sensazioni che erano molto simili al piacere che avevo quando ad accarezzarmi erano le mani di Stefano e Giuliano, gli uomini che amavo, gli uomini che mi rendevano felice.
   Iniziai a percorrere il bagnasciuga e Lex mi venne dietro, rotolandosi di tanto in tanto sulla sabbia, e poi rimettendosi su quattro zampe e scrollandosi di dosso la sabbia bagnata. Ad un certo punto vidi mio figlio; era nudo anche lui, ed era seduto in riva al mare e lo contemplava senza muovere un muscolo. Sembrava quasi assorto in un esercizio di meditazione. Poi si accorse di me e allora si alzò e mi venne incontro. Non potetti fare a meno di guardare il suo attrezzo del piacere, che sono sicura rendeva molto felice Beatrice, la sua bellissima moglie transgender. Devo dire con un certo orgoglio che mio figlio aveva sempre avuto un cazzo spettacolare, vigoroso, possente, che prometteva ore di intenso piacere anale e vaginale, e rigogliose cumshot da competizione. Quello era mio figlio, e avevo tutte le ragioni per vantarmene.
   Lo abbracciai e gli tempestai le guance di baci. Era da molto tempo che non lo vedevo. Il suo ristorante assorbiva la maggior parte del suo tempo, anche quello che avrebbe potuto dedicare a stare con la sua famiglia. Era già da qualche settimana che saltava il nostro abituale pranzo della domenica, quando per la mia gioia ci riunivamo tutti quanti allo stesso tavolo per trascorrere del tempo insieme, con Moana che sbroccava perché diceva che parlavo troppo, con Giuliano che non perdeva mai occasione per palparmi il sedere, e Stefano che discuteva con Berni di cinema e attualità. Un rito che si ripeteva ogni settimana e di cui io non ero mai stanca, ma che anzi aspettavo con ansia. Eppure era una tradizione a cui Rocco non partecipava da alcune settimane per improrogabili impegni legati alla sua nuova attività di ristoratore. E questa sua assenza mi causava un certo dispiacere.
   “Tesoro mio” gli dissi, “non hai più tempo per venire a trovare la tua vecchia mamma, vero?”.
   “Vecchia non direi, guardati” mi rispose. “Sei uno schianto. Hai un corpo che farebbe invidia a qualsiasi ragazza di vent’anni”.
   “Amore, dici così soltanto perché sono tua madre”.
   A quel punto gli presi la mano e ci incamminammo verso lo scoglio gigante che dava il nome alla spiaggia, l’ultimo, quello che delimitava la zona nudista.

sabato 8 dicembre 2018

Ancora un po' di Miriam

prima della partenza. 

(in foto: Natalie Mars, My TS Stepmom, Transsensual.com)


[postato da Rocco]

   Era una calda notte piena di stelle, e io e Miriam eravamo sdraiati sull’amaca del giardino, abbracciati l’uno all’altro, a goderci il torpore che viene dopo aver fatto l’amore. Il suo corpo mascolino era aggrappato al mio, e ogni tanto mi baciava le labbra, e io le accarezzavo un braccio e nel frattempo guardavo verso la finestra della camera da letto della villetta a schiera che io e Beatrice avevamo preso in affitto. Lei era lì, insieme al fidanzato di Miriam, e stavano facendo l’amore, ininterrottamente da circa tre quarti d’ora. I loro rantoli di piacere giungevano fino a noi, ma senza disturbarci.
   Ad un certo punto il mio membro raggiunse nuovamente l’erezione; Miriam se ne accorse e mi sorrise, e poi con una mano lo afferrò e iniziò a menarmelo, ma delicatamente. Era più un massaggio in realtà. Avevo di nuovo voglia di entrare nel suo buco del culo, ma allo stesso tempo quella posizione, con lei avvinghiata al mio corpo che mi toccava nelle parti intime, era una cosa a cui non avrei rinunciato per nulla al mondo. Poi lei ad un certo punto mi guardò con i suoi luminosi occhi azzurri e mi chiese se avevo voglia di fare quello che stavano facendo loro, cioè l’amore.
   “Sinceramente mi va bene così” risposi, e lei mi sorrise perché anche a lei andava bene così. Se volevo fare l’amore lei lo avrebbe fatto volentieri, ma era più contenta di rimanere sull’amaca, in quella posizione a coccolarci come due innamorati.
   “In fin dei conti anche questo è fare l’amore” disse.
   Aveva proprio ragione; anche stare nudi abbracciati l’uno all’altro, distesi su un’amaca sotto ad un cielo pieno di stelle, anche questo voleva dire “fare l’amore”, anche se non vi era alcuna penetrazione. Avrei sentito molto la mancanza di Miriam. Il giorno dopo io e Beatrice saremo ritornati a casa, e quindi Miriam sarebbe stata per me soltanto un bellissimo ricordo. E allo stesso modo Marco per mia moglie. 
   “È stato bello incontrarti” le dissi.
   “È stato bello anche per me. È difficile incontrare uomini sensibili come te. La mia vita è costellata di uomini sbagliati. A parte Marco, s’intende. A diciotto anni ho avuto la mia prima relazione seria, ma anche in quel caso era l’ennesimo uomo sbagliato. Ero sempre fatta in quel periodo. Cocaina e alcol, tutti i giorni. E lui, un ricco industriale più grande di me di venticinque anni, me ne procurava in grandi quantità, e io per farlo contento gli davo il culo. È stato un anno terribile. Ero il suo giocattolo, e lui mi dava ciò di cui avevo bisogno. Poi sono riuscita a disintossicarmi, e l’ho mollato. Ero stufa di essere la sua bambolina del sesso. Ed ero stufa di essere sempre fatta”.
   “Miriam, questa è una storia davvero triste”.
   “Lo so. Ma che ci vuoi fare? Poi dopo ho avuto molte altre fugaci avventure, niente di serio, solo sesso, fino a quando poi ho conosciuto Marco. Adesso sono felice. O almeno credo. Certe volte ho come l’impressione che anche lui mi tratta come una bambolina del sesso”.
   Guardammo di nuovo verso la finestra della camera da letto; i nostri partner stavano ancora chiavando come due indemoniati. In questo si somigliavano molto. Per loro il sesso era indispensabile. Per me e Miriam forse no. Era questo che ci accomunava. Per noi l’importante era l’amore. In ogni modo finirono di darci dentro a notte fonda. Io e Miriam ci eravamo ormai addormentati sull’amaca. Mi svegliai prima io; stava albeggiando, e lei era ancora avvinghiata al mio corpo, e teneva la testa su una mia spalla, e io le baciai la fronte nascosta dai capelli. Prima di addormentarci mi aveva fatto godere con la mano, infatti avevo il mio sperma rappreso sulla pancia.
   “Mi mancherai Miriam” sussurrai, anche se lei non poteva sentirmi, perché dormiva ancora. E dormivano anche Marco e mia moglie, forse anche loro abbracciati l’uno all’altro, dopo una notte di grande passione.
   Alle dieci del mattino eravamo già sulla strada per l’aeroporto. Si ritornava a casa, e dell’avventura con Marco e Miriam sarebbe rimasto soltanto un piacevole ricordo, che per quanto mi riguarda avrei ricordato con nostalgia. Chissà, forse io e Bea avremmo avuto altre esperienze simili, ma di certo una come Miriam non l’avrei trovata da nessun’altra parte. Lei era veramente speciale, e forse non dovrei dirlo per non ferire i sentimenti di mia moglie, ma era come se lei fosse il prototipo della mia partner ideale. Era quello che avevo sempre cercato in ogni donna che avevo avuto. O forse mi sbagliavo. Forse a farmi pensare queste cose era soltanto il fugace invaghimento di una notte. Forse avevo la tendenza a innamorarmi troppo facilmente, chissà.
   In aeroporto comprai delle riviste di gossip un po' per tenermi aggiornato sullo scandalo che aveva coinvolto Beatrice, e un po' per cercare di dimenticare Miriam.
   La notizia era ancora fresca, e quindi ne parlavano tutti, anche perché il calciatore che era stato paparazzato, mentre appunto Bea gli faceva un lavoro di bocca, era uno molto stimato. E poi tutti cercavano il sex-tape. Girava voce infatti di un sex-tape in cui si vedeva mia moglie che si faceva ingroppare dal concorrente di un reality show. E quindi tutti quanti lo volevano vedere, ma nessuno ce l’aveva.
   “Ma insomma, si può sapere chi ce l’ha questo sex-tape?” domandai a mia moglie.
   “Te l’ho detto, ce l’ha Romualdo. Se vuoi vederlo vallo a chiedere a lui”.
   “Che moglie puttana che c’ho” dissi tra me e me.
   “Lo sapevi benissimo che non sarei stata una moglie fedele, quindi smettila di borbottare”.
   Aveva ragione, le regole erano state chiare fin dal principio.

giovedì 6 dicembre 2018

Conoscersi un po'

prima della monta. 


[postato da Rocco]

   Dopo quel primo approccio cercai di conoscere meglio Miriam. Sapevo così poco di lei, e anche del suo Marco. Era stato tutto così rapido che a nessuno era venuta la curiosità di sapere qualcosa l’uno dell’altro. E allora mi feci avanti io, anche se in realtà le risposte che mi diede furono piuttosto evasive. Erano pur sempre una coppia scambista, per cui credo che ci tenessero a preservare una certa riservatezza. Non ne capivo, perché io e Beatrice non avevamo mai fatto uno scambio di coppia, però forse si usava così. Cominciai a chiederle delle sue spalle, mi chiedevo perché fossero così larghe… stavo per dire “mascoline”, ma poi mi sono fermato, perché avrei potuto apparire ridicolo, d’altronde Miriam era pur sempre una transgender, quindi era naturale se il suo corpo conservava ancora alcune caratteristiche fisiche di quando era un uomo.
   “Ho praticato nuoto per molti anni” fu la sua risposta. Stavo per chiederle se lo aveva fatto prima o dopo del suo cambiamento, ma poi mi trattenni per paura di essere invadente. E allora le chiesi quale fosse la sua occupazione. Non c’era niente di male nel chiederle questa cosa, d’altronde io lo avevo detto cosa facevo di mestiere. E lei mi rispose che faceva la cantante lirica, ma non so per quale motivo subito pensai che fosse una bugia. Mi sembrava un mestiere troppo importante, e lei mi vide molto perplesso e allora me ne diede una prova, e cantò un’aria tratta da non so che, e aveva una voce meravigliosa, per cui probabilmente mi aveva detto la verità. L’aria durò quasi cinque minuti, in cui io rimasi imbambolato di fronte a quello spettacolo a cui stavo assistendo. E la sua voce era così roboante che arrivò perfino in giardino, e dopo aver eseguito il canto Beatrice e Marco applaudirono e fecero un po' di schiamazzi da stadio. Era stata clamorosa, quindi non c’erano dubbi sul fatto che aveva detto la verità.
   “E Marco? Di cosa si occupa?” le chiesi.
   “Marco è un liutaio. Ci siamo conosciuti un giorno che sono andata da lui perché volevo comprare un pianoforte. Ci siamo innamorati subito e poi abbiamo fatto l’amore la sera stessa. Marco è un dio a letto. Vedrai che tua moglie non resterà delusa”.
   “Ne sono certo”.
   “E tu invece? Come sei a letto?”.
   “Una frana” Miriam rise per la mia inaspettata risposta. Forse si aspettava che le dicessi che me la cavavo, e invece no, lo riconosco, sono un po' impacciato. Lo sono sempre stato.
   “Beh, questo lascialo giudicare a me” mi rispose, e a quel punto mi si avvicinò un’altra volta e si abbassò davanti a me, con la bocca all’altezza del mio cavallo che subito iniziò ad accarezzare da sopra i jeans, e in qualche attimo raggiunse forme considerevoli. E allora a quel punto mi tirò giù la lampo e me lo fece uscire fuori, imponente e maestoso, piantato davanti alla sua faccia, che reclamava la sua bocca, e lei a breve me l’avrebbe data. Lo prese con due dita alla base e lo esaminò in modo quasi scientifico, quasi come se mi stesse facendo una visita andrologica.
   “Però! Per essere una frana sei messo piuttosto bene. È enorme!”.
   “Sì ma è tutta scena. Non riesco a controllarlo, ecco qual’è il punto”.
   “Perché?” mi chiese.
   “Perché la durata di ogni mio amplesso è piuttosto modesta”.
   “E chi l’ha deciso quanto deve durare un amplesso? Se hai voglia di sborrare, fallo. Poi dopo si può sempre ricominciare daccapo. Non credi?”.
   “Sì certo, questo è vero. Però tu non consideri l’orgoglio maschile”.
   “L’orgoglio maschile, che parola vuota. Quando fai l’amore con una donna che ami te ne devi fregare di questa parola”.
   A quel punto mi diede qualche bacio sul glande e poi lungo tutta l’asta prima di prenderlo in bocca e farmi un pompino, che però non portò a conclusione. Ad un certo punto me lo rimise nei pantaloni perché disse che voleva conservare il mio sperma per il “dopocena”. Così, come potete ben immaginare, fui costretto a starmene con il cazzo dritto per tutto il tempo. Miriam mi aveva lasciato con una voglia di sborrare pazzesca. Non so se avete mai provato una sensazione del genere; questa cosa mi rese nervoso e taciturno per tutto il tempo, perché non pensavo ad altro che al mio appagamento. E Miriam ogni tanto, durante la cena, mi guardava e mi sorrideva, oppure mi faceva l’occhiolino, perché sapeva che stavo sbroccando, proprio per colpa sua, e sembrava che questa cosa la divertiva.
   Poi ad un certo punto non riuscii più a resistere. Dovevo farmela subito. E allora colsi l’occasione quando Miriam si alzò dal suo posto perché doveva andare a fare la pipì, e allora mi alzai anche io e inventai una scusa, e dissi che dovevo andare a controllare se avevo spento il forno. E così andai dietro di lei, e una volta entrati nel corridoio di casa che portava alle varie camere, lontano dagli occhi di Marco e di Beatrice, le presi i fianchi con entrambe le mani e lei ebbe un sussulto, la feci girare spingendola con il busto contro il muro. Le alzai il vestitino da sera e le abbassai il perizoma, dopodiché tirai fuori il mio attrezzo che era rimasto in tiro per tutto il tempo e glielo ficcai in culo. E lei si lasciò chiavare senza dire nulla, concedendomi il suo corpo in modo passivo, e io me ne appropriai. La posizione era piuttosto scomoda, ma ormai il mio cazzo era dentro, e non ne voleva sapere di uscire fuori dal suo condotto anale. E poi non avevo voglia di portarla in camera da letto. Dovevo averla, subito.
   Nel frattempo le baciavo il collo, e lei alzò la testa per lasciarmelo fare, e chiuse gli occhi perché quello che stavo facendo le piaceva. Poi ad un certo punto sentii quel brivido che preannuncia l’eiaculazione e iniziai ad inondarle il retto col mio seme e mi accasciai su di lei, affondando il mio viso nei suoi capelli profumati. La mia incredibile eccitazione si era placata, ma adesso mi sentivo in colpa, perché non ero riuscito ad aspettare. Lo dissi a Miriam e lei mi rispose di stare tranquillo, perché anche Marco e Beatrice non erano riusciti ad aspettare. Infatti aveva ragione; stavano facendo l’amore anche loro, in giardino, sul tavolo su cui avevamo appena consumato la nostra cena.

sabato 1 dicembre 2018

Un altro posto,

la luna di miele continua.


[postato da Rocco]

   Bea non riusciva a credere che ci avevano invitati a lasciare il resort. Continuava a chiedermi il motivo per cui lo avevano fatto. Cosa aveva fatto di male? Io annuivo perché sentivo di doverla appoggiare in tutto e per tutto, d’altronde era pur sempre mia moglie. Però era evidente che a scatenare quella reazione era stata la scelta sconsiderata di Bea di fare una gangbang in piscina insieme a cinque sconosciuti.
   “Cosa ho fatto di male? Cosa c’è di male nel fare l’amore quando ne hai voglia? Proprio non capisco”.
   “Beh, forse perché obiettivamente non era il luogo più opportuno dove farlo. Ipotizzo”.
   “Che assurdità” rispose lei. “Sarebbe un mondo molto più bello se la gente potesse fare l’amore dove e quando vuole, invece che farlo di nascosto, lontano dagli occhi di tutti”.
   Capivo perfettamente. Ma purtroppo il mondo ancora non era pronto a questo. Comunque decidemmo di trasferirci altrove. Avevo fatto una ricerca su Internet, e avevo trovato un appartamento dove alloggiare che avrebbe fatto al caso nostro. Era nei pressi di una spiaggia nudista, la più conosciuta di tutta l’isola in cui avevamo deciso di trascorrere la nostra luna di miele.
   La spiaggia era frequentata dal solito target di persone che in genere bazzicano le spiagge nudiste; quindi c’erano i soliti guardoni, e poi c’erano quelli che andavano in cerca di avventure e situazioni porche, e poi infine c’erano le coppie. Alcune coppie, un po' per esibizionismo, si lasciavano andare a delle coccole molto spinte, regalando ai guardoni degli show indimenticabili. A colpire la mia attenzione fu soprattutto una coppia di ragazzi, lei sdraiata a pancia in giù sul telo, e lui a cavalcioni sopra di lei intento a farle un massaggio rilassante. La sua erezione piantata in mezzo alle sue natiche burrose era uno spettacolo erotico che attirò l’interesse di molti voyeur. Nessuna penetrazione, soltanto carezze e sussurri, i corpi unti di sudore uniti uno sopra l’altro, il membro di lui premuto su di lei, le espressioni di intenso piacere sul viso. Insomma, una scena di altissimo livello erotico. Altro che pornografia.
   È stato qui che abbiamo conosciuto Marco e Miriam, una coppia come noi. E dico “come noi” perché anche Miriam era una transgender come Beatrice. Eravamo a poca distanza, e loro avevano iniziato a guardarci in modo insistente. Poi ad un certo punto si sono alzati dai loro teli e sono venuti verso di noi e lui ha esordito con un semplicissimo: “ciao”.
   “Ciao a voi” gli ha risposto Bea.
   “Italiani?”.
   “Sì”.
   “Come mai su quest’isola paradisiaca?”.
   “Siamo in viaggio di nozze”.
   “Complimenti davvero! Vi dispiace se ci avviciniamo a voi con i nostri teli?”.
   “No di certo, fate pure”.
   Non era difficile capire ciò che stava accadendo. Era così scontato. Stava avvenendo un chiarissimo scambio di coppia. Infatti Miriam iniziò da subito a farmi gli occhietti dolci, e Marco iniziò a corteggiare in modo sfacciato Beatrice. Era la prima volta per noi. Come ben sapete io e mia moglie avevamo avuto moltissime esperienze, avevamo provato di tutto, ma questa era la prima volta che qualcuno ci proponeva uno scambio di coppia. Cioè, non è che ce lo avevano proposto apertamente, ma ce lo avevano fatto capire, con i gesti, le parole, e soprattutto col fatto che Miriam aveva iniziato a corteggiare me e Marco invece ci stava provando con Beatrice. Più chiari di così non potevano essere.
   Miriam era molto sensuale, proprio come Beatrice, anche se differivano su molti aspetti estetici. Tanto per cominciare Miriam aveva i capelli castani tendenti al rosso, e portava la frangetta che le dava un aspetto misterioso, ma anche una certa eleganza, un’eleganza che era messa in risalto dal suo eccezionale portamento femminile. Diciamo che se non le guardavi in mezzo alle gambe non ve ne sareste mai accorti che era in parte un uomo. Inoltre Miriam aveva due occhi azzurri che brillavano come pietre preziose, occhi che ti guardavano e ti accendevano il cuore, e subito ti veniva voglia di possederla, di farla tua, di penetrarla a fondo.
   A differenza di Beatrice aveva un corpo più mascolino; le spalle per esempio erano larghe, un po' come quelle dei giocatori di palla a volo, e il tronco era meno sinuoso, e infine aveva un seno molto modesto, appena accennato. Ma queste caratteristiche fisiche di certo non non penalizzavano la sua bellezza, al contrario la rendevano ancora più desiderabile, perché era maggiormente più evidente (a differenza di Beatrice) la sua duplice sessualità.
   Marco invece, il compagno di Miriam, aveva un aspetto piuttosto rude, mi verrebbe da dire da “musicista rock”, o da motociclista se preferite, di quelli che vanno in giro con la Harley, il giubbotto e gli stivali. Di quelli che vanno ai motoraduni scarrozzandosi dietro le proprie fidanzate gnocche per sfoggiarle davanti a tutti come dei trofei di caccia. Inoltre dava l’impressione di uno che le donne se le rigirava come voleva lui, un vero animale da letto, e a conferma di questo era il suo corpo possente e il suo notevole attrezzo. Era quasi scontato che la mia Beatrice ne avrebbe tratto molto godimento nel fare l’amore con lui, e lo stesso sarebbe stato per me, che avrei avuto un rapporto molto soddisfacente con Miriam, ammesso e non concesso che la mia ipotesi fosse giusta, e cioè che stava per avvenire uno scambio di coppia. Perché obiettivamente non ne ero sicuro al cento per cento, come dicevo poco fa, anche se il loro modo di avvicinarsi a noi aveva tutto l’aspetto di una richiesta di scambio.