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martedì 16 aprile 2019
giovedì 11 aprile 2019
martedì 9 aprile 2019
martedì 2 aprile 2019
sabato 30 marzo 2019
Una patata
con più di quarant'anni di carriera.
(in foto: Ava Addams, TheAvaAddams.com)
[postato da Sabrina]
Cazzo, non potevo crederci; Stefano era andato a letto con un’altra donna e mi aveva messo le corna. Ero così furiosa che entrai in camera da letto e chiusi la porta sbattendola, e Giuliano che era nel dormiveglia ebbe un sussulto, spalancò gli occhi e iniziò a fissarmi mentre in modo nervoso camminavo su e giù nella stanza, e dicevo ad alta voce che non potevo crederci. Poi mi tolsi la camicia da notte di organza e mi misi davanti allo specchio, e mi guardai per un po' in cerca di qualche smagliatura di troppo, o di qualche imperfezione dovuta all’età che potesse aver spinto Stefano a cercare una donna più bella di me.
“Cosa ho che non va?” mi domandai ad alta voce. “Mi sembra che nonostante gli anni abbia mantenuto un corpo decisamente attraente. Chi può averci tette più belle delle mie?” me le afferrai con entrambe le mani e ci giocherellai un po' premendole una contro l’altra e poi scuotendole energicamente. Quel tradimento mi offendeva nel profondo dell’animo, e iniziai a sentirmi brutta perché sapevo che lì fuori c’era una donna più bella di me con cui Stefano faceva l’amore. Ma cosa poteva avere di più rispetto a me? Chissà, magari era una ragazzina di vent’anni, con la pelle fresca come una rosa, con un corpo da modella e una figa che aveva fatto soltanto pochi chilometri. La mia invece era bella consumata. D’altronde ne aveva fatta di strada in più di quarant’anni.
Avvicinai due dita alla mia patatona e l’allargai, e poi mi girai verso Giuliano e gli chiesi se le sembrava molto slabbrata.
“Ma che dici, Sabri?” mi domandò divertito.
“Dai, rispondimi. Come ti sembra? Slabbrata, sfondata, sventrata. Che impressione ti fa?”.
“Sabri, è normale che non è più quella di quando eri ragazza. Ti rendi conto di cosa ha passato? Da lì sono usciti i tuoi figli, per non parlare poi di tutti gli uomini che ci sono entrati. Quindi è del tutto normale che non è più quella di vent’anni fa. Ma perché vuoi sapere cosa penso della tua patatona?”.
“Perché Stefano mi ha messo le corna con un’altra donna, e allora volevo capire il motivo per cui l’ha fatto”.
“Sabri, stai facendo un casino inutilmente. Il tradimento è una cosa che può capitare, non bisogna farne una tragedia”.
“No, non lo accetto” sbottai. “Non posso accettare il fatto che un’altra donna si prenda mio marito”.
E così il giorno dopo presi una decisione; avrei preteso da Stefano di conoscere la donna con cui era andato a letto. Lui in principio fece un po' di storie, dicendomi che non era il caso, e allora io lo misi alle strette. Gli dissi che se voleva tornare nel mio letto allora doveva farmela conoscere. Volevo capire cosa aveva di più rispetto a me. E quindi organizzai la cosa direttamente io, e mi feci dare il numero di telefono di Ornella (così si chiamava la ladra di mariti).
“Ciao, ascolta. Tu non mi conosci, io sono la moglie di Stefano, e credo che sia il caso che noi due ci confrontassimo”.
“Ti sbagli, noi due ci conosciamo”.
“In effetti hai una voce che non mi è nuova” dissi, perché in effetti era così, ma proprio non riuscivo a ricordare dove l’avevo già sentita. “Ma non conosco nessuna Ornella”.
“Il fatto è che prima avevo un altro nome”.
“Senti, non mi interessa la storia della tua vita. Volevo soltanto invitarti a cena qui da noi. Voglio conoscerti, voglio vedere come sei fatta”.
Ornella accettò e quindi organizzai la cena. C’era anche Giuliano, perché scherzosamente aveva detto che non se lo sarebbe perso per nessuna ragione al mondo lo spettacolo di due donne che se le danno di santa ragione. E allora io gli avevo risposto che non avrebbe assistito a nessuna rissa, ma soltanto ad un pacato confronto.
E poi ovviamente c’era anche Stefano, perché era lui il responsabile di tutta quella faccenda. E Ornella arrivò a casa nostra alle nove di sera come stabilito, e sulla tavola del soggiorno era già tutto pronto, quindi non dovevamo fare altro che sederci a mangiare, e discutere di ciò che stava accadendo. E quindi andai ad aprire la porta e quando la vidi rimasi piuttosto perplessa. Non era una ragazzina di vent’anni come avevo pensato. Si sa che gli uomini arrivati ad una certa età vanno alla ricerca di carne giovane, e invece Ornella era una nostra coetanea. Era una donna molto elegante e con un notevole fascino. Indossava un vestito da sera molto costoso che avevo visto in una boutique del centro, dove solo i veri ricchi potevano metterci piedi, per cui era evidente che Ornella godeva anche di un certo benessere economico.
Devo dire che anche io avevo tirato fuori un vestito piuttosto costoso, ma il mio era più corto, e poi era nero e aderiva al mio corpo mettendo in risalto le mie abbondanti forme, e poi come al solito aveva uno scollo davvero notevole in cui le tette riuscivano a stare dentro per miracolo. E infatti ogni tanto mi uscivano fuori e mi toccava risistemarle dentro. Il mio intento era quello che sfidarla, di farle capire che mio marito non aveva bisogno di altre donne, perché io avevo tanta roba con cui farlo giocare.
Feci accomodare Ornella in casa e le presentai Giuliano, il quale iniziò a guardarla in modo insistente, perché proprio come me ebbe l’impressione di trovarsi di fronte ad una donna che aveva già visto da qualche parte. Erano gli occhi, quegli occhi verdi come diamanti, era difficile trovarne così. In ogni modo iniziammo a cenare, e la tensione si tagliava col coltello, e nessuno diceva niente se non alcuni sporadici commenti sulle pietanze che avevo preparato. Se pensavo al fatto che quella donna che mi era seduta di fronte si era scopata mio marito mi veniva voglia di mettermi a urlare.
Poi ad un certo punto Giuliano capì il motivo per cui il viso di Ornella gli sembrava così familiare. Disse con un certo orgoglio che lui difficilmente dimenticava la fisionomia del viso di certe persone.
“Ma certo!” esultò. “Sei una delle cinque sorelle del migliore amico di Stefano, quello che tutti prendevano in giro perché era un po' effeminato”.
“Ti sbagli” rispose Ornella. “Sono io l’amico effeminato”.
Cazzo, non potevo crederci; Stefano era andato a letto con un’altra donna e mi aveva messo le corna. Ero così furiosa che entrai in camera da letto e chiusi la porta sbattendola, e Giuliano che era nel dormiveglia ebbe un sussulto, spalancò gli occhi e iniziò a fissarmi mentre in modo nervoso camminavo su e giù nella stanza, e dicevo ad alta voce che non potevo crederci. Poi mi tolsi la camicia da notte di organza e mi misi davanti allo specchio, e mi guardai per un po' in cerca di qualche smagliatura di troppo, o di qualche imperfezione dovuta all’età che potesse aver spinto Stefano a cercare una donna più bella di me.
“Cosa ho che non va?” mi domandai ad alta voce. “Mi sembra che nonostante gli anni abbia mantenuto un corpo decisamente attraente. Chi può averci tette più belle delle mie?” me le afferrai con entrambe le mani e ci giocherellai un po' premendole una contro l’altra e poi scuotendole energicamente. Quel tradimento mi offendeva nel profondo dell’animo, e iniziai a sentirmi brutta perché sapevo che lì fuori c’era una donna più bella di me con cui Stefano faceva l’amore. Ma cosa poteva avere di più rispetto a me? Chissà, magari era una ragazzina di vent’anni, con la pelle fresca come una rosa, con un corpo da modella e una figa che aveva fatto soltanto pochi chilometri. La mia invece era bella consumata. D’altronde ne aveva fatta di strada in più di quarant’anni.
Avvicinai due dita alla mia patatona e l’allargai, e poi mi girai verso Giuliano e gli chiesi se le sembrava molto slabbrata.
“Ma che dici, Sabri?” mi domandò divertito.
“Dai, rispondimi. Come ti sembra? Slabbrata, sfondata, sventrata. Che impressione ti fa?”.
“Sabri, è normale che non è più quella di quando eri ragazza. Ti rendi conto di cosa ha passato? Da lì sono usciti i tuoi figli, per non parlare poi di tutti gli uomini che ci sono entrati. Quindi è del tutto normale che non è più quella di vent’anni fa. Ma perché vuoi sapere cosa penso della tua patatona?”.
“Perché Stefano mi ha messo le corna con un’altra donna, e allora volevo capire il motivo per cui l’ha fatto”.
“Sabri, stai facendo un casino inutilmente. Il tradimento è una cosa che può capitare, non bisogna farne una tragedia”.
“No, non lo accetto” sbottai. “Non posso accettare il fatto che un’altra donna si prenda mio marito”.
E così il giorno dopo presi una decisione; avrei preteso da Stefano di conoscere la donna con cui era andato a letto. Lui in principio fece un po' di storie, dicendomi che non era il caso, e allora io lo misi alle strette. Gli dissi che se voleva tornare nel mio letto allora doveva farmela conoscere. Volevo capire cosa aveva di più rispetto a me. E quindi organizzai la cosa direttamente io, e mi feci dare il numero di telefono di Ornella (così si chiamava la ladra di mariti).
“Ciao, ascolta. Tu non mi conosci, io sono la moglie di Stefano, e credo che sia il caso che noi due ci confrontassimo”.
“Ti sbagli, noi due ci conosciamo”.
“In effetti hai una voce che non mi è nuova” dissi, perché in effetti era così, ma proprio non riuscivo a ricordare dove l’avevo già sentita. “Ma non conosco nessuna Ornella”.
“Il fatto è che prima avevo un altro nome”.
“Senti, non mi interessa la storia della tua vita. Volevo soltanto invitarti a cena qui da noi. Voglio conoscerti, voglio vedere come sei fatta”.
Ornella accettò e quindi organizzai la cena. C’era anche Giuliano, perché scherzosamente aveva detto che non se lo sarebbe perso per nessuna ragione al mondo lo spettacolo di due donne che se le danno di santa ragione. E allora io gli avevo risposto che non avrebbe assistito a nessuna rissa, ma soltanto ad un pacato confronto.
E poi ovviamente c’era anche Stefano, perché era lui il responsabile di tutta quella faccenda. E Ornella arrivò a casa nostra alle nove di sera come stabilito, e sulla tavola del soggiorno era già tutto pronto, quindi non dovevamo fare altro che sederci a mangiare, e discutere di ciò che stava accadendo. E quindi andai ad aprire la porta e quando la vidi rimasi piuttosto perplessa. Non era una ragazzina di vent’anni come avevo pensato. Si sa che gli uomini arrivati ad una certa età vanno alla ricerca di carne giovane, e invece Ornella era una nostra coetanea. Era una donna molto elegante e con un notevole fascino. Indossava un vestito da sera molto costoso che avevo visto in una boutique del centro, dove solo i veri ricchi potevano metterci piedi, per cui era evidente che Ornella godeva anche di un certo benessere economico.
Devo dire che anche io avevo tirato fuori un vestito piuttosto costoso, ma il mio era più corto, e poi era nero e aderiva al mio corpo mettendo in risalto le mie abbondanti forme, e poi come al solito aveva uno scollo davvero notevole in cui le tette riuscivano a stare dentro per miracolo. E infatti ogni tanto mi uscivano fuori e mi toccava risistemarle dentro. Il mio intento era quello che sfidarla, di farle capire che mio marito non aveva bisogno di altre donne, perché io avevo tanta roba con cui farlo giocare.
Feci accomodare Ornella in casa e le presentai Giuliano, il quale iniziò a guardarla in modo insistente, perché proprio come me ebbe l’impressione di trovarsi di fronte ad una donna che aveva già visto da qualche parte. Erano gli occhi, quegli occhi verdi come diamanti, era difficile trovarne così. In ogni modo iniziammo a cenare, e la tensione si tagliava col coltello, e nessuno diceva niente se non alcuni sporadici commenti sulle pietanze che avevo preparato. Se pensavo al fatto che quella donna che mi era seduta di fronte si era scopata mio marito mi veniva voglia di mettermi a urlare.
Poi ad un certo punto Giuliano capì il motivo per cui il viso di Ornella gli sembrava così familiare. Disse con un certo orgoglio che lui difficilmente dimenticava la fisionomia del viso di certe persone.
“Ma certo!” esultò. “Sei una delle cinque sorelle del migliore amico di Stefano, quello che tutti prendevano in giro perché era un po' effeminato”.
“Ti sbagli” rispose Ornella. “Sono io l’amico effeminato”.
giovedì 28 marzo 2019
Tu cosa faresti
al posto mio?
(in foto: Ava Addams, Super Busty Roommate Fucked, Bangbros.com)
[postato da Stefano]
Il giorno dopo ero a lavoro al ristorante e Ornella venne a cercarmi e a portarmi le cose che avevo lasciato a casa sua, quindi i vestiti, l’i-phone e le chiavi della macchina. Fu molto imbarazzante rivederla dopo quello che era successo, e mi disse che era molto dispiaciuta. Quando le sorelle le avevano detto quello che era accaduto lei aveva fatto una sfuriata e le aveva mandate via in malo modo. Erano sempre state molto protettive con lei, ma quella volta l’avevano fatta grossa, si erano comportate da vere stronze. Tra Ornella e le sue sorelle c’era sempre stata molta solidarietà; mi raccontò che una di loro, Sandra per la precisione, era l’unica che si era sposata, e che poi il matrimonio era finito perché il marito era un violento, e quando le sorelle avevano saputo quella storia erano andate a casa di Sandra e lo avevano gonfiato di botte, facendogli passare la voglia una volta per tutte di fare il gradasso.
“Mi sento molto in colpa” mi disse. “Potrai mai perdonarmi?”.
Ornella non aveva nulla da farsi perdonare, d’altronde comprendevo benissimo le preoccupazioni delle sue sorelle; io ero un uomo sposato, per cui la mia presenza in casa della loro sorella transgender era piuttosto ambigua. Anzi, ero stato fortunato che non mi avevano riempito di botte. Però io ancora dovevo capire quali erano le mie intenzioni. Cosa avrei dovuto fare? Lasciare Sabrina e andare a vivere con lei? Oppure continuare a vivere quella relazione clandestinamente?
“Tu che faresti al posto mio?” le chiesi.
“Io non sono e non voglio essere una sfascia famiglie, però al posto tuo cercherei di assecondare il cuore” rispose. “La vita è troppo breve, e non ne vale la pena viverla in modo infelice”.
Quando ritornai a casa trovai mia moglie Sabrina che stava cavalcando furiosamente Giuliano in camera da letto. La mia presenza non li fece di certo desistere; ormai era una consuetudine il fatto di ritornare a casa e beccarli mentre lo facevano. E a me stava più che bene, a patto che mi venisse concesso di poter guardare. E loro mi permettevano di farlo molto volentieri, perché eccitava sia loro che me. Eccitava Sabrina in quanto perdeva proprio il senno quando io, l’uomo che l’aveva portata all’altare, la guardava mentre si faceva sbattere da un altro uomo. E naturalmente eccitava me, che era bello poterla vedere godere davvero. E poi eccitava anche Giuliano, il quale trovava irresistibile l’idea di potersi fare Sabrina davanti a me.
Sabri mi sorrise e mi diede il bentornato, e nel frattempo andava su e giù sopra di lui, e le sue enormi tette molleggiavano in modo ipnotico, cozzando una contro l’altra, e ogni tanto Giuliano gliele afferrava e gliele strizzava, oppure le prendeva a schiaffi, e Sabrina lo trovava molto eccitante quando lo faceva. Come potevo abbandonare tutto questo, e iniziare una nuova vita con Ornella? Non aveva alcun senso. Io adoravo mia moglie, il suo modo di fare la puttana con gli altri uomini, e soprattutto con Giuliano. Adoravo il fatto che si era fatta mettere incinta da lui, e adoravo anche Giuliano, adoravo il suo modo di prendersi mia moglie, farla sua e renderla felice. Per non parlare delle sue copiose cumshot finali, quando le riempiva il viso con la sua sborra, e per me vedere Sabrina in quel modo, con tutto il suo sperma sul viso, era uno spettacolo sublime.
Certe volte avevo avuto anche dei dubbi sul fatto che lei mi amasse veramente; magari in realtà amava soltanto lui e non aveva il coraggio di dirmi che tra me e lei era finita. Però poi capivo, dal modo come mi guardava mentre scopava con Giuliano, che io per lei ero davvero importante. Quando mi guardava leggevo nei suoi occhi un amore sincero nei miei confronti, e farlo con lui mentre io guardavo per lei era una sorta di dimostrazione d’amore. Lo capivo benissimo, e allora scompariva ogni dubbio.
Quando ebbero finito di fare l’amore dissi a Sabrina che dovevo dirle una cosa, e allora lei capì che si trattava di un argomento che riguardava soltanto me e lei. Giuliano non c’entrava niente. E allora, con il viso ancora schizzato di sborra, si mise una vestaglia da notte addosso, la sua solita, quella di organza rosa che copriva ben poco perché praticamente le si vedeva tutto. E allora andammo in soggiorno e lei si mise a sedere sul divano e mi fece segno di mettermi accanto a lei. Ma il fatto che avesse ancora gli umori di Giuliano sul viso mi deconcentrava parecchio. Era bellissima, maggiormente con quella roba in faccia. E lei lo sapeva che la trovavo irresistibile in quel modo, per questo non l’aveva tolta.
“Ti è piaciuto?” mi chiese riferendosi alla sua recente performance.
“Cavolo Sabri, sei sempre più brava”.
“È tutto merito suo” si riferiva a Giuliano. “Quando sto con lui mi sento molto puttana, e allora potrei fare qualsiasi cosa”.
“Tesoro, devo confessarti una cosa”.
“Sei andato a letto con un’altra donna?” mi chiese guardandomi di traverso, ma lo fece più per gioco che altro, forse perché non mi credeva in grado di fare una cosa del genere, perché se lo avessi fatto sarei entrato in contrasto con la mia personalità da marito cuckold. Una cosa del genere se la sarebbe aspettata da Giuliano, di certo non da me. Eppure era proprio quello che era successo, e io non dissi niente, perché il mio silenzio le avrebbe fatto capire tutto. E infatti capì, chiuse gli occhi e abbassò la fronte, e con il polso cercò di portarsi via un po' di sperma dal viso, ma riuscì a toglierne soltanto un po'. “Dov’è finita la tua sincerità, Stefano?” mi chiese con un filo di voce. “Dove?”.
“Sabri, scusami se te lo dico, ma parli proprio tu che ogni volta che ritorno dal lavoro ti trovo a letto insieme a Giuliano”.
“Io sono sempre stata sincera con te!” urlò, era veramente imbufalita. “Hai sempre saputo che io ero follemente innamorata di lui, e il tatuaggio che ho dietro il collo ne è la dimostrazione” Sabri si riferiva al suo tatuaggio con l’iniziale del nome di Giuliano. “E hai deciso di sposarmi lo stesso. Anzi, ti eccitava sapere che nella mia vita c’era un altro uomo. A me invece non mi eccita per niente sapere che te la spassi con altre donne”.
A quel punto si alzò dal divano e se ne andò in camera, ma prima mi disse di non azzardarmi a seguirla.
“Stasera dormi nella camera degli ospiti. Non ti voglio nel mio letto”.
Il giorno dopo ero a lavoro al ristorante e Ornella venne a cercarmi e a portarmi le cose che avevo lasciato a casa sua, quindi i vestiti, l’i-phone e le chiavi della macchina. Fu molto imbarazzante rivederla dopo quello che era successo, e mi disse che era molto dispiaciuta. Quando le sorelle le avevano detto quello che era accaduto lei aveva fatto una sfuriata e le aveva mandate via in malo modo. Erano sempre state molto protettive con lei, ma quella volta l’avevano fatta grossa, si erano comportate da vere stronze. Tra Ornella e le sue sorelle c’era sempre stata molta solidarietà; mi raccontò che una di loro, Sandra per la precisione, era l’unica che si era sposata, e che poi il matrimonio era finito perché il marito era un violento, e quando le sorelle avevano saputo quella storia erano andate a casa di Sandra e lo avevano gonfiato di botte, facendogli passare la voglia una volta per tutte di fare il gradasso.
“Mi sento molto in colpa” mi disse. “Potrai mai perdonarmi?”.
Ornella non aveva nulla da farsi perdonare, d’altronde comprendevo benissimo le preoccupazioni delle sue sorelle; io ero un uomo sposato, per cui la mia presenza in casa della loro sorella transgender era piuttosto ambigua. Anzi, ero stato fortunato che non mi avevano riempito di botte. Però io ancora dovevo capire quali erano le mie intenzioni. Cosa avrei dovuto fare? Lasciare Sabrina e andare a vivere con lei? Oppure continuare a vivere quella relazione clandestinamente?
“Tu che faresti al posto mio?” le chiesi.
“Io non sono e non voglio essere una sfascia famiglie, però al posto tuo cercherei di assecondare il cuore” rispose. “La vita è troppo breve, e non ne vale la pena viverla in modo infelice”.
Quando ritornai a casa trovai mia moglie Sabrina che stava cavalcando furiosamente Giuliano in camera da letto. La mia presenza non li fece di certo desistere; ormai era una consuetudine il fatto di ritornare a casa e beccarli mentre lo facevano. E a me stava più che bene, a patto che mi venisse concesso di poter guardare. E loro mi permettevano di farlo molto volentieri, perché eccitava sia loro che me. Eccitava Sabrina in quanto perdeva proprio il senno quando io, l’uomo che l’aveva portata all’altare, la guardava mentre si faceva sbattere da un altro uomo. E naturalmente eccitava me, che era bello poterla vedere godere davvero. E poi eccitava anche Giuliano, il quale trovava irresistibile l’idea di potersi fare Sabrina davanti a me.
Sabri mi sorrise e mi diede il bentornato, e nel frattempo andava su e giù sopra di lui, e le sue enormi tette molleggiavano in modo ipnotico, cozzando una contro l’altra, e ogni tanto Giuliano gliele afferrava e gliele strizzava, oppure le prendeva a schiaffi, e Sabrina lo trovava molto eccitante quando lo faceva. Come potevo abbandonare tutto questo, e iniziare una nuova vita con Ornella? Non aveva alcun senso. Io adoravo mia moglie, il suo modo di fare la puttana con gli altri uomini, e soprattutto con Giuliano. Adoravo il fatto che si era fatta mettere incinta da lui, e adoravo anche Giuliano, adoravo il suo modo di prendersi mia moglie, farla sua e renderla felice. Per non parlare delle sue copiose cumshot finali, quando le riempiva il viso con la sua sborra, e per me vedere Sabrina in quel modo, con tutto il suo sperma sul viso, era uno spettacolo sublime.
Certe volte avevo avuto anche dei dubbi sul fatto che lei mi amasse veramente; magari in realtà amava soltanto lui e non aveva il coraggio di dirmi che tra me e lei era finita. Però poi capivo, dal modo come mi guardava mentre scopava con Giuliano, che io per lei ero davvero importante. Quando mi guardava leggevo nei suoi occhi un amore sincero nei miei confronti, e farlo con lui mentre io guardavo per lei era una sorta di dimostrazione d’amore. Lo capivo benissimo, e allora scompariva ogni dubbio.
Quando ebbero finito di fare l’amore dissi a Sabrina che dovevo dirle una cosa, e allora lei capì che si trattava di un argomento che riguardava soltanto me e lei. Giuliano non c’entrava niente. E allora, con il viso ancora schizzato di sborra, si mise una vestaglia da notte addosso, la sua solita, quella di organza rosa che copriva ben poco perché praticamente le si vedeva tutto. E allora andammo in soggiorno e lei si mise a sedere sul divano e mi fece segno di mettermi accanto a lei. Ma il fatto che avesse ancora gli umori di Giuliano sul viso mi deconcentrava parecchio. Era bellissima, maggiormente con quella roba in faccia. E lei lo sapeva che la trovavo irresistibile in quel modo, per questo non l’aveva tolta.
“Ti è piaciuto?” mi chiese riferendosi alla sua recente performance.
“Cavolo Sabri, sei sempre più brava”.
“È tutto merito suo” si riferiva a Giuliano. “Quando sto con lui mi sento molto puttana, e allora potrei fare qualsiasi cosa”.
“Tesoro, devo confessarti una cosa”.
“Sei andato a letto con un’altra donna?” mi chiese guardandomi di traverso, ma lo fece più per gioco che altro, forse perché non mi credeva in grado di fare una cosa del genere, perché se lo avessi fatto sarei entrato in contrasto con la mia personalità da marito cuckold. Una cosa del genere se la sarebbe aspettata da Giuliano, di certo non da me. Eppure era proprio quello che era successo, e io non dissi niente, perché il mio silenzio le avrebbe fatto capire tutto. E infatti capì, chiuse gli occhi e abbassò la fronte, e con il polso cercò di portarsi via un po' di sperma dal viso, ma riuscì a toglierne soltanto un po'. “Dov’è finita la tua sincerità, Stefano?” mi chiese con un filo di voce. “Dove?”.
“Sabri, scusami se te lo dico, ma parli proprio tu che ogni volta che ritorno dal lavoro ti trovo a letto insieme a Giuliano”.
“Io sono sempre stata sincera con te!” urlò, era veramente imbufalita. “Hai sempre saputo che io ero follemente innamorata di lui, e il tatuaggio che ho dietro il collo ne è la dimostrazione” Sabri si riferiva al suo tatuaggio con l’iniziale del nome di Giuliano. “E hai deciso di sposarmi lo stesso. Anzi, ti eccitava sapere che nella mia vita c’era un altro uomo. A me invece non mi eccita per niente sapere che te la spassi con altre donne”.
A quel punto si alzò dal divano e se ne andò in camera, ma prima mi disse di non azzardarmi a seguirla.
“Stasera dormi nella camera degli ospiti. Non ti voglio nel mio letto”.
martedì 5 febbraio 2019
Ne voglio ancora.
Creampie mattutino.
(in foto: Eva Notty, This Is That It Sounds Like, Brazzers.com)
[postato da Sabri]
Alle sette del mattino mi svegliai. Franco dormiva accanto a me. Eravamo entrambi nudi, e non potetti fare a meno di ammirare il suo corpo da maschio dominante. La sua potenza mi aveva sempre fatto perdere la testa, e questo era un fatto che non avevo mai nascosto a Stefano. Mio marito sapeva benissimo che non sapevo dire di no a Franco, che soltanto pensare a lui mi bastava per farmi eccitare.
Iniziai ad accarezzarlo, dapprima i muscoli delle braccia e poi il petto e quindi iniziai a scendere giù verso l’inguine fino a trovare la sua verga gigante, a cui bastò un mio leggero sfregamento delle dita per indurirsi. Diventò di pietra in pochi istanti, ma lui ancora dormiva. E allora lo presi in mano con decisione e avvicinai il viso per contemplarlo come si fa per un’opera d’arte. Perché era questo che rappresentava per me: un’opera di inestimabile valore. Anche il cazzo del papà della mia Moana era fantastico, ma quello potevo averlo tutti i giorni. Franco invece lo vedevo raramente, e quindi era questo a renderlo speciale.
Non me ne voglia mio marito Stefano, ma il suo era sì molto bello, ma non era niente in confronto a quello di Giuliano e a quello di Franco. Chiedo perdono per la mia schiettezza, ma era proprio quello che stavo pensando in quel momento, mentre reggevo quell’enorme pezzo di carne che si trovava tra le gambe di Franco. E ad un certo punto avvicinai la lingua alle palle e iniziai a percorrerlo in tutta la sua interezza, fin sopra al glande che accolsi nella bocca. Iniziai a succhiarlo e a fare dei mulinelli con la lingua e a quel punto lui si svegliò e mi sorrise.
“Che c’è? Ne vuoi ancora?”.
“Sì” risposi.
“Che ingorda che sei”.
Così Franco mi ingroppò un’altra volta, facendomi mettere a quattro zampe sul letto, e lui si mise dietro, con le gambe ricurve sopra di me e piantandomi di nuovo il cazzo prima in figa e poi in culo, tenendomi per i fianchi e affondando dentro con dei colpi secchi, facendolo entrare fino alle palle. E ogni tanto mi chiedeva cosa ero, e allora io gli dicevo quello che lui voleva sentirmi dire: “sono la tua vacca”. E lui insisteva, mi chiedeva cosa intendessi dire, e allora io dovevo completare la mia affermazione: “sono la tua vacca da monta”. E a quel punto mi dava una bella sculacciata d’approvazione, perché lo avevo reso felice nel dire quella cosa.
Alla fine Franco concluse quest’ingroppata mattutina con una copiosa creampie anale, e io mi accasciai sul letto. Ero esausta e sentivo il suo sperma fuoriuscirmi lentamente dal buco del culo. Lui mi disse che sarebbe andato a fare la doccia, e mi invitò ad andare con lui. Ma io gli dissi che non ne avevo la forza. Perché chiaramente quell’invito nascondeva ben altro; voleva scoparmi anche sotto la doccia. Ma al momento ero stremata per potergli dire di sì. Avevo il condotto anale in fiamme, se fossi andata con lui me l’avrebbe polverizzato a forza di penetrarmelo. Così lo lasciai andare da solo, e io rimasi a pancia in giù sul letto, con le gambe e le braccia aperte e il fiatone come se avessi corso per chilometri e chilometri senza mai riposarmi. Poi ad un certo punto sentii la voce di mio figlio Rocco che mi chiamava, e allora tirai il lenzuolo del letto e cercai di coprirmi. Non lo so perché lo feci, forse perché non volevo che mi vedesse in quello stato, e cioè col culo grondante dello sperma di Franco. Se fossi stata soltanto nuda e basta non avrei cercato di nascondermi; d’altronde mio figlio mi aveva vista nuda centinaia di volte. Però quella mattina, il fatto di avere il condotto anale fradicio di sborra, mi fece sentire in dovere di farlo.
“Dimmi tesoro, hai bisogno di qualcosa?” gli chiesi. Lui era sulla porta e mi guardava, anche se la penombra della camera da letto non gli permetteva di vedermi chiaramente. Comunque percepivo un certo imbarazzo da parte sua, anche se a dirla tutta anche io non mi sentivo molto a mio agio. Era evidente che lui sapeva cosa avevo fatto con Franco, e forse era questo che lo imbarazzava.
“Mamma, non credi che dovremmo rimetterci in viaggio?” mi chiese.
Rocco aveva ragione. Da quando ero entrata in casa di Franco avevo perso del tutto l’orientamento. Non riuscivo più a rendermi conto il motivo per cui eravamo lì. E pensai al fatto che avevo calcolato tutto fin dal principio, prima ancora di cominciare la nostra vacanza, quando per scegliere la direzione avevamo deciso di fare testa o croce con la monetina, e quindi stabilire se andare al sud o andare al nord. E quando era uscito il sud mi era venuto una specie di brivido di eccitazione, e subito avevo pensato a Franco. Avevo pensato egoisticamente che andare al sud mi avrebbe dato l’occasione di incontrarlo, e farci l’amore, e godere del suo enorme cazzo. E quindi, in gran segreto, avevo cominciato a messaggiarmi con lui, per stabilire l’ora e il luogo in cui sarebbe avvenuto il nostro incontro, anche se Rocco non sapeva nulla. Ma dentro di me avevo già pianificato tutto.
“Hai ragione amore mio, sono stata molto egoista. Fin’ora non ho pensato che a soddisfare soltanto me stessa. Questa doveva essere la nostra vacanza e io invece l’ho fatta diventare una cosa tutta mia. Potrai mai perdonarmi?”.
“Se questa sosta a casa di Franco ti ha reso felice, allora è tutto ok”.
“Oh sì, mi ha reso davvero molto felice. Però adesso è meglio rimettersi in viaggio. Soltanto io e te e nessun altro, amore mio”.
Così salutai Franco, il quale mi scongiurò quasi in ginocchio di fermarmi almeno un’altra notte. Soltanto una e basta. Ma io, anche se ne avrei avuta molta voglia, gli dissi che non era il caso. Non era questo il motivo per cui ero lì. La ragione di quella vacanza era perché volevo passare del tempo con mio figlio, e non per farmi polverizzare il buco del culo.
Iniziai ad accarezzarlo, dapprima i muscoli delle braccia e poi il petto e quindi iniziai a scendere giù verso l’inguine fino a trovare la sua verga gigante, a cui bastò un mio leggero sfregamento delle dita per indurirsi. Diventò di pietra in pochi istanti, ma lui ancora dormiva. E allora lo presi in mano con decisione e avvicinai il viso per contemplarlo come si fa per un’opera d’arte. Perché era questo che rappresentava per me: un’opera di inestimabile valore. Anche il cazzo del papà della mia Moana era fantastico, ma quello potevo averlo tutti i giorni. Franco invece lo vedevo raramente, e quindi era questo a renderlo speciale.
Non me ne voglia mio marito Stefano, ma il suo era sì molto bello, ma non era niente in confronto a quello di Giuliano e a quello di Franco. Chiedo perdono per la mia schiettezza, ma era proprio quello che stavo pensando in quel momento, mentre reggevo quell’enorme pezzo di carne che si trovava tra le gambe di Franco. E ad un certo punto avvicinai la lingua alle palle e iniziai a percorrerlo in tutta la sua interezza, fin sopra al glande che accolsi nella bocca. Iniziai a succhiarlo e a fare dei mulinelli con la lingua e a quel punto lui si svegliò e mi sorrise.
“Che c’è? Ne vuoi ancora?”.
“Sì” risposi.
“Che ingorda che sei”.
Così Franco mi ingroppò un’altra volta, facendomi mettere a quattro zampe sul letto, e lui si mise dietro, con le gambe ricurve sopra di me e piantandomi di nuovo il cazzo prima in figa e poi in culo, tenendomi per i fianchi e affondando dentro con dei colpi secchi, facendolo entrare fino alle palle. E ogni tanto mi chiedeva cosa ero, e allora io gli dicevo quello che lui voleva sentirmi dire: “sono la tua vacca”. E lui insisteva, mi chiedeva cosa intendessi dire, e allora io dovevo completare la mia affermazione: “sono la tua vacca da monta”. E a quel punto mi dava una bella sculacciata d’approvazione, perché lo avevo reso felice nel dire quella cosa.
Alla fine Franco concluse quest’ingroppata mattutina con una copiosa creampie anale, e io mi accasciai sul letto. Ero esausta e sentivo il suo sperma fuoriuscirmi lentamente dal buco del culo. Lui mi disse che sarebbe andato a fare la doccia, e mi invitò ad andare con lui. Ma io gli dissi che non ne avevo la forza. Perché chiaramente quell’invito nascondeva ben altro; voleva scoparmi anche sotto la doccia. Ma al momento ero stremata per potergli dire di sì. Avevo il condotto anale in fiamme, se fossi andata con lui me l’avrebbe polverizzato a forza di penetrarmelo. Così lo lasciai andare da solo, e io rimasi a pancia in giù sul letto, con le gambe e le braccia aperte e il fiatone come se avessi corso per chilometri e chilometri senza mai riposarmi. Poi ad un certo punto sentii la voce di mio figlio Rocco che mi chiamava, e allora tirai il lenzuolo del letto e cercai di coprirmi. Non lo so perché lo feci, forse perché non volevo che mi vedesse in quello stato, e cioè col culo grondante dello sperma di Franco. Se fossi stata soltanto nuda e basta non avrei cercato di nascondermi; d’altronde mio figlio mi aveva vista nuda centinaia di volte. Però quella mattina, il fatto di avere il condotto anale fradicio di sborra, mi fece sentire in dovere di farlo.
“Dimmi tesoro, hai bisogno di qualcosa?” gli chiesi. Lui era sulla porta e mi guardava, anche se la penombra della camera da letto non gli permetteva di vedermi chiaramente. Comunque percepivo un certo imbarazzo da parte sua, anche se a dirla tutta anche io non mi sentivo molto a mio agio. Era evidente che lui sapeva cosa avevo fatto con Franco, e forse era questo che lo imbarazzava.
“Mamma, non credi che dovremmo rimetterci in viaggio?” mi chiese.
Rocco aveva ragione. Da quando ero entrata in casa di Franco avevo perso del tutto l’orientamento. Non riuscivo più a rendermi conto il motivo per cui eravamo lì. E pensai al fatto che avevo calcolato tutto fin dal principio, prima ancora di cominciare la nostra vacanza, quando per scegliere la direzione avevamo deciso di fare testa o croce con la monetina, e quindi stabilire se andare al sud o andare al nord. E quando era uscito il sud mi era venuto una specie di brivido di eccitazione, e subito avevo pensato a Franco. Avevo pensato egoisticamente che andare al sud mi avrebbe dato l’occasione di incontrarlo, e farci l’amore, e godere del suo enorme cazzo. E quindi, in gran segreto, avevo cominciato a messaggiarmi con lui, per stabilire l’ora e il luogo in cui sarebbe avvenuto il nostro incontro, anche se Rocco non sapeva nulla. Ma dentro di me avevo già pianificato tutto.
“Hai ragione amore mio, sono stata molto egoista. Fin’ora non ho pensato che a soddisfare soltanto me stessa. Questa doveva essere la nostra vacanza e io invece l’ho fatta diventare una cosa tutta mia. Potrai mai perdonarmi?”.
“Se questa sosta a casa di Franco ti ha reso felice, allora è tutto ok”.
“Oh sì, mi ha reso davvero molto felice. Però adesso è meglio rimettersi in viaggio. Soltanto io e te e nessun altro, amore mio”.
Così salutai Franco, il quale mi scongiurò quasi in ginocchio di fermarmi almeno un’altra notte. Soltanto una e basta. Ma io, anche se ne avrei avuta molta voglia, gli dissi che non era il caso. Non era questo il motivo per cui ero lì. La ragione di quella vacanza era perché volevo passare del tempo con mio figlio, e non per farmi polverizzare il buco del culo.
martedì 15 gennaio 2019
giovedì 27 dicembre 2018
martedì 25 dicembre 2018
sabato 22 dicembre 2018
Una giornata incredibilmente
impegnativa.
(in foto: Cherry Kiss, Jealousy 4, SexArt.com)
[postato da Moana]
Con Berni mi sentivo a posto con la coscienza. Non sentivo nessun rimorso, perché quello che stavo facendo era qualcosa dettato non tanto dal cuore quanto dal corpo. Come del resto tutte le volte che lo avevo tradito, lo avevo sempre fatto soltanto con il corpo. Ero fatta così; ogni tanto sentivo la necessità di darmi via anche ad altri uomini. Per molto tempo avevo cercato di sopprimere questa mia necessità, e avevo cercato di essere una fidanzata fedele, ma adesso con Pisellino era diverso. Ero ritornata ad essere quella di una volta, una ragazza incline a tradire il proprio uomo. Ma tanto sapevo che era soltanto una fase passeggera; quando Pisellino sarebbe andato via, io sarei ritornata ad essere la fidanzata fedele (ma porca) di Berni. Per questo mi sentivo a posto con la coscienza. Non era un vero e proprio tradimento, piuttosto me la stavo soltanto spassando insieme ad un amico. Tra un paio di giorni tutto sarebbe tornato come prima, come se Pisellino non ci fosse mai stato.
In ogni modo, dopo la chiavata al Bed & Breakfast con Pisellino (che forse dovrei chiamare Pisellone), siamo andati a visitare il palazzo reale che caratterizzava la mia città e che la rendeva famosa in tutto il mondo. La caratteristica principale del palazzo non era soltanto l’edificio barocco dove una volta alloggiava il re, piuttosto il parco in cui si trovava, un giardino infinito impreziosito da statue e fontane che incantavano i turisti con i loro sorprendenti giochi d’acqua.
Era un giorno infrasettimanale, per cui non c’era quasi nessuno, e le poche persone che c’erano si disperdevano data la vastità del parco. E lungo la nostra passeggiata, giunti in prossimità di una zona dove la vegetazione era particolarmente fitta, iniziammo a porcheggiare. Pisellino mi prese un braccio e mi tirò a se e mi mise la lingua in bocca, e sentii la sua erezione premuta contro di me.
Non gli fu difficile penetrarmi; lo fece uscire dai pantaloni e me lo puntò contro il tessuto del mio perizoma, fremeva per entrare, e così ne scostai un lembo e lo accolsi dentro. A quel punto mi sollevò con entrambe le braccia tenendomi a mezz’aria e io avvolsi le gambe intorno ai suoi fianchi, e lui tenendomi le mani sulle natiche iniziò a farmi andare su e giù sul suo palo. Era semplicemente divino. Il re delle posizioni rocambolesche. E io praticamente non potevo fare niente, dovevo solo lasciare fare a lui. Ma dopo qualche minuto fummo costretti a fermarci, perché stava arrivando qualcuno, turisti probabilmente. Allora mi rimise giù e cercammo un altro posto dove continuare quello che avevamo iniziato.
Passò più di un’ora prima di riuscire a raggiungere il piacere, perché ogni volta che ci imboscavamo arrivava sempre qualcuno, e di conseguenza eravamo continuamente costretti a fermarci e a ricominciare da qualche altra parte.
Come potete facilmente immaginare fu una giornata piena di emozioni, e la sera tornai a casa distrutta e non vedevo l’ora di andarmene a letto. C’avevo la figa in fiamme per quante volte avevo fatto l’amore con Pisellino. E appena rientrai a casa trovai Berni seduto sul divano del soggiorno che stava guardando un film di fantascienza. Povero Berni, neppure poteva immaginare quanto lo avevo cornificato quel giorno. Ero proprio una fidanzata terribile.
“Ciao tesoro, sono a casa” dissi mentre percorrevo il corridoio d’ingresso.
“Ciao amore” mi rispose senza voltarsi, ma continuando a guardare la tivù. “Dove sei stata?”.
“Sono andata in giro con un amico” almeno ero stata onesta, perché era quello che avevo fatto. Ero stata in giro con un amico, ma avevo omesso la parte più importante, e cioè che l’amico in questione mi aveva montata più e più volte. E Berni si girò a guardarmi, e mi vide vestita in quel modo, cioè come una puttana da strada. Per incontrare Pisellino infatti avevo deciso di indossare qualcosa di molto porco. E, per chi non avesse letto i post precedenti, ero anche stata multata per atti osceni in luogo pubblico, perché un vigile urbano mi aveva scambiata per una puttana. Nonostante il mio tentativo di spiegargli che non ero affatto una puttana, mi ero beccata una bella multa di trecento euro.
“Ma come sei vestita?” mi chiese Berni.
“Ah guarda, non ti ci mettere anche tu!” sbottai. “Mi è già bastata una multa per atti osceni in luogo pubblico. Un vigile credeva che fossi una puttana, ma ti rendi conto?”.
“Beh, vestita in quel modo…”.
“Cosa vorresti dire? Che sembro una puttana anche a te?” a quel punto persi la ragione. “Vuoi vedere che lo faccio davvero? Quanto ci vuoi scommettere che adesso vado sulla statale e mi vendo al primo che capita? E poi quando ha finito mi faccio ingroppare da un altro, e poi da un altro ancora, fino a domani mattina. Vuoi scommettere che lo faccio?”.
“Tesoro, calmati. Non intendevo dire questo. Ti chiedo scusa”.
“Ok, ok. No, scusami tu, è che sono molto stanca. Dov’è Cleopatra?”.
“Tua madre è venuta a prenderla. Stanotte dorme dai tuoi”.
A quel punto mi misi a sedere accanto a Berni a guardare il film insieme a lui, ma ben presto mi accorsi che le sue intenzioni erano altre. Non voleva guardare il film, voleva chiavarmi. Infatti iniziò a baciarmi il collo, e poi con una mano mi aprì lo scollo del top scoprendomi il seno, e a quel punto con la bocca iniziò a succhiarmi i capezzoli. Aveva voglia di fare l’amore, ma io no. Era arrapato come un toro, e me ne accorsi perché gli accarezzai il pacco e ce l’aveva di marmo. Il problema era che io non c’avevo voglia, perché come vi dicevo prima avevo la figa in fiamme per tutte le volte che avevo fatto l’amore con Pisellino. Ma non mi andava di dirgli di no; già gli avevo messo le corna, poverino, adesso ci mancava pure che gli negavo una sborrata.
Con Berni mi sentivo a posto con la coscienza. Non sentivo nessun rimorso, perché quello che stavo facendo era qualcosa dettato non tanto dal cuore quanto dal corpo. Come del resto tutte le volte che lo avevo tradito, lo avevo sempre fatto soltanto con il corpo. Ero fatta così; ogni tanto sentivo la necessità di darmi via anche ad altri uomini. Per molto tempo avevo cercato di sopprimere questa mia necessità, e avevo cercato di essere una fidanzata fedele, ma adesso con Pisellino era diverso. Ero ritornata ad essere quella di una volta, una ragazza incline a tradire il proprio uomo. Ma tanto sapevo che era soltanto una fase passeggera; quando Pisellino sarebbe andato via, io sarei ritornata ad essere la fidanzata fedele (ma porca) di Berni. Per questo mi sentivo a posto con la coscienza. Non era un vero e proprio tradimento, piuttosto me la stavo soltanto spassando insieme ad un amico. Tra un paio di giorni tutto sarebbe tornato come prima, come se Pisellino non ci fosse mai stato.
In ogni modo, dopo la chiavata al Bed & Breakfast con Pisellino (che forse dovrei chiamare Pisellone), siamo andati a visitare il palazzo reale che caratterizzava la mia città e che la rendeva famosa in tutto il mondo. La caratteristica principale del palazzo non era soltanto l’edificio barocco dove una volta alloggiava il re, piuttosto il parco in cui si trovava, un giardino infinito impreziosito da statue e fontane che incantavano i turisti con i loro sorprendenti giochi d’acqua.
Era un giorno infrasettimanale, per cui non c’era quasi nessuno, e le poche persone che c’erano si disperdevano data la vastità del parco. E lungo la nostra passeggiata, giunti in prossimità di una zona dove la vegetazione era particolarmente fitta, iniziammo a porcheggiare. Pisellino mi prese un braccio e mi tirò a se e mi mise la lingua in bocca, e sentii la sua erezione premuta contro di me.
Non gli fu difficile penetrarmi; lo fece uscire dai pantaloni e me lo puntò contro il tessuto del mio perizoma, fremeva per entrare, e così ne scostai un lembo e lo accolsi dentro. A quel punto mi sollevò con entrambe le braccia tenendomi a mezz’aria e io avvolsi le gambe intorno ai suoi fianchi, e lui tenendomi le mani sulle natiche iniziò a farmi andare su e giù sul suo palo. Era semplicemente divino. Il re delle posizioni rocambolesche. E io praticamente non potevo fare niente, dovevo solo lasciare fare a lui. Ma dopo qualche minuto fummo costretti a fermarci, perché stava arrivando qualcuno, turisti probabilmente. Allora mi rimise giù e cercammo un altro posto dove continuare quello che avevamo iniziato.
Passò più di un’ora prima di riuscire a raggiungere il piacere, perché ogni volta che ci imboscavamo arrivava sempre qualcuno, e di conseguenza eravamo continuamente costretti a fermarci e a ricominciare da qualche altra parte.
Come potete facilmente immaginare fu una giornata piena di emozioni, e la sera tornai a casa distrutta e non vedevo l’ora di andarmene a letto. C’avevo la figa in fiamme per quante volte avevo fatto l’amore con Pisellino. E appena rientrai a casa trovai Berni seduto sul divano del soggiorno che stava guardando un film di fantascienza. Povero Berni, neppure poteva immaginare quanto lo avevo cornificato quel giorno. Ero proprio una fidanzata terribile.
“Ciao tesoro, sono a casa” dissi mentre percorrevo il corridoio d’ingresso.
“Ciao amore” mi rispose senza voltarsi, ma continuando a guardare la tivù. “Dove sei stata?”.
“Sono andata in giro con un amico” almeno ero stata onesta, perché era quello che avevo fatto. Ero stata in giro con un amico, ma avevo omesso la parte più importante, e cioè che l’amico in questione mi aveva montata più e più volte. E Berni si girò a guardarmi, e mi vide vestita in quel modo, cioè come una puttana da strada. Per incontrare Pisellino infatti avevo deciso di indossare qualcosa di molto porco. E, per chi non avesse letto i post precedenti, ero anche stata multata per atti osceni in luogo pubblico, perché un vigile urbano mi aveva scambiata per una puttana. Nonostante il mio tentativo di spiegargli che non ero affatto una puttana, mi ero beccata una bella multa di trecento euro.
“Ma come sei vestita?” mi chiese Berni.
“Ah guarda, non ti ci mettere anche tu!” sbottai. “Mi è già bastata una multa per atti osceni in luogo pubblico. Un vigile credeva che fossi una puttana, ma ti rendi conto?”.
“Beh, vestita in quel modo…”.
“Cosa vorresti dire? Che sembro una puttana anche a te?” a quel punto persi la ragione. “Vuoi vedere che lo faccio davvero? Quanto ci vuoi scommettere che adesso vado sulla statale e mi vendo al primo che capita? E poi quando ha finito mi faccio ingroppare da un altro, e poi da un altro ancora, fino a domani mattina. Vuoi scommettere che lo faccio?”.
“Tesoro, calmati. Non intendevo dire questo. Ti chiedo scusa”.
“Ok, ok. No, scusami tu, è che sono molto stanca. Dov’è Cleopatra?”.
“Tua madre è venuta a prenderla. Stanotte dorme dai tuoi”.
A quel punto mi misi a sedere accanto a Berni a guardare il film insieme a lui, ma ben presto mi accorsi che le sue intenzioni erano altre. Non voleva guardare il film, voleva chiavarmi. Infatti iniziò a baciarmi il collo, e poi con una mano mi aprì lo scollo del top scoprendomi il seno, e a quel punto con la bocca iniziò a succhiarmi i capezzoli. Aveva voglia di fare l’amore, ma io no. Era arrapato come un toro, e me ne accorsi perché gli accarezzai il pacco e ce l’aveva di marmo. Il problema era che io non c’avevo voglia, perché come vi dicevo prima avevo la figa in fiamme per tutte le volte che avevo fatto l’amore con Pisellino. Ma non mi andava di dirgli di no; già gli avevo messo le corna, poverino, adesso ci mancava pure che gli negavo una sborrata.
giovedì 20 dicembre 2018
Altro che Pisellino...
... Pisellone!
(in foto: Carolina Sweets, Anyone Home?, EroticaX.com)
[postato da Moana]
Pisellino era notevolmente cambiato. Non l’avrei mai riconosciuto se non fosse stato per lui. Era bello, atletico, ed era… sposato. Sì, Pisellino aveva la fede al dito, ma questo non era un problema. D’altronde anche io ero già impegnata. Questo non faceva che aumentare l’eccitazione, perché rendeva quella storia ancora più stimolante. Se le sue intenzioni erano quelle di farsi una scopata extraconiugale non avrei esitato ad aprirgli le gambe e a lasciarlo entrare, perché sentivo che era quello che volevo anche io.
Ma cosa mi stava accadendo? Era ormai da parecchio tempo che non tradivo Berni, e adesso ero ritornata a farlo. Anche se obiettivamente ancora non avevo fatto nulla, ma le mie intenzioni erano quelle. Ero pronta a farlo per non so quale ragione. Era come una specie di cosa che sentivo dentro; era il mio corpo che me lo chiedeva, i miei buchi, e io non sapevo dirgli di no. Non avevo mai saputo dirgli di no. Berni doveva farsene una ragione.
Pisellino aveva prenotato una camera in un bed and breakfast che stava fuori dal centro. Lo accompagnai perché mi disse che doveva fare il check-in e poi voleva disfarsi della sua pesante valigia da viaggio. E una volta giunti al B&B cominciò la nostra avventura. Mi lasciai montare come se fosse del tutto normale, come se fosse quello il reale motivo della sua visita, e non visitare la città. Erano passati circa trenta minuti dal suo arrivo e già eravamo a letto insieme, nudi uno sopra l’altro, con il suo membro affondato nella mia vagina, e lui che mi chiavava come un professionista, in modo rocambolesco, mettendomi in certe posizioni davvero assurde. Tipo la posizione del battipalo, con me che giacevo sulla schiena e le gambe sollevate, e lui con le gambe ricurve sopra di me che mi penetrava. Oppure la posizione del toro seduto, con lui seduto sul letto e io sdraiata davanti a lui e con le gambe sulle sue spalle.
Cazzo se era bravo! Ci sapeva fare. E poi dovetti ricredermi sul nomignolo che gli avevamo appioppato da bambini. Altro che Pisellino! Non appena lo aveva tirato fuori ero rimasta incredibilmente sorpresa: “Wow!” avevo esclamato. E chi l’avrebbe mai detto. Piccoli pisellini crescono. E lui, che aveva dovuto subire le miei angherie da bulletta, adesso finalmente poteva vendicarsi facendo di me ciò che voleva, e quindi mettendomi nelle posizioni più impensabili, alcune delle quali particolarmente imbarazzanti, ma non per questo meno piacevoli delle posizioni “classiche”. E alla fine eseguì anche una copiosa cumshot, inondandomi il viso senza ritegno.
Era venuto per me, non per visitare la città. Il suo obiettivo era chiavarmi. E ci era riuscito. E non era finita lì. La monta del Bed & Breakfast era soltanto una delle tante monte che sarebbero avvenute in quei giorni. E dopo aver fatto l’amore ci acquietammo sul letto; mi aveva fatto venire tre volte e quindi ero quasi priva di forze, ma allegra e soddisfatta.
Vidi la fede nuziale che portava al dito e gli domandai di lei. Ero curiosa di sapere com’era la sua donna, e lui mi disse che era un cervellone; era un’ingegnere aerospaziale laureata col massimo dei voti, con un contratto di lavoro all’estero, perché naturalmente in Italia con un titolo del genere ci fai poco. E allora gli chiesi se aveva una fotografia di lei, e Pisellino disse di sì, ne aveva alcune sull’i-phone. E allora me la fece vedere; era bella, molto delicata, la classica donna da sposare. Io invece no, io ero la classica donna da fottere, non da sposare. E infatti non ero sposata. Berni ancora non me l’aveva chiesto.
Lei aveva i capelli crespi, castani, e portava gli occhiali con una montatura nera, un po' come quelli che portavo io, un po' vintage ma sempre molto apprezzati. Era davvero molto bella, e Pisellino mi disse che era molto brava a fare l’amore, anche se lo facevano molto poco, perché lei era sempre impegnata con il lavoro. Forse era per questo che aveva deciso di venire da me; perché di solito quando gli uomini non si sentono soddisfatti sessualmente vanno a cercarsi altri buchi.
Adele, mi disse Pisellino, era molto brava a fare i pompini, ma ancora non ne voleva sapere di dargli il condotto anale. Questa affermazione mi fece capire che presto lo avrebbe chiesto a me, e io di certo non gliel’avrei negato. D’altronde ormai lo sapete quanto mi piace il sesso anale, per cui sarei stata molto felice di dargli il buco del culo.
“E tu?” mi chiese Pisellino. “Al telefono mi hai detto che sei ancora single”.
“Ti ho detto una bugia” non aveva più senso mentire, dal momento che lui mi aveva detto tutta la verità sulla sua vita matrimoniale.
“E perché lo hai fatto?”.
“Non lo so, forse perché avevo voglia di farmi una scopata con te. Sono fidanzata. Lui si chiama Berni, e abbiamo anche una bellissima bambina”.
“E perché hai deciso di venire a letto con me? Forse lui non ti soddisfa più?”.
“No, non è questo. È semplicemente che non so resistere alle tentazioni”.
Gli chiesi di parlarmi ancora di sua moglie Adele. Gli chiesi per esempio se faceva anche con lei l’amore come lo aveva fatto con me, cioè in quelle posizioni incredibili, come la posizione del battipalo e quella del toro seduto. E lui mi rispose di sì, che Adele adorava essere presa in quel modo, soprattutto nella posizione del battipalo. Doveva essere una donna molto porca, nonostante il suo aspetto da prima della classe. Perché era questa la prima cosa che avevo pensato di lei quando avevo visto la fotografia. Ma nutrivo per lei una certa simpatia, anche se non la conoscevo neppure, infatti un po' mi dispiaceva per averla appena resa cornuta.
Pisellino era notevolmente cambiato. Non l’avrei mai riconosciuto se non fosse stato per lui. Era bello, atletico, ed era… sposato. Sì, Pisellino aveva la fede al dito, ma questo non era un problema. D’altronde anche io ero già impegnata. Questo non faceva che aumentare l’eccitazione, perché rendeva quella storia ancora più stimolante. Se le sue intenzioni erano quelle di farsi una scopata extraconiugale non avrei esitato ad aprirgli le gambe e a lasciarlo entrare, perché sentivo che era quello che volevo anche io.
Ma cosa mi stava accadendo? Era ormai da parecchio tempo che non tradivo Berni, e adesso ero ritornata a farlo. Anche se obiettivamente ancora non avevo fatto nulla, ma le mie intenzioni erano quelle. Ero pronta a farlo per non so quale ragione. Era come una specie di cosa che sentivo dentro; era il mio corpo che me lo chiedeva, i miei buchi, e io non sapevo dirgli di no. Non avevo mai saputo dirgli di no. Berni doveva farsene una ragione.
Pisellino aveva prenotato una camera in un bed and breakfast che stava fuori dal centro. Lo accompagnai perché mi disse che doveva fare il check-in e poi voleva disfarsi della sua pesante valigia da viaggio. E una volta giunti al B&B cominciò la nostra avventura. Mi lasciai montare come se fosse del tutto normale, come se fosse quello il reale motivo della sua visita, e non visitare la città. Erano passati circa trenta minuti dal suo arrivo e già eravamo a letto insieme, nudi uno sopra l’altro, con il suo membro affondato nella mia vagina, e lui che mi chiavava come un professionista, in modo rocambolesco, mettendomi in certe posizioni davvero assurde. Tipo la posizione del battipalo, con me che giacevo sulla schiena e le gambe sollevate, e lui con le gambe ricurve sopra di me che mi penetrava. Oppure la posizione del toro seduto, con lui seduto sul letto e io sdraiata davanti a lui e con le gambe sulle sue spalle.
Cazzo se era bravo! Ci sapeva fare. E poi dovetti ricredermi sul nomignolo che gli avevamo appioppato da bambini. Altro che Pisellino! Non appena lo aveva tirato fuori ero rimasta incredibilmente sorpresa: “Wow!” avevo esclamato. E chi l’avrebbe mai detto. Piccoli pisellini crescono. E lui, che aveva dovuto subire le miei angherie da bulletta, adesso finalmente poteva vendicarsi facendo di me ciò che voleva, e quindi mettendomi nelle posizioni più impensabili, alcune delle quali particolarmente imbarazzanti, ma non per questo meno piacevoli delle posizioni “classiche”. E alla fine eseguì anche una copiosa cumshot, inondandomi il viso senza ritegno.
Era venuto per me, non per visitare la città. Il suo obiettivo era chiavarmi. E ci era riuscito. E non era finita lì. La monta del Bed & Breakfast era soltanto una delle tante monte che sarebbero avvenute in quei giorni. E dopo aver fatto l’amore ci acquietammo sul letto; mi aveva fatto venire tre volte e quindi ero quasi priva di forze, ma allegra e soddisfatta.
Vidi la fede nuziale che portava al dito e gli domandai di lei. Ero curiosa di sapere com’era la sua donna, e lui mi disse che era un cervellone; era un’ingegnere aerospaziale laureata col massimo dei voti, con un contratto di lavoro all’estero, perché naturalmente in Italia con un titolo del genere ci fai poco. E allora gli chiesi se aveva una fotografia di lei, e Pisellino disse di sì, ne aveva alcune sull’i-phone. E allora me la fece vedere; era bella, molto delicata, la classica donna da sposare. Io invece no, io ero la classica donna da fottere, non da sposare. E infatti non ero sposata. Berni ancora non me l’aveva chiesto.
Lei aveva i capelli crespi, castani, e portava gli occhiali con una montatura nera, un po' come quelli che portavo io, un po' vintage ma sempre molto apprezzati. Era davvero molto bella, e Pisellino mi disse che era molto brava a fare l’amore, anche se lo facevano molto poco, perché lei era sempre impegnata con il lavoro. Forse era per questo che aveva deciso di venire da me; perché di solito quando gli uomini non si sentono soddisfatti sessualmente vanno a cercarsi altri buchi.
Adele, mi disse Pisellino, era molto brava a fare i pompini, ma ancora non ne voleva sapere di dargli il condotto anale. Questa affermazione mi fece capire che presto lo avrebbe chiesto a me, e io di certo non gliel’avrei negato. D’altronde ormai lo sapete quanto mi piace il sesso anale, per cui sarei stata molto felice di dargli il buco del culo.
“E tu?” mi chiese Pisellino. “Al telefono mi hai detto che sei ancora single”.
“Ti ho detto una bugia” non aveva più senso mentire, dal momento che lui mi aveva detto tutta la verità sulla sua vita matrimoniale.
“E perché lo hai fatto?”.
“Non lo so, forse perché avevo voglia di farmi una scopata con te. Sono fidanzata. Lui si chiama Berni, e abbiamo anche una bellissima bambina”.
“E perché hai deciso di venire a letto con me? Forse lui non ti soddisfa più?”.
“No, non è questo. È semplicemente che non so resistere alle tentazioni”.
Gli chiesi di parlarmi ancora di sua moglie Adele. Gli chiesi per esempio se faceva anche con lei l’amore come lo aveva fatto con me, cioè in quelle posizioni incredibili, come la posizione del battipalo e quella del toro seduto. E lui mi rispose di sì, che Adele adorava essere presa in quel modo, soprattutto nella posizione del battipalo. Doveva essere una donna molto porca, nonostante il suo aspetto da prima della classe. Perché era questa la prima cosa che avevo pensato di lei quando avevo visto la fotografia. Ma nutrivo per lei una certa simpatia, anche se non la conoscevo neppure, infatti un po' mi dispiaceva per averla appena resa cornuta.
sabato 15 dicembre 2018
Pisellino's Revenge.
Piccoli pisellini crescono.
(in foto: Cadence Lux, Sharing My Husband, NewSensations.com)
[postato da Moana]
Il giorno dopo la cena a casa di Romualdo ritornai al negozio. Cercai di non pensare a quello che avevo visto la notte precedente, e cioè il sex-tape di mia cognata. D’altronde non era una faccenda che mi riguardava. Sinceramente non ci volevo entrare in quella storia, perché non mi sembrava una cosa molto pulita.
In ogni modo alle dieci del mattino venne a trovarmi mio padre (non il mio papà biologico, ma quello da cui ero stata cresciuta, papà Stefano). Era passato a salutarmi prima di andare a lavoro e questo mi faceva molto piacere. Adoravo i miei due papà, per cui ogni volta che mi venivano a trovare in negozio per me era una vera festa.
Andai a prendere un caffè insieme a lui, e lungo il tragitto mi fece notare che tutti si giravano a guardarmi, perché quel giorno, mi disse, ero più bella del solito. Ero bella, mi disse, come una diva del porno. Le lusinghe del mio papà mi facevano sempre perdere la testa; ogni volta che mi diceva che ero bella come una diva del porno io mi sentivo al settimo cielo. Me lo diceva spesso, forse proprio perché sapeva che mi faceva piacere sentirmelo dire, e poi anche perché lo pensava veramente.
In effetti devo dire che quel giorno ero più porca del solito, forse grazie al fatto che indossavo dei leggings di pelle che mettevano in risalto le forme del mio culo (che ho sempre considerato il mio pezzo forte). Erano così aderenti che si vedeva la forma del perizoma che avevo sotto. Quindi è naturale che gli uomini si giravano a guardarmi.
“Con un culo così gli uomini li mandi al manicomio” mi disse.
“Grazie papino!” esultai abbracciandolo. Per questo lo adoravo, perché mi faceva sentire speciale. Si vedeva chiaramente che era innamorato di me. Non fraintendetemi, era innamorato come un padre, non come uno che voleva montarmi.
Durante il caffè mi raccontò che quella mattina aveva ricevuto una richiesta di amicizia davvero inaspettata su facebook. Io odiavo facebook, semplicemente perché le persone lo utilizzavano a sproposito, come del resto tutti gli altri social network. Li utilizzavano come strumenti con cui appagare il proprio esibizionismo; perché alla fine siamo tutti un po' esibizionisti. E poi c’erano quelli che lo utilizzavano per sfogare la propria rabbia e le proprie frustrazioni, buttando merda sugli altri. Insomma, era un mondo malato che io disdegnavo profondamente.
“Dovresti smetterla di utilizzare facebook” gli dissi.
“Lo so come la pensi a tal proposito, ma lascia che ti dica chi è che mi ha contattato. Ti ricordi quando tu e Rocco eravate bambini, e io e vostra madre vi abbiamo portati al campeggio naturista per due anni di seguito?”.
“Sì, certo che lo ricordo”.
“Ebbene, mi ha contattato uno dei tuoi amichetti con cui eri solita intrattenerti”.
“Chi?”.
“Quello che tu chiamavi Pisellino”.
Pisellino! Quanto tempo. E comunque non ero soltanto io a chiamarlo in quel modo, ma erano un po' tutti i ragazzi che c’erano al campeggio. Lo avevamo ribattezzato in quel modo perché aveva un pene più piccolo della media, e quindi tutti quanti lo sfottevano in quel modo: pisellino. Cioè, a dirla tutta il suo pene era normale, è soltanto che si sa come sono i ragazzini; quando prendono di mira il più debole del branco poi ci si accaniscono fino a ridicolizzarlo del tutto. È bullismo, lo so. E io devo riconoscere che da bambina mi comportavo un po' da bulletta. Non vado molto fiera di questo, però è così. Anche io mi divertivo a prendere in giro Pisellino, ridendo di lui insieme agli altri.
A distanza di tanti anni sentivo di aver fatto la cosa sbagliata, eppure quando si è piccoli a queste cose non si pensa.
“Accidenti, Pisellino! Quanti ricordi” dissi.
“Povero ragazzo” rispose mio padre. “Era lo zimbello di tutti”.
“E che ci vuoi fare? I bambini sanno essere davvero crudeli. Mi farebbe molto piacere rivederlo, anche se mi sembra assai improbabile, dal momento che abita a Milano”.
“Beh, se vuoi quando lo becco su facebook gli do il tuo numero, così magari potete sentirvi”.
“Sì, è una buona idea”.
Pensavo che la cosa sarebbe morta lì, perché in fin dei conti per quale motivo Pisellino avrebbe dovuto chiamarmi? Cosa potevamo mai dirci a distanza di tutti quegli anni? E che interesse poteva avere a contattarmi, dal momento che ero stata tra le fila dei suoi aguzzini, che lo avevano ribattezzato spietatamente in quel modo?
E invece dovetti ricredermi; il giorno dopo mi chiamò e restammo a telefono per circa mezz’ora, a raccontarci le nostre rispettive vite, e a ricordare di quelle estati trascorse al campeggio naturista. Gli dissi che mi dispiaceva per avergli appioppato quel nomignolo, ma lui mi rispose di non preoccuparmi, perché era acqua passata.
“Sai, pensavo di venire lì da te per qualche giorno. Ho sempre desiderato vedere il vostro palazzo reale, e siccome ho delle ferie accumulate ho deciso di sfruttarle in questo modo”.
Pisellino si riferiva al palazzo reale che c’era nel nostro comune, una struttura di rilevanza storica che ci rendeva famosi in tutto il mondo.
“Dai, sono davvero contenta se vieni. Muoio dalla voglia di vedere come sei diventato. L’ultima volta che ci siamo visti eravamo dei bambini, e probabilmente adesso farò perfino fatica a riconoscerti”.
“Ok, allora è deciso. Parto domani”.
Non so per quale motivo, ma avevo come l’impressione che la sua visita avrebbe cambiato qualcosa. E inoltre sentivo di non doverlo dire a Berni. Ma per quale motivo? Che c’era di sconveniente ad incontrare un vecchio amico? Eppure sapevo che stavo per fare qualcosa di scorretto. Era una sensazione.
Il giorno dopo la cena a casa di Romualdo ritornai al negozio. Cercai di non pensare a quello che avevo visto la notte precedente, e cioè il sex-tape di mia cognata. D’altronde non era una faccenda che mi riguardava. Sinceramente non ci volevo entrare in quella storia, perché non mi sembrava una cosa molto pulita.
In ogni modo alle dieci del mattino venne a trovarmi mio padre (non il mio papà biologico, ma quello da cui ero stata cresciuta, papà Stefano). Era passato a salutarmi prima di andare a lavoro e questo mi faceva molto piacere. Adoravo i miei due papà, per cui ogni volta che mi venivano a trovare in negozio per me era una vera festa.
Andai a prendere un caffè insieme a lui, e lungo il tragitto mi fece notare che tutti si giravano a guardarmi, perché quel giorno, mi disse, ero più bella del solito. Ero bella, mi disse, come una diva del porno. Le lusinghe del mio papà mi facevano sempre perdere la testa; ogni volta che mi diceva che ero bella come una diva del porno io mi sentivo al settimo cielo. Me lo diceva spesso, forse proprio perché sapeva che mi faceva piacere sentirmelo dire, e poi anche perché lo pensava veramente.
In effetti devo dire che quel giorno ero più porca del solito, forse grazie al fatto che indossavo dei leggings di pelle che mettevano in risalto le forme del mio culo (che ho sempre considerato il mio pezzo forte). Erano così aderenti che si vedeva la forma del perizoma che avevo sotto. Quindi è naturale che gli uomini si giravano a guardarmi.
“Con un culo così gli uomini li mandi al manicomio” mi disse.
“Grazie papino!” esultai abbracciandolo. Per questo lo adoravo, perché mi faceva sentire speciale. Si vedeva chiaramente che era innamorato di me. Non fraintendetemi, era innamorato come un padre, non come uno che voleva montarmi.
Durante il caffè mi raccontò che quella mattina aveva ricevuto una richiesta di amicizia davvero inaspettata su facebook. Io odiavo facebook, semplicemente perché le persone lo utilizzavano a sproposito, come del resto tutti gli altri social network. Li utilizzavano come strumenti con cui appagare il proprio esibizionismo; perché alla fine siamo tutti un po' esibizionisti. E poi c’erano quelli che lo utilizzavano per sfogare la propria rabbia e le proprie frustrazioni, buttando merda sugli altri. Insomma, era un mondo malato che io disdegnavo profondamente.
“Dovresti smetterla di utilizzare facebook” gli dissi.
“Lo so come la pensi a tal proposito, ma lascia che ti dica chi è che mi ha contattato. Ti ricordi quando tu e Rocco eravate bambini, e io e vostra madre vi abbiamo portati al campeggio naturista per due anni di seguito?”.
“Sì, certo che lo ricordo”.
“Ebbene, mi ha contattato uno dei tuoi amichetti con cui eri solita intrattenerti”.
“Chi?”.
“Quello che tu chiamavi Pisellino”.
Pisellino! Quanto tempo. E comunque non ero soltanto io a chiamarlo in quel modo, ma erano un po' tutti i ragazzi che c’erano al campeggio. Lo avevamo ribattezzato in quel modo perché aveva un pene più piccolo della media, e quindi tutti quanti lo sfottevano in quel modo: pisellino. Cioè, a dirla tutta il suo pene era normale, è soltanto che si sa come sono i ragazzini; quando prendono di mira il più debole del branco poi ci si accaniscono fino a ridicolizzarlo del tutto. È bullismo, lo so. E io devo riconoscere che da bambina mi comportavo un po' da bulletta. Non vado molto fiera di questo, però è così. Anche io mi divertivo a prendere in giro Pisellino, ridendo di lui insieme agli altri.
A distanza di tanti anni sentivo di aver fatto la cosa sbagliata, eppure quando si è piccoli a queste cose non si pensa.
“Accidenti, Pisellino! Quanti ricordi” dissi.
“Povero ragazzo” rispose mio padre. “Era lo zimbello di tutti”.
“E che ci vuoi fare? I bambini sanno essere davvero crudeli. Mi farebbe molto piacere rivederlo, anche se mi sembra assai improbabile, dal momento che abita a Milano”.
“Beh, se vuoi quando lo becco su facebook gli do il tuo numero, così magari potete sentirvi”.
“Sì, è una buona idea”.
Pensavo che la cosa sarebbe morta lì, perché in fin dei conti per quale motivo Pisellino avrebbe dovuto chiamarmi? Cosa potevamo mai dirci a distanza di tutti quegli anni? E che interesse poteva avere a contattarmi, dal momento che ero stata tra le fila dei suoi aguzzini, che lo avevano ribattezzato spietatamente in quel modo?
E invece dovetti ricredermi; il giorno dopo mi chiamò e restammo a telefono per circa mezz’ora, a raccontarci le nostre rispettive vite, e a ricordare di quelle estati trascorse al campeggio naturista. Gli dissi che mi dispiaceva per avergli appioppato quel nomignolo, ma lui mi rispose di non preoccuparmi, perché era acqua passata.
“Sai, pensavo di venire lì da te per qualche giorno. Ho sempre desiderato vedere il vostro palazzo reale, e siccome ho delle ferie accumulate ho deciso di sfruttarle in questo modo”.
Pisellino si riferiva al palazzo reale che c’era nel nostro comune, una struttura di rilevanza storica che ci rendeva famosi in tutto il mondo.
“Dai, sono davvero contenta se vieni. Muoio dalla voglia di vedere come sei diventato. L’ultima volta che ci siamo visti eravamo dei bambini, e probabilmente adesso farò perfino fatica a riconoscerti”.
“Ok, allora è deciso. Parto domani”.
Non so per quale motivo, ma avevo come l’impressione che la sua visita avrebbe cambiato qualcosa. E inoltre sentivo di non doverlo dire a Berni. Ma per quale motivo? Che c’era di sconveniente ad incontrare un vecchio amico? Eppure sapevo che stavo per fare qualcosa di scorretto. Era una sensazione.
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