giovedì 13 ottobre 2016

Porto Uccello.


   Porto Uccello era una città turistica, con un mare eccezionale e una cinta muraria dentro la quale splendevano palazzi ottocenteschi, alberghi di lusso e locali di tutti i tipi. La vita era concentrata soprattutto sul lungomare, dove spesso Attraccavano gli yacht di personaggi dello spettacolo e dell’alta finanza. Già la vista di quelle barche era uno spettacolo di per se, perché sembravano astronavi spaziali, poi quando ti giravi dall’altra parte avevi lo spettacolo del panorama che formavano le case antiche, una volta appartenute ai nobili del luogo. In fin dei conti Porto Uccello non era una città molto grande, ma mia moglie poteva essere ovunque. Marica mi aveva detto che l’aveva vista bazzicare un bar che stava sul lungo mare, un bar che si chiamava Black Is Better. Quindi non mi restava che percorrere la banchina dove attraccavano le barche, guardando in direzione dei bar. Prima o poi lo avrei trovato. E così non persi tempo e mi misi in cammino. I primi bar erano molto chic; musica jazz di sottofondo, clienti tutti vestiti bene e il personale molto elegante. Non mi sembrava un ambiente adatto a Sabrina. Mia moglie non aveva mai sopportato il lusso sfrenato e soprattutto l’ostentazione del lusso. Ma più camminavo e più i bar mi sembravano tutti uguali. Forse Marica si era sbagliata, forse aveva visto una donna che assomigliava a Sabrina e l’aveva scambiata per lei. Ma come era possibile? Sabrina era unica. Non ce n’erano imitazioni. Eppure quei bar sembravano così diversi da lei.
   Camminai così tanto che alla fine i bar terminarono, e del Black Is Better nemmeno l’ombra. Possibile che Marica avesse mentito? E per quale motivo? Me ne stavo per ritornare indietro sconfortato quando ad un certo punto sentii una musica da lontano, un ritmo reggae coinvolgente che stonava terribilmente con tutto quel jazz dei bar. Mi guardai intorno, ma i locali del lungomare erano terminati. Da dove veniva quella musica? Da qualche yacht? No, non veniva dal mare, piuttosto sembrava venire dalla fine della strada. In effetti vidi qualcosa; i bar non erano ancora finiti. Ce n’era ancora un altro, laggiù, separato da tutti gli altri, diverso, la pecora nera dei bar del lungomare, tutti uguali, stessa musica, stessi colori, tranne lui. Era il Black Is Better. Te ne accorgevi subito che era diverso dagli altri, prima di tutto dalla musica: reggae, ska, dub, raggamuffin. Altra differenza erano le persone che lo frequentavano, non più gente chic con Rolex e vestiti da cerimonia, ma ragazzi di vent’ anni con rasta e abiti trasandati. La struttura stessa era diversa dagli altri bar, con un tetto spiovente fatto di canne di bambù, sedie e tavolini di vimini e bandiere della Jamaica dappertutto. A lavorarci c’erano solo neri, forse perché Black Is Better. Alcuni avevano i rasta, ma tutti avevano dei corpi da far invidia a ogni uomo. Dei veri stalloni da monta. Proprio il genere di uomini che faceva perdere la testa a Sabri, e quindi ero quasi certo che l’avrei trovata lì. Infatti mi avvicinai con passo veloce ma ad un certo punto mi fermai a guardare da lontano. Mia moglie era lì, dietro il bancone che preparava cocktail con una certa scioltezza, come se quello fosse il suo lavoro da sempre, e si intratteneva con i clienti, e sembrava divertirsi un casino. Spensierata, felice, come se avesse trovato la sua dimensione. Una dimensione però in cui non era contemplata la mia presenza. E proprio per questo motivo mi tenni alla larga.
   Sabrina indossava un vestito leggero a fiori, scollato ai limiti della decenza, tanto che le tette le uscivano sempre fuori, ma la sua preoccupazione principale non pareva quella di rimetterle dentro lo scollo. Piuttosto le lasciava fuori, alla mercè di tutti. Poi quando aveva le mani libere, che magari aveva appena finito di preparare un cocktail, allora se le rimetteva a posto. Non la vedevo così da molto tempo, era semplicemente felice di stare lì, di fare quel lavoro. Ma perché? Perché mia moglie si era messa a fare quel lavoro? Che bisogno aveva di mettersi a lavorare in un bar? Non credo che lo facesse per soldi. Non ne avevamo bisogno, d’altronde Sabrina era pur sempre la proprietaria di uno dei negozi di lingerie più conosciuti dalle nostre parti. Quindi cosa l’aveva spinta a mettersi dietro ad un bancone a mescolare alcolici e a vendere birre?
   Cosa fare? Potevo andare da lei e prenderle un braccio e trascinarla a casa. Ma conoscendo mia moglie mi avrebbe mollato un bello schiaffone, lì davanti a tutti, e c’avrei solo fatto la figura del fesso. No, dovevo andarci piano. Dovevo prima capire cosa stava succedendo. Intanto vidi uno dei barman, un toro da monta con una testa piena di rasta, avvicinarci a Sabrina. Le mise le mani sui fianchi e le avvicinò la bocca al collo
baciandola in modo appassionato. Sabri alzò la testa e chiuse gli occhi, quasi offrendosi completamente al toro, il quale con le mani raggiunse le sue tette palpandogliele energicamente.
   “Ma che fai?” domandò lei divertita. “Proprio qui, davanti a tutti?”.
   “Mi fai venire sempre voglia”.
   “Tesoro mio!” Sabrina si sciolse completamente a quelle parole. Era fatta così, quando un uomo le diceva quella cosa allora lei abbassava tutte le sue difese, e si concedeva completamente. Era come una formula magica in grado di renderla schiava dell’uomo che la pronunciava. Ma in effetti non era proprio il luogo adatto per mettersi a fare porcate, così Sabrina allontanò le mani del toro dalle sue tette. “Cerca di resistere. Dopo potrai avermi per tutto il tempo che vorrai”.
   Dopo? Cosa sarebbe successo dopo? Non mi restava che spiarli. Vidi comunque che Sabrina aveva atteggiamenti ambigui anche con gli altri barman. In tutto erano cinque, e con ognuno di loro sembrava esserci un certo rapporto che andava ben oltre la semplice amicizia. Ero molto confuso, ancora non mi era chiarissimo quello che stava succedendo. In ogni modo rimasi a spiarla per un paio d’ore, armato di santa pazienza e di una morbosa volontà di scoprire che storia c’era sotto. Mi accorsi che spiavo Sabrina non tanto per sapere cosa stava succedendo, ma quasi con un sentimento perverso, come il guardone che spia una coppietta che si appresta a fare qualcosa di porco. Allo stesso modo, proprio come un guardone, ero eccitato all’idea che a breve Sabrina sarebbe andata via con il barman-toro coi rasta, chissà dove, per farsi montare a dovere.
   Il guardone non sente il tempo che passa. La sua eccitazione è così alta che il tempo si annulla e vola via. E così fu per me. Passai delle ore a spiare mia moglie senza accorgermene, e alla fine la vidi andare via insieme al toro-rasta. Raggiunsero una moto, era sua, ci si misero sopra, Sabrina dietro con le braccia strette intorno alla vita di lui, e partirono. Per fortuna all’aeroporto avevo noleggiato una macchina, quindi non fu un problema stargli dietro, sempre mantenendo una certa distanza per non essere scoperto. Non potevo rischiare che si accorgessero che qualcuno li seguiva.
   Il rasta correva così veloce che il vento aveva fatto salire il vestitino di Sabri fino ai fianchi, facendola rimanere con il culo nudo in bella mostra, con le natiche separate soltanto dal sottile lembo di stoffa del perizoma. Io che li seguivo potevo godere di quello spettacolo, il culo di mia moglie era da competizione. Anzi, non c’era donna che poteva competere. Era un culo davvero speciale. Ed ero certo che a breve il rasta gliel’avrebbe montato, quel suo bel culo burroso.
   La strada che stavamo percorrendo era piuttosto isolata. Era una strada di campagna, con delle casette sparse e nient’altro. Ad un certo punto la moto iniziò a rallentare, e di conseguenza anche io. Li vidi entrare in un cancello di una villetta bassa con un giardino a malapena curato. Doveva essere la casa di lui, dove sicuramente a breve sarebbe avvenuta la monta. Fermai la macchina ad una certa distanza e proseguii a piedi per non destare sospetti. Raggiunsi la villetta. Sabri e il toro erano entrati. Non mi restava da fare che cercare il modo per spiarli senza farmi scoprire. Mi addentrai nel giardino incolto e con passo felpato raggiunsi una finestra; guardai dentro e li vidi. Stavano stravaccati su un divano, erano nudi, Sabrina con le gambe oscenamente aperte, lui seduto accanto a lei, con un cazzo non ancora in erezione, ma ragazzi, era enorme da far spavento. Stavano fumando una canna, dall’odore che sentivo sembrava erba, ma erba buona, non di quella allungata con l’ammoniaca. Erba coltivata in casa, di qualità, che stava avendo un certo effetto di piacevole rilassamento su mia moglie, e di grande eccitazione sul toro, il cui cazzo iniziò a ingigantirsi fino a prendere dimensioni inverosimili e spaventose. Ecco, ci siamo, mi dissi, sta per cominciare la monta.

Stefano.

martedì 11 ottobre 2016

Sabrina in ogni donna. 

(Micky Bells, Breasts Beyond Belief, Scoreland.com)


   La chiacchierata con Moana, nonostante fosse stata molto spinta, mi aveva fatto riflettere. Tenevo proprio tanto a Sabrina, e non potevo permettere che un altro uomo se la portasse via. Poteva anche starmi bene che avesse una tresca con qualcun’ altro, anzi, mi faceva piacere, ma l’idea che fosse innamorata di un altro uomo non mi piaceva per niente. E non era un altro uomo qualsiasi, ma Franco, un amico di vecchia data, e questo mi feriva ancora di più. Come poteva farmi questo? Appropriarsi completamente di mia moglie, non solo del suo corpo ma, cosa ancor più grave, del suo cuore. Dovevo fare qualcosa, reagire, e quindi preso da un raptus di rabbia presi il telefono e chiamai Franco. E mi sorprese non poco apprendere che mia moglie non era più con lui. 
   “Stefano, credimi, mi sento uno schifo per quello che ho fatto” era sinceramente dispiaciuto, questo era vero, lo sentivo dal tono della sua voce. “E ne ho parlato a Sabrina, le ho detto che quello che stava accadendo era una cosa sbagliata. A quel punto se ne è andata, e in verità credevo che fosse tornata da te”. 
   “No Franco, qui non c’è” risposi amareggiato. 
   “Sabrina è uno spirito libero. Vedrai che tornerà”. 
   “Sì ma adesso dov’è? E soprattutto con chi?”. 
   “Non lo so Ste, mi dispiace. Potrai mai perdonarmi?”. 
   “Certo Franco. Certo che ti perdono. D’altronde non hai nulla da rimproverarti. Hai Amato mia moglie come del resto hanno fatto molti uomini. Anzi, tu l’hai amata di più degli altri. L’hai amata con rispetto, e non come un buco da riempire. E di questo ti ringrazio”. 
   Ma diceva davvero la verità? Era vero il fatto che Sabrina se n’era andata senza lasciare tracce? E se invece mi aveva detto quella cosa soltanto per mettermi fuori strada? A me chi me lo diceva che mia moglie non era più lì con lui? In verità Franco mi era sembrato molto sincero. E poi mi fidavo della sua parola. Non avevo mai conosciuto una persona più onesta e leale di lui, quindi non c’era proprio alcun motivo di dubitare. Ma il problema rimaneva. Se lei non era con lui, allora dove era andata a finire? Provai anche a chiamare sul suo cellulare, ma era spento. 
   Il giorno dopo ricevetti una telefonata che non mi aspettavo davvero. Era Marica, la figlia di Franco, che praticamente era cresciuta con Moana, e tra lei e mia figlia c’era quasi un legame di sangue, quasi come due sorelle. Non sentivo Marica da molto tempo, e onestamente non mi aspettavo una sua telefonata. Mi disse che aveva origliato suo padre che parlava al telefono con me e che forse poteva aiutarmi. 
   “In che modo?” le chiesi. 
   “So dov’è zia Sabrina” chiamava così la madre di Moana, proprio perché pur non essendoci alcun grado di parentela tra noi e Franco, Marica comunque aveva sempre percepito questo legame di sangue con mia figlia. 
   “Ti prego Marica, non tenermi sulle spine. Dimmelo”. 
   “Porto Uccello. Bazzica in un bar del lungomare chiamato Black is Better”.
   Porto Uccello era una località turistica della Sicilia, frequentata principalmente da persone di un certo livello economico. Attraccavano molti yacht di lusso, e la sera la piccola cittadina poteva vantare una discreta vita notturna tra locali di ogni tipo. Chiesi a Marica come faceva a conoscere quell’informazione e lei mi rispose che ci andava spesso a Porto Uccello con gli amici, perché la sera c’erano spesso delle belle feste in riva al mare a ritmo di reggae. Marica, per chi non lo ricordasse, era una cantante raggamuffin con un discreto seguito, per cui conosceva bene i luoghi dove la vita notturna era molto intensa. E Porto Uccello era uno di questi. 
   Ringraziai Marica per l’informazione. Ma avevo ancora un dubbio nella testa, e cioè perché mi aveva telefonato? Perché aveva sentito il bisogno di avvertirmi di quella cosa? Provai a chiederglielo e lei mi disse che aveva intuito dalla chiacchierata che avevo avuto con suo padre che era una cosa seria, e che quella di mia moglie non era una semplice scappatella. 
   “Forse avrei dovuto farmi gli affari miei” disse, “e forse ho fatto male a dirtelo. Ma allo stesso tempo ho pensato che non era giusto farti soffrire così tanto. Voglio dire, sei suo marito, hai tutto il diritto di sapere lei dov’è e soprattutto se sta bene”. 
   “Grazie Marica, sei un angelo”. 
   “A proposito di angeli, fai gli auguri a quella zoccola di tua figlia da parte mia”. 
   “Per cosa?”. 
   “Per il film che sta girando”. 
   “Ah quindi lo sai. E sai anche che…?”. 
   “Sì sì, so benissimo che è un porno. Cosa credi? Io e Moana ci telefoniamo almeno tre volte a settimana”. 
   In effetti ero a conoscenza del fatto che si sentivano spesso, ma non credevo che le avesse raccontato anche del film. Ma di cosa mi stupivo? In fin dei conti non erano come sorelle? 
   Adesso toccava a me fare qualcosa. Sapevo dove cercare Sabrina, quindi non dovevo fare altro che andare a riprendermela. Ma davvero era questo quello che dovevo fare, oppure dovevo lasciarla libera di divertirsi, e semplicemente aspettare il suo ritorno? Come già vi ho detto in passato mia moglie ogni tanto sentiva il bisogno di essere riconquistata, quasi come se sentisse il bisogno di un’ulteriore prova d’amore da parte mia. Era già successo due volte in passato, e chissà che questo suo allontanamento non fosse proprio una richiesta da parte sua di una prova d’amore. 
   Ma dovevo prendere una decisione, e in fretta. Dovevo agire, qualsiasi uomo lo avrebbe fatto. E così mi precipitai in aeroporto e presi un biglietto per il primo aereo in partenza per la Sicilia. La mia voglia di riconquistare mia moglie era così forte che mi faceva vedere Sabrina in ogni donna. Prima in una prostituta in strada, con le sue tette prosperose, che percorreva una strada secondaria in cerca di clienti, notai una strepitosa somiglianza con Sabrina. Poi la rividi in una ragazza in aeroporto, che aspettava il suo volo, in compagnia del suo fidanzato, che se ne stava accoccolato con il viso sulle sue grosse tette. Guardai quella ragazza e anche in lei vidi mia moglie, e lei mi guardava, furbescamente, con un sorriso di complicità, quasi come se mi dicesse: sì, sono proprio io, tua moglie. Poi rividi Sabrina anche nella hostess che c’era in aereo, che si sbracciava nel darci le informazioni relative ad un eventuale atterraggio di emergenza. Allargò le braccia per indicarci le uscite e le sue maestose tette sembravano lì lì per farle esplodere la camicetta bianca, e nel frattempo mi guardava come mi guardava la ragazza in aeroporto, con quel mezzo sorriso di complicità, tipico della mia Sabrina quando si trovava in compagnia di un uomo con cui aveva voglia di fare l’amore. Cercai di addormentarmi. Era chiaro che avevo bisogno di riposo. Ma ad un certo punto mi svegliai, o almeno era quello che credevo, in verità dormivo ancora. In ogni modo vidi la hostess/Sabrina che accompagnava un uomo al bagno, un uomo dall’aspetto comune sulla cinquantina, il quale vidi che le palpò fugacemente il sedere, e lei guardò nella mia direzione facendomi l’occhiolino, come a dire: lo sai che non so resistere alle avventure con altri uomini. Poi la vidi entrare nella toilette insieme all’uomo. A quel punto mi svegliai per davvero. L’aereo era atterrato. Ero pronto per andare a riprendermi mia moglie.

Stefano.

domenica 9 ottobre 2016

venerdì 7 ottobre 2016

mercoledì 5 ottobre 2016

Il culo vergine di Loredana.


   Dove eravamo rimasti? Ah sì, mentre guidavo Loredana in camera da letto, tenendola per i polsi uniti dietro la schiena, mi chiedevo se il suo bel culone burroso fosse ancora vergine. La feci entrare nella stanza e la spinsi sul letto. La nostra camera da letto, mia e di Sabrina. Il suo grande ritratto fotografico a mezzo busto che stava sopra la testiera del letto ci guardava. Era una foto bellissima che le aveva scattato un nostro amico fotografo, in cui era ritratta con un corpetto in lattice in cui le tette erano così schiacciate dentro da sembrare ancora più grosse di quello che erano. Loredana si accorse che stavo guardando il ritratto.
   “Quella è tua moglie?” mi chiese.
   “Sì”.
   “Sembra proprio una zoccola”.
   Io intanto avevo cominciato a spogliarmi più in fretta possibile. C’avevo proprio tanta voglia di fare il culo a Loredana. Vergine o no, quella sera Loredana non sarebbe uscita dal mio appartamento se prima non mi dava quel suo culone burroso.
   “Tua moglie ha proprio delle belle tette” disse.
   “Sì, e ci sa fare anche delle ottime spagnole”.
   “Anche io so fare delle ottime spagnole”.
   “Ah sì? E allora fammi vedere. Fammi vedere se sei più brava di mia moglie” tirai giù gli slip liberando il mio cazzo duro e glielo piazzai proprio in mezzo alle tette. Lei allora se lo mise in mezzo e poi ci schiacciò i suoi seni contro. Non era molto esperta, rispetto a Sabrina era davvero una principiante. Per mia moglie fare le spagnole era una cosa davvero naturale. Loredana, nonostante la buona volontà, non poteva assolutamente competere con lei.
   “Ti sta piacendo?” mi chiese.
   “Mia moglie è più brava”.
   “Ah sì?” a quel punto Loredana smise di segarmi con le tette e incrociò le braccia mettendomi il broncio. “E allora fattele fare da lei le spagnole”.
   “Non te la prendere, è solo che lei ha più esperienza. Sapessi quanti uomini ha fatto godere con le tette”.
   “È proprio una gran maiala”.
   “Eh sì. Adesso perché non ti metti a quattro zampe sul letto e non mi fai entrare dentro i tuoi bei buchetti?”.
   A quel punto lei girò su se stessa dandomi il culo e si mise a quattro zampe e io le mollai una bella sculacciata sul sedere e lei ebbe un sussulto di piacere. Le piacevano proprio tanto le sculacciate. Mi posizionai subito dietro di lei, presi il cazzo dalla base e lo indirizzai direttamente verso il suo orifizio anale. Ma non appena lo sfiorai lei scattò in avanti quasi terrorizzata da quello che stavo per fare.
   “No no no no, nel culo no” disse. “Ficcamelo dove ti pare, ma nel buco del culo no”.
   “E dai” mi accasciai su di lei a baciargli teneramente un orecchio e nel frattempo stricavo il cazzo in mezzo alle sue natiche. “Lasciami entrare nel tuo culetto. Cosa ti costa?”.
   “No, è una cosa che mi fa schifo” rispose. “E poi sono ancora vergine lì”.
   “Mia moglie non avrebbe fatto tutte queste storie”.
   “Tua moglie è una zoccola, probabilmente è abituata a dare via il culo a chiunque”.
   “Dai, faccio piano. Vedrai, ti piacerà”.
   “E va bene. Ficcami sto cazzo dentro e facciamola finita”.
   Con le mani afferrai saldamente le sue belle chiappone e gliele allargai, puntai di nuovo il cazzo contro il buco del culo e mi feci strada dentro. Ma ragazzi, quanto era stretto! Ad ogni movimento che facevo lei cacciava un urlo.
   “Piano! Cazzo quanto fa male!”.
   Mi ricordai all’improvviso che nel cassetto del comodino di Sabrina c’era una confezione di lubrificante. Lo presi e lo spalmai ben bene sull’orifizio anale di Loredana e poi sul mio cazzo. A quel punto non ebbe problemi a entrare. La presi per i fianchi e me la inculai alla grande e lei cominciò a prenderci gusto. Ogni tanto la sculacciavo, perché ormai sapevo che era una cosa che le piaceva. Andammo avanti per cinque minuti, poi non ce la feci più e lo tirai fuori schizzandogli sulla schiena. Loredana crollò sul letto esausta, con le braccia aperte a pancia in giù.
   “Sono stata brava?” domandò con un filo di voce.
   “Beh, hai ancora molto esperienza da fare. D’altronde hai solo diciotto anni. Ma le capacità per diventare zoccola quanto mia moglie non ti mancano”.
   Loredana scoppiò a ridere e io le diedi un’altra bella sculacciata.

Stefano. 

lunedì 3 ottobre 2016

Sangue dai buchi.


   Erano le undici e mezza di sera quando ero andato via dall’appartamento dei genitori di Moana. A far compagnia a Stefano era rimasta soltanto Loredana. Cosa aveva in mente? Voleva forse cornificare Sabrina, la madre di Moana, andando a letto con suo marito? Era un’ipotesi molto remota, frutto della mia fantasia. In ogni modo non conoscevo Loredana abbastanza da poter azzardare quali fossero le sue intenzioni. Prima di iniziare le riprese del film avevamo fatto diversi colloqui per trovare una costumista, e lei era risultata quella più idonea. Per il resto, non sapevo altro di lei. Che intenzioni aveva? Perché era rimasta da sola a casa col padre di Moana?
   Ero alla guida della mia auto mentre pensavo quelle cose. Me ne stavo andando in giro a vuoto, senza una meta, perché aspettavo la telefonata di Moana che mi dicesse che “la faccenda” che doveva sbrigare con Nicola era finalmente giunta a termine. E nel frattempo pensavo: “quanto ci mette quel porco di Nicola a fottersi la mia Moana?”. La mia Moana. Dentro di me avevo pensato proprio quella cosa. “La mia Moana”. Come se Moana fosse ancora la mia fidanzata. Lo avevo pensato, quindi non potevo nasconderlo a nessuno, soprattutto non potevo nasconderlo a me stesso. Amavo ancora Moana, e avrei fatto di tutto per riaverla. E il fatto di saperla a letto con quel maiale di Nicola mi faceva saltare i nervi. Avevo tanta voglia di piombare lì a casa sua, mentre lo stavano facendo e riempirlo di botte. Ma sapevo che dovevo stare buono. D’altronde avevamo un contratto; finanziamenti illimitati in cambio di un rapporto completo con Moana.
   E Moana era stata una fidanzata esemplare ad accettare quell’accordo. Ma perché lo aveva fatto? D’altronde non eravamo più fidanzati. Eppure lei lo aveva fatto lo stesso. Lo aveva fatto per me, perché quel progetto era tutto quello che mi rimaneva, era il mio futuro. Dal successo di quel film poteva dipendere tutto il mio avvenire. Poteva essere un’esperienza fallimentare oppure poteva essere l’inizio del mio successo. E forse lei lo aveva capito, e quindi in nome del nostro passato da fidanzati si era sacrificata per la causa. In ogni modo la amavo ancora, non lo posso nascondere.
   Mentre ero in macchina, che guidavo a vuoto per le vie della città, il telefono cominciò a squillare. Subito pensai che fosse Moana che mi chiedeva di andare a riprenderla, e che tutto era finito. E invece no, sul display mi apparve il numero di Nicola. Chissà, pensai, forse Moana aveva finito il credito e mi stava chiamando col telefono di Nicola. E quindi risposi subito, ma dall’altra parte non c’era lei ma lui. Nicola era allarmatissimo, mi disse di correre da lui, che qualche cosa era andato storto e che Moana stava perdendo sangue da tutte le parti.
   “Che le hai fatto?!” urlai. “Brutto stronzo, cosa le hai combinato?”.
   “Io niente, te lo giuro” Nicola quasi piangeva, era spaventato e non sapeva cosa fare. “Abbiamo fatto solo l’amore, come d’accordo. Corri, presto! Le esce sangue da tutte le parti!”.
   “Ma da dove precisamente?” urlai e schiacciai l’acceleratore bruciando tre o quattro semafori. “Da dove esce questo sangue?”.
   “Ovunque, dalla figa, dal buco del culo! Corri!”.
   Credo di non aver mai corso in città in quel modo. Arrivai sotto casa di Nicola in pochi minuti e mi precipitai contro il portone dell’edificio aprendolo a calci. Salii fino all’ultimo piano, dove stava la sua mansarda. La porta era aperta, Nicola era nel corridoio d’ingresso che piangeva. Andai sparato verso la sua camera da letto dove trovai Moana in un lago di sangue che gli usciva, come mi aveva già detto lui, dalla figa e dal culo. Era nuda e quando mi vide allungò le braccia verso di me.
   “Berni, ti prego portami in ospedale!” urlò e poi scoppiò in lacrime e mi strinse in un abbraccio. “Mi esce sangue dappertutto Berni, aiutami”.
   “Certo che ti aiuto, ma poi ritorno qui e a Nicola gli rompo il culo”.
   Presi un telo dal bagno e lo avvolsi intorno a Moana, poi la presi in braccio e la portai via. Sull’uscio incrociammo Nicola, gli dissi che l’avrei portata all’ospedale, ma che avremmo fatto i conti dopo.
   “Berni ti giuro, non le ho fatto niente” implorò ancorandosi al mio piede in modo patetico. Con il peso di Moana tra le braccia, che intanto piangeva a dirotto, e lui che mi stringeva il piede, anche lui piangendo a dirotto, stavo quasi per crollare a terra. Ma mi feci forza e andai verso la rampa di scale.
   La feci entrare in macchina con delicatezza poi mi catapultai al posto di guida e partii a razzo verso il primo ospedale di zona. Poi Moana smise di piangere e cominciò a ridere come una stupida, una risata beffarda, cattiva, di chi aveva architettato un piano ben riuscito che poi alla fine era finito come previsto. Decelerai e la guardai, vidi i suoi occhi brillare per via delle lacrime, ma erano lacrime che stavano sgorgando in quel momento a causa del troppo ridere.
   “Hai visto come ho recitato bene?” domandò. “Da premio oscar, dì la verità. Ragazzi, che risate!”.
   “Moana, stai bene?” fermai la macchina e cercai di capire cosa stesse succedendo.
   “Certo che sto bene”.
   “E tutto quel sangue?”.
   “Quale sangue? Quello che mi usciva dal buco del culo o quello che mi usciva dalla figa?”.
   “Dai smettila di scherzare. Dico sul serio, perché sei ricoperta di sangue?”. 
   Moana alzò una mano e aprì le dita facendo apparire quasi magicamente un flacone di sangue finto, lo stesso sangue finto che avremmo utilizzato durante alcune riprese del film. Era tutto finto, Moana stava bene. Sentii l’adrenalina che mi si scaricava e mi afflosciai sul sedile della macchina, e la vidi ridere di nuovo come prima, la stessa risata stupida di chi ha appena compiuto uno scherzo ben riuscito.
   “Ma perché lo hai fatto?” domandai, ero molto arrabbiato e confuso, avrei voluto darle uno schiaffo per quello che aveva appena fatto, ma poi mi accorsi che non ce l’avrei mai fatta. Moana era ciò di più caro che avevo al mondo, era il mio fiore, e si sa che i fiori non si toccano nemmeno con un dito.
   “Per dargli una lezione. Così impara, quel prepotente. Credeva di potermi avere facendoti un volgare ricatto. Ma chi si crede di essere? Hai visto come piangeva, quel cagasotto?”.
   “Moana, mi hai fatto morire di paura”.
   “E dai! Sto bene. Non vedi che sto bene? E poi adesso ce l’abbiamo per le palle quello lì. Adesso Nicola è la tua gallina dalle uova d’oro. Potrai chiedergli tutti i finanziamenti che vorrai finchè ci sarò io. È in debito con me. Guarda come mi ha ridotta” Moana aprì il telo doccia con cui l’avevo avvolta mettendo a nudo il suo bellissimo corpo ricoperto di sangue finto, poi scoppiò di nuovo a ridere. “Povero illuso. Ci vuole ben altro per ridurmi in questo stato”. 
   “Quindi hai fatto tutta questa commedia solo per me?” domandai. “Solo per farmi ottenere altri finanziamenti? Ma perché?”.
   “Come sarebbe a dire perché?” Moana sembrava davvero stupita da quella mia domanda. Possibile che ancora non avevo capito? Dovevo essere particolarmente stupido se ancora non ci ero arrivato. “Ma perché io ti amo, Berni. Lo vuoi capire che ti amo?”.
   A quel punto mi protesi verso di lei e la baciai. Ritornammo ad essere una coppia e ce lo dimostrammo a vicenda baciandoci per più di un quarto d’ora. E a me diventò durissimo, tanto che le dissi che avevo voglia di montarla, ma a Moana fare l’amore in macchina non piaceva, così mi disse che potevo riaccompagnarla a casa, dove avremmo potuto farlo tranquillamente in camera sua, senza il rischio di, queste furono le sue testuali parole, essere impalati dal cambio.

Berni.

sabato 1 ottobre 2016