domenica 13 settembre 2015
Altri contrappassi.
Quella storia tra me e Berni a Moana non andava proprio giu. E anche se in realtà era quasi sempre lui a provarci con me, lei sembrava molto più arrabbiata con me che con il suo fidanzato. Una sera che i nostri genitori avevano prenotato per un week end romantico lasciandoci soli a casa decise di vuotare il sacco.
Io solo in casa con mia sorella di notte ero continuamente distratto dal suo culetto avvolto negli short che mi stava davanti, non ero del tutto sicuro che me lo mostrasse in modo inconsapevole e ingenuo.
Cercavo di distrarmi da questi pensieri, quando mi chiamò dal bagno dove stava facendo la doccia. Dovetti passarle un asciugamano per il corpo, evitai di sbirciare, ma lei non sembrava imbarazzata.
Mi misi a guardare la tv quando Moana tornò all'attacco venendomi a chiedere delle cose. Appoggiata allo stipite della porta, piedi nudi, asciugamano legato sopra i seni, che arrivava poco sotto al pube, e asciugamano intorno ai capelli a mo’ di turbante. Risposi un po’ sovrappensiero quando mi disse che non aveva più biancheria pulita e mi chiedeva se avessi qualcosa di Laura. In effetti ne lasciava sempre un po’ da me, per quando veniva a trovarmi. Le indicai il cassetto dove avrebbe potuto trovare qualcosa.
Solo dopo un po’ mi resi conto che il cassetto in cui le avevo detto di cercare conteneva non solo il normale intimo della mia ragazza, ma anche alcuni capi un po’ piccanti, corsi di là sperando di interromperla in tempo.
Sul letto già aveva sistemato alcuni completini non proprio casti che avevo regalato alla mia fidanzata. Da una parte invece aveva appoggiato quelli più classici, probabilmente per poi sceglierne uno da mettersi.
Era accovacciata e rovistava nel cassetto. La posizione faceva sì che l’asciugamano lasciasse scoperta parte delle chiappe.
"Grazie sei proprio un fratellone d'oro" disse falsamente. "Per questo ti ho preso un regalino oggi pomeriggio"
Mi venne un colpo, mentre lei si alzava mostrandomi qualcosa.
“E questo cos’è?” le chiesi stupito
Il sorrisino che aveva stampato in faccia faceva intuire che conoscessi già la risposta alla domanda.
Non riusii più a dire niente. Lei poi si andò ad asciugare i capelli e a prepararsi per la notte e io la evitai per quanto possibile. Cercai di non guardarla troppo quando andammo a letto. Indossava una t-shirt e un paio di mutandine di Laura. Io dormivo in boxer.
Quando spegnemmo le luci lei cominciò a parlare. A fare domande. L’argomento fu subito chiaro e diretto. La scusa era che le dessi consigli su come piacere ai maschi, come se ne avesse bisogno. Le curiosità riguardavamo molto anche ciò che facevamo io e Laura e come andasse tra noi da quel punto di vista. Ne approfittò per aggiornarmi su qualche sua esperienza allo strip bar. Alla fine fece domande specifiche proprio su me e Berni.
Io, col cazzo in tiro per tutto il tempo (per fortuna eravamo al buio), risposi a monosillabi.
Piano piano si addormentò. Io ero troppo eccitato per farlo. Quando le sentii il respiro pesante andai in bagno, a sfogarmi. Quando tornai a letto finalmente sentivo il sonno avere la meglio.
Non so quanto era passato, era notte fonda. Rimasi un po’ nel dormiveglia senza comprendere subito cosa mi aveva svegliato. Sentivo un corpo di donna su di me, mi baciava, mi accarezza e con una mano mi teneva il cazzo. Ci impiegai un po’ a capire che non ero a letto con la mia ragazza, ma con mia sorella. Ci impiegai troppo a capirlo, tanto che feci prima in tempo a ricambiare baci e carezze. Quando mi ridestai del tutto la respinsi.
“Dai, fammi essere la tua puttanella, come fai con Berni” queste furono le uniche parole che mi disse. Dopo averle sentite la mandai a fanculo e andai a dormire in camera dei miei, anche se avrei voluto scoparla con tutte le mie forze.
Quando ci svegliammo per fare colazione insieme Moana non sembrò essere pervasa da nessun senso di colpa, al contrario di me. Non che questo mi avrebbe impedito di strisciare sopra di lei e possederla da dietro, oppure di godere di un lungo pompino sotto la doccia, ma ovviamente non successe.
Ero già vestito, pronto per andare a prendere mamma e papà che sarebbero tornati tra poco quando mi chiamò in stanza. Lei non era pronta. Era ancora nuda, non del tutto. Indossava lo strap-on che mi aveva regalato.
“Voglio provarlo” disse.
“Ma devo andare a prendere mamma e papà.” Abbozzai io.
“Li prenderai dopo. E tu non vuoi che nessuno venga a sapere che mi sei saltato addosso stanotte.”
"Ma non è vero!" imprecai.
Non avevo molta scelta e cominciai a slacciarmi i pantaloni.
“Siete proprio tali e quali tu e Berni” dissi mentre prendevo il tubetto di lubrificante.
“Dai, fammi essere la tua puttanella.” Risentivo sempre queste parole, tutte le volte che per qualche motivo restavamo soli, in qualsiasi situazione, familiare o no.
Da quella mattina non lo abbiamo più fatto e lei non vi ha più fatto cenno proprio come se nulla fosse successo.
“Dai, fammi essere la tua puttanella.” una volta queste parole mi sono scappate pure con Berni. lui ha avuto un attimo di esitazione. Poi mi ha scopato. Ma io non pensavo a lui.
Rocco.
sabato 12 settembre 2015
La legge del contrappasso.
(in foto: Bianca, DDFNetwork.com)
Il giorno dopo ritornai allo strip bar noncurante di quello che era successo. D'altronde lo aveva detto anche mia madre: nessuno poteva dirmi cosa dovevo fare. E in quel periodo, il lavoro allo strip bar, mi andava più che bene. Guadagnavo bene, avevo un gran numero di ammiratori ed ero desideratissima. Cosa potevo volere di più? Magari una relazione più stabile. Con Berni non andava alla grande. Sapevo benissimo di quella strana relazione che aveva con mio fratello e la sua ragazza, ma non gli avevo detto nulla. Ma dentro mi rodeva un po'. Forse me lo meritavo un fidanzato così. Era il prezzo da pagare per le mie continue scappatelle. La legge del contrappasso. Ma questa cosa non mi stava granché bene. Soprattutto non mi stava bene il fatto di avere un fidanzato che si inculava mio fratello alle mie spalle. Se m'avesse messo le corna con un'altra ragazza sarei stata sicuramente capace di perdonarlo. Ma mi metteva le corna con mio fratello, e questo era davvero strano. Avevo la sensazione che fosse una cosa davvero insana e immorale. Voi penserete: ma senti chi parla di immoralità! Avete ragione, ma anche la mia immoralità ha dei limiti. E qui il limite era già stato oltrepassato.
In ogni modo, come stavo dicendo poc'anzi, ero ritornata allo strip bar, e zio Giuliano mi prese in disparte per farmi un discorsetto. Sapevo benissimo che quello che mi avrebbe detto era legato alla scenata che aveva fatto mia madre il giorno prima, e infatti mi ero preparata a controbattere a quello che mi avrebbe detto.
- Ascolta Moana, ieri quello che mi ha detto tua madre mi ha ferito tantissimo. Io le voglio molto bene, e non le farei mai niente di male. E se il fatto che tu lavori qui non le sta bene, allora preferisco mandarti via.
- Zio, non ti preoccupare. E' tutto risolto. Mamma fa sempre delle sfuriate pazzesche, però poi si calma. Sono abbastanza grande da decidere da sola quello che devo fare.
- Va bene, come non detto. Dopo le telefono e chiarisco direttamente con lei questa storia.
- Bravo, mi sembra la cosa giusta.
A quel punto andai a cambiarmi e indossai i miei vestiti da lavoro super scollacciati. Dopo il terzo drink che portai ai tavoli, e dopo numerose sculacciate affettuose da parte dei clienti del bar, il barman mi chiamò e mi disse che c'era un cliente che voleva vedermi nel privè. Nel locale c'erano infatti dei privè, cioè dei tavoli nascosti dietro a delle tende, dove i clienti, se lo richiedevano, e sganciando una bella mancia, potevano intrattenersi con alcune di noi. A me non era mai capitato, però alle mie colleghe, che erano lì da più tempo era capitato numerose volte. Alcune coi clienti ci avevano fatto sesso, altre invece ci avevano scambiato solo delle romantiche effusioni. Infatti io, quando il barman mi disse che qualcuno mi voleva nel prive', non avevo la più pallida idea di quello che avrei dovuto fare. Mi sarei anche potuta rifiutare, infatti non ero obbligata a farlo. Nessuna di noi era obbligata a fare cose contro la nostra volontà. Però pensai subito a quello che ci avrei guadagnato. Di solito, a quello che mi raccontavano, i clienti che usavano il privè erano molto generosi. Allora mi feci coraggio e mi preparati ad affrontare quella nuova esperienza. Senz'altro, pensai, ad aspettarmi dietro la tenda del privè ci sarebbe stato un vecchio scorregione, ultrasettantenne, con l'alito cattivo e il cazzo moscissimo. E invece dovetti ricredermi. Quando entrai nel privè mi trovai di fronte ad un ragazzo di una ventina d'anni, un pò stempiato ma con un bel corpo. Pensai subito che sotto quel completo elegante da sera doveva esserci proprio un corpo ben fatto. Allora richiusi la tenda alle mie spalle e mi misi a sedere al tavolo con lui.
- E tu chi sei? - gli domandai. - Non ti ho mai visto qui allo strip bar.
- Sono una persona molto discreta - rispose. Mi diede subito l'impressione di un uomo molto sicuro di sé, per niente impacciato con le donne. E poi mi sembrò da subito anche molto elegante nei modi, e molto acculturato anche. Si chiamava Carlo. Versò del vino in due calici e me ne porse uno.
Ripeto, non sapevo come andavano le cose nel privè, quindi non sapevo esattamente come comportarmi. Cominciai a farmi un'idea e pensai che dopo il vino si sarebbe tirato giù la lampo dei pantaloni e avrebbe tirato fuori il cazzo, e io avrei dovuto lavorarmi il suo palo con la bocca. E invece non andò così. Parlammo, come due vecchi amici. Lui mi domandò se ero fidanzata, e io gli raccontai della mia relazione con Berni e dei relativi problemi legati ad essa. Poi lui mi parlò della sua ragazza, e dei problemi che aveva con lei. Era una ragazza troppo fredda, mi disse. Mai una trasgressione, mai un vestito più scollato del solito o della lingerie più provocante, ma le solite mutandine comprate al mercato con i disegni degli orsetti sopra. Insomma, un disastro. La nostra più che una discussione sembrava uno sfogo, e sembrava proprio che ne avessimo bisogno entrambi. E dopo aver raccontato le nostre difficoltà sentimentali mi venne una voglia di amore accecante, un raptus incontrollabile.
- Povero ciccino - dissi, e mi inginocchiai tra le sue gambe e con una mano raggiunsi il suo pacco, che trovai già bello duro. - Da quanto tempo non te lo prende in bocca?
- Tanto, troppo tempo.
- Amore... adesso ci penso io - gli abbassai la cerniera dei jeans e tirai fuori il suo cazzo duro e spalancai gli occhi. Era un cazzo davvero splendido, bello grosso, con un glande rosso fuoco, enorme, e un'asta che non finiva mai. Me ne innamorati subito e ci strofinai le guance sopra, poi lo tempestai di baci, da sotto a sopra. - Lo sai che hai proprio un gran bel cazzo? - lo presi con una mano e lo tenni dritto, studiandolo in ogni minimo particolare. Era veramente un capolavoro. - La tua donna non sa cosa si perde.
A quel punto lo misi in bocca e cominciai a lavorarmi la cappella con la lingua, e lui mi guardava con un sorriso di approvazione. Ma la nostra conversazione proseguì. Gli domandai se era un cliente abituale del bar, e lui mi disse di no. Mi disse che era la prima volta che tradiva la sua fidanzata. Intanto io proseguivo nel farlo godere con la bocca, fermandomi di tanto in tanto per domandargli se gli piaceva quello che stavo facendo.
- Da morire. Sei proprio una pompinara.
- Sì, devo riconoscere che ci so fare - dopo un pò mi accorsi che stava per venire. Carlo chiuse gli occhi e sospirò profondamente, a quel punto mi preparai a ricevere la sua sborra in bocca. Lo feci eiaculare tra le mie labbra, ma non ingoiai. Senza farmi vedere sputai in un fazzoletto tutto il suo seme, e lui senza preavviso mi prese per i capelli e mi baciò, e la sua lingua incontrò la mia in un bacio senza respiro. Non mi aspettavo che avrebbe fatto una cosa del genere, ma mi piacque molto il suo modo di baciarmi.
- Promettimi che ci rivedremo ancora - mi disse.
- Io sono qui tutte le sere.
- Non qui, ma fuori.
- Fuori? Ma Carlo, siamo entrambi fidanzati! Come si fa?
Anche io ne avevo voglia. Parlare con lui mi aveva fatto proprio bene, e avevo tanta voglia di farlo ancora e di approfondire quella nuova conoscenza. Quello che mi stava chiedendo in fin dei conti non era una cosa assurda. Si poteva fare senz'altro. Anzi, si doveva fare.
Moana.
In ogni modo, come stavo dicendo poc'anzi, ero ritornata allo strip bar, e zio Giuliano mi prese in disparte per farmi un discorsetto. Sapevo benissimo che quello che mi avrebbe detto era legato alla scenata che aveva fatto mia madre il giorno prima, e infatti mi ero preparata a controbattere a quello che mi avrebbe detto.
- Ascolta Moana, ieri quello che mi ha detto tua madre mi ha ferito tantissimo. Io le voglio molto bene, e non le farei mai niente di male. E se il fatto che tu lavori qui non le sta bene, allora preferisco mandarti via.
- Zio, non ti preoccupare. E' tutto risolto. Mamma fa sempre delle sfuriate pazzesche, però poi si calma. Sono abbastanza grande da decidere da sola quello che devo fare.
- Va bene, come non detto. Dopo le telefono e chiarisco direttamente con lei questa storia.
- Bravo, mi sembra la cosa giusta.
A quel punto andai a cambiarmi e indossai i miei vestiti da lavoro super scollacciati. Dopo il terzo drink che portai ai tavoli, e dopo numerose sculacciate affettuose da parte dei clienti del bar, il barman mi chiamò e mi disse che c'era un cliente che voleva vedermi nel privè. Nel locale c'erano infatti dei privè, cioè dei tavoli nascosti dietro a delle tende, dove i clienti, se lo richiedevano, e sganciando una bella mancia, potevano intrattenersi con alcune di noi. A me non era mai capitato, però alle mie colleghe, che erano lì da più tempo era capitato numerose volte. Alcune coi clienti ci avevano fatto sesso, altre invece ci avevano scambiato solo delle romantiche effusioni. Infatti io, quando il barman mi disse che qualcuno mi voleva nel prive', non avevo la più pallida idea di quello che avrei dovuto fare. Mi sarei anche potuta rifiutare, infatti non ero obbligata a farlo. Nessuna di noi era obbligata a fare cose contro la nostra volontà. Però pensai subito a quello che ci avrei guadagnato. Di solito, a quello che mi raccontavano, i clienti che usavano il privè erano molto generosi. Allora mi feci coraggio e mi preparati ad affrontare quella nuova esperienza. Senz'altro, pensai, ad aspettarmi dietro la tenda del privè ci sarebbe stato un vecchio scorregione, ultrasettantenne, con l'alito cattivo e il cazzo moscissimo. E invece dovetti ricredermi. Quando entrai nel privè mi trovai di fronte ad un ragazzo di una ventina d'anni, un pò stempiato ma con un bel corpo. Pensai subito che sotto quel completo elegante da sera doveva esserci proprio un corpo ben fatto. Allora richiusi la tenda alle mie spalle e mi misi a sedere al tavolo con lui.
- E tu chi sei? - gli domandai. - Non ti ho mai visto qui allo strip bar.
- Sono una persona molto discreta - rispose. Mi diede subito l'impressione di un uomo molto sicuro di sé, per niente impacciato con le donne. E poi mi sembrò da subito anche molto elegante nei modi, e molto acculturato anche. Si chiamava Carlo. Versò del vino in due calici e me ne porse uno.
Ripeto, non sapevo come andavano le cose nel privè, quindi non sapevo esattamente come comportarmi. Cominciai a farmi un'idea e pensai che dopo il vino si sarebbe tirato giù la lampo dei pantaloni e avrebbe tirato fuori il cazzo, e io avrei dovuto lavorarmi il suo palo con la bocca. E invece non andò così. Parlammo, come due vecchi amici. Lui mi domandò se ero fidanzata, e io gli raccontai della mia relazione con Berni e dei relativi problemi legati ad essa. Poi lui mi parlò della sua ragazza, e dei problemi che aveva con lei. Era una ragazza troppo fredda, mi disse. Mai una trasgressione, mai un vestito più scollato del solito o della lingerie più provocante, ma le solite mutandine comprate al mercato con i disegni degli orsetti sopra. Insomma, un disastro. La nostra più che una discussione sembrava uno sfogo, e sembrava proprio che ne avessimo bisogno entrambi. E dopo aver raccontato le nostre difficoltà sentimentali mi venne una voglia di amore accecante, un raptus incontrollabile.
- Povero ciccino - dissi, e mi inginocchiai tra le sue gambe e con una mano raggiunsi il suo pacco, che trovai già bello duro. - Da quanto tempo non te lo prende in bocca?
- Tanto, troppo tempo.
- Amore... adesso ci penso io - gli abbassai la cerniera dei jeans e tirai fuori il suo cazzo duro e spalancai gli occhi. Era un cazzo davvero splendido, bello grosso, con un glande rosso fuoco, enorme, e un'asta che non finiva mai. Me ne innamorati subito e ci strofinai le guance sopra, poi lo tempestai di baci, da sotto a sopra. - Lo sai che hai proprio un gran bel cazzo? - lo presi con una mano e lo tenni dritto, studiandolo in ogni minimo particolare. Era veramente un capolavoro. - La tua donna non sa cosa si perde.
A quel punto lo misi in bocca e cominciai a lavorarmi la cappella con la lingua, e lui mi guardava con un sorriso di approvazione. Ma la nostra conversazione proseguì. Gli domandai se era un cliente abituale del bar, e lui mi disse di no. Mi disse che era la prima volta che tradiva la sua fidanzata. Intanto io proseguivo nel farlo godere con la bocca, fermandomi di tanto in tanto per domandargli se gli piaceva quello che stavo facendo.
- Da morire. Sei proprio una pompinara.
- Sì, devo riconoscere che ci so fare - dopo un pò mi accorsi che stava per venire. Carlo chiuse gli occhi e sospirò profondamente, a quel punto mi preparai a ricevere la sua sborra in bocca. Lo feci eiaculare tra le mie labbra, ma non ingoiai. Senza farmi vedere sputai in un fazzoletto tutto il suo seme, e lui senza preavviso mi prese per i capelli e mi baciò, e la sua lingua incontrò la mia in un bacio senza respiro. Non mi aspettavo che avrebbe fatto una cosa del genere, ma mi piacque molto il suo modo di baciarmi.
- Promettimi che ci rivedremo ancora - mi disse.
- Io sono qui tutte le sere.
- Non qui, ma fuori.
- Fuori? Ma Carlo, siamo entrambi fidanzati! Come si fa?
Anche io ne avevo voglia. Parlare con lui mi aveva fatto proprio bene, e avevo tanta voglia di farlo ancora e di approfondire quella nuova conoscenza. Quello che mi stava chiedendo in fin dei conti non era una cosa assurda. Si poteva fare senz'altro. Anzi, si doveva fare.
Moana.
venerdì 11 settembre 2015
Cuore di mamma.
(in foto: Louisa A, Beauty Pissing Solo, MyNakedDolls.com)
Tutto era ritornato alla normalità. Ero rientrata a lavoro allo strip bar e avevo rincontrato tutte le mie colleghe, tra cui Jay, con cui avevo avuto un rapporto. E da quel giorno la nostra amicizia era cambiata. Non eravamo più legate come prima. Adesso eravamo come due semplici colleghe. Non ne capivo bene il motivo, ma era così. Forse perchè lei era riuscita ad ottenere quello che voleva, cioè farsi passare lo sfizio di avermi completamente per una notte intera. E forse anche perchè aver fatto l'amore con Jay mi aveva fatto sentire in colpa nei confronti di Berni. Forse era questo il motivo. Forse ero stata io ad allontanarmi da lei, per paura che potessimo rifare quella cosa. Ora, come già ho detto, il nostro rapporto era puramente professionale.
Il mio numero sul palco era sempre quello. E anche quella sera, la sera del mio rientro, feci lo stesso spettacolo, che devo dire (con un certo orgoglio) riscuoteva sempre un successo clamoroso. Ero lì davanti al palo, con un vestitino corto a fiori, ogni tanto lo sollevavo per far vedere al mio pubblico il perizoma, e quelli esultavano, e allora mi ricoprivo. Non volevo fargli vedere tutto e subito. Mi lasciavo desiderare. Quando li ebbi spremuti per bene allora mi sfilai il vestitino, e poi il perizoma, che (come ero solita fare) lo lanciai tra la folla. Mi piaceva vedere come si azzuffavano per accaparrarselo. Riuscì a prenderlo un uomo sulla cinquantina, che se lo portò in faccia e lo annusò. A quel punto ero completamente nuda e allora mi accostai ai bordi del palco con le gambe abbastanza aperte da permettere a tutti di vedere com'ero fatta sotto. Poi, com'era ormai di consuetudine, allargai le labbra della vagina con due dita e cominciai a fare la pipì, e allora si accalcarono tutti sotto di me per ricevere la mia urina sulla faccia, con le bocche aperte, come degli assetati. Per fare quel numero cominciavo a bere acqua in grosse quantità dalla mattina, e mi tenevo la pipì per tutto il giorno. Quindi quando poi la facevo per me era una vera liberazione pari ad un orgasmo. Dal piacere mi tremavano addirittura le gambe. In quel modo la mia urina sgorgava come una fontana, con un getto davvero forte, e sembrava non fermarsi mai. Avendone accumulata tanta riuscivo a urinare per circa tre minuti. Certo, dopo i primi secondi in cui l'urina spruzzava letteralmente fuori, il getto diventava man mano sempre più debole, e il pubblico quasi faceva a botte per accaparrarsi le ultime gocce.
Mentre ero lì che stavo per esaurire la mia scorta mi sentii una mano sul braccio e poi uno strattone. Fui tirata giù dal palco con la forza.
- Ma che cazzo succede? - urlai. In principio non capii, poi mi accorsi che si trattava di mia madre. Era incazzata nera, mi aveva messo una coperta addosso e mi stava trascinando via dal night. - Mamma, ma che fai?
- Stai zitta, cretina che non sei altro!
Successe tutto così in fretta, e in breve raggiungemmo l'ingresso del bar, dove c'era zio Giuliano che si parò davanti a noi.
- Sabrina, ma cosa stai facendo?
- Ma non ti vergogni? - urlò mia madre. - Sbattere Moana su un palco, completamente nuda, davanti ad una platea di maiali. Proprio tu, Giuliano! Proprio tu!
Mi strattonò ancora costringendomi ad andare con lei. Mi portò in macchina. Aveva parcheggiato proprio fuori allo strip bar, in doppia fila, con le quattro frecce. Ingranò la prima e partì facendo stridere le ruote. Teneva il volante con rabbia con entrambe le mani e stringeva i denti. Non l'avevo mai vista così. Avevo perfino paura a dirle perchè aveva fatto una cosa del genere. E infatti non dissi niente. Mi domandavo soltanto come aveva fatto a scoprire che lavoravo allo strip bar di zio Giuliano. Ma non osai chiederglielo. Era così incazzata che si muoveva nel traffico in modo nervoso, facendo dei sorpassi ai limiti della legalità, e ad una velocità che avrebbero potuto ritirarle la patente. Mi stava riportando a casa, questo era chiaro.
- Dì un pò Moana, sei una puttana? - mi domandò ad un certo punto.
- Cosa?
- Sei una puttana, per caso? Rispondimi.
- No, non lo sono.
- E allora perchè ti comporti come una puttana?
- Io non mi comporto come una puttana.
- Ah no? E quello che stavi facendo in quel porcaio cos'era?
- Si chiama lavoro, mamma. Lavoro.
- Farti vedere nuda da un gruppo di porci sarebbe un lavoro? Complimenti. Davvero complimenti. E Berni non ti dice niente?
- Chi è Berni per dirmi quello che devo fare e quello che non devo fare?
Mia madre fece scena muta. Su questo avevo perfettamente ragione, e lei lo sapeva. Me lo aveva insegnato lei stessa fin da piccola: non farti mettere i piedi in testa da nessuno. Nessuno può mettere bocca sulle tue decisioni. Ad un certo punto fermò la macchina in uno spiazzo, nei pressi del monumento ai caduti della città, e scoppiò a piangere. La abbracciai, mi misi con il viso sulle sue tette, e sentii le sue lacrime bagnarmi i capelli. Le domandai come aveva fatto a sapere di quella cosa, e allora lei mi disse che lo zio Giuliano non era un uomo molto intelligente. Era un adone, su questo non c'erano dubbi, ma a intelligenza era messo piuttosto male. Infatti aveva pubblicato sulla pagina facebook dello strip bar l'annuncio del mio rientro, e aveva creato un evento dal titolo: "Moana è ritornata, e la sua fontana è più rigogliosa che mai". E quando aveva visto quell'annuncio aveva subito capito che quella Moana ero io.
- Non c'è alcun dubbio, è tutta colpa mia - disse continuando a piangere. - Sono stata una madre terribile.
- Mamma, ma cosa stai dicendo? - le accarezzai il viso. - Tu sei una madre eccezionale. Le cose che faccio dipendono esclusivamente dalle mie scelte. Magari sono scelte sbagliate, ma tu non hai nessuna colpa. Se ti fa piacere smetto e non ci torno più allo strip bar.
- No - mia madre si asciugò le lacrime e provò a sorridermi, ma era ancora abbastanza provata. Comunque sembrava essersi ripresa. - Non devi smettere per farmi un piacere. Ricordi cosa ti dicevo? Non permettere a nessuno di dirti quello che devi fare.
A quel punto cambiò completamente atteggiamento. Si era tranquillizzata, e finalmente ritornò il sorriso sul suo viso. Fece ripartire la macchina, e lungo la strada verso casa volle che le raccontassi di come si svolgeva il mio lavoro, e mentre glielo dicevo lei si mostrò molto serena, e soprattutto molto interessata. Le raccontai anche di qualche aneddoto divertente, per esempio di Jay e del suo cazzo, e di come il pubblico del bar si avventava sul suo palo come se fosse un oggetto sacro, e mia madre scoppiò a ridere. Era così che mi piaceva vederla, solare, felice. E vederla piangere mi aveva davvero fatto male al cuore.
Moana.
Il mio numero sul palco era sempre quello. E anche quella sera, la sera del mio rientro, feci lo stesso spettacolo, che devo dire (con un certo orgoglio) riscuoteva sempre un successo clamoroso. Ero lì davanti al palo, con un vestitino corto a fiori, ogni tanto lo sollevavo per far vedere al mio pubblico il perizoma, e quelli esultavano, e allora mi ricoprivo. Non volevo fargli vedere tutto e subito. Mi lasciavo desiderare. Quando li ebbi spremuti per bene allora mi sfilai il vestitino, e poi il perizoma, che (come ero solita fare) lo lanciai tra la folla. Mi piaceva vedere come si azzuffavano per accaparrarselo. Riuscì a prenderlo un uomo sulla cinquantina, che se lo portò in faccia e lo annusò. A quel punto ero completamente nuda e allora mi accostai ai bordi del palco con le gambe abbastanza aperte da permettere a tutti di vedere com'ero fatta sotto. Poi, com'era ormai di consuetudine, allargai le labbra della vagina con due dita e cominciai a fare la pipì, e allora si accalcarono tutti sotto di me per ricevere la mia urina sulla faccia, con le bocche aperte, come degli assetati. Per fare quel numero cominciavo a bere acqua in grosse quantità dalla mattina, e mi tenevo la pipì per tutto il giorno. Quindi quando poi la facevo per me era una vera liberazione pari ad un orgasmo. Dal piacere mi tremavano addirittura le gambe. In quel modo la mia urina sgorgava come una fontana, con un getto davvero forte, e sembrava non fermarsi mai. Avendone accumulata tanta riuscivo a urinare per circa tre minuti. Certo, dopo i primi secondi in cui l'urina spruzzava letteralmente fuori, il getto diventava man mano sempre più debole, e il pubblico quasi faceva a botte per accaparrarsi le ultime gocce.
Mentre ero lì che stavo per esaurire la mia scorta mi sentii una mano sul braccio e poi uno strattone. Fui tirata giù dal palco con la forza.
- Ma che cazzo succede? - urlai. In principio non capii, poi mi accorsi che si trattava di mia madre. Era incazzata nera, mi aveva messo una coperta addosso e mi stava trascinando via dal night. - Mamma, ma che fai?
- Stai zitta, cretina che non sei altro!
Successe tutto così in fretta, e in breve raggiungemmo l'ingresso del bar, dove c'era zio Giuliano che si parò davanti a noi.
- Sabrina, ma cosa stai facendo?
- Ma non ti vergogni? - urlò mia madre. - Sbattere Moana su un palco, completamente nuda, davanti ad una platea di maiali. Proprio tu, Giuliano! Proprio tu!
Mi strattonò ancora costringendomi ad andare con lei. Mi portò in macchina. Aveva parcheggiato proprio fuori allo strip bar, in doppia fila, con le quattro frecce. Ingranò la prima e partì facendo stridere le ruote. Teneva il volante con rabbia con entrambe le mani e stringeva i denti. Non l'avevo mai vista così. Avevo perfino paura a dirle perchè aveva fatto una cosa del genere. E infatti non dissi niente. Mi domandavo soltanto come aveva fatto a scoprire che lavoravo allo strip bar di zio Giuliano. Ma non osai chiederglielo. Era così incazzata che si muoveva nel traffico in modo nervoso, facendo dei sorpassi ai limiti della legalità, e ad una velocità che avrebbero potuto ritirarle la patente. Mi stava riportando a casa, questo era chiaro.
- Dì un pò Moana, sei una puttana? - mi domandò ad un certo punto.
- Cosa?
- Sei una puttana, per caso? Rispondimi.
- No, non lo sono.
- E allora perchè ti comporti come una puttana?
- Io non mi comporto come una puttana.
- Ah no? E quello che stavi facendo in quel porcaio cos'era?
- Si chiama lavoro, mamma. Lavoro.
- Farti vedere nuda da un gruppo di porci sarebbe un lavoro? Complimenti. Davvero complimenti. E Berni non ti dice niente?
- Chi è Berni per dirmi quello che devo fare e quello che non devo fare?
Mia madre fece scena muta. Su questo avevo perfettamente ragione, e lei lo sapeva. Me lo aveva insegnato lei stessa fin da piccola: non farti mettere i piedi in testa da nessuno. Nessuno può mettere bocca sulle tue decisioni. Ad un certo punto fermò la macchina in uno spiazzo, nei pressi del monumento ai caduti della città, e scoppiò a piangere. La abbracciai, mi misi con il viso sulle sue tette, e sentii le sue lacrime bagnarmi i capelli. Le domandai come aveva fatto a sapere di quella cosa, e allora lei mi disse che lo zio Giuliano non era un uomo molto intelligente. Era un adone, su questo non c'erano dubbi, ma a intelligenza era messo piuttosto male. Infatti aveva pubblicato sulla pagina facebook dello strip bar l'annuncio del mio rientro, e aveva creato un evento dal titolo: "Moana è ritornata, e la sua fontana è più rigogliosa che mai". E quando aveva visto quell'annuncio aveva subito capito che quella Moana ero io.
- Non c'è alcun dubbio, è tutta colpa mia - disse continuando a piangere. - Sono stata una madre terribile.
- Mamma, ma cosa stai dicendo? - le accarezzai il viso. - Tu sei una madre eccezionale. Le cose che faccio dipendono esclusivamente dalle mie scelte. Magari sono scelte sbagliate, ma tu non hai nessuna colpa. Se ti fa piacere smetto e non ci torno più allo strip bar.
- No - mia madre si asciugò le lacrime e provò a sorridermi, ma era ancora abbastanza provata. Comunque sembrava essersi ripresa. - Non devi smettere per farmi un piacere. Ricordi cosa ti dicevo? Non permettere a nessuno di dirti quello che devi fare.
A quel punto cambiò completamente atteggiamento. Si era tranquillizzata, e finalmente ritornò il sorriso sul suo viso. Fece ripartire la macchina, e lungo la strada verso casa volle che le raccontassi di come si svolgeva il mio lavoro, e mentre glielo dicevo lei si mostrò molto serena, e soprattutto molto interessata. Le raccontai anche di qualche aneddoto divertente, per esempio di Jay e del suo cazzo, e di come il pubblico del bar si avventava sul suo palo come se fosse un oggetto sacro, e mia madre scoppiò a ridere. Era così che mi piaceva vederla, solare, felice. E vederla piangere mi aveva davvero fatto male al cuore.
Moana.
giovedì 10 settembre 2015
I pompini di una madre.
Ci avevano invitati ad un'importante fiera sul turismo per portare la nostra esperienza innovativa dell'Oasi naturista, risultavamo tra le strutture nuove quella che aveva avuto più presenze e ci sembrò un'ottima occasione per farci pubblicità. Chiesi a Stefano di accompagnarmi ma lui considerò che farmi andare da sola avrebbe fatto più scena e mi convinse.
Appena finito il mio intervento mi sentivo osservata nella sala del convegno. Tirata come sono, non posso non attirare gli sguardi degli uomini. Con un giovane ragazzo, in giacca e cravatta, incrocio più volte lo sguardo. E' un bel tipo. Mi giro spesso, lo guardo di sfuggita. Inizia un gioco di seduzione. Credo non ascolterà più molto i relatori, la sua attenzione è incentrata ora sui miei movimenti, lenti e studiati in modo da essere seducenti.
E' seduto qualche fila dietro di me, sulla sinistra. è vicino all’ingresso dei bagni, questo mi dà una idea.
Sculettando e strusciandomi su chi devo far alzare per poter uscire dalla mia fila di poltrone, mi dirigo verso la toilette. Con la coda dell’occhio vedo che segue i miei movimenti.. poco prima di entrare lo guardo e faccio anche un mezzo sorriso. Mentre spingo la porta lascio cadere, in modo che sembri che non me ne sia accorta, un fazzoletto che spuntava dalla mia borsetta. Sono dentro al bagno delle donne e attendo.
Sento qualcuno entrare.
La presenza femminile al convegno era abbastanza bassa, quindi le probabilità che arrivi qualcuna sono poche. Dopo qualche minuto di attesa, bussa. Non rispondo. Bussa di nuovo. Poi si affaccia e guarda dentro. Io sono davanti al lavandino, che mi guardo allo specchio fingendomi di truccarmi. Lo guardo con malizia, senza apparire stupita o scandalizzata dalla presenza di un uomo nel bagno delle donne.
“Scusami, ti è caduto questo” quasi balbetta.
Vado verso di lui, ancheggiando sui tacchi.
“Grazie” gli dico con sensualità.
Allungo la mano, ma non prendo il fazzoletto, bensì la sua cravatta, un gesto che penso faccia venire un erezione istantanea a qualsiasi uomo. Lo tiro dentro e me lo porto fino ad uno dei bagni, spingendolo dentro e chiudendoci la porta alle spalle.
“Fatti ringraziare come si deve” gli dico mentre scendo lungo il suo corpo inginocchiandomi ai suoi piedi.
Lentamente, ma con decisione, gli apro la cintura e lo sbottono, abbassandogli i pantaloni. Dagli slip, firmati e già umidi sul davanti, gli estraggo un bel cazzo. Non è lunghissimo, ma è piuttosto largo e soprattutto durissimo e con il glande coperto da liquido pre-seminale.
Non voglio farlo venire subito e cerco di prolungare più a lungo possibile il piacere, mio e suo.
Gli squilla il cellulare in tasca. In automatico risponde. Mi fermo un attimo, lo guardo ma mi fa cenno di continuare, mentre risponde. Pare un suo amico dal tono che usa e da quello che subito gli dice.
“Non immaginerai mai cosa sto facendo in questo momento, c’è una super gnocca che mi ha attirato dentro un bagno pubblico e ora me lo sta succhiando in maniera divina.”
Ringrazio con lo sguardo mentre accentuo il bocchino.
La conversazione con l’amico va un po’ avanti, pare sia scettico.
“Guarda, se non ci credi ora te la passo” e mi porge il cellulare. Io interrompo quello che stavo facendo e rispondo.
“Pronto?"
Dall'altro lato sento un sussulto, sento tossire e poi un tono di voce vagamente familiare ma non ci faccio troppo caso.
" … sì. … sì. Il mio nome non te lo dico, … è tutto vero … avevo voglia di sesso, il tuo amico ci ha messo un po’ per capire ma alla fine l’ho attirato nel bagno … glielo sto succhiando, sì …"
Quel tono di voce così vagamente familiare divenne quasi una certezza, anche se cercava di camuffare la voce è impossibile per una madre non riconoscere la voce del figlio.
"Ti devo descrivere il suo cazzo???”
Ah Rocchino, degno figlio di tuo padre!
Mi alzo in piedi, mi giro e mi appoggio alla porta del bagno, ponendo verso di lui il culo. Continuo a parlare al telefono con mio figlio che avendomi riconosciuta finge di non essere lui. “Ora mi sono alzata, se il tuo amico è abbastanza sveglio ora mi alzerà la gonna, mi toglierà il perizoma che indosso e mi scoperà. Tu se vuoi masturbati sentendomi godere.”
“No, no. Non lì. Scopami dietro. Usa un po’ di saliva.”
“Sì hai capito bene. Gli sto dando il culo. Mmmmmhhhh. Come scusa? Non ti ho capito, mi stava cadendo il telefono. Vuoi il mio numero? Ma io non ti conosco. No, neanche lui conoscevo, ma l’ho visto e mi piaceva. Facciamo così, mi faccio lasciare il numero da lui, poi quando ho voglia lo chiamo e se vuole porta anche a te. Sì, in tre, non sarebbe certo la prima volta.”
Quando sono uscita dal bagno gli ho fatto cenno che c’era via libera e poteva uscire anche lui. Gli ho detto di andare nel bagno degli uomini e aspettare qualche minuto prima di uscire. Mi ha chiesto se alla fine del convegno uscivamo a bere qualcosa.
“Con piacere” ho risposto io, facendogli immaginare una serata di sesso sfrenato.
Invece, uscita dalla toilette, me ne sono andata dalla sala. Guardavo gli uomini che mi scrutavano e pensavo che se avessero saputo che quella davanti a loro era una mamma che era appena stata inculata da un amico di suo figlio…
Non l’ho più richiamato e ho buttato via il numero. Spero di incontrarlo magari a casa qualche volta si spero che Rocco lo inviti presto a casa.
Sabrina.
mercoledì 9 settembre 2015
Nulla di cui vergognarsi.
(in foto: Carter Cruise, The Masseuse, SweetSinner.com)
Vi ricordate del mio Pier Vittorio? Il mio corteggiatore cinquantenne, quello che si accontentava di segarsi in mia presenza. Aveva una vera e propria passione per le seghe, e io ero la sua principale fonte di ispirazione. Un vero artista nel procurarsi piacere da solo, con le sue mani, e io ero la sua musa. Lui si accontentava semplicemente di guardarmi mentre lo faceva. Probabilmente non c'erano altre ragazze che gli permettevano di fare una cosa del genere. Trovando me, che glielo permettevo, aveva trovato l'america. Come già vi ho raccontato in un precedente post (dal titolo Talent Scout) Pier Vittorio mi aveva rimorchiata per strada, e da quel momento era nato uno splendido rapporto di amicizia. Era nostra abitudine incontrarci di tanto in tanto, e lui mi portava a cena fuori, o semplicemente a prendere un caffè. Mi piaceva ricevere le sue attenzioni e i suoi corteggiamenti, e così lo facevo volentieri. Poi si andava a casa sua, e lì cominciava il segone. Io mi mettevo nuda sul divano del soggiorno, con le cosce oscenamente aperte, e lui partiva con la mano. Su e giù, su e giù, fino a schizzare. E questa cosa mi divertiva un sacco, e mi eccitava pure, perchè mi piaceva essere desiderata. Era chiaro che non avremmo mai fatto l'amore. Non eravamo interessati a farlo. Quel rapporto che c'era tra di noi ci bastava così com'era.
Un giorno, dopo essere rientrata dalla Sicilia, lo incontrai per puro caso in una via del centro, in compagnia di una ragazza, che poteva avere all'incirca la mia età. Molto bella, se devo dirla tutta, mora, con delle belle gambe e un bel corpo da modella. Non so perchè, ma vederla in compagnia di quella ragazza mi fece impazzire di gelosia. Ero o non ero io la sua musa ispiratrice di seghe? Chi era quella lì? Era come un tradimento e questa cosa mi mandò in bestia. Allora gli andai incontro con un espressione del viso molto incazzata. Lui quando mi vide andò nel panico, diventò bianco in faccia e balbettò qualcosa.
- Moana, ciao. Che ci fai da queste parti?
- Cosa ci fai tu da queste parti?
- Niente, stavo facendo un giro per negozi insieme a mia figlia.
- Tua figlia?
Allora mi tranquillizzai. Era soltanto la figlia. Ma mi stupii il fatto di essere stata colta da così tanta gelosia. Non riuscivo a capacitarmi di questo mio atteggiamento.
- Papà, chi è questa ragazza? - domandò lei.
- Lei è... lei è... - non sapeva proprio dove andare a parare. Cosa avrebbe dovuto dire a sua figlia? Che ero la sua amichetta di giochi? Capii che Pier Vittorio era gravemente in difficoltà, così decisi di dargli una mano e toglierlo dagli impicci.
- Sono la figlia di una sua amica. Mia madre e tuo padre erano molto amici da giovani.
- Esatto - esultò Pier Vittorio. - Proprio così, è la figlia di un'amica. Tutto qui.
- Beh, già che siamo qui, che ne direste di prendere un caffè insieme? - domandai.
- Sai, andiamo un pò di fretta. Comunque salutami tua madre. Ciao Moana!
E filarono via come se io avessi la lebbra. E questa cosa mi fece arrabbiare molto. Che forse Pier Vittorio si vergognava di me? Qualsiasi cosa fosse non la digerii molto bene, e me ne andai per la mia strada con i pugni stretti dalla rabbia. Non mi stava bene che Pier Vittorio mi trattava in quel modo. Non me lo meritavo. Non dopo tutto quello che avevo fatto per lui.
Poi, quello stesso pomeriggio, mi telefonò. Mi disse che aveva voglia di vedermi, e che quando mi aveva vista per strada gli si era arrizzato il cazzo. Non volevo dirgli subito che non mi era piaciuto il suo atteggiamento. Avevo voglia di dirglielo in faccia, e così decisi di accontentarlo.
- Ok, vediamoci. Questa volta ti faccio schizzare tanto tanto.
E allora ci vedemmo per un caffè, ma io fui piuttosto fredda. Lui continuava nel lusingarmi con i suoi apprezzamenti, mi diceva che ero da erezione, e spesso mi accarezzava la mano, ma io la ritiravo, perchè mi sentivo seriamente offesa. Lui c'aveva proprio tanta voglia, e infatti il nostro incontro nel bar durò poco, subito mi chiese di andare da lui. Io dissi di sì e quando arrivammo a casa sua mi fece accomodare nel soggiorno. Accavallai le gambe e lo guardai spogliarsi lì davanti a me, fino a ritrovarmelo completamente nudo, con quel suo cazzetto piccolo e la pancia grossa come un cocomero.
- Che fai? Non ti spogli?
- No - risposi. - Non prima di aver messo in chiaro due cose.
- E cioè?
- Perchè ti vergogni di me?
- Io mi vergogno di te? Ma cosa dici? Tu sei la luce dei miei occhi, Moana.
- E allora perchè non hai voluto presentarmi a tua figlia? Forse perchè hai ritenuto che fare la conoscenza con una ragazza come me avrebbe potuto portarla sulla cattiva strada? Dimmi la verità, è questo che hai pensato? Che forse non sono degna di conoscerla? Forse tua figlia non merita di stringere la mano ad una come me. Una puttana. Una che si fa vedere nuda da tutti.
- Moana, non è come credi. Io non mi sono vergognato di te, piuttosto ho avuto vergogna di me stesso. Ho avuto paura che mia figlia Maddalena potesse scoprire tutto. Sono andato nel panico, perdonami.
- Non c'è niente di cui vergognarsi per quello che facciamo io e te.
- Beh sai, avervi tutt'e due lì, guardandovi, ho avuto una strana sensazione. Come se foste entrambe mie figlie. E allora ho provato vergogna per me stesso.
- Che stupido che sei - dissi, e cominciai a spogliarmi tirandomi giù i leggings e poi sbottonandomi la camicetta. - Però comunque la voglio conoscere meglio questa Maddalena. Ho la sensazione che potremmo diventare grandi amiche. Sempre se a te non dispiace che tua figlia frequenti una zoccola.
- Moana, tu non sei una zoccola.
A quel punto ero completamente nuda e mi misi a gambe aperte sul divano, e Pier Vittorio cominciò a segarsi. Parlammo del più e del meno mentre lo faceva, e io allargavo le labbra della fighetta per fargliela vedere meglio, e ogni volta che l'aprivo lui aumentava la velocità della sega, quasi in estasi. Poi la richiudevo e lui si calmava. Gli parlai del mio lavoro allo strip bar, e lui si mostrò felicemente sorpreso. Mi disse che presto sarebbe passato a salutarmi. Gli raccontai delle mie vacanze in Sicilia, e anche dell'esperienza della gang bang, e infine gli raccontai della sega che avevo fatto a mio padre. Quella cosa lo fece sborrare copiosamente, e quando mi accorsi che stava per venire allargai le labbra della vagina e lui mi ci schizzò sopra. Ma i fiotti erano così forti che mi saltarono fin sopra le tette. Uno ancora più forte mi saltò in faccia e io scoppiai a ridere.
- La prossima volta che mi vedi per strada e te ne scappi, questa non la vedi più - dissi battendomi due dita sulla vagina ricoperta di sborra.
- Non succederà più, te lo prometto.
Moana.
Un giorno, dopo essere rientrata dalla Sicilia, lo incontrai per puro caso in una via del centro, in compagnia di una ragazza, che poteva avere all'incirca la mia età. Molto bella, se devo dirla tutta, mora, con delle belle gambe e un bel corpo da modella. Non so perchè, ma vederla in compagnia di quella ragazza mi fece impazzire di gelosia. Ero o non ero io la sua musa ispiratrice di seghe? Chi era quella lì? Era come un tradimento e questa cosa mi mandò in bestia. Allora gli andai incontro con un espressione del viso molto incazzata. Lui quando mi vide andò nel panico, diventò bianco in faccia e balbettò qualcosa.
- Moana, ciao. Che ci fai da queste parti?
- Cosa ci fai tu da queste parti?
- Niente, stavo facendo un giro per negozi insieme a mia figlia.
- Tua figlia?
Allora mi tranquillizzai. Era soltanto la figlia. Ma mi stupii il fatto di essere stata colta da così tanta gelosia. Non riuscivo a capacitarmi di questo mio atteggiamento.
- Papà, chi è questa ragazza? - domandò lei.
- Lei è... lei è... - non sapeva proprio dove andare a parare. Cosa avrebbe dovuto dire a sua figlia? Che ero la sua amichetta di giochi? Capii che Pier Vittorio era gravemente in difficoltà, così decisi di dargli una mano e toglierlo dagli impicci.
- Sono la figlia di una sua amica. Mia madre e tuo padre erano molto amici da giovani.
- Esatto - esultò Pier Vittorio. - Proprio così, è la figlia di un'amica. Tutto qui.
- Beh, già che siamo qui, che ne direste di prendere un caffè insieme? - domandai.
- Sai, andiamo un pò di fretta. Comunque salutami tua madre. Ciao Moana!
E filarono via come se io avessi la lebbra. E questa cosa mi fece arrabbiare molto. Che forse Pier Vittorio si vergognava di me? Qualsiasi cosa fosse non la digerii molto bene, e me ne andai per la mia strada con i pugni stretti dalla rabbia. Non mi stava bene che Pier Vittorio mi trattava in quel modo. Non me lo meritavo. Non dopo tutto quello che avevo fatto per lui.
Poi, quello stesso pomeriggio, mi telefonò. Mi disse che aveva voglia di vedermi, e che quando mi aveva vista per strada gli si era arrizzato il cazzo. Non volevo dirgli subito che non mi era piaciuto il suo atteggiamento. Avevo voglia di dirglielo in faccia, e così decisi di accontentarlo.
- Ok, vediamoci. Questa volta ti faccio schizzare tanto tanto.
E allora ci vedemmo per un caffè, ma io fui piuttosto fredda. Lui continuava nel lusingarmi con i suoi apprezzamenti, mi diceva che ero da erezione, e spesso mi accarezzava la mano, ma io la ritiravo, perchè mi sentivo seriamente offesa. Lui c'aveva proprio tanta voglia, e infatti il nostro incontro nel bar durò poco, subito mi chiese di andare da lui. Io dissi di sì e quando arrivammo a casa sua mi fece accomodare nel soggiorno. Accavallai le gambe e lo guardai spogliarsi lì davanti a me, fino a ritrovarmelo completamente nudo, con quel suo cazzetto piccolo e la pancia grossa come un cocomero.
- Che fai? Non ti spogli?
- No - risposi. - Non prima di aver messo in chiaro due cose.
- E cioè?
- Perchè ti vergogni di me?
- Io mi vergogno di te? Ma cosa dici? Tu sei la luce dei miei occhi, Moana.
- E allora perchè non hai voluto presentarmi a tua figlia? Forse perchè hai ritenuto che fare la conoscenza con una ragazza come me avrebbe potuto portarla sulla cattiva strada? Dimmi la verità, è questo che hai pensato? Che forse non sono degna di conoscerla? Forse tua figlia non merita di stringere la mano ad una come me. Una puttana. Una che si fa vedere nuda da tutti.
- Moana, non è come credi. Io non mi sono vergognato di te, piuttosto ho avuto vergogna di me stesso. Ho avuto paura che mia figlia Maddalena potesse scoprire tutto. Sono andato nel panico, perdonami.
- Non c'è niente di cui vergognarsi per quello che facciamo io e te.
- Beh sai, avervi tutt'e due lì, guardandovi, ho avuto una strana sensazione. Come se foste entrambe mie figlie. E allora ho provato vergogna per me stesso.
- Che stupido che sei - dissi, e cominciai a spogliarmi tirandomi giù i leggings e poi sbottonandomi la camicetta. - Però comunque la voglio conoscere meglio questa Maddalena. Ho la sensazione che potremmo diventare grandi amiche. Sempre se a te non dispiace che tua figlia frequenti una zoccola.
- Moana, tu non sei una zoccola.
A quel punto ero completamente nuda e mi misi a gambe aperte sul divano, e Pier Vittorio cominciò a segarsi. Parlammo del più e del meno mentre lo faceva, e io allargavo le labbra della fighetta per fargliela vedere meglio, e ogni volta che l'aprivo lui aumentava la velocità della sega, quasi in estasi. Poi la richiudevo e lui si calmava. Gli parlai del mio lavoro allo strip bar, e lui si mostrò felicemente sorpreso. Mi disse che presto sarebbe passato a salutarmi. Gli raccontai delle mie vacanze in Sicilia, e anche dell'esperienza della gang bang, e infine gli raccontai della sega che avevo fatto a mio padre. Quella cosa lo fece sborrare copiosamente, e quando mi accorsi che stava per venire allargai le labbra della vagina e lui mi ci schizzò sopra. Ma i fiotti erano così forti che mi saltarono fin sopra le tette. Uno ancora più forte mi saltò in faccia e io scoppiai a ridere.
- La prossima volta che mi vedi per strada e te ne scappi, questa non la vedi più - dissi battendomi due dita sulla vagina ricoperta di sborra.
- Non succederà più, te lo prometto.
Moana.
martedì 8 settembre 2015
Compromessi.
La sera in cui mia sorella Moana era rimasta a casa con mamma e papà io uscii con Laura e Berni. Andammo nello stesso bar dove era iniziato tutto, dopo le esperienze in Sicilia ci eravamo molto uniti, tutti e tre. Certo il sesso che c'era stato era importante e Laura ormai come Moana era a conoscenza del vizietto mio e di Berni ma più di tutto quello che ci accomunava era la figura forte di mia sorella. Tutti e tre vivevamo un'attrazione strana nei suoi confronti, la desideravamo tutti e tutti sapevamo che non era giusto in più per tutti noi restava un mistero, un pò ci stava e un pò scappava e forse questo nostro destino comune ci aiutò a diventare ancora più amici.
Al bancone del bar vedevo Laura scrutare gli uomini presenti. La vidi rifiutare diverse avances da parte di uomini, in maggioranza più vecchi di lei, bella, prosperosa e vestita provocante.A tutti e tre venne lo stesso pensiero: Moana avrebbe rifiutato? Ma non ce lo dicemmo.
Piuttosto vedevo Laura sempre più loquace con Berni, qualche complimento, che lui cercava di ricambiare nella maniera migliore, e in breve il tono della conversazione fu chiaro: la mia ragazza stava flirtando con mio cognato nonchè mio migliore amico, in modo piuttosto diretto.
Tanto che ad un certo punto chiese a lui e non a me di accompagnarla in bagno e la cosa non mi dava alcun disturbo. Non credo di essere proprio come mio padre ma con Berni era diverso, lui era un mio vero amico, tutto sommato mi faceva anche piacere e in più il pensiero di fare un piccolo dispetto a quella troia di mia sorella mi faceva stare bene.
La richiesta di Laura era stata precisa: voleva rivedere per bene il cazzo di Berni che aveva solo succhiato di sfuggita. Lui era già eccitato e quando si abbassò i pantaloni fece fare una gran figura.
“Ottimo” commentò la mia fidanzata. “Ma ora ti devo dire perchè avevo voglia del tuo bel cazzone. Rocco ancora non lo sa ma io vi ho visti insieme in Sicilia e voglio fargli una sorpresa. Voglio vederlo mentre viene inculato da te. Ormai ho capito che è giù abituato a prenderlo nel culo, ma non è gay, e di sicuro non lo sei neanche tu. Dovrai solo sodomizzarlo, niente effusioni e stavolta ci sarò io a guardarvi.”
Berni rimase molto sorpreso, già pregustava di scoparmi la ragazza, credeva fosse in cerca di carne per sè stessa e non riuscì a dire nulla, come sapete mio cognato è più porco con gli uomini che con le donne.
“Non c’è bisogno che mi rispondi subito. Pensaci. Io aspetto.” Laura allungò per un attimo la mano e gli afferrò il cazzo alla base. “Il fatto che tu ce l’abbia così duro mi fa ben sperare. Dai che ci divertiamo. Quella pazza di Moana concede a tutti il culo, sarebbe il caso di far pareggiare i fratelli. Rocco è un bel ragazzo, ha un fisico come il tuo, non ha peli ma tu questo ormai lo sai bene, la sensazione sarà la stessa di sempre e in più ci sarà anche una figa con voi.” Laura gli diede una strizzata al cazzo e uscì dal bagno lasciandolo lì, con i pantaloni abbassati.
Berni attese la fine della serata per dire il suo si, per merito di Laura che lo aveva eccitato a dismisura. Mio cognato aveva la segreta speranza che poi ci fosse l’opportunità di scoparsi anche lei. Inoltre non aveva dubbi sulla sua eterosessualità, e metterlo nel mio culo non avrebbe cambiato i suoi gusti come era già successo.
Non capivo perchè Berni ci stesse seguendo a casa ma il pensiero che avrebbe tradito Moana con Laura o con me mi eccitava e non feci domande.
“Ma hai visto che bello?" Mi diceva Laura mentre Berni si spogliava. "Ho scelto bene? Deve essere grande circa come il mio dildo nero. Ora finalmente vedrò la differenza tra quando lo metti in culo a me e quando lo prendi tu. Sei pronto, amore?”
Laura mi preparò con le dita, con la lingua. Chiese a Berni se voleva aiutarla. Lui usò solo le dita. Poi lei glielo prese in mano, e fu quello l’unico contatto tra di loro, ma solo per guidarlo dentro.
Berni, nel bagno, dopo che era uscita, si era tirato una sega per cui in quel momento riuscì a resistere più a lungo del normale. Fu la prima di due lunghe inculate. Venimmo tutti e tre, Laura masturbandosi.
Il giorno dopo, nel primo pomeriggio, passai da casa di Berni.
“Sto studiando” voleva liquidarmi. "Volevo solo chiederti una cosa. Vorrei che tornassi da noi stasera a scoparmi di nuovo". Si negò, aveva paura di Moana. "Sì, sì, è piaciuto anche a me lo sai ma…" in realtà faticava un po’ a trovare motivi validi per rifiutare.
Io insistevo, gli dissi che lui era perfetto per noi. Berni provò a rilanciare.
“Ok, vengo. Però stasera posso scoparmi anche la tua ragazza.”
Esitai un attimo. Pensai che avrei detto sì ma istintivamente scossi la testa. “No, questo no.” dissi andandomene.
Più tardi ripassai.
“Hai cambiato idea?” mi chiese Berni.
“Ho una proposta.” risposi. “Ti concedo la mia ragazza, ma in cambio voglio che i nostri ruoli si possano invertire. Non voglio essere l'unico a darti il culo. E voglio che ce lo succhiamo a vicenda.”
“Non sono gay, lo sai.”
“Neanche io, non vedo dove sia il problema. A entrambi piacciono le donne. Ciò non toglie che prenderlo nel culo sia una piacevole sensazione. Concederti Laura per me è una cosa difficilissima.”
mentii sperando che non notasse il rigonfiamento nei miei pantaloni, ma lui rifiutò. "Non posso accettare. Ci sono dei limiti. Fin quando tocca a me scoparti è un conto". Uscii un po’ deluso, ma con un sorrisino.
“Pensaci su. Sei ancora in tempo a cambiare idea.”
La cosa un po’ lo stuzzicava. La curiosità era tanta. L’occasione sarebbe stata quella buona, o allora o mai più. Ma non poteva farlo. Va ben tutto, ma non poteva. Berni andò in bagno, si masturbò, in modo che gli passassero i cattivi pensieri e con la perdita dell’eccitazione si convinse definitivamente che il discorso era chiuso.
Era tardi, quando a casa di Berni stavolta ci andò Laura.
“Andiamo?” gli disse. Era tremendamente sexy, Berni avrebbe voluto scoparla a casa sua da solo. “Dai, che da quando ho visto il tuo cazzo non vedo l’ora di sentirmelo dentro. Vedrai che non te ne pentirai.” gli si strusciò contro, tastandogli l’uccello già duro. “Non temere, ci andrà piano.” con una mano gli palpò il culo. “Ci penso io a prepararti come si deve.”
Berni aveva due immagini mentali mentre andavano verso casa di Laura dove li stavo aspettando. Lui sul letto col culo per aria e lei dietro che lo leccava, e poi, a parti invertite, col suo cazzo a farsi strada tra quei glutei polposi. In fondo, si diceva, Rocco è il mio migliore amico.
Rocco.
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