lunedì 14 novembre 2016

Sottomesso.

(in foto: Brutal-Facesitting.com)


   Mi ero messo a letto in mutande a guardare il soffitto e a pensare a quello che era successo. Che figuraccia. Adesso più che mai era stato appurato chi era il vero maschio della casa, e cioè Rocki, che intanto era rimasto in soggiorno a montarsi le due ragazze, Giada e Marta. Le aveva messe l’una sull’altra e lui dietro e se le stava scopando alternando i buchi. Le sentivo godere come se fossero lì, accanto a me. Poi ad un certo punto smisero e ci fu un gran silenzio. Mi chiedevo cosa stesse succedendo. In ogni modo io ero stato escluso dal gioco, quindi non avrei potuto saperlo. Non meritavo di prendere parte a quell’orgia di sensi, non ne ero all’altezza. Ma cosa stavano facendo? Perché le ragazze non ansimavano più?
   Dopo un po' sentii bussare alla porta della mia stanza. Mi chiesi cosa volessero da me. Cosa potevo mai offrirgli se non la mia mediocre presenza di guardone? Andai ad aprire un po' controvoglia; fuori c’era Marta, la ragazza che mi aveva fatto venire con la bocca. Era tutta nuda, un corpo snello, slanciato, ma essenzialmente piatta, ma nonostante questo era un capolavoro. Mi sorrise e poi mi guardò in basso; vedendola tutta nuda il mio cazzo aveva ricominciato a ritornare su. Mi chiese se mi andava di ritornare a giocare con loro. Notai che Marta nascondeva le mani dietro la schiena, quasi come se avesse qualcosa che non dovevo vedere, o perlomeno non ancora.
   “Non so se è il caso che io mi unisca a voi” risposi. “Non vorrei deludervi ulteriormente”.
   “Non ti preoccupare” mi disse. “Questa volta non ci deluderai. Adesso abbiamo capito che tipo di uomo sei, e quindi questa volta andrà molto meglio”.
   “Va bene. Cercherò di fare del mio meglio”.
   “Però prima devi toglierti le mutande e chiudere gli occhi”.
   “Perché?” domandai divertito.
   “Perché sì. Forza. Tira giù quei cazzo di slip e chiudi gli occhi” il tono della voce di Marta cambiò radicalmente e diventò rude e sgarbato. Ma pensai che stesse solo scherzando, e allora le sorrisi e tirai giù le mutande e il mio cazzo, che ormai era ritornato fieramente in erezione, schizzò fuori pronto per la sua rivincita.
   “Che cazzo hai da ridere?” mi domandò, e dal soggiorno sentii Rocki e la maggiorata che ridevano. Probabilmente stavano ascoltando la nostra conversazione, e anche loro trovavano divertente quel cambiamento di atteggiamento di Marta. “Adesso chiudi gli occhi”.
   Chiusi gli occhi e sentii Marta venirmi dietro. Sentivo il calore del suo corpo contro la mia schiena, la delicatezza della sua fighetta glabra contro i miei glutei, poi qualcosa contro il mio collo che si chiudeva con uno scatto. A quel punto mi disse di aprire gli occhi e vidi che mi aveva messo un guinzaglio e lei teneva il cordino e mi strattonò per farmi capire cosa stava succedendo.
   “Accuccia, mezza sega” mi ordinò.
   “Ma cosa…?” non sapevo come comportarmi.
   “Ho detto accuccia!” urlò e mi diede una bella sculacciata, a quel punto mi misi a terra a quattro zampe per non farla spazientire ulteriormente. “E ora andiamo nel soggiorno, forza!” e si mise a cavalcioni su di me. Sentivo la sua figa calda premuta contro la mia schiena. A quel punto avrei dovuto portarla di là, ma mi vergognavo da morire, e lei mi diede un'altra sculacciata. “Forza!”.
   Marta mi stava dominando e decisi di assecondarla. In fin dei conti la dominazione era una pratica del sesso che mi aveva sempre intrigato, anche se era la prima volta che mi capitava una cosa del genere. L’unica cosa che mi seccava un po' era farmi vedere da Rocki in quel modo. Ma mi feci coraggio e andai nel soggiorno, dove c’era la maggiorata che stava facendo una spagnola a Rocki, ma quando mi videro si fermarono e scoppiarono a ridere.
   “Marta, sei fenomenale!” disse la maggiorata.
   “Rocco, ma che mi combini?” domandò lui divertito. “Ti fai mettere i piedi in testa così?”.
   Non sapevo cosa fare, ma mi venne una specie di scatto di orgoglio e cercai di ribaltare la situazione disarcionando Marta, ma lei non ne volle sapere e mi afferrò per i capelli.
   “Che cazzo stai cercando di fare, segaiolo?” poi mi strattonò con il cordino e allora abbandonai l’idea. Era meglio se me ne stavo buono.
   Rocki e la maggiorata avevano smesso di guardarci e cominciarono a scopare di brutto, con lei messa a cavalcioni del poggiatesta del divano e lui dietro a farle il culo. Intanto Marta era scesa dalla mia schiena e mi diceva di guardare bene come si fa a far godere una donna.
   “Ecco, vedi? Lui è un uomo. Non tu. Guarda bene come si fa, magari impari qualcosa”.
   Guardavo, sì. E mi rendevo conto che Rocki era un vero professionista a montarsi le donne. Nel frattempo sentivo Marta armeggiare dietro di me. Aveva lasciato il guinzaglio ed era impegnata a fare qualcos’altro, cioè allacciarsi uno strap-on intorno alla vita. A quel punto allargò le gambe mettendosi dietro di me, mi afferrò per i fianchi e iniziò a penetrarmi. Ogni tanto mi sculacciava a mi diceva che ero la sua zoccola. E devo dire che mi stava piacendo moltissimo, e il piacere di essere penetrato mi inebriò completamente, mi sentivo come se fossi ubriaco a tal punto da perdere la sensazione di vergogna che mi attanagliava all’inizio, quando ero entrato nel soggiorno con Marta a cavalcioni su di me. E sentivo come se stessi per venire di nuovo, ma poi non venivo mai.
   “Chi è la tua padrona, pisciasotto?” mi chiese, ma io non risposi, stavo godendo troppo per poterlo fare, e allora lei gridò: “chi è la tua padrona? Rispondi!”.
   “Sei tu la mia padrona” risposi con un filo di voce.
   La maggiorata scoppiò a ridere; era divertita da quello che mi stava facendo Marta, che intanto mi montava come una furia, e più spingeva più sentivo che stavo per sborrare. Poi ad un certo punto uscì dal mio condotto anale e si tolse lo strap-on. Non capivo più niente. Ero in estasi e quindi non fecevo neppure caso al fatto che eravamo in quattro nel soggiorno. Era come se fossimo solo io e Marta.
   In ogni caso si tolse lo strap-on e con un piede mi fece ribaltare con la pancia all’aria, e allargò le cosce davanti al mio viso e si abbassò su di me sedendosi letteralmente sulla mia bocca. Avevo il suo orifizio anale premuto contro le labbra, quasi come se volesse soffocarmi. Vi ripeto, era completamente seduta, come se io fossi il suo sgabello, e intanto guardava Rocki e Giada che facevano l’amore, i quali ormai stavano quasi per venire. Dopo qualche minuto Marta si alzò dal mio viso, per fortuna, altrimenti sarei soffocato. Ma fu solo per farmi riprendere fiato, poi si rimise a sedere e ripiombai di nuovo nel buio. Non so con precisione cos’è che mi fece schizzare; forse la situazione del tutto nuova, forse la sensazione di soffocamento o forse l’odore dell’orifizio anale di Marta. So solo che cominciai a schizzare. Poi Marta si alzò e mi lasciò libero di respirare.
   “Marta, noi andiamo a fare una doccia” disse Rocki. “Vuoi unirti a noi?”.
   “E di lui cosa ne faccio?” chiese lei riferendosi a me, che intanto ero rimasto sul pavimento quasi privo di forze.
   “Mi sa che non c’è spazio per tutti e quattro nel box doccia”.
   “Ok, lasciamolo qui il verme” rispose Marta e poi con un balzo raggiunse i due con i quali entrò nel bagno e poi nella doccia.
   L’acqua iniziò a scrosciare e le ragazze ridevano divertite. Sicuramente Rocki era ripartito all’attacco e a breve se le sarebbe chiavate entrambe di nuovo. Io non appena ripresi le forze mi rialzai e me ne tornai in camera mia. Avevo proprio bisogno di riposarmi. Marta mi aveva sfiancato. Mi aveva proprio montato a dovere. Avevo il condotto anale in fiamme.

Rocco.

sabato 12 novembre 2016

giovedì 10 novembre 2016

Un coinquilino stallone. 


   Dopo l’esperienza con Mercedes la situazione non era poi tanto cambiata, nel senso che continuavo a essere sempre arrapato. Non facevo altro che pensare al sesso. Era diventata un ossessione. Ovunque andassi c’era qualcosa che mi faceva pensare al sesso. E purtroppo Elena, la mia fidanzata, non mi era di grande aiuto. Continuava a dichiararsi fedele alla sua idea di rimanere vergine fino al matrimonio. Per tenermi buono mi faceva delle seghe, e devo dire che con la pratica era diventata anche molto brava, ma le seghe, come già vi ho detto, non mi bastavano più. E allora avevo cominciato a dare di matto. Mercedes mi era stata molto utile, ma non mi era bastato. Ovunque andassi c’era una ragazza con una minigonna molto corta o uno scollo tremendamente osceno che mi facevano venire voglia di sborrare. Neppure a casa ero tranquillo, e adesso vi spiego il motivo. Innanzitutto devo dirvi che non abitavo più con i miei genitori; siccome a lavoro mi avevano trasferito in un’altra sede, ovvero la cucina di un ospedale, avevo sentito il bisogno di trasferirmi per avvicinarmi al posto di lavoro. Se non avessi fatto così mi ci sarebbe voluta un’ora per raggiungere l’ospedale. Invece, in questo modo, mi ci volevano solo cinque minuti per arrivare a lavoro. L’appartamento che avevo preso in affitto infatti era a cinquanta metri dall’ospedale.
   Avevo preso in affitto la casa insieme ad un collega, cioè il magazziniere della cucina, un certo Rocki, il quale anche lui veniva da molto lontano e quindi aveva sentito il bisogno di trovare casa vicino al posto di lavoro. Ci eravamo quindi messi d’accordo e avevamo deciso di prendere un appartamento insieme. Il punto è che, cari lettori, Rocki era un trombatore da competizione, uno stallone da monta di razza, un vero maschio alpha, e ogni volta che rientravo a casa lo trovavo in soggiorno, oppure in cucina, o anche in bagno, che si stava scopando una puledra fresca fresca di rimorchio. Ce ne aveva una diversa ogni giorno, riusciva a rimorchiare con la stessa facilità con cui avrebbe bevuto un bicchiere d’acqua. Rocki non era molto bello; a dirla tutta aveva un viso davvero poco raccomandabile da narcotrafficante, però aveva un corpo che avrebbe fatto perdere la testa ad ogni donna. Era tutto duro, aveva muscoli d’acciaio, e soprattutto aveva un cazzo pauroso. Non era semplicemente lungo, era anche grosso, cioè grosso di diametro. Era una vera bestia, e le donne ci perdevano la brocca quando lo vedevano.
   Ebbene, vedere Rocki montarsi quelle grandissime maiale mi faceva stare male, perché sarebbe piaciuto anche a me averne una, e invece io rimanevo sempre a bocca asciutta. Dovevo sempre accontentarmi delle seghe, mentre lui si montava il meglio del meglio delle maialine in circolazione. Che poi se le scopava senza ritegno, cioè voglio dire non è che se ne andava in camera sua a sbattersele, ma se le ingroppava ovunque, come già ho detto poco fa, nel soggiorno, nel bagno, in cucina, tutti posti dove potevo vederlo. Certe volte pareva che lo faceva apposta, quasi come se ci godesse del fatto che io potessi vederlo mentre si fotteva la puledra di turno. Inoltre Rocki non faceva discriminazioni razziali: indiane, cinesi, bulgare, rumene, russe, francesi, coreane, africane. E non faceva nemmeno discriminazioni di ceto: popolane o benestanti, Rocki appena vedeva una figa la riempiva.
   Le prime volte che rientravo a casa e lo trovavo intento nella sua nobile arte della monta mi imbarazzavo da morire, chiedevo scusa e me ne andavo in camera e mi barricavo dentro. Poi cominciai a prenderci gusto, e allora me ne andavo nella mia stanza ma senza chiudere la porta, ma restando sulla soglia a spiarlo mentre si faceva la maialina di turno, e mi facevo una colossale sega. Una volta però si accorse che lo spiavo, ma la cosa non gli diede particolarmente fastidio, anzi, mi fece l’occhiolino, quasi a dire: “ti sta piacendo lo spettacolo?”. E allora lì capii che la mia presenza lo eccitava; cioè, non è che ero io a eccitarlo, ma il fatto che ci fosse qualcuno a guardare. Le ragazze che si montava invece non facevano neppure caso alla mia presenza; era tanto il piacere che traevano dal grosso cazzo di Rocki che neppure si accorgevano di me. Io per loro, in confronto a Rocki, ero una nullità, ed era come se ai loro occhi neppure esistessi. In principio questa cosa mi stava pure bene, perché avevo modo di godermi lo spettacolo senza che nessuno mi dicesse niente. Ma poi capii che non era proprio una cosa bella che le ragazze mi considerassero in quel modo. Non volevo che mi guardassero come un inutile segaiolo. Anche io c’avevo voglia di scopare, e invece non potevo fare altro che restarmene lì a spiare. Era questo il mio ruolo. Nessuna di loro mi vedeva come un potenziale scopatore, piuttosto come il coinquilino smanettone a cui piace guardare una coppia che fa l’amore.
   Nell’ospedale Rocki praticamente se l’era passate tutte: infermiere, portantine e ragazze delle pulizie. Non importava se erano sposate o fidanzate o quanti anni avevano, Rocki le portava a casa e se le fotteva senza alcun freno, in posizioni spesso anche impensabili, e alla fine ad ognuna lasciava un bel ricordino sulla faccia, cioè una serie di schizzi di sborra calda. Una volta ero ritornato a casa e lo trovai che si stava scopando Romina, una ragazza rumena che faceva le pulizie nei reparti. La cosa mi fece molto male, perché da qualche giorno le andavo dietro, ma lei non mi si inculava di striscio. La vedevo nei corridoi con i suoi pantaloni bianchi che aderivano porcamente alle sue belle chiappone burrose, e il tessuto leggero di quei pantaloni lasciava intravedere il perizoma nero che portava sotto. Quel suo culo mi aveva fatto perdere la testa, e allora tentavo invano di avere un dialogo con lei, nell’intenzione di invitarla a casa e farle quel suo delizioso culetto. Ma lei non sembrava per niente attratta da me. E invece a Rocki era bastato poco e subito era riuscito a portarla a casa. E quando la vidi che si stava facendo montare il culo da lui mi salì il sangue alla testa. A lui il culo glielo dai, però! Pensai. Puttana.
   E come se glielo dava! Vidi Rocki incularsela con decisione, con maestria, in una posizione di sottomissione, lei a novanta gradi sul tavolo del soggiorno e lui dietro che le teneva la coda di cavallo e la strattonava di tanto in tanto per farle tenere la testa verso l’alto. Rocki era un vero stallone da monta a cui le donne non potevano dire di no.
   Ebbene, vederlo ogni giorno ingropparsi una puledra diversa non mi faceva affatto bene. Anzi, peggiorava la mia condizione di eterno arrapato.

Rocco.

martedì 8 novembre 2016

Dentro Mercedes.

(in foto: Angel Eyes, BootyLicious.com)


   Ero sopra di lei, con le gambe larghe e i piedi ben ancorati al letto e il mio cazzo piantato nel suo condotto anale, e la tenevo per i fianchi e me la stavo montando con una notevole energia, anche grazie al fatto che ero già venuto, quindi adesso potevo anche permettermi il lusso di chiavarmela come avrebbe fatto un vero maschio alpha. Mi sentivo padrone della situazione e in grado di andare avanti a oltranza, e lei si lasciava trapanare standosene buona buona e facendomi fare quello che volevo. Tant’è che le diedi una bella sculacciata e mi accorsi che la cosa non le dispiaceva affatto, e allora gliene diedi anche altre.
   “Sai, credo che mi sto innamorando di te” mi disse. “Mi piace come mi stai chiavando”.
   Chiaramente stava fingendo. Chissà a quanti altri clienti aveva detto la stessa cosa. Avevo letto su Internet che quella era una tecnica, si chiamava Girlfriend Experience, e non tutte le escort lo facevano. Essenzialmente serviva a coinvolgere maggiormente il cliente, facendogli provare un’esperienza molto vicina ad una relazione amorosa reale. Devo dire che era una sensazione molto piacevole, ma non ero così stupido da non capire che stava fingendo.
   Ero dentro Mercedes, eppure non sapevo nulla di lei. Non sapevo da quale stato africano provenisse, e non sapevo neppure perché aveva deciso di fare quella vita, cioè di vendere il suo corpo a chiunque avesse a disposizione cento euro da dargli. Avevo tanta voglia di conoscerle queste cose, di fare in modo che la nostra non fosse soltanto una semplice scopata. Sentimenti contrastanti iniziarono a giocarmi brutti scherzi. Forse quello che aveva detto, e cioè che si stava innamorando di me, stava facendo effetto. Stavo cominciando a crederci davvero. Ma perché mi illudevo così? Appena sarei uscito da quella casa, un altro cliente avrebbe fatto con Mercedes quello che stavo facendo io in quel momento, cioè fotterla senza pietà. Magari un cliente più avanti con gli anni di me, magari sulla cinquantina, sposato, con figli a carico, annoiato della vita e stressato dopo una giornata in ufficio. E anche a lui Mercedes avrebbe detto la stessa cosa, e cioè: “credo che mi sto innamorando di te”. Forse lo diceva solo per fare in modo che i suoi clienti tornassero da lei. In ogni modo provai una certa tenerezza per Mercedes, tanto che mi abbassai su di lei a baciarle la schiena e l’abbracciai da dietro, senza però mai smettere di fotterla.
   “Tesoro mio” dissi mosso da compassione, “chissà quanti uomini ti usano come ti sto usando io, come un buco da riempire e nient’altro”.
   “Molti, ma con te è diverso” rispose. “Con te lo faccio perché mi piaci”.
   Fingeva? Me lo diceva solo per una questione di Girlfriend Experience? Non lo so, ma ogni volta che mi diceva una cosa del genere mi scioglievo sempre di più. E alla fine, prima di sborrare, le dissi che non volevo che il nostro rapporto finisse lì, nel momento in cui sarei uscito dal suo retto. Volevo rivederla al più presto. E allora lei mi rispose che sarebbe stata felicissima di rifare quello che avevamo appena fatto. Ma non era questo che intendevo; io non volevo semplicemente rivederla, darle i soldi e incularla come avevo appena fatto. Io volevo di più. Volevo averla completamente, come una fidanzata. Volevo che diventasse la mia fidanzata. L’avrei portata a casa a conoscere i miei, e sono sicuro che sarebbe stata accolta con gioia sia da mia madre che da mio padre, perché era la donna che amavo, anche se sotto aveva il cazzo anche lei e quindi non avrebbe mai potuto dare loro dei nipotini.
   Prima di sborrare feci uscire il cazzo dal retto di Mercedes e mi sfilai il preservativo e iniziai a schizzarle sulla schiena. Lo sperma si mescolò al suo sudore; c’era molto caldo ed eravamo entrambi molto sudati. Ci accasciammo sul letto, io sopra di lei e presi a baciarla dappertutto. Si girò mettendosi a pancia all’aria e allora iniziai a leccarle le tette. Guardai giù e notai che era venuta anche lei, forse mentre la penetravo. Il suo grande attrezzo infatti aveva perso consistenza e fuoriusciva ancora qualche goccia di sborra.
   “Sei venuta anche tu?” le chiesi.
   “Sì amore, sono venuta” mi disse baciandomi le labbra. “In genere non vengo con tutti i clienti, ma solo con quelli bravi. E tu sei stato molto bravo. Mi hai fatta venire”.
   “Mercedes, vuoi essere la mia fidanzata?” le chiesi ingenuamente.
   “Io sono già la tua fidanzata” mi rispose, e a quel punto salii di nuovo sul suo corpo e la baciai e con la lingua cercai la sua.
   Dopo un po' ci rivestimmo e lei mi accompagnò alla porta. La salutai baciandole una guancia e cominciai a scendere le scale. Ero ubriaco d’amore, ma non abbastanza soddisfatto. Continuavo a volerla completamente. Avevo voglia di invitarla a cena, di portarla in un ristorante elegante, farla sentire una vera donna, e non uno sborratoio per maiali stanchi della propria vita coniugale.
   Non appena uscii dall’edificio vidi un uomo con un mazzo di fiori in mano; era un signore di mezza età, stempiato e con un fisico decadente. Aveva proprio l’aspetto del classico uomo medio stanco del proprio matrimonio e della propria condizione di subalterno. Stava vicino al citofono in attesa che qualcuno gli rispondesse. Poi ad un certo punto risuonò la voce di Mercedes:
   “Chi è?”.
   “Sono io amore, il tuo papi”.
   “Tesoro, finalmente! Sali che ho proprio tanta voglia di fare l’amore con te”.
   L’uomo, visibilmente su di giri, entrò nell’edificio e si avviò verso l’appartamento di Mercedes, dove avrebbe fatto quello che avevo appena fatto io. E poi dopo di lui probabilmente ce ne sarebbe stato un altro. E poi un altro ancora. Io ero solo uno dei tanti.

Rocco.
  

domenica 6 novembre 2016

A casa di Mercedes.


   Mercedes abitava in un palazzo sgangherato pieno di immigrati di tutte le etnie. Lei stava al secondo piano e nel salire mi precedeva e io le andavo dietro, e le sbirciavo sotto la gonna, e vedevo il suo bel culo burroso e soprattutto i suoi grossi coglioni taurini. Pensai al fatto che stavo facendo una follia; stavo andando con una prostituta. Non avevo mai fatto una cosa del genere, eppure l’eccitazione era così tanta che non riuscivo a tirarmi indietro. Ma avevo molta paura per quello che sarebbe successo una volta entrati nel suo appartamento. Pensai solo per qualche attimo alla mia Elena; non era giusto nei suoi confronti quello che mi apprestavo a fare. Cosa avrebbe pensato di me se avesse saputo che stavo per andare a letto con una trans africana? Avrebbe pensato che ero un pervertito della peggior specie e probabilmente non mi avrebbe più voluto sposare. Ma mi tranquillizzavo pensando al fatto che non avrebbe mai saputo niente di quell’avventura. D’altronde come avrebbe potuto? Chi poteva raccontarglielo?
   In ogni modo entrammo nell’appartamento e notai subito un certo disordine e un forte odore di minestrina. La luce della cucina, in cui subito ti trovavi non appena varcata la soglia, era molto fioca e illuminava ben poco. La casa era molto piccola. C’era appunto la cucina e poi una stanza attigua, dove Mercedes praticava la sua professione, e quindi dove portava i suoi clienti.
   La prima cosa che fece fu quella di liberare il suo cagnolino, e quindi si abbassò a novanta gradi per slegarlo e la gonna le salì sui fianchi scoprendole il suo bel culone burroso che vidi aprirsi; le natiche si allargarono di netto facendo apparire la rosellina che aveva in mezzo. La visione del suo orifizio anale me lo fece diventare subito duro e allora glielo sfiorai con un dito e lei non si ritrasse minimamente, anzi, temporeggiò nel liberare il suo cagnolino in modo che io potessi godere con le dita del suo buchetto di dietro.
   “Finalmente ho capito cosa vuoi” mi disse. “Mi vuoi fare il culo, porcellino!”.
   “Beh, in effetti hai un gran bel culo” le dissi e avevo voglia di dargli una bella sculacciata, ma non lo feci. Mi sembrava un po' prematuro. Insomma, non la conoscevo abbastanza, magari non le avrebbe fatto piacere ricevere uno schiaffone sulle natiche.
   “Puoi averlo” rispose e poi si rimise dritta e allungò una mano verso di me aprendola con la palma verso l’alto. “Ma prima devi pagarmi. Sono settanta, come ti dicevo prima. Ma solo perché mi sei simpatico, altrimenti te ne avrei chiesti cento”.
   E allora non persi tempo, presi il portafogli e tirai fuori i soldi. Mi tremavano le mani e lei se ne accorse, e quando glieli porsi lei li prese e poi mi mise una mano tra i capelli.
   “Calmati amore, vedrai. Sarà bellissimo” Mercedes mi guardò intensamente negli occhi e mi sorrise affettuosamente, come se io fossi l’amore della sua vita. O stava fingendo molto bene oppure davvero provava molta simpatia per me. “Cerca di rilassarti e lasciati andare”.
   A quel punto avvicinò la bocca alla mia e mi baciò, e sentii la sua lingua contro la mia, la sua saliva pastosa, il suo sapore di uomo. Chissà quanti cazzi aveva accolto in quella bocca in cui in quel momento si trovava la mia lingua. Chissà quante sborrate, quanti uomini avevano trovato l’appagamento sessuale grazie a quella bocca.
   “Aspettami di là in camera” mi disse. “Intanto puoi spogliarti se vuoi. Io vado a prepararmi e vengo”.
   Entrai quindi nella sua camera da letto. C’era una finestra che dava sulla strada, proprio la strada dove l’avevo vista passeggiare. Sul letto c’era una coperta leopardata; per terra c’era di tutto, preservativi usati e non, giocattoli per adulti tra cui vibratori e frustini sadomaso, cartacce e anche una pallina con un sonaglino con cui giocava il cagnolino. Il chiwawa intanto si era sistemato nella sua cuccetta, proprio accanto al letto su cui avrei fatto l’amore con Mercedes. E mi guardava con i suoi occhietti dolci. Mi spogliai, tolsi le mutande mettendo a nudo la mia incontrollabile erezione. Ero così sensibile che a Mercedes sarebbe bastato sfiorarmelo con un dito per farmi sborrare. Infatti cercai di calmarmi e allora cominciai a respirare a pieni polmoni; ma ero troppo nervoso e eccitato. Mi misi sul letto ad aspettare lei, con le gambe spalancate e la mia erezione in bella mostra, poi finalmente lei arrivò; era completamente nuda, con il suo bel cazzone che ballonzolava a destra e a sinistra. Venne diretta verso di me e salii sul letto mettendosi sopra di me; il suo cazzo si scontrò col mio, quasi come in una sfida a chi ce l’aveva più grosso. Iniziò a baciarmi sul collo e dietro l’orecchio. Sentivo la sua bestia diventare di marmo e in qualche secondo diventò enorme, proprio lì accanto al mio.
   “Come sei bello” mi sussurrò. “Ti adoro” ma forse fingeva, forse le sue lusinghe facevano parte del servizio. Forse lo diceva a tutti. E intanto mi baciava, e dal collo scese giù verso il cazzo e non appena appoggiò la bocca sul glande iniziai a fiottare di brutto. Gli schizzi le finirono direttamente in faccia, ma lei non si ritrasse, piuttosto aspettò che finissi di sborrare.
   “Amore, sei già venuto?”.
   “Mi dispiace” ero mortificato e intanto il mio cazzo iniziava a perdere consistenza. “Non so cosa mi è preso”.
   “Forse eri troppo eccitato” rispose con il viso inondato dal mio seme. “Ma non ti preoccupare, adesso ci penso io a tirarlo di nuovo su”.
   A quel punto si girò mettendosi dall’altra parte del letto e piazzandomi le sue grosse palle sulla faccia. Iniziai a leccargliele timidamente e lei prese il mio cazzo in bocca. Mercedes era tutta depilata, nel leccargli i coglioni provai una sensazione di ruvidità e di durezza. Con le mani afferrai saldamente le sue belle chiappone e gliele aprii direzionando la mia bocca verso il suo orifizio anale e iniziai a leccarglielo. L’odore che sprigionava quel buco mi inebriò così tanto che mi diventò di nuovo duro, complice anche la bravura di Mercedes nell’usare la bocca, coccolandomi il glande con la lingua, e poi risucchiando e facendo schioppetare le labbra. Era davvero una professionista dei pompini. Credo di non aver mai visto sbocchinare così bene. Probabilmente proprio perché Mercedes era stata un uomo, e quindi sapeva cosa cercavano i maschi da una donna. Sapeva come far perdere la testa ad un uomo, essendo stato un uomo anche lui. Mercedes era una macchina per far godere gli uomini. Non credo che esistesse una donna capace di arrivare alle prestazioni sessuali che poteva garantire lei.
   “Hai visto amore?” mi chiese. “Te l’ho fatto venire di nuovo duro. Che ne dici di sbattermelo dentro e farmi godere come una cagna?”.
   A proposito di cagna; il chiwawa di Mercedes continuava a guardarci, come ogni volta che la sua padrona portava un cliente a casa, lui era sempre lì ad assistere fedelmente a tutto quello che succedeva. Intanto Mercedes aveva preso un preservativo e lo aveva aperto e aveva cominciato a srotolarmelo sul mio cazzo dritto, ricoprendolo tutto fino alle palle e sgonfiando la bollicina d’aria che si era formata in cima. Fece questa operazione lentamente, perché io potessi continuare a leccarle l’orifizio anale ancora un po'. Doveva essersi accorta che leccarglielo mi stava piacendo molto; adoravo il suo odore di sudore e “altro” che sprigionava quel buchetto.
   “Sei proprio un maialino” disse. “Anche alla tua donna fai così?”.
   Leccare il buco del culo a Elena? Certo che no. Solo una volta l’avevo fatto, ma lei subito mi aveva fermato, dicendomi che era una cosa immorale e che non andava fatta. Quel suo negarmi il buchetto del culo, anche solo per leccarglielo, mi aveva fatto molto male. Avrei voluto consumarglielo con la lingua, ne avevo tanta voglia, eppure non potevo, e non perché a lei non piaceva, badate bene, ma semplicemente perché le avevano detto che era immorale. Elena si faceva leccare solo la figa, e neanche sempre, soltanto quando insistevo tanto. Ma mi diceva che se avevo pazienza, dopo il matrimonio, avrei potuto fare di lei quello che volevo. Ebbene, mi ero ripromesso che quando ci saremmo sposati, la prima notte di nozze, le avrei fatto il culo. E lei non poteva negarmelo, dal momento che mi aveva promesso che dopo il matrimonio avrei potuto fare di lei ciò che volevo.
   Mercedes allontanò il suo orifizio dalla mia bocca e si mise a quattro zampe sul letto con le natiche oscenamente aperte, in attesa che la penetrassi. Allora mi alzai mettendomi in ginocchio dietro di lei, le misi una mano su un fianco e con l’altra direzionai il cazzo contro il suo buco del culo e… plop! Lo feci entrare tutto fino alle palle e iniziai a montarla.

Rocco.

venerdì 4 novembre 2016

Mercedes, la dea del peccato.


   Tutti si chiedono: ma Rocco in tutto questo dov’è? Eccomi, in effetti è da parecchio che non scrivo su questo blog. L’ultima volta vi stavo raccontando di Elena, ricordate? Elena e la sua fede incrollabile. Nonostante le avessi chiesto di sposarmi, lei insisteva nel dire che voleva rimanere vergine fino al matrimonio. E io in principio ci potevo anche stare. Immaginavo la prima notte di nozze, e già pregustava la scopata che mi sarei fatto. Immaginavo quali posizioni poter fare con Elena, e più passavano i mesi e più a causa dell’astinenza me la immaginavo nelle posizioni più porche e immorali. Ma più passavano i mesi e più cominciavo a diventare matto. Avevo proprio bisogno di fottere. Non mi bastavano più le seghe che mi faceva Elena per tenermi buono. Avevo bisogno di altro.
   In quel periodo lavoravo ancora come cuoco, ma la ditta mi aveva spostato in un’altra cucina. Adesso lavoravo in un ospedale. L’astinenza però mi stava facendo diventare matto. Ero, se devo dirla tutta, malato di sesso. A causa del fervore religioso di Elena e della mia impazienza di aspettare mi ero imbattuto in avventure erotiche davvero ai limiti della decenza. Ero sempre arrapato, e bastava un niente per farmi imbattere in un’esperienza porca. Una di queste fu con una trans africana, il suo nome era Mercedes, o perlomeno era il suo nome d’arte. Per vivere faceva la Escort, vendeva il proprio corpo a uomini allupati come me. Aveva preso centinaia di cazzi, e su richiesta poteva anche darti il suo, che era una sventola enorme. Dipende da cosa cercavi.
   Ho conosciuto Mercedes mentre ritornavo a casa dal lavoro. Era di pomeriggio e lei stava passeggiando insieme al suo cagnolino. Adorava il suo chiwawa, lo portava sempre con se. Anche mentre faceva l’amore coi clienti, il cagnolino era lì che guardava. Sempre presente, come un guardone. Anche mentre me la sono inculata io. La cosa che mi ha subito colpito di lei è stato il suo corpo, che avrebbe fatto invidia ad ogni donna, con delle cosce lunghe e lisce, un paio di tette belle grosse e delle labbra carnose che promettevano pompini sensazionali. Dovevo farmela, ne avevo troppa voglia. Mercedes indossava una minigonna nera di pelle e sopra portava un copri spalle a fiori e nient’altro. Sì, proprio così, passeggiava per strada con le sue belle tette al vento, quasi a mostrare la merce che aveva da offrire. La gente la guardava con molto disprezzo e indignazione, ma lei se ne fregava, perché sapeva bene che chi disprezza vuol comprare. E poi sapeva di essere bella, di essere al pari di una donna, se non ancora più appetibile per le voglie porche di qualsiasi uomo. 
   Ebbene io nel vederla ho perso completamente la ragione. Avevo voglia di attaccarmi con la bocca alle sue tette e succhiargliele, leccarle con passione, e poi alzarle la gonna di pelle per vedere cosa nascondeva sotto, e magari leccarle anche quello. Iniziai a seguirla e lei si era già accorta di me, e ogni tanto si girava e mi sorrideva. Aveva capito che la volevo, e l’idea di concedersi a me sembrava piacergli.
   In parte la mia attrazione verso di lei la riconducevo alla mia infanzia. I lettori più affezionati di questo blog di certo ricorderanno che sono stato cresciuto da una balia trans, Tiffany, che era una cara amica dei miei genitori e per me era stata come una seconda mamma. Ho dei ricordi molto belli di Tiffany. Ormai non la vedevo da anni, ma conoscere Mercedes e poi farci l’amore mi aveva dato una strana sensazione, quasi come essere ritornato indietro nel tempo; Mercedes aveva lo stesso odore di Tiffany, e un’altra cosa che avevano in comune era la pelle. Toccando il corpo di Mercedes, per esempio le gambe, avevo avuto la stessa sensazione che avevo provato in passato con Tiffany; non era liscia come seta, come la pelle delle donne, ma porosa come quella degli uomini.
   In ogni modo quando vidi Mercedes scattò subito un gioco di seduzione; io le andavo dietro e lei lo sapeva, e il fatto che la seguissi le doveva piacere molto, perché ogni tanto si girava a guardare se c’ero ancora, e mi sorrideva. Un sorriso di complicità, come a dire: “lo so che mi vuoi. Cosa aspetti? Prendimi, sono tua”. Quel gioco me lo aveva fatto diventare durissimo. Lei ad un certo punto si è fermata per lasciare che il suo cagnolino facesse i suoi bisogni, e così ebbi modo di raggiungerla e mi fermai accanto a lei. Dio, quanto era bella! Con quelle tette alla mercè di tutti, e io che avrei voluto succhiarle, prenderle con le mani, stringerle, sbatterci il cazzo in mezzo.
   “Ciao” fece lei.
   “Ciao” risposi, e non sapevo cos’altro aggiungere. L’eccitazione mi aveva stretto la gola impedendomi di parlare.
   "Cosa cerchi?" mi domandò, e in principio non capii la domanda. In verità non cercavo niente, ma quella domanda che mi aveva posto aveva un significato specifico. O almeno lo aveva per chi faceva il suo lavoro. Insomma, voleva sapere semplicemente quale parte del corpo di lei volevo, se solo la bocca oppure tutto il resto. E in base a quello che avrei risposto mi avrebbe detto il prezzo.
   "Io in verità non so..." risposi goffamente. Era così bella che non riuscivo neppure a parlare, e allora lei scoppiò a ridere.
   "Povero tesoro. È la prima volta, vero?".
   "La prima volta di cosa?".
   "Che vai con una puttana" rispose lei senza troppi giri di parole.
   "Io... non sapevo che eri una...".
   "Puttana? E secondo te me ne andavo in giro con le poppe di fuori se non ero una puttana, tesoro?" e scoppiò di nuovo a ridere. "Mi sei molto simpatico. Ti faccio un prezzo di favore. Settanta e puoi avermi tutta. Anche questo" e allora si tirò su la gonna di pelle mostrandomi il suo enorme palo, che non era in erezione e comunque era enorme, quindi figuratevi quando era in tiro. E aveva anche un bel paio di coglioni grossi come quelli di un toro. Mi venne da pensare a quanta potenza sessuale potesse sprigionare un affare del genere. Ma subito lo ricoprì per non dare troppo spettacolo. Già bastavano le sue tette al vento, se poi metteva anche a nudo la sua attrezzatura di sotto andava a finire che qualcuno avrebbe chiamato la polizia. "E allora? Cosa ne dici? Ti va di venire a divertirti da me?".
   "Va bene" risposi con un filo di voce. Ero così arrapato che non vedevo l'ora di rimanere da solo con lei. Avevo proprio tanta voglia di fare una gran porcata, e Mercedes sembrava proprio la persona adatta ad aiutarmi a farla.

Rocco.

 

mercoledì 2 novembre 2016

In balia dei cazzi. 

(in foto: Zoe Wood, Pretty GF is Fucked by Her Neighbor's BBC, Blacked.com)


   Intanto uno degli stalloni si era disteso di fianco a lei, e prendendola per i fianchi l’aveva fatta salire sul suo palo ficcandoglielo in figa. Un altro invece le si era messo sopra e le aveva ficcato la sua trave nel culo, e avevano cominciato a pomparla davanti e dietro. Un altro le aveva messo il cazzo in bocca e spingeva il bacino avanti e indietro facendoglielo entrare fino alle palle. In tutto ciò la matrona continuava a guardare la scena tra indignazione e divertimento, e ogni tanto commentava quello che vedeva.
   “Andateci piano con la troietta, sennò alla fine tocca chiamare un’ambulanza”.
   Gli stalloni non erano mai sazi. Sborravano e poi lo rificcavano di nuovo dentro. Era un via vai nei buchi di Sabri; ne usciva uno e subito gliene si piazzava un altro dentro. E lei sembrava sempre più stanca, sempre più priva di forze, fino a quando finalmente la gangbang giunse a conclusione, e mia moglie si accasciò sul pavimento, quasi esanime, con il culo e la figa da cui colava una gran quantità di sborra. A quel punto era venuto il momento per me di entrare in scena. Bussai alla porta e mi venne ad aprire il tipo coi rasta, cioè quello con cui Sabri sembrava aver legato maggiormente.
   “Ancora tu! Che vuoi?”.
   “Voglio parlare con mia moglie” dissi in modo deciso, senza lasciarmi intimidire dalla sua stazza.
   “Tua moglie è occupata. E comunque lei non ti vuole più”.
   “Ascoltami, mia moglie è molto confusa e voi vi state approfittando della sua fragilità! Guarda come l’avete ridotta!” dissi guardando in direzione di Sabrina, che intanto si era messa a sedere e mi guardava, ma la mia presenza non sembrava fargli né caldo né freddo. Forse era troppo stordita dal troppo sesso per poter avere una qualsiasi forma di reazione a quella mia improvvisata. “Non posso starmene a guardare mentre riducete la mia donna ad uno sborratoio” poi guardai in direzione di Sabrina. “Sabri, amore, ti prego, vieni via. Non lasciare che ti trattino così, come un buco da riempire”.
   “Ma io voglio essere trattata così” rispose lei con un’espressione inebetita. “Come un buco da riempire. Fattene una ragione”.
   “Hai sentito?” domandò il tipo coi rasta. “E ora sparisci”. 
   A quel punto chiuse la porta, e io non è che potevo farci molto. Le cose stavano così, Sabrina non ci voleva tornare a casa con me. Mia moglie aveva deciso. Mi dispiace Moana, pensai, ma non sono stato in grado di riportare a casa tua madre. Ero sicuro che Moana non me l’avrebbe mai perdonato, e che mi avrebbe fatto una bella lavata di testa per non essere riuscito a riprendermi mia moglie. In ogni caso era così, non ci ero riuscito, e certamente non potevo prenderla di peso e portarla via da quella casa, per due motivi: i sei stalloni non me l’avrebbero mai permesso, e poi Sabrina non aveva alcuna intenzione di ritornare sotto il tetto coniugale. Era finita, tutto qui. Dovevo farmene una ragione. Forse era meglio se mi cercavo un’altra compagna. Ma dove la trovavo un’altra come Sabri?
   Comunque me ne ritornai in albergo; quello che dovevo fare era chiaro, e cioè andarmene, ritornare a casa a mani vuote e lasciare mia moglie al suo destino. Quella notte riuscii a dormire molto bene; la coppietta in amore che aveva consumato la propria passione nella camera accanto alla mia non c’era più. Quindi senza alcun rumore molesto, a parte quello delle auto in strada, presi sonno e mi svegliai alle otto. Qualcuno stava bussando alla porta. In principio non ci feci caso, poi bussarono di nuovo e a quel punto mi tirai su e andai ad aprire. Sulla soglia della porta, contro ogni mia aspettativa, c’era lei. Non sapevo se inginocchiarmi e supplicarla di ritornare a casa con me oppure se abbracciarla saldamente e dirle quanto l’amavo. Ero così confuso che pensai che in entrambi i casi avrei sbagliato, e mi prese una specie di paralisi, non riuscivo a muovere un muscolo. Riuscii solo a dire un inconcludente: “amore…”. Sabri, nonostante la massacrante gangbang a cui aveva partecipato, sembrava in ottima forma, e mi guardava con un’espressione davvero poco amichevole.
   “Come facevi a sapere che stavo in questo albergo?” domandai con un filo di voce.
   “Ho chiamato Moana e me lo sono fatto dire da lei” rispose lei annoiata. “Mi sa che io e te dobbiamo parlare”.
   “Sì, forse sì”.
   “E così sei venuto fin qui per venirti a riprendere tua moglie, ma a quanto pare tua moglie non ne vuole sapere di ritornare a casa. Sono proprio curiosa di sapere adesso cosa hai intenzione di fare”. 
   “Voglio capire cosa ti ha spinto a cambiare vita e a dimenticare il tuo passato”.
   “Non ce la facevo più, Stè! Stavo diventando una casalinga disperata. Volevo provare emozioni nuove, emozioni che tu non riuscivi più a darmi perché a casa non c’eri mai. E adesso sono felice, e non ho nessuna intenzione di tornare a casa”.
   A quel punto feci un gesto estremo e disperato che avevo pensato di fare fin dal principio, e cioè buttarmi ai suoi piedi e supplicarla di ritornare con me. Rischiavo di apparire patetico, un disgraziato qualunque, un mediocre marito da cui allontanarsi senza troppe esitazioni, ma fu l’unica cosa che mi venne in mente. E allora mi strinsi alle sue gambe, con il viso contro la sua minigonna e la pregai di ripensarci.
   “Lasciami Stè, sei squallido” disse lei senza un briciolo di pietà. “Non vali niente come uomo. Lasciami subito. Non ho alcuna intenzione di ritornare a casa”.
   “Non puoi dire così” la supplicai. “Non dopo tutto quello che c’è stato tra di noi”.
   Ma tenendomi ancorato alle sue gambe le feci perdere l’equilibrio, e Sabrina allora indietreggiò fino ad uscire dalla stanza e poi sbattendo con la schiena contro la parete del corridoio. Adesso eravamo fuori, e chiunque avrebbe potuto assistere a quella scenetta pietosa. Sabri me lo fece notare; dopo essersi guardata intorno mi disse di non rendermi ridicolo anche agli occhi di altre persone che neppure ci conoscevano. Ma non me ne fregava niente e non ne volevo sapere di lasciare le gambe di mia moglie. Affondai maggiormente il viso contro la sua gonna poi con le mani gliela tirai su scoprendole la figa. Sabri non portava niente sotto, non so bene per quale motivo, ma in ogni modo mi ritrovai faccia a faccia con il suo sesso e iniziai a strofinarci le guance sopra, poi la bocca, succhiandola, leccandola, assaporando di nuovo il suo odore, pensando al fatto che da quella fessura erano entrati centinaia di uomini e allo stesso tempo con quella stessa fessura aveva dato alla luce i nostri figli, Moana e Rocco. In principio Sabri mi mise le mani sulla testa e cercò di allontanarmi, ma poi mi lasciò fare, abbandonandosi completamente, lasciando che la mia bocca sondasse quel terreno tanto desiderato dagli uomini, e che tanti uomini avevano avuto il piacere di possedere, e adesso la mia lingua ci si accaniva voracemente contro.
   “Dai Stè, smettila” mi disse, ma senza troppa convinzione. “Qualcuno potrebbe vederci”.
   Ma io invece insistevo, e lei quasi per impedirmelo si girò dall’altra parte, piazzandomi il suo bel culone burroso sulla faccia. Ma forse dimenticava che così facendo mi invitava a nozze. Adoravo leccare l’orifizio anale di Sabri, e così con le mani le allargai le natiche per farmi strada con la bocca verso il suo buchetto di dietro e iniziai a leccarlo e a succhiarlo, e il suo odore di sudore e feci mi inebriava, e più leccavo e più il suo buco si riempiva di saliva. Sentivo i suoi peletti morbidi e chiari che circondavano l’ano contro la lingua e intanto spingevo il viso in mezzo a quelle sensazionali natiche. Mia moglie aveva smesso di opporsi e aveva iniziato a mugolare di piacere. Si teneva con le mani contro il muro e mi si offrì completamente, inarcando la schiena e protendendo il culo verso il mio viso. E in quel momento qualcuno ci vide; era una coppia di ragazze di una ventina d’anni, turiste che alloggiavano in quell’alberghetto e che erano in Sicilia per una vacanza. Quando ci videro scoppiarono a ridere.
   “Oddio, che schifo!” disse una di loro sottovoce.
   “Abbiamo quasi finito” rispose la mia Sabri godendosi quegli ultimi istanti di piacere che precedevano l’orgasmo.
   Le due ragazze ci passarono accanto e filarono nella loro stanza, continuando a ridere e a commentare sotto voce.
   “Hai visto che le sta facendo? Le sta leccando il culo! Bleah! Secondo me è una puttana e lui un cliente”.
   “Sì, può essere” rispose l’altra. “Dai, entriamo in camera. Ho visto abbastanza!”.
   Le ragazze sparirono nella loro stanza e a quel punto la mia Sabri si irrigidì tutta; stava per scatenarsi in lei un orgasmo sensazionale e allora spinse il suo orifizio anale contro il mio viso fino quasi a soffocarmi. In quel momento si lasciò andare, forse per il fatto di aver scaricato tutta la sua tensione con quell’orgasmo imminente, e allora sentii il suo orifizio sospirare e diventare bollente per un attimo. Sabri aveva appena fatto un peto direttamente sulla mia bocca, ed era finalmente giunta all’orgasmo.
   “Scusami amore, mi è scappata” disse scoppiando a ridere, poi si abbassò verso di me e mi prese il viso con le mani baciandomi. “Sai che ti dico? Ho cambiato idea. Ci ritorno a casa con te. Perdonami se ti ho fatto soffrire”.
   Certo che la perdonavo. Finalmente avevo di nuovo una moglie.

Stefano.