mercoledì 14 dicembre 2016
lunedì 12 dicembre 2016
sabato 10 dicembre 2016
Una moglie puttana.
Stefano fermò la macchina in un parco. Il posto era piuttosto squallido; era alle spalle di un centro direzionale, con dei palazzoni e delle torri che svettavano verso l’alto, e in basso c’era questo parco dove spesso bazzicavano le coppiette con guardoni annessi a spiarne le loro performance. Era un posto terribile dove fare l’amore, illuminato appena da un paio di lampioni. In verità avevo sperato che mi portassero in un motel, che certamente ci avrebbe dato più sicurezza e più privacy. Invece lì poteva vederci chiunque. Ma comunque era mezzanotte, e apparentemente sembrava non esserci nessuno.
Uscimmo dalla macchina e mi guardai intorno. Non mi sentivo affatto sicura. Stavo per dire che forse era meglio andare in un altro posto, ma Xavier non mi diede nemmeno il tempo di fiatare. Mi spinse contro il cofano della macchina facendomici stendere con la schiena sopra. Poi iniziò a sbottonarmi gli hot pants di pelle che indossavo e me li sfilò. Adesso ero nuda ad eccezione del top che mi copriva a malapena le tette, avevo le gambe aperte pronta per essere penetrata, e aspettavo in modo inerme che qualcuno di loro due si facesse avanti. A quel punto si sbottonarono i jeans e se li tirarono giù, ma senza toglierli, e i loro cazzi già in erezioni svettarono verso l’alto, proprio come le torri del centro direzionale alle nostre spalle. Stefano mi si mise sopra e appoggiò il glande contro le mie labbra di sotto; gli sarebbe bastata una spinta per farlo entrare tutto nella sua interezza, ma Xavier lo fermò bruscamente.
“Ma che fai? Sei pazzo? Te la vuoi fottere così, senza protezione?”.
In effetti non ci avevo pensato neppure io. Per me era una cosa del tutto naturale fare l’amore con Stefano senza preservativo. Ma mi dimenticavo che in quel momento io non ero la moglie di Stefano, ma una puttana qualsiasi con cui mio marito stava per avere un rapporto.
“Non vorrai mica prenderti una malattia?” gli chiese. “Chissà quanti cazzi ha già preso”.
“Hai ragione” disse mio marito, e Xavier gli diede un preservativo. Lui lo scartocciò e se lo arrotolò sul cazzo fino alle palle. A quel punto era pronto per entrarmi dentro. Ecco il glande che si faceva strada dentro di me, e poi tutto il resto. Stefano mi afferrò per le caviglie tenendomi le gambe aperte e iniziò a scoparmi d brutto. Xavier intanto anche lui si era srotolato un preservativo sul cazzo, a breve sarebbe stato il suo turno. Intanto mi prese il top e me lo tolse. Adesso ero completamente nuda, e la cosa mi metteva seriamente a disagio. Nuda in mezzo ad un parco pubblico. Cosa sarebbe successo se fosse arrivato qualcuno?
Intanto mio marito mi stava fottendo come una furia, poi però ad un certo punto uscì dal mio corpo per fare spazio al suo amico, il quale anche lui mi prese le caviglie tenendomi le gambe divaricate e mi fece entrare il suo cazzo dentro, e iniziò a fottermi di brutto. Il cofano era molto caldo, perché il motore era stato acceso fino a poco fa, quindi cominciai a sudare come una cagna, e il sudore mi faceva scivolare verso il basso, e quindi con le mani dovevo cercare di ancorarmi per non cadere. Mentre Xavier mi fotteva mio marito mi mise il cazzo in bocca, e io glielo succhiai. Era strano sbocchinarlo con il preservativo; era una cosa che non avevo mai fatto. Il sapore del lattice non era proprio di mio gradimento, ma non potevamo fare altrimenti, sennò il gioco perdeva credibilità.
Ad un certo punto Stefano si allontanò da noi, fece il giro della macchina per raggiungere il bagagliaio, lo aprì e prese qualcosa. Poi ritornò da noi e vidi che reggeva nella mano una bottiglia di spumante e due bicchieri e disse che bisognava festeggiare. Ma cosa? Mi chiesi. Cos’era che dovevano festeggiare. Stava per succedere qualcosa di cui io ero tenuta all’oscuro. Ma d’altronde io non ero che una puttana, un loro svago, uno sborratoio. Allora Stefano aprì la bottiglia facendo schizzare via il tappo di sughero e versò lo spumante nei due bicchieri, e uno lo passò a Xavier che nel frattempo continuava a scoparmi con decisione.
“Al nostro ambizioso progetto” disse Stefano alzando il calice e ficcandomi di nuovo il cazzo in bocca.
“Al progetto” confermò Xavier, e bevvero lo spumante.
Mi chiedevo di quale progetto stavano parlando. Chi era quello Xavier? E perché aveva deciso di coinvolgerlo nel nostro gioco dei ruoli. In ogni caso era veramente bravo a scoparmi. Instancabile. Però anche Stefano voleva la sua parte di me, e così decisero di fottermi insieme, e allora mi fecero scendere dal cofano e mio marito si mise al posto mio. Io mi misi sopra di lui e il suo cazzo mi entrò in figa. Xavier mi stava dietro, salì sul cofano con i piedi e inarcò le gambe e si calò verso di me per mettermi il suo palo nel culo, che entrò senza problemi, e a quel punto cominciarono a montarmi in due. Io non facevo che guardami intorno, ero molto nervosa, poteva arrivare chiunque e vederci, ma per fortuna il parco era ancora deserto. Certo che potevano portarmi anche in un posto meno squallido di quello. Mi sarei accontentata anche di un motel di serie b, di quelli che di solito stanno vicino alle stazione ferroviarie, dove di solito ci andavano le puttane coi loro clienti.
Mi beccai anche un paio di sculacciate da parte di Xavier, il quale disse che trovava il mio culo burroso semplicemente irresistibile. Stefano invece da sotto mi teneva le mani sui fianchi e mi baciava il collo e le tette. Sentivo che stavano per venire, e infatti uscirono dai miei buchi e mi dissero di mettermi in ginocchio perché volevano sborrarmi in faccia. Allora feci come mi dicevano e loro si tolsero i preservativi e puntarono i loro cazzi contro il mio viso e iniziarono a fiottare. Fui inondata dalla loro sborra in pochi attimi. Poi mi aiutarono a rimettermi in piedi. Avevo così tanta sborra sul viso che ero stata costretta a chiudere gli occhi, quindi non riuscivo neppure a vedere cosa succedeva intorno. Ne tolsi un po' con le mani e poi cercai i miei vestiti; erano sul cofano, me li infilai, poi vidi Xavier porgermi due banconote da cento euro.
“Grazie” gli dissi e infilai i soldi nella mia borsetta.
“Grazie a te” rispose lui dandomi una pacca sul sedere. “Sei un fenomeno”.
Intanto sia lui che mio marito si erano ricomposti, cioè avevano tirato su i pantaloni e gli slip.
“Dove ti riaccompagniamo?” mi chiese Stefano.
“Lì dove mi avete caricata”.
Così salimmo di nuovo in macchina e mi riportarono su via nazionale. Lungo il tragitto mi domandarono qualcosa sul mio conto. Io ci tenevo ad avere un certo distacco, così alle loro domande rispondevo freddamente. Stefano mi chiese se ero sposata e io gli risposi di sì. E allora Xavier mi chiese se mio marito fosse a conoscenza di quello che facevo la notte.
“Sì che lo sa” risposi. “Lui non lavora, e abbiamo due bambini da sfamare. E così mi sono messa a fare questo lavoro per portare avanti la famiglia”.
Mi ero inventata quella storia davvero triste per chissà quale motivo. Forse perché il gioco dei ruoli prevedeva anche questo. Entrambi rimasero ammutoliti di fronti a quella storia, ebbi l’impressione di avergli fatto provare nei miei confronti molta compassione, e forse anche un po' di rimorso per aver sfruttato i bisogni di una donna per i propri porci comodi.
Giunti a destinazioni scesi dall’auto e me ne andai senza neppure salutarli. Mi incamminai verso l’auto che avevo lasciato in un vicolo e me ne ritornai a casa. Avevo paura di aver lasciato entrambi con l’amaro in bocca con quella storia che mi ero inventata. Però di certo avevo reso più reale l’esperienza che avevamo vissuto. Quello Xavier neppure si immaginava che in realtà ero la moglie di Stefano.
Sabrina.
Uscimmo dalla macchina e mi guardai intorno. Non mi sentivo affatto sicura. Stavo per dire che forse era meglio andare in un altro posto, ma Xavier non mi diede nemmeno il tempo di fiatare. Mi spinse contro il cofano della macchina facendomici stendere con la schiena sopra. Poi iniziò a sbottonarmi gli hot pants di pelle che indossavo e me li sfilò. Adesso ero nuda ad eccezione del top che mi copriva a malapena le tette, avevo le gambe aperte pronta per essere penetrata, e aspettavo in modo inerme che qualcuno di loro due si facesse avanti. A quel punto si sbottonarono i jeans e se li tirarono giù, ma senza toglierli, e i loro cazzi già in erezioni svettarono verso l’alto, proprio come le torri del centro direzionale alle nostre spalle. Stefano mi si mise sopra e appoggiò il glande contro le mie labbra di sotto; gli sarebbe bastata una spinta per farlo entrare tutto nella sua interezza, ma Xavier lo fermò bruscamente.
“Ma che fai? Sei pazzo? Te la vuoi fottere così, senza protezione?”.
In effetti non ci avevo pensato neppure io. Per me era una cosa del tutto naturale fare l’amore con Stefano senza preservativo. Ma mi dimenticavo che in quel momento io non ero la moglie di Stefano, ma una puttana qualsiasi con cui mio marito stava per avere un rapporto.
“Non vorrai mica prenderti una malattia?” gli chiese. “Chissà quanti cazzi ha già preso”.
“Hai ragione” disse mio marito, e Xavier gli diede un preservativo. Lui lo scartocciò e se lo arrotolò sul cazzo fino alle palle. A quel punto era pronto per entrarmi dentro. Ecco il glande che si faceva strada dentro di me, e poi tutto il resto. Stefano mi afferrò per le caviglie tenendomi le gambe aperte e iniziò a scoparmi d brutto. Xavier intanto anche lui si era srotolato un preservativo sul cazzo, a breve sarebbe stato il suo turno. Intanto mi prese il top e me lo tolse. Adesso ero completamente nuda, e la cosa mi metteva seriamente a disagio. Nuda in mezzo ad un parco pubblico. Cosa sarebbe successo se fosse arrivato qualcuno?
Intanto mio marito mi stava fottendo come una furia, poi però ad un certo punto uscì dal mio corpo per fare spazio al suo amico, il quale anche lui mi prese le caviglie tenendomi le gambe divaricate e mi fece entrare il suo cazzo dentro, e iniziò a fottermi di brutto. Il cofano era molto caldo, perché il motore era stato acceso fino a poco fa, quindi cominciai a sudare come una cagna, e il sudore mi faceva scivolare verso il basso, e quindi con le mani dovevo cercare di ancorarmi per non cadere. Mentre Xavier mi fotteva mio marito mi mise il cazzo in bocca, e io glielo succhiai. Era strano sbocchinarlo con il preservativo; era una cosa che non avevo mai fatto. Il sapore del lattice non era proprio di mio gradimento, ma non potevamo fare altrimenti, sennò il gioco perdeva credibilità.
Ad un certo punto Stefano si allontanò da noi, fece il giro della macchina per raggiungere il bagagliaio, lo aprì e prese qualcosa. Poi ritornò da noi e vidi che reggeva nella mano una bottiglia di spumante e due bicchieri e disse che bisognava festeggiare. Ma cosa? Mi chiesi. Cos’era che dovevano festeggiare. Stava per succedere qualcosa di cui io ero tenuta all’oscuro. Ma d’altronde io non ero che una puttana, un loro svago, uno sborratoio. Allora Stefano aprì la bottiglia facendo schizzare via il tappo di sughero e versò lo spumante nei due bicchieri, e uno lo passò a Xavier che nel frattempo continuava a scoparmi con decisione.
“Al nostro ambizioso progetto” disse Stefano alzando il calice e ficcandomi di nuovo il cazzo in bocca.
“Al progetto” confermò Xavier, e bevvero lo spumante.
Mi chiedevo di quale progetto stavano parlando. Chi era quello Xavier? E perché aveva deciso di coinvolgerlo nel nostro gioco dei ruoli. In ogni caso era veramente bravo a scoparmi. Instancabile. Però anche Stefano voleva la sua parte di me, e così decisero di fottermi insieme, e allora mi fecero scendere dal cofano e mio marito si mise al posto mio. Io mi misi sopra di lui e il suo cazzo mi entrò in figa. Xavier mi stava dietro, salì sul cofano con i piedi e inarcò le gambe e si calò verso di me per mettermi il suo palo nel culo, che entrò senza problemi, e a quel punto cominciarono a montarmi in due. Io non facevo che guardami intorno, ero molto nervosa, poteva arrivare chiunque e vederci, ma per fortuna il parco era ancora deserto. Certo che potevano portarmi anche in un posto meno squallido di quello. Mi sarei accontentata anche di un motel di serie b, di quelli che di solito stanno vicino alle stazione ferroviarie, dove di solito ci andavano le puttane coi loro clienti.
Mi beccai anche un paio di sculacciate da parte di Xavier, il quale disse che trovava il mio culo burroso semplicemente irresistibile. Stefano invece da sotto mi teneva le mani sui fianchi e mi baciava il collo e le tette. Sentivo che stavano per venire, e infatti uscirono dai miei buchi e mi dissero di mettermi in ginocchio perché volevano sborrarmi in faccia. Allora feci come mi dicevano e loro si tolsero i preservativi e puntarono i loro cazzi contro il mio viso e iniziarono a fiottare. Fui inondata dalla loro sborra in pochi attimi. Poi mi aiutarono a rimettermi in piedi. Avevo così tanta sborra sul viso che ero stata costretta a chiudere gli occhi, quindi non riuscivo neppure a vedere cosa succedeva intorno. Ne tolsi un po' con le mani e poi cercai i miei vestiti; erano sul cofano, me li infilai, poi vidi Xavier porgermi due banconote da cento euro.
“Grazie” gli dissi e infilai i soldi nella mia borsetta.
“Grazie a te” rispose lui dandomi una pacca sul sedere. “Sei un fenomeno”.
Intanto sia lui che mio marito si erano ricomposti, cioè avevano tirato su i pantaloni e gli slip.
“Dove ti riaccompagniamo?” mi chiese Stefano.
“Lì dove mi avete caricata”.
Così salimmo di nuovo in macchina e mi riportarono su via nazionale. Lungo il tragitto mi domandarono qualcosa sul mio conto. Io ci tenevo ad avere un certo distacco, così alle loro domande rispondevo freddamente. Stefano mi chiese se ero sposata e io gli risposi di sì. E allora Xavier mi chiese se mio marito fosse a conoscenza di quello che facevo la notte.
“Sì che lo sa” risposi. “Lui non lavora, e abbiamo due bambini da sfamare. E così mi sono messa a fare questo lavoro per portare avanti la famiglia”.
Mi ero inventata quella storia davvero triste per chissà quale motivo. Forse perché il gioco dei ruoli prevedeva anche questo. Entrambi rimasero ammutoliti di fronti a quella storia, ebbi l’impressione di avergli fatto provare nei miei confronti molta compassione, e forse anche un po' di rimorso per aver sfruttato i bisogni di una donna per i propri porci comodi.
Giunti a destinazioni scesi dall’auto e me ne andai senza neppure salutarli. Mi incamminai verso l’auto che avevo lasciato in un vicolo e me ne ritornai a casa. Avevo paura di aver lasciato entrambi con l’amaro in bocca con quella storia che mi ero inventata. Però di certo avevo reso più reale l’esperienza che avevamo vissuto. Quello Xavier neppure si immaginava che in realtà ero la moglie di Stefano.
Sabrina.
giovedì 8 dicembre 2016
Il mercato del sesso.
Ero ritornata al negozio e tutto procedeva tranquillamente. La questione del barattolo delle urine con la sborra dentro era rimasta irrisolta, nel senso che il mittente era rimasto anonimo. Cominciavo a credere che davvero mio marito non c’entrasse nulla. Ma allora se non me l’aveva spedito lui, di chi era quella sborra? Stefano mi aveva fatto capire che non ne sapeva nulla, perché il giorno prima, dopo la cena con Elena, e dopo aver fatto l’amore (anche anale) mi aveva detto che quella storia del vasetto lo preoccupava un po'. Io gli avevo risposto che non c’era nulla di cui preoccuparsi. Era soltanto un altro ammiratore che moriva dalla voglia di venire a letto con me. D’altronde ancora mi portavo dietro la nomina di Sabrina Bocca e Culo, quindi erano in molti a voler usufruire delle mie cavità per trarne piacere.
“Quello che mi preoccupa è che non riesco a immaginare quale razza di pervertito potrebbe mandare ad una donna un vasetto con della sborra dentro” mi disse.
Non gli seppi rispondere. Ma non credevo che ce ne fosse neppure bisogno, dal momento che il mittente era anonimo ed ero certa che sarebbe rimasto tale. Nella maggior parte dei casi gli uomini che spedivano regali e lo facevano in modo anonimo poi finivano con il non rivelarsi mai, perché non ne avevano il coraggio. Solo quelli che lo facevano mettendoci la propria faccia erano quelli che si facevano avanti a farmi la corte. Quindi anche in questo caso, lo spasimante del vasetto di sborra, sarebbe rimasto senza nome e senza volto. O almeno era quello che pensavo.
Nel primo pomeriggio entrò in negozio il ragazzo del bar con un vassoio su cui reggeva un caffè. Io di certo non avevo ordinato nulla. Ma lui confermò che era per me. Io gli feci notare che forse c’era un errore, e il ragazzo mi disse che non c’era nessun errore, e che il caffè era da parte di un ammiratore. E allora mi chiesi: “sarà quello del vasetto?”. Comunque il ragazzo non mi disse niente sulla sua identità. Mi disse che non poteva farlo, perché aveva ricevuto una bella mancia per tenere il segreto. E poi mi diede un messaggio scritto su un cartoncino rosa. C’era scritto: “non ci pensare a tuo marito, meriti qualcosa di meglio”.
Decisi di ignorare quel gesto. Quando questo spasimante si sarebbe deciso a farsi avanti allora avrei preso quella storia seriamente. Altrimenti era solo una stupida perdita di tempo. In ogni modo pensai al fatto che mio marito ancora non si era fatto avanti con il gioco dei ruoli. Vi ricordate? Mi aveva chiesto di rifare il gioco dei ruoli, come quando eravamo fidanzati, che per divertirci avevamo fatto finta di non conoscerci, e Stefano mi era venuto a rimorchiare al centro commerciale. Ma al momento lui non aveva fatto ancora alcuna mossa, così decisi di agire io. Gli mandai un sms dicendogli di vederci in via nazionale a tale ora e a tale posto.
La via nazionale era conosciuta per essere meta di prostitute e uomini in cerca di avventure. Un vero mercato del sesso. La mia idea era quella di fingermi appunto una puttana, e di essere abbordata da mio marito. Così quella sera cercai nel mio armadio i vestiti più osceni che avevo; misi degli hot pants neri di pelle, e sopra un top rosa a fascia da cui le tette mi scivolavano sempre fuori e io ero costretta a rimetterle dentro, e infine i tacchi a spillo e una borsetta. Ero pronta per farmi rimorchiare da mio marito.
Raggiunsi la via nazionale in macchina. Parcheggiai non molto distante e poi mi misi sulla strada. Le altre prostitute, la maggior parte moldave e nigeriane, mi guardarono stupite. Non mi avevano mai vista, ai loro occhi ero una nuova. C’era anche qualche trans; notai che gli uomini preferivano quelle. In effetti erano piazzate proprio bene, però comunque non riuscivo a capire. Perché preferire una trans ad una moldava bionda di diciotto anni? Per saperlo sarei dovuta entrare nella testa di un uomo e farmici un giro. D’altronde anche Stefano una volta aveva avuto una bella sbandata per una trans, cioè Tiffany. Ricordate? Tiffany era diventata la mia rivale in amore. Avevo avuto anche la sensazione che preferisse lei a me. Ma non riuscivo a capirne il motivo.
In ogni modo mi misi a passeggiare sulla via in attesa che venisse mio marito, ovvero il mio cliente. Nel frattempo venni fermata varie volte da altri uomini. La maggior parte erano uomini con la fede al dito. Uno di loro si fermò accanto a me e mi disse: “chissà che belle spagnole che fai con quelle” riferendosi alle mie tette che erano scivolate di nuovo fuori dal top a fascia che indossavo. “E secondo me fai anche dei gran pompini”. Non riuscivo a capire se il tizio voleva solo dirmi porcate oppure era effettivamente interessato ad avermi. In ogni caso dovevo fare in modo di farlo andare via, perché mio marito sarebbe potuto venire da un momento all’altro. Mi guardai intorno ma ancora non lo vedevo. Era in ritardo lo stronzo. Davvero voleva lasciarmi lì a passeggiare su via nazionale come una puttana?
“Quanto sei maiala” mi disse il tizio che mi si era accostato.
“Lo sa tua moglie che vai con le zoccole?” gli chiesi in tono severo. Ma cosa mi prendeva? Perché mi stavo mettendo a fare la morale a quello lì? Forse perché guardandolo negli occhi avevo avuto una visione, avevo visto la sua vita mediocre, la sua moglie annoiata e stanca, il suo lavoro d’ufficio snervante e ripetitivo. Avevo visto un uomo che si era arreso alla vita, e che trovava appagamento soltanto andando sui viali, in cerca di zoccole da scoparsi in auto. “Non c’è niente di peggio per una donna che avere un marito che va con le puttane”.
“Ma che cazzo dici?” mi disse. “Avresti proprio bisogno che qualcuno ti tappasse quella bocca con un bel cazzone duro”.
Decisi di smetterla, perché non sapevo con precisione a dove mi avrebbe portata quella discussione. Certamente a niente di buono. Quindi gli dissi il mio prezzo, e gli sparai una cifra assurda, in modo da farlo andare via. Gli dissi che per la bocca soltanto volevo cinquecento euro. Per tutto il resto invece ne volevo mille.
“Ma chi ti credi di essere? Pamela Anderson? Stronza di una puttana” e a quel punto partì sgommando alla ricerca di qualcosa di più economico.
Finalmente in lontananza vidi la macchina di Stefano. Mi vide anche lui e allora mise la freccia per accostarsi a me. Mi feci avanti ancheggiando e mi abbassai verso il finestrino. Le tette mi erano di nuovo scivolate fuori dal top, ma questa volta non feci niente per rimetterle a posto. Ma quando guardai dentro la macchina notai che mio marito non era solo, e allora diventai di pietra e non riuscivo neppure a parlare. Con lui c’era un uomo, aveva all’incirca la nostra età. Non lo avevo mai visto prima. Cosa c’entrava lui nel nostro gioco di ruoli?
“Perché ti sei fermato?” gli chiese.
“Che ne dici di farci una bella doppietta con questa zoccola?” gli domandò mio marito.
L’amico di Stefano, di cui ancora non conoscevo nulla, mi guardò da capo a piedi per valutarmi. Poi disse a mio marito che non ero niente male.
“Guarda che tette” disse Stefano. “Scommetto che muori dalla voglia di farti fare una spagnola”.
“In effetti non mi dispiacerebbe”.
Adesso cominciavo a capire. Stefano aveva deciso di coinvolgere un uomo nel nostro gioco, per renderlo ancora più eccitante. L’idea non mi dispiaceva affatto. Poi sentii mio marito che diceva al suo amico che montarmi sarebbe stato proprio quello che ci voleva per festeggiare il loro rapporto di collaborazione. Ma di cosa parlava? Perché quell’uomo avrebbe dovuto collaborare con Stefano?
“Quanto vuoi?” mi chiese Stefano.
“Cento per la bocca. Duecento tutto il resto” risposi.
“Mmh” rispose il suo amico, “economica, la zoccola”.
“Ok, monta su”.
L’amico di Stefano, che si chiamava Xavier, scese dalla macchina e mi aprì lo sportello di dietro e mi fece salire, poi salì anche lui, mettendosi accanto a me. Era chiaro che voleva fare con me un po' di petting prima di giungere a destinazione. Non sapevo bene dov’è che mi avrebbero portata per montarmi. Una cosa era certa, io ero terribilmente disorientata. Non mi immaginavo che sarebbe andata così. Credevo che si sarebbe presentato mio marito e basta, e che avremmo fatto finta di essere una prostituta e il suo cliente. Questo nuovo scenario mi aveva letteralmente spiazzata.
Comunque Stefano fece partire la macchina e Xavier non perse tempo a mettermi le mani sulle tette, spremendomele una contro l’altra e succhiandomi i capezzoli.
“Ehi Stè, guarda che tette divine!” disse. “Sembrano fatte apposta per le spagnole”.
“Sì, proprio una bella gnocca. Come ti chiami?” mi chiese.
“Sabrina” risposi senza un filo di fantasia. Avrei potuto inventarmi un altro nome, e invece ero così spaesata che non riuscii neppure a mentire. E Stefano mi guardò dallo specchietto retrovisore, mentre Xavier mi succhiava i capezzoli, e mi sorrise. Era divertito dal fatto che non mi ero neppure presa la premura di inventarmi un nome.
“Sabrina” disse Xavier, “che nome da maiala”.
“È un nome come un altro” risposi.
“Dio, quanto sei porca” Xavier era affamato, mi voleva ardentemente, e allora avvicinò la sua bocca alla mia e mi infilò la sua lingua dentro, e nel frattempo mi accarezzava le gambe e me le palpava. Si stava letteralmente impossessando di me, e Stefano di tanto in tanto ci guardava dallo specchietto retrovisore, e io guardavo lui, quasi come a chiedergli: “ma cos’è questa storia?”.
“Ehi Xavier!” disse. “Vacci piano, non vorrai mica scopartela in auto?”.
Non avevo la più pallida idea di dove mi stavano portando e di dove avevano in mente di montarmi, ma a breve l’avrei scoperto.
Sabrina.
“Quello che mi preoccupa è che non riesco a immaginare quale razza di pervertito potrebbe mandare ad una donna un vasetto con della sborra dentro” mi disse.
Non gli seppi rispondere. Ma non credevo che ce ne fosse neppure bisogno, dal momento che il mittente era anonimo ed ero certa che sarebbe rimasto tale. Nella maggior parte dei casi gli uomini che spedivano regali e lo facevano in modo anonimo poi finivano con il non rivelarsi mai, perché non ne avevano il coraggio. Solo quelli che lo facevano mettendoci la propria faccia erano quelli che si facevano avanti a farmi la corte. Quindi anche in questo caso, lo spasimante del vasetto di sborra, sarebbe rimasto senza nome e senza volto. O almeno era quello che pensavo.
Nel primo pomeriggio entrò in negozio il ragazzo del bar con un vassoio su cui reggeva un caffè. Io di certo non avevo ordinato nulla. Ma lui confermò che era per me. Io gli feci notare che forse c’era un errore, e il ragazzo mi disse che non c’era nessun errore, e che il caffè era da parte di un ammiratore. E allora mi chiesi: “sarà quello del vasetto?”. Comunque il ragazzo non mi disse niente sulla sua identità. Mi disse che non poteva farlo, perché aveva ricevuto una bella mancia per tenere il segreto. E poi mi diede un messaggio scritto su un cartoncino rosa. C’era scritto: “non ci pensare a tuo marito, meriti qualcosa di meglio”.
Decisi di ignorare quel gesto. Quando questo spasimante si sarebbe deciso a farsi avanti allora avrei preso quella storia seriamente. Altrimenti era solo una stupida perdita di tempo. In ogni modo pensai al fatto che mio marito ancora non si era fatto avanti con il gioco dei ruoli. Vi ricordate? Mi aveva chiesto di rifare il gioco dei ruoli, come quando eravamo fidanzati, che per divertirci avevamo fatto finta di non conoscerci, e Stefano mi era venuto a rimorchiare al centro commerciale. Ma al momento lui non aveva fatto ancora alcuna mossa, così decisi di agire io. Gli mandai un sms dicendogli di vederci in via nazionale a tale ora e a tale posto.
La via nazionale era conosciuta per essere meta di prostitute e uomini in cerca di avventure. Un vero mercato del sesso. La mia idea era quella di fingermi appunto una puttana, e di essere abbordata da mio marito. Così quella sera cercai nel mio armadio i vestiti più osceni che avevo; misi degli hot pants neri di pelle, e sopra un top rosa a fascia da cui le tette mi scivolavano sempre fuori e io ero costretta a rimetterle dentro, e infine i tacchi a spillo e una borsetta. Ero pronta per farmi rimorchiare da mio marito.
Raggiunsi la via nazionale in macchina. Parcheggiai non molto distante e poi mi misi sulla strada. Le altre prostitute, la maggior parte moldave e nigeriane, mi guardarono stupite. Non mi avevano mai vista, ai loro occhi ero una nuova. C’era anche qualche trans; notai che gli uomini preferivano quelle. In effetti erano piazzate proprio bene, però comunque non riuscivo a capire. Perché preferire una trans ad una moldava bionda di diciotto anni? Per saperlo sarei dovuta entrare nella testa di un uomo e farmici un giro. D’altronde anche Stefano una volta aveva avuto una bella sbandata per una trans, cioè Tiffany. Ricordate? Tiffany era diventata la mia rivale in amore. Avevo avuto anche la sensazione che preferisse lei a me. Ma non riuscivo a capirne il motivo.
In ogni modo mi misi a passeggiare sulla via in attesa che venisse mio marito, ovvero il mio cliente. Nel frattempo venni fermata varie volte da altri uomini. La maggior parte erano uomini con la fede al dito. Uno di loro si fermò accanto a me e mi disse: “chissà che belle spagnole che fai con quelle” riferendosi alle mie tette che erano scivolate di nuovo fuori dal top a fascia che indossavo. “E secondo me fai anche dei gran pompini”. Non riuscivo a capire se il tizio voleva solo dirmi porcate oppure era effettivamente interessato ad avermi. In ogni caso dovevo fare in modo di farlo andare via, perché mio marito sarebbe potuto venire da un momento all’altro. Mi guardai intorno ma ancora non lo vedevo. Era in ritardo lo stronzo. Davvero voleva lasciarmi lì a passeggiare su via nazionale come una puttana?
“Quanto sei maiala” mi disse il tizio che mi si era accostato.
“Lo sa tua moglie che vai con le zoccole?” gli chiesi in tono severo. Ma cosa mi prendeva? Perché mi stavo mettendo a fare la morale a quello lì? Forse perché guardandolo negli occhi avevo avuto una visione, avevo visto la sua vita mediocre, la sua moglie annoiata e stanca, il suo lavoro d’ufficio snervante e ripetitivo. Avevo visto un uomo che si era arreso alla vita, e che trovava appagamento soltanto andando sui viali, in cerca di zoccole da scoparsi in auto. “Non c’è niente di peggio per una donna che avere un marito che va con le puttane”.
“Ma che cazzo dici?” mi disse. “Avresti proprio bisogno che qualcuno ti tappasse quella bocca con un bel cazzone duro”.
Decisi di smetterla, perché non sapevo con precisione a dove mi avrebbe portata quella discussione. Certamente a niente di buono. Quindi gli dissi il mio prezzo, e gli sparai una cifra assurda, in modo da farlo andare via. Gli dissi che per la bocca soltanto volevo cinquecento euro. Per tutto il resto invece ne volevo mille.
“Ma chi ti credi di essere? Pamela Anderson? Stronza di una puttana” e a quel punto partì sgommando alla ricerca di qualcosa di più economico.
Finalmente in lontananza vidi la macchina di Stefano. Mi vide anche lui e allora mise la freccia per accostarsi a me. Mi feci avanti ancheggiando e mi abbassai verso il finestrino. Le tette mi erano di nuovo scivolate fuori dal top, ma questa volta non feci niente per rimetterle a posto. Ma quando guardai dentro la macchina notai che mio marito non era solo, e allora diventai di pietra e non riuscivo neppure a parlare. Con lui c’era un uomo, aveva all’incirca la nostra età. Non lo avevo mai visto prima. Cosa c’entrava lui nel nostro gioco di ruoli?
“Perché ti sei fermato?” gli chiese.
“Che ne dici di farci una bella doppietta con questa zoccola?” gli domandò mio marito.
L’amico di Stefano, di cui ancora non conoscevo nulla, mi guardò da capo a piedi per valutarmi. Poi disse a mio marito che non ero niente male.
“Guarda che tette” disse Stefano. “Scommetto che muori dalla voglia di farti fare una spagnola”.
“In effetti non mi dispiacerebbe”.
Adesso cominciavo a capire. Stefano aveva deciso di coinvolgere un uomo nel nostro gioco, per renderlo ancora più eccitante. L’idea non mi dispiaceva affatto. Poi sentii mio marito che diceva al suo amico che montarmi sarebbe stato proprio quello che ci voleva per festeggiare il loro rapporto di collaborazione. Ma di cosa parlava? Perché quell’uomo avrebbe dovuto collaborare con Stefano?
“Quanto vuoi?” mi chiese Stefano.
“Cento per la bocca. Duecento tutto il resto” risposi.
“Mmh” rispose il suo amico, “economica, la zoccola”.
“Ok, monta su”.
L’amico di Stefano, che si chiamava Xavier, scese dalla macchina e mi aprì lo sportello di dietro e mi fece salire, poi salì anche lui, mettendosi accanto a me. Era chiaro che voleva fare con me un po' di petting prima di giungere a destinazione. Non sapevo bene dov’è che mi avrebbero portata per montarmi. Una cosa era certa, io ero terribilmente disorientata. Non mi immaginavo che sarebbe andata così. Credevo che si sarebbe presentato mio marito e basta, e che avremmo fatto finta di essere una prostituta e il suo cliente. Questo nuovo scenario mi aveva letteralmente spiazzata.
Comunque Stefano fece partire la macchina e Xavier non perse tempo a mettermi le mani sulle tette, spremendomele una contro l’altra e succhiandomi i capezzoli.
“Ehi Stè, guarda che tette divine!” disse. “Sembrano fatte apposta per le spagnole”.
“Sì, proprio una bella gnocca. Come ti chiami?” mi chiese.
“Sabrina” risposi senza un filo di fantasia. Avrei potuto inventarmi un altro nome, e invece ero così spaesata che non riuscii neppure a mentire. E Stefano mi guardò dallo specchietto retrovisore, mentre Xavier mi succhiava i capezzoli, e mi sorrise. Era divertito dal fatto che non mi ero neppure presa la premura di inventarmi un nome.
“Sabrina” disse Xavier, “che nome da maiala”.
“È un nome come un altro” risposi.
“Dio, quanto sei porca” Xavier era affamato, mi voleva ardentemente, e allora avvicinò la sua bocca alla mia e mi infilò la sua lingua dentro, e nel frattempo mi accarezzava le gambe e me le palpava. Si stava letteralmente impossessando di me, e Stefano di tanto in tanto ci guardava dallo specchietto retrovisore, e io guardavo lui, quasi come a chiedergli: “ma cos’è questa storia?”.
“Ehi Xavier!” disse. “Vacci piano, non vorrai mica scopartela in auto?”.
Non avevo la più pallida idea di dove mi stavano portando e di dove avevano in mente di montarmi, ma a breve l’avrei scoperto.
Sabrina.
martedì 6 dicembre 2016
La prima esperienza anale di Elena.
Ero in casa da sola. Mia madre era al negozio e mio padre era andato a licenziarsi. Sì, aveva deciso di lasciare il posto da chef al centro termale. Il fatto di dover stare via per giorni e giorni aveva portato un po' di instabilità nel rapporto con mia madre, e così aveva preso una decisione drastica. Licenziarsi. E coi soldi della liquidazione aveva in mente di aprirsi un’attività e mettersi in proprio, diventare il datore di lavoro di se stesso. Ma non aveva ancora le idee molto chiare.
In ogni caso ero da sola. Erano le dieci del mattino, e avevo ancora la bocca impastata di sonno. A mezzogiorno dovevo andare sul set cinematografico; forse avevano trovato qualcuno per la parte dell’imperatore, e Berni voleva avere la mia approvazione. Mi ero appena svegliata; ero ancora nuda (il pigiama era una cosa che nella mia famiglia si usava di rado, soltanto quando c’era molto freddo, altrimenti eravamo abituati ad andare a letto nudi). Ero seduta in cucina a fare colazione e a leggere una rivista, quando ad un certo punto suonarono al citofono. Andai a rispondere. Era Elena.
“Che vuoi? Rocco non c’è” risposi bruscamente.
“Non è Rocco che cerco, ma te. Posso salire?”.
“Ok, ma ti avverto che non ho tempo da perdere. A mezzogiorno devo andare via”.
Andai a mettere qualcosa addosso; non volevo mettere in imbarazzo Elena mostrandomi nuda. Era una ragazza molto suscettibile, e di sicuro vedermi così come mamma mi ha fatta avrebbe messo Elena a disagio. Quindi misi l’unica vestaglia da notte che avevo; me l’aveva regalata un tipo con cui scopavo un paio di anni fa. In effetti nascondeva ben poco, perché era di un tessuto così leggero da essere quasi trasparente. Quindi mi si vedeva comunque figa culo e tette, ma in modo velato.
E comunque Elena si imbarazzò lo stesso. Indossavo una vestaglia, ma secondo i suoi canoni di giudizio era una vestaglia oscena, una vestaglia che solo una zoccola poteva avere il coraggio di indossare. Ma d’altronde era così che lei mi giudicava, e cioè come una zoccola. Quindi era tutto regolare. Ero una zoccola e quindi indossavo vestiti da zoccola.
“Che vuoi?” le chiesi bruscamente.
“Senti, io ho ripensato a quello che mi hai detto” mi disse. “E credo che in fin dei conti tu non abbia torto. Forse dovrei davvero dare a Rocco una dimostrazione d’amore”.
“Io non ho parlato di dimostrazioni d’amore, ho detto che sarebbe il caso che tu gli conceda il condotto anale, dal momento che della patatina non ne vuoi sentir parlare”.
“Sì, ho capito. È che io non sono come te. Io preferisco chiamarla dimostrazione d’amore”.
“Siamo proprio diverse. Tu la chiami dimostrazione d’amore, e io lo chiamo dare via il culo. E comunque cosa vuoi da me? Vieni al dunque”.
“Beh, io non so proprio come comportarmi. Siccome tu hai molta esperienza in queste cose…”.
“Ecco, ci risiamo” non la feci nemmeno finire di parlare. “Mi ridai di nuovo della puttana. Siccome ho esperienza nel sesso anale allora tu ti arroghi il diritto di considerarmi una puttana”.
“Ma no, Moana! Cosa dici? È che l’hai detto tu stessa che hai dato il tuo lato b a Berni. Quindi certamente potrai darmi qualche consiglio”.
“Innanzitutto non chiamarlo più lato b, ma buco del culo. E poi se vuoi te la do volentieri una mano, ma se ti metti a frignare smetto”.
La portai in camera mia e mi tolsi la camicia da notte rimanendo nuda di fronte a lei, la quale subito si mise le mani sugli occhi e si girò dall’altra parte per il forte imbarazzo.
“Ma cosa fai?” mi chiese.
“Lo vuoi o no il mio aiuto? E allora spogliati anche tu e fai come ti dico”.
A quel punto Elena si fece coraggio e si girò di nuovo verso di me, e lentamente iniziò a svestirsi. Rimase in reggiseno e slip. Era la prima volta che la vedevo così, e devo riconoscere che era messa piuttosto bene; aveva delle belle tette, più grandi delle mie, con cui non le sarebbe stato difficile poter fare delle spagnole. Anche di culo non era niente male; aveva un culo soffice, morbido, che ti veniva proprio voglia di prenderlo a sculacciate.
Era molto in imbarazzo, infatti con le braccia cercava di coprirsi quanto poteva. E quando gli dissi di togliere anche il reggiseno e gli slip spalancò gli occhi dallo stupore. Poi lentamente li tolse, e vidi che sotto aveva proprio un bel cespuglietto incolto. Io se fossi stata in lei gliel’avrei data una bella sfoltita, però non glielo dissi. Poteva andare bene anche così. A certi uomini piaceva anche in quel modo.
“E allora” le dissi, “cosa provi a stare nuda di fronte ad un’altra persona?”.
“Non mi sento a mio agio”.
“Perché? Ti vergogni del tuo corpo, forse?”.
“No, non è questo, è che…”.
“È che ti hanno detto che è una cosa che non bisogna fare. Facciamo così, dimentica tutto quello che ti hanno detto e ripartiamo da zero. Girati, fammi vedere come sei fatta dietro”.
Lei, un po' titubante, si girò dall’altra parte mostrandomi il culo. Era davvero un bel culo sodo, non credevo che dietro quei vestiti da suora ci fosse un corpo così perfetto. Mi avvicinai e cominciai ad accarezzarle le braccia, e con la bocca mi avvicinai al suo collo per baciarglielo delicatamente. Poi con le mani le accarezzai i fianchi e poi i glutei, e con un dito le accarezzai l’orifizio anale.
“Moana, cosa stai facendo?”.
“Tranquilla Elena, lasciati andare. Sei troppo tesa. Così non combinerai mai nulla con mio fratello”.
Continuavo a baciarla sul collo cercando di farla sciogliere, ma era molto nervosa, e quando le toccai le labbra della vagina mi resi conto che era più asciutta di un deserto. Allora iniziai a sgrillettarla con delicatezza e nel frattempo le baciavo la schiena. Ancora nessuna reazione da parte della sua fighetta. Io intanto già c’avevo un lago in mezzo alle gambe, e non riuscivo a comprenderne il motivo; forse era quella situazione che mi eccitava. Non avevo mai avuto un rapporto con una donna. O forse sì, ma comunque mai così spinto. Mi era capitato di fare e ricevere delle carezze, di avere atteggiamenti affettuosi, ma non ero andata mai oltre. Ma nel caso di Elena l’affetto non c’entrava niente; ero eccitata, avevo voglia di farla mia, possederla, e lei me lo lasciava fare. Avevo forse appena scoperto il mio lato bisex? Un aspetto ancora sconosciuto di me. Non credevo di poter trarre piacere dal corpo di un’altra donna. Eppure toccandola e baciandola era proprio quello che stava succedendo. C’avevo un lago in mezzo alle cosce, i miei umori mi colavano nell’interno coscia fino a raggiungere le caviglie. Non avevo mai sbrodolato così tanto.
A quel punto spinsi Elena verso la mia scrivania e con una mano le piegai il busto verso il basso. Adesso aveva il culo ben aperto e le vedevo l’orifizio anale. Glielo accarezzai con un dito e poi glielo infilai delicatamente dentro, lei si lamentò un po' per il dolore, in effetti ce l’aveva molto stretto. Tirai fuori il dito e me lo misi in bocca per assaporare il profumo del suo retto. Semplicemente paradisiaco. Allora mi inginocchiai e iniziai a leccarglielo e questo non fece che eccitarmi ulteriormente. Il sapore che emanava era un potente afrodisiaco.
“Moana, ma cosa stai facendo?” mi chiese.
Ma non le risposi. Ero troppo presa da quello che stavo facendo. Poi ad un certo punto mi alzai e le dissi di non muoversi. Le avevo inumidito e allargato il buchetto per bene, adesso era pronta per passare ai fatti. E allora andai a prendere uno strap-on che avevo nell’armadio. Lo avevo comprato qualche anno prima, con l’intenzione di giocarci con Berni, ma non era mai capitata l’occasione. Lo strap-on era sempre rimasto inutilizzato nel mio armadio, e ora era arrivato il momento di usarlo. Quindi me lo legai intorno alla vita e raggiunsi Elena, gli indirizzai il grosso fallo di gomma verso il suo orifizio anale e glielo spinsi dentro. Lei lanciò un urlo di dolore tale che dovetti tapparle la bocca con una mano, e iniziai a montarmela di brutto.
“Non urlare, maiala! Vedrai che tra un po' inizierai a prenderci gusto”.
E infatti dopo una decina di stantuffate aveva smesso di gridare e aveva cominciato a mugolare di piacere. A quel punto le tolsi la mano dalla bocca e l’afferrai per i fianchi con decisione e iniziai a ingropparla senza ritegno. Smisi soltanto quando la vidi accasciarsi sulla scrivania, quasi esanime, quasi come se fosse svenuta. Non rispondeva più ai miei colpi, e un po' mi preoccupai. Non volevo romperle il culo e causarle qualche danno serio al retto, così feci uscire il cazzo di gomma dal suo corpo e la lasciai lì, sulla mia scrivania, senza neppure le forze per potersi rimettere su. Presi un fazzoletto e me lo passai sul palo di gomma dello strap-on, su cui trovai delle tracce delle feci di Elena. Cazzo, ci ero andata giù pesante. Lei cercò di rimettersi in piedi, ma notai che aveva non poche difficoltà.
“Cazzo Moana, mi hai fatto male” mi disse con un filo di voce. “Non riesco neppure a camminare”.
“Tranquilla, la prossima volta andrà meglio” le risposi. “Considera che questo strap-on è il doppio del cazzo di Rocco. Quindi con lui non sarà doloroso quanto lo è stato con me. E ora rivestiti, che ti riaccompagno a casa in macchina. Non sei in condizioni per potertene ritornare a piedi”.
Moana.
In ogni caso ero da sola. Erano le dieci del mattino, e avevo ancora la bocca impastata di sonno. A mezzogiorno dovevo andare sul set cinematografico; forse avevano trovato qualcuno per la parte dell’imperatore, e Berni voleva avere la mia approvazione. Mi ero appena svegliata; ero ancora nuda (il pigiama era una cosa che nella mia famiglia si usava di rado, soltanto quando c’era molto freddo, altrimenti eravamo abituati ad andare a letto nudi). Ero seduta in cucina a fare colazione e a leggere una rivista, quando ad un certo punto suonarono al citofono. Andai a rispondere. Era Elena.
“Che vuoi? Rocco non c’è” risposi bruscamente.
“Non è Rocco che cerco, ma te. Posso salire?”.
“Ok, ma ti avverto che non ho tempo da perdere. A mezzogiorno devo andare via”.
Andai a mettere qualcosa addosso; non volevo mettere in imbarazzo Elena mostrandomi nuda. Era una ragazza molto suscettibile, e di sicuro vedermi così come mamma mi ha fatta avrebbe messo Elena a disagio. Quindi misi l’unica vestaglia da notte che avevo; me l’aveva regalata un tipo con cui scopavo un paio di anni fa. In effetti nascondeva ben poco, perché era di un tessuto così leggero da essere quasi trasparente. Quindi mi si vedeva comunque figa culo e tette, ma in modo velato.
E comunque Elena si imbarazzò lo stesso. Indossavo una vestaglia, ma secondo i suoi canoni di giudizio era una vestaglia oscena, una vestaglia che solo una zoccola poteva avere il coraggio di indossare. Ma d’altronde era così che lei mi giudicava, e cioè come una zoccola. Quindi era tutto regolare. Ero una zoccola e quindi indossavo vestiti da zoccola.
“Che vuoi?” le chiesi bruscamente.
“Senti, io ho ripensato a quello che mi hai detto” mi disse. “E credo che in fin dei conti tu non abbia torto. Forse dovrei davvero dare a Rocco una dimostrazione d’amore”.
“Io non ho parlato di dimostrazioni d’amore, ho detto che sarebbe il caso che tu gli conceda il condotto anale, dal momento che della patatina non ne vuoi sentir parlare”.
“Sì, ho capito. È che io non sono come te. Io preferisco chiamarla dimostrazione d’amore”.
“Siamo proprio diverse. Tu la chiami dimostrazione d’amore, e io lo chiamo dare via il culo. E comunque cosa vuoi da me? Vieni al dunque”.
“Beh, io non so proprio come comportarmi. Siccome tu hai molta esperienza in queste cose…”.
“Ecco, ci risiamo” non la feci nemmeno finire di parlare. “Mi ridai di nuovo della puttana. Siccome ho esperienza nel sesso anale allora tu ti arroghi il diritto di considerarmi una puttana”.
“Ma no, Moana! Cosa dici? È che l’hai detto tu stessa che hai dato il tuo lato b a Berni. Quindi certamente potrai darmi qualche consiglio”.
“Innanzitutto non chiamarlo più lato b, ma buco del culo. E poi se vuoi te la do volentieri una mano, ma se ti metti a frignare smetto”.
La portai in camera mia e mi tolsi la camicia da notte rimanendo nuda di fronte a lei, la quale subito si mise le mani sugli occhi e si girò dall’altra parte per il forte imbarazzo.
“Ma cosa fai?” mi chiese.
“Lo vuoi o no il mio aiuto? E allora spogliati anche tu e fai come ti dico”.
A quel punto Elena si fece coraggio e si girò di nuovo verso di me, e lentamente iniziò a svestirsi. Rimase in reggiseno e slip. Era la prima volta che la vedevo così, e devo riconoscere che era messa piuttosto bene; aveva delle belle tette, più grandi delle mie, con cui non le sarebbe stato difficile poter fare delle spagnole. Anche di culo non era niente male; aveva un culo soffice, morbido, che ti veniva proprio voglia di prenderlo a sculacciate.
Era molto in imbarazzo, infatti con le braccia cercava di coprirsi quanto poteva. E quando gli dissi di togliere anche il reggiseno e gli slip spalancò gli occhi dallo stupore. Poi lentamente li tolse, e vidi che sotto aveva proprio un bel cespuglietto incolto. Io se fossi stata in lei gliel’avrei data una bella sfoltita, però non glielo dissi. Poteva andare bene anche così. A certi uomini piaceva anche in quel modo.
“E allora” le dissi, “cosa provi a stare nuda di fronte ad un’altra persona?”.
“Non mi sento a mio agio”.
“Perché? Ti vergogni del tuo corpo, forse?”.
“No, non è questo, è che…”.
“È che ti hanno detto che è una cosa che non bisogna fare. Facciamo così, dimentica tutto quello che ti hanno detto e ripartiamo da zero. Girati, fammi vedere come sei fatta dietro”.
Lei, un po' titubante, si girò dall’altra parte mostrandomi il culo. Era davvero un bel culo sodo, non credevo che dietro quei vestiti da suora ci fosse un corpo così perfetto. Mi avvicinai e cominciai ad accarezzarle le braccia, e con la bocca mi avvicinai al suo collo per baciarglielo delicatamente. Poi con le mani le accarezzai i fianchi e poi i glutei, e con un dito le accarezzai l’orifizio anale.
“Moana, cosa stai facendo?”.
“Tranquilla Elena, lasciati andare. Sei troppo tesa. Così non combinerai mai nulla con mio fratello”.
Continuavo a baciarla sul collo cercando di farla sciogliere, ma era molto nervosa, e quando le toccai le labbra della vagina mi resi conto che era più asciutta di un deserto. Allora iniziai a sgrillettarla con delicatezza e nel frattempo le baciavo la schiena. Ancora nessuna reazione da parte della sua fighetta. Io intanto già c’avevo un lago in mezzo alle gambe, e non riuscivo a comprenderne il motivo; forse era quella situazione che mi eccitava. Non avevo mai avuto un rapporto con una donna. O forse sì, ma comunque mai così spinto. Mi era capitato di fare e ricevere delle carezze, di avere atteggiamenti affettuosi, ma non ero andata mai oltre. Ma nel caso di Elena l’affetto non c’entrava niente; ero eccitata, avevo voglia di farla mia, possederla, e lei me lo lasciava fare. Avevo forse appena scoperto il mio lato bisex? Un aspetto ancora sconosciuto di me. Non credevo di poter trarre piacere dal corpo di un’altra donna. Eppure toccandola e baciandola era proprio quello che stava succedendo. C’avevo un lago in mezzo alle cosce, i miei umori mi colavano nell’interno coscia fino a raggiungere le caviglie. Non avevo mai sbrodolato così tanto.
A quel punto spinsi Elena verso la mia scrivania e con una mano le piegai il busto verso il basso. Adesso aveva il culo ben aperto e le vedevo l’orifizio anale. Glielo accarezzai con un dito e poi glielo infilai delicatamente dentro, lei si lamentò un po' per il dolore, in effetti ce l’aveva molto stretto. Tirai fuori il dito e me lo misi in bocca per assaporare il profumo del suo retto. Semplicemente paradisiaco. Allora mi inginocchiai e iniziai a leccarglielo e questo non fece che eccitarmi ulteriormente. Il sapore che emanava era un potente afrodisiaco.
“Moana, ma cosa stai facendo?” mi chiese.
Ma non le risposi. Ero troppo presa da quello che stavo facendo. Poi ad un certo punto mi alzai e le dissi di non muoversi. Le avevo inumidito e allargato il buchetto per bene, adesso era pronta per passare ai fatti. E allora andai a prendere uno strap-on che avevo nell’armadio. Lo avevo comprato qualche anno prima, con l’intenzione di giocarci con Berni, ma non era mai capitata l’occasione. Lo strap-on era sempre rimasto inutilizzato nel mio armadio, e ora era arrivato il momento di usarlo. Quindi me lo legai intorno alla vita e raggiunsi Elena, gli indirizzai il grosso fallo di gomma verso il suo orifizio anale e glielo spinsi dentro. Lei lanciò un urlo di dolore tale che dovetti tapparle la bocca con una mano, e iniziai a montarmela di brutto.
“Non urlare, maiala! Vedrai che tra un po' inizierai a prenderci gusto”.
E infatti dopo una decina di stantuffate aveva smesso di gridare e aveva cominciato a mugolare di piacere. A quel punto le tolsi la mano dalla bocca e l’afferrai per i fianchi con decisione e iniziai a ingropparla senza ritegno. Smisi soltanto quando la vidi accasciarsi sulla scrivania, quasi esanime, quasi come se fosse svenuta. Non rispondeva più ai miei colpi, e un po' mi preoccupai. Non volevo romperle il culo e causarle qualche danno serio al retto, così feci uscire il cazzo di gomma dal suo corpo e la lasciai lì, sulla mia scrivania, senza neppure le forze per potersi rimettere su. Presi un fazzoletto e me lo passai sul palo di gomma dello strap-on, su cui trovai delle tracce delle feci di Elena. Cazzo, ci ero andata giù pesante. Lei cercò di rimettersi in piedi, ma notai che aveva non poche difficoltà.
“Cazzo Moana, mi hai fatto male” mi disse con un filo di voce. “Non riesco neppure a camminare”.
“Tranquilla, la prossima volta andrà meglio” le risposi. “Considera che questo strap-on è il doppio del cazzo di Rocco. Quindi con lui non sarà doloroso quanto lo è stato con me. E ora rivestiti, che ti riaccompagno a casa in macchina. Non sei in condizioni per potertene ritornare a piedi”.
Moana.
domenica 4 dicembre 2016
Dagli il culo.
(in foto: Eva, Bent Beauty, Hegre-Art.com)
Quella sera Rocco sarebbe venuto a cena da noi con Elena. Era proprio l’occasione che aspettavo per poterle fare un discorsetto. Nel frattempo me ne restai in cucina a sfogliare una rivista di gossip e a guardare Stefano che cucinava. Anche quella sera ero vestita in modo molto succinto, per non dire da sgualdrina di strada. Adoravo stuzzicare mio marito, soprattutto adesso che stavamo facendo quel gioco. E quindi avevo indossato un vestito cortissimo, oscenamente scollato, e sotto avevo le calze autoreggenti. Il vestito era così corto che l’orlo delle calze era ben in vista. In ogni modo ero lì che sfogliavo la rivista distrattamente quando ad un certo punto mio marito mi chiese com’era andata la mia giornata al negozio.
“Non c’è male” risposi senza alzare lo sguardo. “Moana mi ha lasciato tutti i conti in regola. Nostra figlia è un angelo”.
“Sì, lo è” aggiunse. “Ma… non è successo niente di particolare?”.
“Oh, sì! Quasi dimenticavo. Ho ricevuto un altro regalo da un ammiratore”.
“E chi è?” chiese lui guardandomi in modo falsamente incuriosito. Sapeva benissimo chi era. Era lui. Ma stava solo facendo la parte. E la stava facendo benissimo.
“Non so. Il mittente non c’era. Sicuramente si tratta di qualcuno che muore dalla voglia di montarmi. Niente di che. Non devi preoccuparti”.
“Non devo preoccuparmi? Ma Sabri, potrebbe essere un malintenzionato, uno che potrebbe abusare di te e farti del male” adesso si era messo a fare il paranoico, e allora alzai gli occhi dalla rivista e lo guardai con stupore. Cavolo, stava recitando proprio bene. Non sarei mai stata capace di fingere come stava facendo lui.
“Ma amore, non è la prima volta che ricevo regali da parte di ammiratori segreti, e lo sai benissimo. Quindi di cosa ti preoccupi?”.
“E oggi cosa hai ricevuto?” mi chiese ritornando alle sue faccende.
“Un contenitore per le urine” risposi. “Con dello sperma dentro”.
Mio marito mi guardò in modo molto perplesso. Era rimasto senza parole, e non so bene per quale motivo, dal momento che lo sperma era suo, come d’altronde l’idea stessa di mandarmi quel regalo era sua. Stavo cominciando a credere che lui non c’entrasse niente con quella storia e infatti mi salì il sangue alla testa. Se non era di lui, allora di chi era quel seme? Poi pensai che non poteva non essere il suo. Stava soltanto rendendo il nostro gioco più reale. E ci stava riuscendo benissimo.
“Dai amore, non ci pensare” dissi per sdrammatizzare. “Cosa vuoi che sia? È soltanto un ammiratore. Vedrai che quando capirà che il mio cuore appartiene a te allora si metterà l’animo in pace”.
La discussione per il momento terminò, anche perché era appena rientrata Moana. Era stata tutta il giorno sul set cinematografico senza concludere nulla, perché ancora non avevano trovato un attore per il ruolo dell’imperatore. Quindi era molto annoiata, e la prima cosa che disse fu che doveva sfogarsi. E che la sua vittima quella sera sarebbe stata Elena. Disse che aveva proprio voglia di dirgliene quattro. Sarebbe stata di certo una cena molto interessante per la fidanzata di Rocco, su questo non c’erano dubbi.
“Cos’hai contro di lei?” le chiesi.
“Sta trasformando mio fratello in un sociopatico, ecco cosa ho. E stasera glielo dirò. Vedrai”.
Moana non aveva mai nutrito una gran simpatia nei confronti della fidanzata di suo fratello. In effetti se ci pensate erano molto diverse. E credo che anche Elena non avesse grande stima di Moana. Per lei probabilmente mia figlia, per via della sua eccessiva libertà sessuale, era l’anticristo. Praticamente vivevano su due pianeti diversi. E avevano avuto parecchie discussioni, e Moana in genere l’aggrediva senza ritegno, una volta addirittura le aveva detto che era una bigotta del cazzo. Ma Elena aveva sempre risposto in modo insopportabilmente pacato, proprio come avrebbe fatto una suora. E questo atteggiamento mandava in bestia la mia Moana, che un volta (era di domenica e Elena era a pranzo da noi) dopo l’ennesima discussione le gridò: “avanti, dillo quello che pensi di me! Dillo che sono una vacca, e che probabilmente finirò all’inferno perché sono una peccatrice”. E Elena, sempre con la sua calma, le rispose semplicemente: “non sono nessuno per poterti giudicare, ma chiaramente ognuno è responsabile delle proprie azioni”.
Comunque ogni volta che la fidanzata di Rocco veniva a pranzo o a cena da noi c’era una discussione tra lei e Moana. Ogni pretesto era buono per darsi addosso; in verità era mia figlia che di solito cercava l’occasione per attaccarla. E anche quella sera sicuramente avrebbe fatto del suo meglio pur di farle guerra.
Rocco e Elena vennero verso le otto di sera. Cenammo in sala da pranzo, e tutto procedeva tranquillamente. Mi aspettavo che da un momento all’altro Moana avrebbe cominciato a inveire per un futile motivo contro Elena, ma invece dovetti ricredermi. Se ne stette buona buona a mangiare, senza dire nulla. Quando finimmo di cenare fui io la prima ad alzarmi, e chiesi a Elena di aiutarmi a portare i piatti in cucina, e di farmi compagnia mentre li lavavo. Allora lei fece come le avevo chiesto e mi seguì. Lontane dagli altri avremmo avuto modo di discutere. E infatti non persi tempo e le dissi le mie perplessità riguardo al suo rapporto con suo figlio.
“Sai, sono molto colpita dalla tua volontà di rimanere vergine fino al matrimonio” le dissi. “E rispetto questa tua volontà, ci mancherebbe altro. Ma davvero non vedo perché ostacolare il naturale flusso delle cose”.
“Non capisco”.
“Voglio dire, è del tutto normale che due innamorati facciano l’amore. Non credi?”.
In quel momento entrò in cucina anche Moana, e incrociò le braccia e rimase a guardarci, come nella speranza di poter entrare nel discorso e dire la sua. E nel frattempo mandava delle occhiatacce a Elena che non dicevano proprio niente di buono.
“Di che si parla?” chiese.
“Di cosa è giusto fare e cosa non lo è per una coppia di fidanzati”.
“Non è difficile” continuò mia figlia. “Basta aprire le gambe e il gioco è fatto. È tanto difficile per te, Elena? Se proprio non gliela vuoi dare allora sappi che ci sono tante altre valide alternative. Il condotto anale, per esempio”.
“Il condotto anale!? Ma sei matta? È immorale”.
“Ascoltami, lasciamo da parte i nostri attriti. Lo so che mi consideri una zoccola, ma voglio comunque parlarti come se fossi tua sorella. Se continui così va a finire che mio fratello ti cornifica con qualcuna più predisposta ad essere montata. È questo che vuoi?”.
Elena mi guardò con sguardo supplichevole, come se in qualche modo volesse il mio aiuto. Ma non sapevo come comportarmi. In effetti mia figlia stava dicendo quello che pensavo anche io. Allora le feci un sorriso per alleviarle il dolore che le stava causando Moana, la quale le stava sbattendo in faccia la verità. E si sa che la verità fa male.
“No” rispose con un filo di voce. “Non è questo che voglio”.
“E allora fatti coraggio e dagli il culo. Non c’è niente di male, anche mia madre lo ha dato a mio padre, e io l’ho dato al mio Berni. E probabilmente anche tua madre lo ha dato a tuo padre, soltanto che non lo dice perché la società le ha inculcato che è una cosa immorale”.
Elena era sconvolta dalla schiettezza delle parole di Moana. E forse non era stato giusto da parte nostra dirle quelle cose. Chi eravamo noi per dirle cosa doveva e cosa non doveva fare dei suoi buchi? Provai molta tenerezza nei suoi confronti. Ma ormai il pasticcio era fatto. Di quel che ne sarebbe conseguito non vi era alcuna certezza.
Sabrina.
“Non c’è male” risposi senza alzare lo sguardo. “Moana mi ha lasciato tutti i conti in regola. Nostra figlia è un angelo”.
“Sì, lo è” aggiunse. “Ma… non è successo niente di particolare?”.
“Oh, sì! Quasi dimenticavo. Ho ricevuto un altro regalo da un ammiratore”.
“E chi è?” chiese lui guardandomi in modo falsamente incuriosito. Sapeva benissimo chi era. Era lui. Ma stava solo facendo la parte. E la stava facendo benissimo.
“Non so. Il mittente non c’era. Sicuramente si tratta di qualcuno che muore dalla voglia di montarmi. Niente di che. Non devi preoccuparti”.
“Non devo preoccuparmi? Ma Sabri, potrebbe essere un malintenzionato, uno che potrebbe abusare di te e farti del male” adesso si era messo a fare il paranoico, e allora alzai gli occhi dalla rivista e lo guardai con stupore. Cavolo, stava recitando proprio bene. Non sarei mai stata capace di fingere come stava facendo lui.
“Ma amore, non è la prima volta che ricevo regali da parte di ammiratori segreti, e lo sai benissimo. Quindi di cosa ti preoccupi?”.
“E oggi cosa hai ricevuto?” mi chiese ritornando alle sue faccende.
“Un contenitore per le urine” risposi. “Con dello sperma dentro”.
Mio marito mi guardò in modo molto perplesso. Era rimasto senza parole, e non so bene per quale motivo, dal momento che lo sperma era suo, come d’altronde l’idea stessa di mandarmi quel regalo era sua. Stavo cominciando a credere che lui non c’entrasse niente con quella storia e infatti mi salì il sangue alla testa. Se non era di lui, allora di chi era quel seme? Poi pensai che non poteva non essere il suo. Stava soltanto rendendo il nostro gioco più reale. E ci stava riuscendo benissimo.
“Dai amore, non ci pensare” dissi per sdrammatizzare. “Cosa vuoi che sia? È soltanto un ammiratore. Vedrai che quando capirà che il mio cuore appartiene a te allora si metterà l’animo in pace”.
La discussione per il momento terminò, anche perché era appena rientrata Moana. Era stata tutta il giorno sul set cinematografico senza concludere nulla, perché ancora non avevano trovato un attore per il ruolo dell’imperatore. Quindi era molto annoiata, e la prima cosa che disse fu che doveva sfogarsi. E che la sua vittima quella sera sarebbe stata Elena. Disse che aveva proprio voglia di dirgliene quattro. Sarebbe stata di certo una cena molto interessante per la fidanzata di Rocco, su questo non c’erano dubbi.
“Cos’hai contro di lei?” le chiesi.
“Sta trasformando mio fratello in un sociopatico, ecco cosa ho. E stasera glielo dirò. Vedrai”.
Moana non aveva mai nutrito una gran simpatia nei confronti della fidanzata di suo fratello. In effetti se ci pensate erano molto diverse. E credo che anche Elena non avesse grande stima di Moana. Per lei probabilmente mia figlia, per via della sua eccessiva libertà sessuale, era l’anticristo. Praticamente vivevano su due pianeti diversi. E avevano avuto parecchie discussioni, e Moana in genere l’aggrediva senza ritegno, una volta addirittura le aveva detto che era una bigotta del cazzo. Ma Elena aveva sempre risposto in modo insopportabilmente pacato, proprio come avrebbe fatto una suora. E questo atteggiamento mandava in bestia la mia Moana, che un volta (era di domenica e Elena era a pranzo da noi) dopo l’ennesima discussione le gridò: “avanti, dillo quello che pensi di me! Dillo che sono una vacca, e che probabilmente finirò all’inferno perché sono una peccatrice”. E Elena, sempre con la sua calma, le rispose semplicemente: “non sono nessuno per poterti giudicare, ma chiaramente ognuno è responsabile delle proprie azioni”.
Comunque ogni volta che la fidanzata di Rocco veniva a pranzo o a cena da noi c’era una discussione tra lei e Moana. Ogni pretesto era buono per darsi addosso; in verità era mia figlia che di solito cercava l’occasione per attaccarla. E anche quella sera sicuramente avrebbe fatto del suo meglio pur di farle guerra.
Rocco e Elena vennero verso le otto di sera. Cenammo in sala da pranzo, e tutto procedeva tranquillamente. Mi aspettavo che da un momento all’altro Moana avrebbe cominciato a inveire per un futile motivo contro Elena, ma invece dovetti ricredermi. Se ne stette buona buona a mangiare, senza dire nulla. Quando finimmo di cenare fui io la prima ad alzarmi, e chiesi a Elena di aiutarmi a portare i piatti in cucina, e di farmi compagnia mentre li lavavo. Allora lei fece come le avevo chiesto e mi seguì. Lontane dagli altri avremmo avuto modo di discutere. E infatti non persi tempo e le dissi le mie perplessità riguardo al suo rapporto con suo figlio.
“Sai, sono molto colpita dalla tua volontà di rimanere vergine fino al matrimonio” le dissi. “E rispetto questa tua volontà, ci mancherebbe altro. Ma davvero non vedo perché ostacolare il naturale flusso delle cose”.
“Non capisco”.
“Voglio dire, è del tutto normale che due innamorati facciano l’amore. Non credi?”.
In quel momento entrò in cucina anche Moana, e incrociò le braccia e rimase a guardarci, come nella speranza di poter entrare nel discorso e dire la sua. E nel frattempo mandava delle occhiatacce a Elena che non dicevano proprio niente di buono.
“Di che si parla?” chiese.
“Di cosa è giusto fare e cosa non lo è per una coppia di fidanzati”.
“Non è difficile” continuò mia figlia. “Basta aprire le gambe e il gioco è fatto. È tanto difficile per te, Elena? Se proprio non gliela vuoi dare allora sappi che ci sono tante altre valide alternative. Il condotto anale, per esempio”.
“Il condotto anale!? Ma sei matta? È immorale”.
“Ascoltami, lasciamo da parte i nostri attriti. Lo so che mi consideri una zoccola, ma voglio comunque parlarti come se fossi tua sorella. Se continui così va a finire che mio fratello ti cornifica con qualcuna più predisposta ad essere montata. È questo che vuoi?”.
Elena mi guardò con sguardo supplichevole, come se in qualche modo volesse il mio aiuto. Ma non sapevo come comportarmi. In effetti mia figlia stava dicendo quello che pensavo anche io. Allora le feci un sorriso per alleviarle il dolore che le stava causando Moana, la quale le stava sbattendo in faccia la verità. E si sa che la verità fa male.
“No” rispose con un filo di voce. “Non è questo che voglio”.
“E allora fatti coraggio e dagli il culo. Non c’è niente di male, anche mia madre lo ha dato a mio padre, e io l’ho dato al mio Berni. E probabilmente anche tua madre lo ha dato a tuo padre, soltanto che non lo dice perché la società le ha inculcato che è una cosa immorale”.
Elena era sconvolta dalla schiettezza delle parole di Moana. E forse non era stato giusto da parte nostra dirle quelle cose. Chi eravamo noi per dirle cosa doveva e cosa non doveva fare dei suoi buchi? Provai molta tenerezza nei suoi confronti. Ma ormai il pasticcio era fatto. Di quel che ne sarebbe conseguito non vi era alcuna certezza.
Sabrina.
venerdì 2 dicembre 2016
Un problema da risolvere.
Obiettivamente mio figlio aveva un problema da risolvere. Non era stato di certo carino da parte sua spiarci mentre io e suo padre facevamo l’amore. Ma se l’aveva fatto è perché c’era qualcosa che non andava. Comunque non raccontai nulla a Stefano; credevo che avrei potuto risolvere quella questione parlando direttamente con Rocco. E infatti quella mattina, prima di ritornare al negozio, dove avrei dovuto riprendere le redini dell’attività, aspettai che mio figlio si svegliasse. Stefano era già andato a lavoro, e anche Moana era uscita. Io ero già pronta per andare al centro commerciale; avevo fatto la doccia, mi ero sistemata i capelli e il trucco e avevo indossato un vestito nero porco ma elegante. Ero pronta per mettermi a lavoro. L’unica cosa che mi tratteneva era appunto il mio dovere di mamma, il fatto che dovevo assolutamente fare due chiacchiere con mio figlio su quanto era accaduto. Perché quanto era accaduto era una faccenda assai preoccupante. Come vi ha già raccontato lui non era la prima volta che ci beccava a fare l’amore, ma il punto è che questa volta l’aveva fatto volontariamente. Non ci aveva beccati questa volta, ma ci aveva volontariamente spiati. E questo era un problema che non potevo ignorare.
Ma ormai erano le nove e lui ancora non ne voleva sapere di svegliarsi. Così decisi di fare la prepotente e penetrai nella sua camera senza neppure bussare, spalancando la porta e raggiungendo le persiane, che tirai su senza pietà. A quel punto la stanza fu invasa da una luce accecante, e Rocco si mise le mani sulla faccia per proteggersi gli occhi.
“Mamma! Ma che fai?”.
“Io e te dobbiamo parlare” mi misi a sedere sul suo letto. Rocco era molto probabilmente nudo sotto le coperte. Era sua abitudine non indossare niente quando si metteva a letto. Devo dire che era un’abitudine che avevamo tutti in famiglia. “Mi dici qual è il tuo problema?”.
“Di cosa parli, mà?”.
“Non fare il furbo. Me ne sono accorta che ci spiavi ieri sera, mentre io e tuo padre facevamo l’amore. Perché lo hai fatto?”.
Rocco sembrava davvero mortificato e non fece niente per discolparsi o per dire che non era vero. Lo sapevamo entrambi che ciò che stavo dicendo era un fatto realmente accaduto. Non mi ero sbagliata. Non avevo visto un fantasma. Era proprio lui. E per giunta si era anche masturbato mentre ci guardava.
“L’ho fatto perché mi andava di farlo” rispose con un filo di voce.
“È una cosa che ti eccita guardarci mentre lo facciamo?” gli chiesi con lo stesso tono inquisitorio di prima.
“Ultimamente mi eccita qualsiasi cosa. Non so cosa mi sta succedendo. Sono completamente in balia del sesso e non riesco a capire per quale motivo”.
“Io invece lo so bene il motivo” dissi.
La nostra conversazione, per quanto mi riguarda, poteva dirsi conclusa. Avevo capito dov’era il problema, e adesso bisognava agire. Non sapevo ancora in che modo, ma qualcosa bisognava fare. Il problema era Elena, la fidanzata di Rocco. Se continuava a negargli i suoi buchi mio figlio avrebbe completamente perso la ragione.
Prima di andarmene vidi che sotto le lenzuola mio figlio aveva un’erezione spaventosa. Così presi un lembo della coperta e la tirai su per guardare meglio. Il suo cazzo era duro come il marmo, e il glande era rosso e lucido come una palla da biliardo. Lo afferrai alla base con una mano e lo tenni dritto contemplandolo per qualche secondo. Dio mio, che donna fortunata che sarebbe stata la futura moglie di mio figlio ad avere un palo di quelle dimensioni tutto per se. Ebbi l’impressione che fosse più grosso di quello del padre, ma forse era solo perché era eretto fino all’inverosimile.
“Guarda qui che roba!” dissi percorrendolo con la mano in tutta la sua lunghezza. “Se Elena non si decide a darti ciò di cui hai bisogno allora non risolverai mai questo problema”.
A quel punto mi alzai dal letto e raggiunsi la porta. Mi girai un’ultima volta a guardare Rocco. C’aveva proprio un bel cazzo duro, e Elena non riusciva neppure a rendersi conto di cosa si stava perdendo. Poi uscii di casa e raggiunsi il centro commerciale in macchina. Al negozio venni accolta con molto calore. Le mie commesse mi raccontarono delle cose non proprio carine su Moana. Mi dissero che aveva gestito il negozio in modo tiranno, trattando il personale quasi come una carceriera. Ma adesso che ero ritornata, mi dissero, finalmente sarebbe tornato tutto a com’era prima.
Subito mi misi a lavoro e diedi un’occhiata agli ordini della merce e alla contabilità; era tutto a posto. La mia Moana sarà stata anche una tiranna con il personale, ma mi aveva lasciato tutti i conti a posto. Si era data parecchio da fare. Aveva tutte le qualità per diventare una buona imprenditrice. Mia figlia non smetteva mai di sorprendermi. È vero, il giorno prima quando mi aveva detto che stava girando un film porno mi era venuta voglia di riempirla di schiaffi, ma avevo fatto finta di niente. Ma adesso che vedevo quanta dedizione ci aveva messo nella gestione del negozio avrei voluto darle un bel bacio per ringraziarla. La mia piccola Moana.
Mentre controllavo l’impeccabile lavoro amministrativo che mi aveva fatto, ricevetti un sms da Stefano. Mi chiedeva se mi ricordavo di quando eravamo fidanzati, e per divertirci ci eravamo inventati il gioco dei ruoli, cioè avevamo fatto finta di non conoscerci, e lui era venuto al centro commerciale e aveva cercato di rimorchiarmi. Era stato solo un gioco, tutto qui. Molto divertente, se devo dirla tutta, e anche molto eccitante. Fu molto bello essere rimorchiata, anche se ricordo che gliela feci sudare molto, povero Stefano. Però alla fine gli diedi ciò che voleva. Non ricordo se gli diedi anche il buco del culo, ma di sicuro la fighetta sì. E mi feci fottere praticamente da un estraneo, perché in quel momento Stefano stava fingendo di essere uno che si era invaghito di me e che voleva avermi a tutti i costi. Erano passati molti anni ormai.
Gli risposi con un sms di sì, e allora lui continuò chiedendomi se mi andava di rifarlo. Caspita, certo che mi andava di rifarlo. Già mi stavo bagnando al solo pensiero. Gli chiesi quando avremmo cominciato, e lui mi rispose che era una sorpresa, che il gioco sarebbe potuto cominciare in qualsiasi momento. Gli chiesi nel frattempo come avrei dovuto comportarmi, e lui mi rispose (sempre tramite sms) di comportarmi come se nulla fosse. Quindi il gioco poteva cominciare tra un’ora come tra una settimana. L’attesa rendeva le cose ancora più eccitanti. Che marito porco che avevo!
E comunque non dovetti attendere molto. Infatti un’ora dopo il primo messaggio una delle mie commesse mi portò un pacchetto che era appena arrivato tramite corriere espresso. Era un pacchetto di forma cubica, con della carta regalo argentata tutta intorno e un nastrino rosso tutt’intorno. Una confezione molto elegante, non c’è che dire.
“Cosa sarà?” mi chiese la commessa. “Un altro omaggio di un ammiratore?”.
“Può darsi” le risposi, ma qualsiasi cosa fosse non volevo aprirla in sua presenza, così le dissi di ritornare a lavoro. E comunque diceva bene, non era la prima volta che mi arrivavano in negozio dei regali da parte di ammiratori; fiori, scatole di cioccolatini, collane, orecchini. Non curanti del fatto che ero sposata, mi inviavano tramite corriere tantissimi regali. Spesso questi omaggi erano accompagnati da dei biglietti con su scritte le intenzioni del mittente nei miei confronti; vorrei ficcartelo nel culo, ho voglia di schizzarti in faccia, mi faccio le seghe pensando a te che mi fai una spagnola, e altre porcate simili. Devo dire che tutte quelle attenzioni non mi dispiacevano. Era bello sapere che c’erano molti uomini che mi desideravano ardentemente. Custodivo gelosamente tutto quello che ricevevo. Molto spesso gli uomini che mi inviavano quelle cose si facevano avanti, con la speranza di poter concretizzare e di venire a letto con me. Altre volte invece il mittente era anonimo e restava anonimo. Come in questo caso. Il pacchetto che mi aveva consegnato la mia commessa era senza mittente. Ma io sapevo bene di chi era. Era da parte di mio marito, il quale voleva farmi credere che non era lui ma un altro dei miei ammiratori.
Comunque lo aprii e dentro ci trovai un recipiente, di quelli delle urine per intenderci. Lo misi controluce per vedere cosa c’era dentro. Il contenuto era inequivocabile, si trattava di sborra. Lo capii subito dalla densità e dal colore. Era impossibile sbagliarsi. Era un contenitore per le urine con due dita di sborra dentro. Ma non era tutto. C’era anche un messaggio dentro la scatola. C’era scritto: “ti penso continuamente…”.
Stefano aveva fatto la prima mossa, e quel gioco cominciava ad arraparmi di brutto.
Sabrina.
Ma ormai erano le nove e lui ancora non ne voleva sapere di svegliarsi. Così decisi di fare la prepotente e penetrai nella sua camera senza neppure bussare, spalancando la porta e raggiungendo le persiane, che tirai su senza pietà. A quel punto la stanza fu invasa da una luce accecante, e Rocco si mise le mani sulla faccia per proteggersi gli occhi.
“Mamma! Ma che fai?”.
“Io e te dobbiamo parlare” mi misi a sedere sul suo letto. Rocco era molto probabilmente nudo sotto le coperte. Era sua abitudine non indossare niente quando si metteva a letto. Devo dire che era un’abitudine che avevamo tutti in famiglia. “Mi dici qual è il tuo problema?”.
“Di cosa parli, mà?”.
“Non fare il furbo. Me ne sono accorta che ci spiavi ieri sera, mentre io e tuo padre facevamo l’amore. Perché lo hai fatto?”.
Rocco sembrava davvero mortificato e non fece niente per discolparsi o per dire che non era vero. Lo sapevamo entrambi che ciò che stavo dicendo era un fatto realmente accaduto. Non mi ero sbagliata. Non avevo visto un fantasma. Era proprio lui. E per giunta si era anche masturbato mentre ci guardava.
“L’ho fatto perché mi andava di farlo” rispose con un filo di voce.
“È una cosa che ti eccita guardarci mentre lo facciamo?” gli chiesi con lo stesso tono inquisitorio di prima.
“Ultimamente mi eccita qualsiasi cosa. Non so cosa mi sta succedendo. Sono completamente in balia del sesso e non riesco a capire per quale motivo”.
“Io invece lo so bene il motivo” dissi.
La nostra conversazione, per quanto mi riguarda, poteva dirsi conclusa. Avevo capito dov’era il problema, e adesso bisognava agire. Non sapevo ancora in che modo, ma qualcosa bisognava fare. Il problema era Elena, la fidanzata di Rocco. Se continuava a negargli i suoi buchi mio figlio avrebbe completamente perso la ragione.
Prima di andarmene vidi che sotto le lenzuola mio figlio aveva un’erezione spaventosa. Così presi un lembo della coperta e la tirai su per guardare meglio. Il suo cazzo era duro come il marmo, e il glande era rosso e lucido come una palla da biliardo. Lo afferrai alla base con una mano e lo tenni dritto contemplandolo per qualche secondo. Dio mio, che donna fortunata che sarebbe stata la futura moglie di mio figlio ad avere un palo di quelle dimensioni tutto per se. Ebbi l’impressione che fosse più grosso di quello del padre, ma forse era solo perché era eretto fino all’inverosimile.
“Guarda qui che roba!” dissi percorrendolo con la mano in tutta la sua lunghezza. “Se Elena non si decide a darti ciò di cui hai bisogno allora non risolverai mai questo problema”.
A quel punto mi alzai dal letto e raggiunsi la porta. Mi girai un’ultima volta a guardare Rocco. C’aveva proprio un bel cazzo duro, e Elena non riusciva neppure a rendersi conto di cosa si stava perdendo. Poi uscii di casa e raggiunsi il centro commerciale in macchina. Al negozio venni accolta con molto calore. Le mie commesse mi raccontarono delle cose non proprio carine su Moana. Mi dissero che aveva gestito il negozio in modo tiranno, trattando il personale quasi come una carceriera. Ma adesso che ero ritornata, mi dissero, finalmente sarebbe tornato tutto a com’era prima.
Subito mi misi a lavoro e diedi un’occhiata agli ordini della merce e alla contabilità; era tutto a posto. La mia Moana sarà stata anche una tiranna con il personale, ma mi aveva lasciato tutti i conti a posto. Si era data parecchio da fare. Aveva tutte le qualità per diventare una buona imprenditrice. Mia figlia non smetteva mai di sorprendermi. È vero, il giorno prima quando mi aveva detto che stava girando un film porno mi era venuta voglia di riempirla di schiaffi, ma avevo fatto finta di niente. Ma adesso che vedevo quanta dedizione ci aveva messo nella gestione del negozio avrei voluto darle un bel bacio per ringraziarla. La mia piccola Moana.
Mentre controllavo l’impeccabile lavoro amministrativo che mi aveva fatto, ricevetti un sms da Stefano. Mi chiedeva se mi ricordavo di quando eravamo fidanzati, e per divertirci ci eravamo inventati il gioco dei ruoli, cioè avevamo fatto finta di non conoscerci, e lui era venuto al centro commerciale e aveva cercato di rimorchiarmi. Era stato solo un gioco, tutto qui. Molto divertente, se devo dirla tutta, e anche molto eccitante. Fu molto bello essere rimorchiata, anche se ricordo che gliela feci sudare molto, povero Stefano. Però alla fine gli diedi ciò che voleva. Non ricordo se gli diedi anche il buco del culo, ma di sicuro la fighetta sì. E mi feci fottere praticamente da un estraneo, perché in quel momento Stefano stava fingendo di essere uno che si era invaghito di me e che voleva avermi a tutti i costi. Erano passati molti anni ormai.
Gli risposi con un sms di sì, e allora lui continuò chiedendomi se mi andava di rifarlo. Caspita, certo che mi andava di rifarlo. Già mi stavo bagnando al solo pensiero. Gli chiesi quando avremmo cominciato, e lui mi rispose che era una sorpresa, che il gioco sarebbe potuto cominciare in qualsiasi momento. Gli chiesi nel frattempo come avrei dovuto comportarmi, e lui mi rispose (sempre tramite sms) di comportarmi come se nulla fosse. Quindi il gioco poteva cominciare tra un’ora come tra una settimana. L’attesa rendeva le cose ancora più eccitanti. Che marito porco che avevo!
E comunque non dovetti attendere molto. Infatti un’ora dopo il primo messaggio una delle mie commesse mi portò un pacchetto che era appena arrivato tramite corriere espresso. Era un pacchetto di forma cubica, con della carta regalo argentata tutta intorno e un nastrino rosso tutt’intorno. Una confezione molto elegante, non c’è che dire.
“Cosa sarà?” mi chiese la commessa. “Un altro omaggio di un ammiratore?”.
“Può darsi” le risposi, ma qualsiasi cosa fosse non volevo aprirla in sua presenza, così le dissi di ritornare a lavoro. E comunque diceva bene, non era la prima volta che mi arrivavano in negozio dei regali da parte di ammiratori; fiori, scatole di cioccolatini, collane, orecchini. Non curanti del fatto che ero sposata, mi inviavano tramite corriere tantissimi regali. Spesso questi omaggi erano accompagnati da dei biglietti con su scritte le intenzioni del mittente nei miei confronti; vorrei ficcartelo nel culo, ho voglia di schizzarti in faccia, mi faccio le seghe pensando a te che mi fai una spagnola, e altre porcate simili. Devo dire che tutte quelle attenzioni non mi dispiacevano. Era bello sapere che c’erano molti uomini che mi desideravano ardentemente. Custodivo gelosamente tutto quello che ricevevo. Molto spesso gli uomini che mi inviavano quelle cose si facevano avanti, con la speranza di poter concretizzare e di venire a letto con me. Altre volte invece il mittente era anonimo e restava anonimo. Come in questo caso. Il pacchetto che mi aveva consegnato la mia commessa era senza mittente. Ma io sapevo bene di chi era. Era da parte di mio marito, il quale voleva farmi credere che non era lui ma un altro dei miei ammiratori.
Comunque lo aprii e dentro ci trovai un recipiente, di quelli delle urine per intenderci. Lo misi controluce per vedere cosa c’era dentro. Il contenuto era inequivocabile, si trattava di sborra. Lo capii subito dalla densità e dal colore. Era impossibile sbagliarsi. Era un contenitore per le urine con due dita di sborra dentro. Ma non era tutto. C’era anche un messaggio dentro la scatola. C’era scritto: “ti penso continuamente…”.
Stefano aveva fatto la prima mossa, e quel gioco cominciava ad arraparmi di brutto.
Sabrina.
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