sabato 16 marzo 2019

Quello che non abbiamo fatto

vent'anni fa. 


[postato da Stefano]

   Dopo avermi fatto godere con la bocca, Ornella rientrò nella cabina. Sulla bocca non vi era traccia del mio sperma, segno che l’aveva ingoiato tutto. Io ero ancora frastornato per la copiosa sborrata. A quel punto mi propose di andare a fare il bagno, e allora io dissi di sì e lei fece per uscire e io le andai dietro, ma poi mi mise una mano sul petto e mi impedì di proseguire.
   “Ehi aspetta! Dove stai andando? Non vedi che sei nudo? Non siamo mica su una spiaggia nudista. Devi mettere il costume, altrimenti rischi di beccarti una bella denuncia per atti osceni in luogo pubblico”.
   Ornella aveva ragione. Ma ero così intontito da quello che avevamo appena fatto che non capivo nulla. Mi sentivo come sotto l’effetto di una droga. L’emozione che avevo provato era stata veramente forte. E allora mi rimisi il costume e raggiunsi la riva insieme ad Ornella, mano nella mano. In spiaggia c’erano soltanto alcune coppie di anziani; come dicevo nel post precedente era lunedì, e quindi le persone erano a lavoro e i ragazzi a scuola, per cui non c’era tanta gente.
   Entrammo in acqua e ad un certo punto Ornella mi diede le spalle, e a me venne quasi d’istinto di abbracciarla da dietro, e baciarle il collo, e allora lei piegò la testa per permettermi di farlo meglio, e intanto con le mani raggiunsi le sue tette, e le presi in mano palpandole con decisione, e intanto mi era ritornata l’erezione, e iniziai a spingerla contro il suo sedere, e lei mugolava di piacere e con una mano me lo tirò fuori dal costume e cercò di metterselo nel culo. Iniziò a strofinarlo contro l’ingresso del condotto anale, e mi sarebbe bastata una spinta del bacino per farlo entrare dentro, ma forse era meglio non dare spettacolo. Già ci stavano guardando tutti, perché era evidente quello che stavamo facendo. 
   “Forse è meglio se continuiamo in un posto più appartato” mi disse lei.
   Quindi me lo rimise nel costume, e poi si girò verso di me, e mi mise le braccia intorno al collo e iniziò a baciarmi, ma questa volta con la lingua. Era la prima volta. La prima volta che le nostre lingue si incontravano in quel modo così famelico. E nessuno dei due aveva voglia di smetterla, perché era bellissimo. Sarei stato ore appiccicato alla sua bocca. Ma era meglio trasferirci da un’altra parte, come diceva lei, perché le nostre effusioni cominciarono a indispettire i pochi bagnanti che ci guardavano dalla riva.
   “Fatela finita, sporcaccioni!” gridò un anziano. “Andatele a fare a casa vostra queste schifezze!”.
   E così decidemmo di andare via, in un posto dove avremmo potuto fare tutto ciò che non avevamo fatto vent’anni fa, e che adesso era venuto il momento di fare. E quindi andammo a casa sua, e mentre guidavo decisi di fare una cosa che forse avrei dovuto evitare, perché a Ornella non piacque. E allora mi tirai fuori il cazzo dal costume, che era duro da morire, e l’afferrai per i capelli e la feci abbassare per farle prendere il cazzo in bocca, ma lei si ribellò e si liberò dalla mia presa.
   “No Stè! Possibile che non riesci a pensare ad altro? Che cazzo, voi uomini siete tutti uguali!”.
   Ero mortificato. Era la prima volta che la vedevo così arrabbiata. Io credevo che le avrebbe fatto piacere, e invece mi sbagliavo. Le chiesi scusa e le dissi che non lo sapevo perché l’avevo fatto. Forse perché pensavo che con lei tutto mi era concesso, in nome della nostra vecchia amicizia. Ero stato uno stupido.
   “Non mi piace essere presa per i capelli in quel modo” mi disse. “È davvero irrispettoso. Se vuoi che ti faccio un pompino te lo faccio volentieri, ma devi mostrarmi rispetto. E soprattutto se vuoi godere con la mia bocca questo è il momento meno adatto. Stai guidando, potrebbe essere pericoloso”.
   “Perdonami Ornella, sono molto dispiaciuto. Non so cosa mi è preso”.
   “Promettimi che non lo farai più, e che non mi tratterai mai più come una cagna. Perché è questo che hai fatto afferrandomi i capelli, mi hai trattata da cagna”.
   “Non accadrà più, te lo prometto”.
   “È così che tratti Sabrina?”.
   “No, certo che no”.
   Perché mi ero sentito autorizzato a fare una cosa del genere? Non riuscivo a capirlo. Forse perché proprio come tutti gli uomini dovetti aver pensato che siccome Ornella era una transgender allora avrebbe accettato di fare qualsiasi cosa, perché il suo scopo era soltanto quello. Dio quanto ero stato rozzo ad aver pensato una cosa simile! E allora fermai la macchina in uno spiazzo, e lei mi chiese in malo modo cosa avessi in mente di fare, e io le presi dolcemente il viso con entrambe le mani e lo avvicinai al mio e le diedi un bacio su una guancia. E poi la strinsi tra le mie braccia e quasi avevo voglia di piangere, e lei lo capì e mi sorrise.
   “Amore mio” mi disse. “Quanto sei dolce. Vedo che hai capito il tuo errore. Mi sbagliavo quando dicevo che voi uomini siete tutti uguali. Tu sei diverso. Per questo sono pazza di te”.
   Dopo esserci chiariti ripresi la guida e andai verso casa di Ornella. Lei abitava in una palazzina di due piani di un tranquillo quartiere residenziale. Il suo appartamento era pazzesco, era grandissimo, e aveva anche un terrazzo molto spazioso ricco di piante di tutti i tipi, e poi c’era un gazebo in legno ricoperto di piante rampicanti che scendevano verso il basso come una cascata, e che nascondevano un divanetto su cui spesso Ornella si rilassava leggendo un libro.
   L’interno dell’appartamento era fresco, completo di ogni comfort. Ornella mi mostrò tutte le stanze, soffermandosi spesso su alcuni particolari del ricco arredamento che le caratterizzava. Mi disse che i parenti del suo compagno (che ormai era già da un anno che era morto) avevano provato a portarle via tutto, ma lei si era difesa con le unghie, e alla fine aveva vinto lei.
   Dopo avermi mostrato le stanze ritornammo nel soggiorno, e mi disse di mettermi comodo e prepararmi qualcosa da bere. Infatti c’era anche un angolo bar fornito di moltissime bottiglie di vini pregiati e numerosi superalcolici. Lei nel frattempo sarebbe andata a fare una doccia veloce, ma sarebbe tornata presto.
  

giovedì 14 marzo 2019

Ora come allora.

Stesso buco, stesso piacere.


[postato da Stefano]

   Proprio come vent’anni fa restammo nudi nella cabina a guardarci e a esibirci, con la stessa eccitazione. Ed eravamo entrambi consapevoli che a breve avremmo rifatto la stessa cosa che avevamo fatto allora, però non bisognava avere fretta. Prima o poi sarebbe successo. E nel frattempo Ornella mi chiese del rapporto che avevo con Sabrina, e allora le raccontai alcuni degli episodi più significativi che avevano caratterizzato il nostro matrimonio. Le parlai di nostro figlio Rocco, e poi di Moana, che però era stata concepita con il seme di un altro uomo, e Ornella ne fu sorpresa.
   “Cioè, mi stai dicendo che Sabrina ha avuto una figlia da un rapporto extraconiugale?”.
   “Non è come credi” precisai. “Non è che ha avuto una relazione con un altro uomo ed è rimasta incinta. Semplicemente lo abbiamo voluto entrambi. Era tutto pianificato. Qualche anno dopo la nascita di Rocco abbiamo pensato che sarebbe stato bello avere una femminuccia, e che sarebbe stato bello averla grazie all’aiuto di un altro uomo”.
   “Ma perché? Non capisco”.
   “Il punto è che siamo una coppia… cuckold, per usare un termine in uso nell’industria del porno. Mi eccita guardare Sabrina che fa l’amore con altri uomini. E quindi vederla mentre si faceva ingravidare da un altro uomo è stata una specie di prova d’amore. La prova d’amore per eccellenza, sia per me che per lei”.
   “E non hai avuto difficoltà a crescere una figlia che tua moglie ha concepito con un altro uomo?”.
   “Assolutamente no. Moana è anche mia figlia, a tutti gli effetti, e non ho mai pensato a lei come alla conseguenza di una scopata di Sabrina insieme ad un altro uomo. Sono stato io a portarla a scuola il suo primo giorno d’asilo, non lui. E sono stato sempre io a starle accanto tutte le volte che da bambina ha avuto l’influenza”.
   “E chi è, se ti va di dirmelo, il suo papà biologico? Qualcuno che conosco?”.
   Come mi è già capitato di dire più volte la nostra città è un po' come un grande paese, per cui tutti conoscevano tutti. E quando dissi a Ornella che il papà biologico di mia figlia Moana era Giuliano lei sembrò molto sorpresa. Mi raccontò che non aveva mai avuto molta stima di Giuliano, perché gli aveva sempre dato l’impressione di un tipo arrogante e presuntuoso. In effetti era sempre stato pieno di sé, questo bisogna riconoscerlo. E poi ha sempre trattato le donne come bamboline con cui divertirsi, compresa mia moglie. Ma Sabrina era sempre stata cotta di lui. Per Giuliano avrebbe fatto qualunque cosa, anche mettersi a quattro zampe e guaire come una cagna, e lui l’aveva sempre saputo e quindi si approfittava di lei chiedendole di fare delle cose spesso anche molto umilianti, e lei diceva sempre di sì, perché di fronte a lui perdeva completamente la ragione. E a volte anche la dignità.
   “Come si può amare un uomo del genere?” mi chiese Ornella.
   “Beh sai come si dice, al cuore non si comanda. Sabrina era così innamorata di lui che da ragazza si è fatta perfino tatuare l’iniziale del suo nome dietro il collo. Quella lettera è sempre lì a ricordarmi che pur essendo io suo marito, lei in realtà appartiene a lui. Sabrina infatti ha continuato ad essere innamorata di lui in tutti questi anni di matrimonio, ed è proprio per questo che abbiamo scelto lui per il concepimento di Moana”.
   “E in tutti questi anni non hai mai avuto paura che Sabrina potesse lasciarti per mettersi definitivamente con lui?” mi chiese Ornella.
   “Sì, in effetti spesso ho temuto proprio questo. Alcuni anni fa Sabrina iniziò a vedersi con lui di nascosto. E forse è stata anche un po' colpa mia, perché a casa non c’ero mai, ero sempre a lavoro. Poi decise di confessarmi tutto, e allora abbiamo raggiunto un compromesso, e adesso Giuliano vive con noi, e quindi adesso Sabrina può avere tutti e due senza dover fare le cose di nascosto”.
   “E non ti da fastidio l’idea di dover condividere il vostro letto insieme ad un altro uomo?”.
   “Io amo molto mia moglie, e se questa cosa la rende felice allora sono felice anche io. E poi è bello guardarli mentre fanno l’amore. È molto eccitante. Lo fanno veramente bene”.
   “Certo che siete una famiglia proprio fuori dalle righe” disse Ornella divertita.
   “Sì lo so, e mi sento davvero molto fortunato, perché sì siamo una famiglia fuori dalle righe, ma siamo una famiglia felice”.
   Mentre parlavo di Sabrina e della nostra relazione cuckold mi venne un erezione spaventosa. Era durissimo, e svettava fieramente verso l’alto, e il glande era gonfio e lucido, e sulla sommità apparve una gocciola di liquido pre-eiaculatorio. E Ornella non faceva che fissarlo; era evidente che moriva dalla voglia di averlo. Mi disse che Sabrina era molto fortunata ad avere un uomo come me, non soltanto per “quello”, e fece cenno alla mia erezione gigantesca, ma anche perché ero un uomo molto comprensivo, che metteva le esigenze della propria partner davanti alle proprie.
   Poi decisi che era arrivato il momento di fare la cosa che avevamo fatto più di vent’anni fa, e allora guardai in direzione del buco che c’era sulla parete della cabina.
   “Che ne dici?” le chiesi. “Lo rifacciamo?”.
   “Molto volentieri” rispose lei.
   E allora si rimise il costume e uscì dalla cabina, e io infilai la mia erezione nel buco. Uscì dall’altra parte in tutta la sua interezza, e sentii la brezza marina accarezzarmi il glande. Ornella era pronta, e ce l’aveva proprio davanti alla faccia, e allora iniziò a leccarlo con la punta della lingua, cominciando dalla base e poi lentamente salì su, e a quel punto lo accolse in bocca e iniziò a farmi godere, proprio come più di vent’anni fa. La sua saliva pastosa avvolse il mio membro, e la sua lingua lo coccolò con amore, e proprio come vent’anni fa mi fece venire nel giro di pochi minuti.
   “Fai attenzione, sto venendo! Togli la bocca!”.
   Ma lei non la tolse, e si fece sborrare dentro, perché era proprio quello che voleva. Proprio come allora.

martedì 12 marzo 2019

sabato 9 marzo 2019

Il buco della passione

e altri ricordi.

(in foto: Janet Mason, DogFart.com)


[postato da Stefano]

   Ero a cena con Ornella, e ad un certo punto mi resi conto che eravamo entrambi un po' alticci, perché ci eravamo scolati una bottiglia di ottimo vino rosso con una gradazione alcolica piuttosto alta, e poi per concludere la serata in bellezza avevamo fatto un doppio giro di grappa fatta in casa. E quindi i nostri freni inibitori si erano andati a farsi benedire, e allora lei incominciò a raccontarmi delle sue prime esperienze con i maschietti, e lo faceva in modo divertente, scherzandoci su, anche se molto spesso non c’era proprio nulla di divertente nei suoi racconti, perché molto spesso era stata trattata come un buco da riempire. Però il passato è passato, disse, e quelle esperienze l’avevano aiutata a non commettere gli stessi errori.
   Ornella, come dicevo nel post precedente, era sorprendentemente bella, aveva una classe e un portamento così femminile ed elegante che poi non ci pensavi che tra le gambe non era come tutte le donne, ma che invece aveva il batocchio come un uomo. E non riuscivo a crederci che una volta era stato il mio migliore amico. Ma la sua trasformazione non poteva che farmi piacere, perché finalmente aveva messo fuori la sua vera identità. Finalmente Ornella era uscita da quel corpo, e adesso ce l’avevo di fronte.
   Comunque dopo la cena pagai il conto e uscimmo fuori a fare due passi nell’agriturismo. Lei si reggeva al mio braccio, perché mi disse che aveva paura di cadere. Non era il luogo adatto per passeggiare con i tacchi a spillo. A quel punto le chiesi se si ricordava della storia della cabina dello stabilimento balneare, la storia che ho raccontato nel post precedente. Eravamo ragazzi, e “lei” era ancora un “lui” quando successe quella cosa. La cabina aveva un buco, e noi avevamo fatto un gioco, e lei (lui) mi aveva fatto venire con la bocca.
   “Te lo ricordi?” le chiesi.
   “E come potrei non ricordarlo?” mi rispose appoggiando la testa sulla mia spalla in modo affettuoso, e poi chiuse gli occhi, quasi come se stesse cercando di rivivere quel momento. “Per me fu come un sogno che si avverava. Tu forse non lo sai, ma io ero cotta di te, ma forse non te ne sei mai accorto. Quindi quel giorno poterti fare godere con la bocca e poi soprattutto bere il tuo sperma… non so… è stato il giorno più bello della mia vita. Io ero molto innamorata di te, ma non sono mai riuscita a confessartelo. Poi hai conosciuto Sabrina, e da quel giorno ho perso ogni speranza. Ho odiato Sabrina con tutta me stessa proprio per questo motivo, perché ti ha portato via da me nel giro di qualche giorno. E infatti, se ricordi bene, da quando è arrivata lei ci siamo allontanati, e praticamente non ci siamo più visti da allora”.
   “Mi dispiace se ti ho fatto soffrire” le dissi accarezzandole il viso, e lei mi guardò con i suoi luminosi occhi verdi che in quel momento esprimevano un amore sconfinato. “Quello che è successo in quella cabina è stata una delle esperienze più belle della mia vita. Ma io amavo Sabrina, e la amo tutt’ora, e in quel periodo era tutto ciò che desideravo. E quindi mi sono dedicato a lei anima e corpo, e di conseguenza ho trascurato la nostra bella amicizia. Forse sono stato un po' egoista, lo ammetto, ma non avrei mai immaginato che questa cosa ti avrebbe fatto soffrire”.
   “Beh, è acqua passata” continuò Ornella.
   “Tanto per sapere, che sapore aveva il mio sperma?” le chiesi per sdrammatizzare, e lei scoppiò a ridere. Poi ritornò seria e cercò di darmi una risposta.
   “Mmh! Era molto deliziosa” disse. “Aveva il sapore dell’amore. Pagherei per averne un barattolo intero”.
   Ornella sapeva essere molto divertente, e infatti cominciò a fare battute su cosa ci avrebbe fatto con il mio seme: lo avrebbe mangiato a colazione con il pane, lo avrebbe messo nel tè in sostituzione dello zucchero, lo avrebbe utilizzato come crema antirughe per il viso e infine ci avrebbe fatto anche i gargarismi al posto del collutorio. Era formidabile. Aveva sempre voglia di divertirsi, come quando eravamo ragazzi. Ma ormai era mezzanotte ed era ora di ritornare a casa.
   “Cosa?!” sbottò lei. “Ci siamo appena ritrovati e già vuoi ritornare a casa dalla tua Sabrina? Lei può averti sempre, io invece no. Dai, restiamo ancora un po' insieme. Portami a ballare”.
   E allora decisi di accontentarla, e la portai in una discoteca che conoscevo. Non ci ero mai stato, ma sapevo che c’era, perché era una discoteca molto famosa. A me non piace ballare, e soprattutto non mi piacciono i luoghi dove c’è la musica troppo alta. Ma per farla contenta decisi di fare un piccolo sforzo. E Ornella sembrava piena di energia, era instancabile, e si dimenò tutta la notte, e io cercai di starle dietro non senza difficoltà, e i raggi laser mi accecavano, e i decibel mi stavano bucando i timpani. E lei per scherzare, ma anche per farmi eccitare, ogni tanto strofinava il sedere contro il mio cazzo. Dopo la terza volta che lo faceva iniziò a indurirsi, e lei se ne accorse e me lo fece notare.
   “Ce l’hai duro come il marmo!” urlò affinché potessi sentirla con tutto quel baccano.
   “Lo so” le risposi. E lei mi sorrise compiaciuta, perché se era duro era solo per merito suo.
   E durante la notte mi sparai ben due cocktail, e anche lei, per cui quando poi alle cinque uscimmo dal locale eravamo entrambi ancora più alticci di quando eravamo usciti dall’agriturismo.
   Ci avviammo verso le macchina e tirai fuori le chiavi, e Ornella me le strappò di mano per scherzo, e poi mi disse che non ero in grado di guidare, perché ero troppo ubriaco. Lei invece l’alcol lo reggeva meglio.
   “Ok, guida tu. L’importante è che mi porti a casa. Sono esausto”.
   “A casa? Ma tu sei scemo” mi rispose divertita. “E lasciarti nelle mani di tua moglie? Non se ne parla proprio. Per il momento sei mio, e quindi decido io dove andare”.
   “Ma dove mi vuoi portare? Sono le cinque del mattino!”.
   “Adesso vedrai”.
   Ero davvero stanco. Mi reggevo in piedi per miracolo. Lei invece aveva ancora un sacco di energia. E allora si mise alla guida e iniziò a fare la strada per il mare.

sabato 2 marzo 2019

A spasso nel tempo.

Il giorno in cui ho conosciuto Sabrina.

(in foto: Angela White, Zishy.com)


[postato da Stefano]

   Era una mattina come tante; mi ero svegliato alle otto e accanto a me c’erano Giuliano e mia moglie Sabrina che dormivano teneramente abbracciati. Quella notte avevano fatto l’amore, e io come sempre ero rimasto a guardarli mentre lo facevano, godendo della loro passione sfrenata. Sabrina era proprio cotta di lui, lo era sempre stata, e ogni volta che facevano l’amore non faceva che confermarlo ulteriormente. Certe volte mi sentivo addirittura di troppo, perché era sfacciatamente evidente che lei in presenza di Giuliano perdeva proprio la ragione, diventava la sua schiavetta del sesso, perché lui era il maschio dominante, per cui mia moglie era sua di diritto. Era sempre stato così, e io non potevo farci nulla. Sabrina apparteneva a lui.
   Dopo aver fatto la doccia me ne andai. Raggiunsi la macchina che però iniziò a fare i capricci e non ne volle sapere di partire. Era un bel problema, e evidentemente avrei dovuto chiamare un meccanico. Così decisi di andare a piedi. Per raggiungere il ristorante ci voleva circa una mezz’ora, lo avevo già fatto altre volte, per cui l’idea non mi spaventava.
   Così mi misi in cammino, e lungo il tragitto ebbi modo di contemplare la città. Di solito non lo facevo quando ero in auto. E invece quel giorno che ero a piedi iniziai a focalizzare l’attenzione sui piccoli dettagli che da sempre caratterizzavano il nostro grande paese. Sì perché era una città soltanto sulla carta, ma poi in fin dei cotti sembrava un paese. Aveva una provincia incredibilmente estesa, questo sì, però il nucleo centrale della città era davvero limitato.
   Passai davanti al nostro piccolo stadio, dove giocava la nostra squadra che chissà in quale girone era finita. E poi costeggiai il monumento ai caduti, un obbrobrio gigantesco di marmo in stile impero, alle cui pendici la notte si riunivano frotte di adolescenti carichi di birre e superalcolici.   E infine presi il corso, su cui erano disseminati i negozi più esclusivi, i bar storici e alcuni degli alberghi più prestigiosi. Ero quasi arrivato, dovevo soltanto svoltare in una strada secondaria e poi superare il liceo scientifico. E quando me lo ritrovai davanti mi fermai a contemplarlo con una certa nostalgia. I ragazzi erano dentro, e si sentiva un vociare confuso, e nel cortile c’era il custode con un camice nero che stava spazzando via le foglie secche.
   Era la scuola in cui si era diplomata Sabrina, e poi anche nostra figlia Moana. E in tanti anni era sempre rimasta la stessa. Aveva quasi l’aspetto di un edificio abbandonato, e invece no, c’erano i ragazzi dentro, e i professori, e il dirigente scolastico, e nessuno ci pensava alle cattive condizioni della struttura. Era spaventosamente decadente.
   Continuai la mia passeggiata verso il ristorante e passai davanti a Melvin, una rosticceria storica che era lì da sempre, e che quando io e Sabrina eravamo ragazzi era stato un importante luogo di aggregazione.   Quando dovevi vederti con qualcuno era scontato che il luogo d’incontro era lì, davanti a Melvin. E il signor Melvin proprio per questo motivo in quel periodo fece un pacco di soldi. La sera c’era sempre la fila per entrare, e fuori c’era un fiume di adolescenti che appunto si riunivano lì e trascorrevano il tempo insieme. E c’erano alcuni che si portavano dietro gli strumenti musicali, e quindi c’era sempre qualcuno che suonava le canzoni che in quel momento erano più popolari. E qualche volta succedevano anche delle risse per futili motivi, perché magari c’era qualcuno che aveva guardato la ragazza di un altro, oppure perché magari c’era una ragazza che era andata a letto con il fidanzato di un’altra, e allora ci scappavano delle colluttazioni pazzesche. Oppure spesso le risse succedevano senza un’apparente motivo. All’improvviso vedevi un mucchio di gente che se le dava di santa ragione, e quando cercavi di capire il motivo ti accorgevi che il motivo non c’era.
   Ma Melvin per quanto mi riguarda era importante soprattutto per un motivo specifico; era il posto dove avevo conosciuto Sabrina. Sì, lo ricordo come se fosse ieri, io ero in coda per entrare nella rosticceria, quando ad un certo punto la vidi arrivare. Non voglio sembrarvi un uomo grossolano, ma la prima cosa che notai furono le sue tette, che lei esibiva con un maglietta impudicamente scollata. Sembravano sul punto di scivolare fuori da un momento all’altro, e quando camminava cozzavano una contro l’altra, perché sotto non portava il reggiseno. A causa dell’età ero nel pieno di una tempesta ormonale, per cui era naturale che la prima cosa che mi colpì furono proprio le sue tette, tenute a briglia scolta, libere, libere di scatenare le fantasie porche di tutti noi maschietti. E pensai: chissà che spagnole! E infatti non sbagliavo. Sabrina era la regina indiscussa delle spagnole. Tra tutte le ragazze che bazzicavano fuori alla rosticceria Melvin lei era quella che le aveva più grosse. Erano enormi.
   Era in compagnia di Giuliano, che io già conoscevo perché avevamo alcuni amici in comune. E quando lui si accorse di me venne subito a salutarmi, e mi presentò Sabrina, la quale mi sorrise e mi strinse la mano. Sembrava una ragazza molto allegra e spensierata, ma invece io non potevo sapere che in quel momento lei stava affrontando un duro conflitto interiore. In quel periodo infatti Sabrina usciva con Giuliano; non erano fidanzati, non lo sono mai stati, e in quel periodo Giuliano era fidanzato con un’altra ragazza, per cui la relazione che aveva con Sabrina era una relazione clandestina a tutti gli effetti. Si vedevano di nascosto e facevano l’amore (solo anale e orale). E Sabrina iniziava ad essere stanca di questo rapporto senza regole, era stanca di doversi nascondere, avrebbe voluto amare Giuliano alla luce del sole. A lui invece stava bene così, ed era questo il motivo del malumore di Sabri.
   Ricordo che mentre eravamo lì a chiacchierare di tutto e niente ad un certo punto Giuliano si allontanò da noi per andare a salutare un altro amico, per cui io rimasi da solo con Sabrina. Andai letteralmente nel panico, e continuavo a guardare le sue mostruose tette, e quindi ne immaginavo la morbidezza, e sognavo di prenderle con le mani e stringerle, e quindi mungerla come si fa con le vacche, però poi abbassavo lo sguardo per non essere indiscreto, e lei mi sorrideva, e si rigirava tra le mani la bottiglia di Bacardi Breezer all’arancia, e ogni tanto faceva un sorso, e intanto la nostra conversazione era naufragata, e non sapevamo più cosa dire. Ma sapevo che dovevo inventarmi qualcosa, altrimenti l’avrei persa.