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sabato 30 marzo 2019

Una patata

con più di quarant'anni di carriera. 

(in foto: Ava Addams, TheAvaAddams.com)


[postato da Sabrina]

   Cazzo, non potevo crederci; Stefano era andato a letto con un’altra donna e mi aveva messo le corna. Ero così furiosa che entrai in camera da letto e chiusi la porta sbattendola, e Giuliano che era nel dormiveglia ebbe un sussulto, spalancò gli occhi e iniziò a fissarmi mentre in modo nervoso camminavo su e giù nella stanza, e dicevo ad alta voce che non potevo crederci. Poi mi tolsi la camicia da notte di organza e mi misi davanti allo specchio, e mi guardai per un po' in cerca di qualche smagliatura di troppo, o di qualche imperfezione dovuta all’età che potesse aver spinto Stefano a cercare una donna più bella di me.
   “Cosa ho che non va?” mi domandai ad alta voce. “Mi sembra che nonostante gli anni abbia mantenuto un corpo decisamente attraente. Chi può averci tette più belle delle mie?” me le afferrai con entrambe le mani  e ci giocherellai un po' premendole una contro l’altra e poi scuotendole energicamente. Quel tradimento mi offendeva nel profondo dell’animo, e iniziai a sentirmi brutta perché sapevo che lì fuori c’era una donna più bella di me con cui Stefano faceva l’amore. Ma cosa poteva avere di più rispetto a me? Chissà, magari era una ragazzina di vent’anni, con la pelle fresca come una rosa, con un corpo da modella e una figa che aveva fatto soltanto pochi chilometri. La mia invece era bella consumata. D’altronde ne aveva fatta di strada in più di quarant’anni.
   Avvicinai due dita alla mia patatona e l’allargai, e poi mi girai verso Giuliano e gli chiesi se le sembrava molto slabbrata.
   “Ma che dici, Sabri?” mi domandò divertito.
   “Dai, rispondimi. Come ti sembra? Slabbrata, sfondata, sventrata. Che impressione ti fa?”.
   “Sabri, è normale che non è più quella di quando eri ragazza. Ti rendi conto di cosa ha passato? Da lì sono usciti i tuoi figli, per non parlare poi di tutti gli uomini che ci sono entrati. Quindi è del tutto normale che non è più quella di vent’anni fa. Ma perché vuoi sapere cosa penso della tua patatona?”.
   “Perché Stefano mi ha messo le corna con un’altra donna, e allora volevo capire il motivo per cui l’ha fatto”.
   “Sabri, stai facendo un casino inutilmente. Il tradimento è una cosa che può capitare, non bisogna farne una tragedia”.
   “No, non lo accetto” sbottai. “Non posso accettare il fatto che un’altra donna si prenda mio marito”.
   E così il giorno dopo presi una decisione; avrei preteso da Stefano di conoscere la donna con cui era andato a letto. Lui in principio fece un po' di storie, dicendomi che non era il caso, e allora io lo misi alle strette. Gli dissi che se voleva tornare nel mio letto allora doveva farmela conoscere. Volevo capire cosa aveva di più rispetto a me. E quindi organizzai la cosa direttamente io, e mi feci dare il numero di telefono di Ornella (così si chiamava la ladra di mariti).
   “Ciao, ascolta. Tu non mi conosci, io sono la moglie di Stefano, e credo che sia il caso che noi due ci confrontassimo”.
   “Ti sbagli, noi due ci conosciamo”.
   “In effetti hai una voce che non mi è nuova” dissi, perché in effetti era così, ma proprio non riuscivo a ricordare dove l’avevo già sentita. “Ma non conosco nessuna Ornella”.
   “Il fatto è che prima avevo un altro nome”.
   “Senti, non mi interessa la storia della tua vita. Volevo soltanto invitarti a cena qui da noi. Voglio conoscerti, voglio vedere come sei fatta”.
   Ornella accettò e quindi organizzai la cena. C’era anche Giuliano, perché scherzosamente aveva detto che non se lo sarebbe perso per nessuna ragione al mondo lo spettacolo di due donne che se le danno di santa ragione. E allora io gli avevo risposto che non avrebbe assistito a nessuna rissa, ma soltanto ad un pacato confronto.
   E poi ovviamente c’era anche Stefano, perché era lui il responsabile di tutta quella faccenda. E Ornella arrivò a casa nostra alle nove di sera come stabilito, e sulla tavola del soggiorno era già tutto pronto, quindi non dovevamo fare altro che sederci a mangiare, e discutere di ciò che stava accadendo. E quindi andai ad aprire la porta e quando la vidi rimasi piuttosto perplessa. Non era una ragazzina di vent’anni come avevo pensato. Si sa che gli uomini arrivati ad una certa età vanno alla ricerca di carne giovane, e invece Ornella era una nostra coetanea. Era una donna molto elegante e con un notevole fascino. Indossava un vestito da sera molto costoso che avevo visto in una boutique del centro, dove solo  i veri ricchi potevano metterci piedi, per cui era evidente che Ornella godeva anche di un certo benessere economico.
   Devo dire che anche io avevo tirato fuori un vestito piuttosto costoso, ma il mio era più corto, e poi era nero e aderiva al mio corpo mettendo in risalto le mie abbondanti forme, e poi come al solito aveva uno scollo davvero notevole in cui le tette riuscivano a stare dentro per miracolo. E infatti ogni tanto mi uscivano fuori e mi toccava risistemarle dentro. Il mio intento era quello che sfidarla, di farle capire che mio marito non aveva bisogno di altre donne, perché io avevo tanta roba con cui farlo giocare.
   Feci accomodare Ornella in casa e le presentai Giuliano, il quale iniziò a guardarla in modo insistente, perché proprio come me ebbe l’impressione di trovarsi di fronte ad una donna che aveva già visto da qualche parte. Erano gli occhi, quegli occhi verdi come diamanti, era difficile trovarne così. In ogni modo iniziammo a cenare, e la tensione si tagliava col coltello, e nessuno diceva niente se non alcuni sporadici commenti sulle pietanze che avevo preparato. Se pensavo al fatto che quella donna che mi era seduta di fronte si era scopata mio marito mi veniva voglia di mettermi a urlare.
   Poi ad un certo punto Giuliano capì il motivo per cui il viso di Ornella gli sembrava così familiare. Disse con un certo orgoglio che lui difficilmente dimenticava la fisionomia del viso di certe persone.
   “Ma certo!” esultò. “Sei una delle cinque sorelle del migliore amico di Stefano, quello che tutti prendevano in giro perché era un po' effeminato”.
   “Ti sbagli” rispose Ornella. “Sono io l’amico effeminato”.

martedì 19 marzo 2019

Sono venuta a cercarti

perché ti amo.

(in foto: Janet Mason, PureMature.com)


[postato da Stefano]

   Ero nel soggiorno di Ornella, nudo, e in una mano reggevo un calice di vino, e mentre l’aspettavo mi misi a curiosare in giro, e vidi una fotografia insieme al suo compagno, che era morto ormai da un anno. Dovevano essere ad una cerimonia o qualcosa del genere perché erano molto eleganti, e Ornella sembrava proprio una donna di classe. Ma la cosa che mi sorprese era lui; doveva essere molto più vecchio di lei, perlomeno di vent’anni. Adesso capivo il motivo per cui mi aveva detto che non lo aveva mai amato, ma che ci stava insieme soltanto per i soldi.  
   E allora feci una cosa che a qualcuno potrebbe risultare ridicola; mi rivolsi a lui, quasi come se fosse ancora vivo e mi stesse guardando. Lo feci più per gioco che altro.
   “A lei non dispiace se usufruisco della sua signora, vero?”.
   Ovviamente non poteva rispondermi perché era soltanto una fotografia. Però ebbi la sensazione di sentire le sue maledizioni, perché appunto stavo per prendermi Ornella. E allora continuai a parlare, e gli dissi che in verità era stato lui a prenderla a me, perché io conoscevo Ornella da  più tempo di lui, fin da quando eravamo ragazzini, e lei era ancora un “lui”. Per cui avevo tutto il diritto di riprendermela. Poi mi feci una risata, perché pensai alla stupidata che stavo facendo, e cioè parlare ad una fotografia, e nello specifico ad un uomo morto e sepolto da un anno.
   Così mi allontanai da quel bel quadretto e mi avvicinai allo stereo. C’era infatti un impianto che avrebbe fatto gola a qualsiasi appassionato di musica. Gli altoparlanti erano collocati in vari punti del soggiorno, in modo tale da rendere il suono più avvolgente. E allora lo accesi e partì una canzone; era Watermelon in East Hay di Frank Zappa. A lato dello stereo c’era la custodia del cd che c’era dentro, la presi e vidi che era una compilation di ballate rock. Non credevo che Ornella ascoltasse questo tipo di musica. Ricordo che quando eravamo ragazzi era una patita di musica pop, che io invece detestavo.
   “Quel cd era suo” ad un certo punto mi accorsi che lei era dietro di me, era nuda e aveva un corpo divino, ancora un po' bagnato perché era appena uscita dalla doccia. Si avvicinò alle mie spalle e mi cinse le braccia da dietro, e iniziò a baciarmi le spalle amorevolmente. E intanto sentivo il suo sesso premere tra le mie natiche, ma non era in erezione, e probabilmente non lo sarebbe stato neanche dopo. “Aveva una vera passione per il rock classico” mi disse.
   “Ti manca?” le chiesi.
   “Sì, ma non in quel senso. Come già ti ho detto non lo amavo, ma ci sono alcuni giorni che mi sento molto sola”.
   “È per questo che sei venuta a cercarmi al ristorante?”.
   “Sono venuta a cercarti perché ti amo”.
   A quel punto Ornella mi prese per mano e mi portò in camera da letto, e cominciammo a fare l’amore. E le nostre bocche si unirono l’una all’altra, e lei restò sopra di me per un tempo imprecisato, e si strofinava contro il mio corpo, e la mia erezione fremeva per entrare dentro il suo condotto anale, ma lei non voleva, o perlomeno non subito, prima voleva fare l’amore, cioè voleva amarmi, godersi il mio corpo, la mia bocca e tutto il resto, e ogni tanto lasciava che le strofinassi la mia erezione contro il buco del culo, e quando lo facevo lei sospirava per il piacere che le procurava quel contatto. Tentai varie volte di farglielo entrare dentro, e lei ad un certo punto mi chiese perché avessi così tanta fretta di concludere. Poi ritornò all’attacco della mia bocca, e iniziai a sospettare che per non so quale ragione non si sarebbe mai lasciata penetrare. Però mi sbagliavo, ad un certo punto lo prese con le dita e se lo fece entrare nel condotto anale. Nel frattempo dal soggiorno continuavano a provenire le ballate rock; in quel momento c’era Samba Pa Ti di Santana, e Ornella iniziò a cavalcarmi prima con delicatezza e poi quando la canzone arrivò a metà iniziò a farlo furiosamente, scuotendo il bacino su e giù in modo frenetico fino a farmi sborrare copiosamente nel suo retto, e allora a quel punto si diede pace e diede gli ultimi colpi con le anche e si fece entrare il mio cazzo agonizzante fino alle palle e se lo tenne dentro per qualche minuto e si accasciò su di me e mi tempestò di baci sul collo. Aveva il fiatone e, come me, era zuppa di sudore.
   Dopo un po' lo fece scivolare fuori e un rivolo abbondante di sperma colò all’esterno del buco. L’avevo riempita proprio bene.
   “Era tutta la vita che aspettavo questo momento” disse. E intanto fuori era buio, e quando guardai la sveglia digitale che stava di fianco al letto mi accorsi che erano le sette, e questa cosa mi sorprese molto perché voleva dire che io e Ornella avevamo fatto l’amore per più di due ore. La penetrazione era durata circa cinque minuti, ma erano i preliminari ad essere stati incredibilmente lunghi.
   Ci servì un po' di tempo prima di riprenderci del tutto, e quindi restammo nel letto a guardare il soffitto senza dirci nulla. Poi ad un certo punto mi chiese se avevo fame e io le risposi di sì, e allora si mise in piedi e andò a preparare la cena. Io restai ancora un po' sul letto, e notai  che sulla parete di fronte c’era un’altra fotografia di Ornella insieme al suo compagno morto. Erano sorridenti e sembravano felici, ma avevo l’impressione che lei stesse fingendo, e che il suo sorriso fosse sfacciatamente forzato. Ed erano seduti in un prato e stavano facendo un picnic o qualcosa del genere.
   Avevamo avuto gli occhi di lui addosso per tutto il tempo, aveva assistito a tutto ciò che avevamo fatto, quindi compresa la penetrazione anale con connessa eiaculazione interna. Chissà quante maledizioni che mi aveva mandato dall’oltretomba.
   “E dai, non te la prendere” dissi rivolto a lui, “non ho fatto niente di male. Ho soltanto sborrato nel condotto anale della tua donna”.
   Ma parlare con un morto non aveva alcun senso, e così mi alzai e andai a fare la doccia. Intanto Ornella aveva preparato la cena e aveva indossato un vestito da sera molto elegante, ma io non avevo niente, avevo solo il costume da bagno e la maglietta a mezze maniche, e lei mi disse che non importava, che potevo stare nudo. A lei avrebbe fatto molto piacere.
  

sabato 16 marzo 2019

Quello che non abbiamo fatto

vent'anni fa. 


[postato da Stefano]

   Dopo avermi fatto godere con la bocca, Ornella rientrò nella cabina. Sulla bocca non vi era traccia del mio sperma, segno che l’aveva ingoiato tutto. Io ero ancora frastornato per la copiosa sborrata. A quel punto mi propose di andare a fare il bagno, e allora io dissi di sì e lei fece per uscire e io le andai dietro, ma poi mi mise una mano sul petto e mi impedì di proseguire.
   “Ehi aspetta! Dove stai andando? Non vedi che sei nudo? Non siamo mica su una spiaggia nudista. Devi mettere il costume, altrimenti rischi di beccarti una bella denuncia per atti osceni in luogo pubblico”.
   Ornella aveva ragione. Ma ero così intontito da quello che avevamo appena fatto che non capivo nulla. Mi sentivo come sotto l’effetto di una droga. L’emozione che avevo provato era stata veramente forte. E allora mi rimisi il costume e raggiunsi la riva insieme ad Ornella, mano nella mano. In spiaggia c’erano soltanto alcune coppie di anziani; come dicevo nel post precedente era lunedì, e quindi le persone erano a lavoro e i ragazzi a scuola, per cui non c’era tanta gente.
   Entrammo in acqua e ad un certo punto Ornella mi diede le spalle, e a me venne quasi d’istinto di abbracciarla da dietro, e baciarle il collo, e allora lei piegò la testa per permettermi di farlo meglio, e intanto con le mani raggiunsi le sue tette, e le presi in mano palpandole con decisione, e intanto mi era ritornata l’erezione, e iniziai a spingerla contro il suo sedere, e lei mugolava di piacere e con una mano me lo tirò fuori dal costume e cercò di metterselo nel culo. Iniziò a strofinarlo contro l’ingresso del condotto anale, e mi sarebbe bastata una spinta del bacino per farlo entrare dentro, ma forse era meglio non dare spettacolo. Già ci stavano guardando tutti, perché era evidente quello che stavamo facendo. 
   “Forse è meglio se continuiamo in un posto più appartato” mi disse lei.
   Quindi me lo rimise nel costume, e poi si girò verso di me, e mi mise le braccia intorno al collo e iniziò a baciarmi, ma questa volta con la lingua. Era la prima volta. La prima volta che le nostre lingue si incontravano in quel modo così famelico. E nessuno dei due aveva voglia di smetterla, perché era bellissimo. Sarei stato ore appiccicato alla sua bocca. Ma era meglio trasferirci da un’altra parte, come diceva lei, perché le nostre effusioni cominciarono a indispettire i pochi bagnanti che ci guardavano dalla riva.
   “Fatela finita, sporcaccioni!” gridò un anziano. “Andatele a fare a casa vostra queste schifezze!”.
   E così decidemmo di andare via, in un posto dove avremmo potuto fare tutto ciò che non avevamo fatto vent’anni fa, e che adesso era venuto il momento di fare. E quindi andammo a casa sua, e mentre guidavo decisi di fare una cosa che forse avrei dovuto evitare, perché a Ornella non piacque. E allora mi tirai fuori il cazzo dal costume, che era duro da morire, e l’afferrai per i capelli e la feci abbassare per farle prendere il cazzo in bocca, ma lei si ribellò e si liberò dalla mia presa.
   “No Stè! Possibile che non riesci a pensare ad altro? Che cazzo, voi uomini siete tutti uguali!”.
   Ero mortificato. Era la prima volta che la vedevo così arrabbiata. Io credevo che le avrebbe fatto piacere, e invece mi sbagliavo. Le chiesi scusa e le dissi che non lo sapevo perché l’avevo fatto. Forse perché pensavo che con lei tutto mi era concesso, in nome della nostra vecchia amicizia. Ero stato uno stupido.
   “Non mi piace essere presa per i capelli in quel modo” mi disse. “È davvero irrispettoso. Se vuoi che ti faccio un pompino te lo faccio volentieri, ma devi mostrarmi rispetto. E soprattutto se vuoi godere con la mia bocca questo è il momento meno adatto. Stai guidando, potrebbe essere pericoloso”.
   “Perdonami Ornella, sono molto dispiaciuto. Non so cosa mi è preso”.
   “Promettimi che non lo farai più, e che non mi tratterai mai più come una cagna. Perché è questo che hai fatto afferrandomi i capelli, mi hai trattata da cagna”.
   “Non accadrà più, te lo prometto”.
   “È così che tratti Sabrina?”.
   “No, certo che no”.
   Perché mi ero sentito autorizzato a fare una cosa del genere? Non riuscivo a capirlo. Forse perché proprio come tutti gli uomini dovetti aver pensato che siccome Ornella era una transgender allora avrebbe accettato di fare qualsiasi cosa, perché il suo scopo era soltanto quello. Dio quanto ero stato rozzo ad aver pensato una cosa simile! E allora fermai la macchina in uno spiazzo, e lei mi chiese in malo modo cosa avessi in mente di fare, e io le presi dolcemente il viso con entrambe le mani e lo avvicinai al mio e le diedi un bacio su una guancia. E poi la strinsi tra le mie braccia e quasi avevo voglia di piangere, e lei lo capì e mi sorrise.
   “Amore mio” mi disse. “Quanto sei dolce. Vedo che hai capito il tuo errore. Mi sbagliavo quando dicevo che voi uomini siete tutti uguali. Tu sei diverso. Per questo sono pazza di te”.
   Dopo esserci chiariti ripresi la guida e andai verso casa di Ornella. Lei abitava in una palazzina di due piani di un tranquillo quartiere residenziale. Il suo appartamento era pazzesco, era grandissimo, e aveva anche un terrazzo molto spazioso ricco di piante di tutti i tipi, e poi c’era un gazebo in legno ricoperto di piante rampicanti che scendevano verso il basso come una cascata, e che nascondevano un divanetto su cui spesso Ornella si rilassava leggendo un libro.
   L’interno dell’appartamento era fresco, completo di ogni comfort. Ornella mi mostrò tutte le stanze, soffermandosi spesso su alcuni particolari del ricco arredamento che le caratterizzava. Mi disse che i parenti del suo compagno (che ormai era già da un anno che era morto) avevano provato a portarle via tutto, ma lei si era difesa con le unghie, e alla fine aveva vinto lei.
   Dopo avermi mostrato le stanze ritornammo nel soggiorno, e mi disse di mettermi comodo e prepararmi qualcosa da bere. Infatti c’era anche un angolo bar fornito di moltissime bottiglie di vini pregiati e numerosi superalcolici. Lei nel frattempo sarebbe andata a fare una doccia veloce, ma sarebbe tornata presto.
  

giovedì 14 marzo 2019

Ora come allora.

Stesso buco, stesso piacere.


[postato da Stefano]

   Proprio come vent’anni fa restammo nudi nella cabina a guardarci e a esibirci, con la stessa eccitazione. Ed eravamo entrambi consapevoli che a breve avremmo rifatto la stessa cosa che avevamo fatto allora, però non bisognava avere fretta. Prima o poi sarebbe successo. E nel frattempo Ornella mi chiese del rapporto che avevo con Sabrina, e allora le raccontai alcuni degli episodi più significativi che avevano caratterizzato il nostro matrimonio. Le parlai di nostro figlio Rocco, e poi di Moana, che però era stata concepita con il seme di un altro uomo, e Ornella ne fu sorpresa.
   “Cioè, mi stai dicendo che Sabrina ha avuto una figlia da un rapporto extraconiugale?”.
   “Non è come credi” precisai. “Non è che ha avuto una relazione con un altro uomo ed è rimasta incinta. Semplicemente lo abbiamo voluto entrambi. Era tutto pianificato. Qualche anno dopo la nascita di Rocco abbiamo pensato che sarebbe stato bello avere una femminuccia, e che sarebbe stato bello averla grazie all’aiuto di un altro uomo”.
   “Ma perché? Non capisco”.
   “Il punto è che siamo una coppia… cuckold, per usare un termine in uso nell’industria del porno. Mi eccita guardare Sabrina che fa l’amore con altri uomini. E quindi vederla mentre si faceva ingravidare da un altro uomo è stata una specie di prova d’amore. La prova d’amore per eccellenza, sia per me che per lei”.
   “E non hai avuto difficoltà a crescere una figlia che tua moglie ha concepito con un altro uomo?”.
   “Assolutamente no. Moana è anche mia figlia, a tutti gli effetti, e non ho mai pensato a lei come alla conseguenza di una scopata di Sabrina insieme ad un altro uomo. Sono stato io a portarla a scuola il suo primo giorno d’asilo, non lui. E sono stato sempre io a starle accanto tutte le volte che da bambina ha avuto l’influenza”.
   “E chi è, se ti va di dirmelo, il suo papà biologico? Qualcuno che conosco?”.
   Come mi è già capitato di dire più volte la nostra città è un po' come un grande paese, per cui tutti conoscevano tutti. E quando dissi a Ornella che il papà biologico di mia figlia Moana era Giuliano lei sembrò molto sorpresa. Mi raccontò che non aveva mai avuto molta stima di Giuliano, perché gli aveva sempre dato l’impressione di un tipo arrogante e presuntuoso. In effetti era sempre stato pieno di sé, questo bisogna riconoscerlo. E poi ha sempre trattato le donne come bamboline con cui divertirsi, compresa mia moglie. Ma Sabrina era sempre stata cotta di lui. Per Giuliano avrebbe fatto qualunque cosa, anche mettersi a quattro zampe e guaire come una cagna, e lui l’aveva sempre saputo e quindi si approfittava di lei chiedendole di fare delle cose spesso anche molto umilianti, e lei diceva sempre di sì, perché di fronte a lui perdeva completamente la ragione. E a volte anche la dignità.
   “Come si può amare un uomo del genere?” mi chiese Ornella.
   “Beh sai come si dice, al cuore non si comanda. Sabrina era così innamorata di lui che da ragazza si è fatta perfino tatuare l’iniziale del suo nome dietro il collo. Quella lettera è sempre lì a ricordarmi che pur essendo io suo marito, lei in realtà appartiene a lui. Sabrina infatti ha continuato ad essere innamorata di lui in tutti questi anni di matrimonio, ed è proprio per questo che abbiamo scelto lui per il concepimento di Moana”.
   “E in tutti questi anni non hai mai avuto paura che Sabrina potesse lasciarti per mettersi definitivamente con lui?” mi chiese Ornella.
   “Sì, in effetti spesso ho temuto proprio questo. Alcuni anni fa Sabrina iniziò a vedersi con lui di nascosto. E forse è stata anche un po' colpa mia, perché a casa non c’ero mai, ero sempre a lavoro. Poi decise di confessarmi tutto, e allora abbiamo raggiunto un compromesso, e adesso Giuliano vive con noi, e quindi adesso Sabrina può avere tutti e due senza dover fare le cose di nascosto”.
   “E non ti da fastidio l’idea di dover condividere il vostro letto insieme ad un altro uomo?”.
   “Io amo molto mia moglie, e se questa cosa la rende felice allora sono felice anche io. E poi è bello guardarli mentre fanno l’amore. È molto eccitante. Lo fanno veramente bene”.
   “Certo che siete una famiglia proprio fuori dalle righe” disse Ornella divertita.
   “Sì lo so, e mi sento davvero molto fortunato, perché sì siamo una famiglia fuori dalle righe, ma siamo una famiglia felice”.
   Mentre parlavo di Sabrina e della nostra relazione cuckold mi venne un erezione spaventosa. Era durissimo, e svettava fieramente verso l’alto, e il glande era gonfio e lucido, e sulla sommità apparve una gocciola di liquido pre-eiaculatorio. E Ornella non faceva che fissarlo; era evidente che moriva dalla voglia di averlo. Mi disse che Sabrina era molto fortunata ad avere un uomo come me, non soltanto per “quello”, e fece cenno alla mia erezione gigantesca, ma anche perché ero un uomo molto comprensivo, che metteva le esigenze della propria partner davanti alle proprie.
   Poi decisi che era arrivato il momento di fare la cosa che avevamo fatto più di vent’anni fa, e allora guardai in direzione del buco che c’era sulla parete della cabina.
   “Che ne dici?” le chiesi. “Lo rifacciamo?”.
   “Molto volentieri” rispose lei.
   E allora si rimise il costume e uscì dalla cabina, e io infilai la mia erezione nel buco. Uscì dall’altra parte in tutta la sua interezza, e sentii la brezza marina accarezzarmi il glande. Ornella era pronta, e ce l’aveva proprio davanti alla faccia, e allora iniziò a leccarlo con la punta della lingua, cominciando dalla base e poi lentamente salì su, e a quel punto lo accolse in bocca e iniziò a farmi godere, proprio come più di vent’anni fa. La sua saliva pastosa avvolse il mio membro, e la sua lingua lo coccolò con amore, e proprio come vent’anni fa mi fece venire nel giro di pochi minuti.
   “Fai attenzione, sto venendo! Togli la bocca!”.
   Ma lei non la tolse, e si fece sborrare dentro, perché era proprio quello che voleva. Proprio come allora.

martedì 12 marzo 2019

sabato 9 marzo 2019

Il buco della passione

e altri ricordi.

(in foto: Janet Mason, DogFart.com)


[postato da Stefano]

   Ero a cena con Ornella, e ad un certo punto mi resi conto che eravamo entrambi un po' alticci, perché ci eravamo scolati una bottiglia di ottimo vino rosso con una gradazione alcolica piuttosto alta, e poi per concludere la serata in bellezza avevamo fatto un doppio giro di grappa fatta in casa. E quindi i nostri freni inibitori si erano andati a farsi benedire, e allora lei incominciò a raccontarmi delle sue prime esperienze con i maschietti, e lo faceva in modo divertente, scherzandoci su, anche se molto spesso non c’era proprio nulla di divertente nei suoi racconti, perché molto spesso era stata trattata come un buco da riempire. Però il passato è passato, disse, e quelle esperienze l’avevano aiutata a non commettere gli stessi errori.
   Ornella, come dicevo nel post precedente, era sorprendentemente bella, aveva una classe e un portamento così femminile ed elegante che poi non ci pensavi che tra le gambe non era come tutte le donne, ma che invece aveva il batocchio come un uomo. E non riuscivo a crederci che una volta era stato il mio migliore amico. Ma la sua trasformazione non poteva che farmi piacere, perché finalmente aveva messo fuori la sua vera identità. Finalmente Ornella era uscita da quel corpo, e adesso ce l’avevo di fronte.
   Comunque dopo la cena pagai il conto e uscimmo fuori a fare due passi nell’agriturismo. Lei si reggeva al mio braccio, perché mi disse che aveva paura di cadere. Non era il luogo adatto per passeggiare con i tacchi a spillo. A quel punto le chiesi se si ricordava della storia della cabina dello stabilimento balneare, la storia che ho raccontato nel post precedente. Eravamo ragazzi, e “lei” era ancora un “lui” quando successe quella cosa. La cabina aveva un buco, e noi avevamo fatto un gioco, e lei (lui) mi aveva fatto venire con la bocca.
   “Te lo ricordi?” le chiesi.
   “E come potrei non ricordarlo?” mi rispose appoggiando la testa sulla mia spalla in modo affettuoso, e poi chiuse gli occhi, quasi come se stesse cercando di rivivere quel momento. “Per me fu come un sogno che si avverava. Tu forse non lo sai, ma io ero cotta di te, ma forse non te ne sei mai accorto. Quindi quel giorno poterti fare godere con la bocca e poi soprattutto bere il tuo sperma… non so… è stato il giorno più bello della mia vita. Io ero molto innamorata di te, ma non sono mai riuscita a confessartelo. Poi hai conosciuto Sabrina, e da quel giorno ho perso ogni speranza. Ho odiato Sabrina con tutta me stessa proprio per questo motivo, perché ti ha portato via da me nel giro di qualche giorno. E infatti, se ricordi bene, da quando è arrivata lei ci siamo allontanati, e praticamente non ci siamo più visti da allora”.
   “Mi dispiace se ti ho fatto soffrire” le dissi accarezzandole il viso, e lei mi guardò con i suoi luminosi occhi verdi che in quel momento esprimevano un amore sconfinato. “Quello che è successo in quella cabina è stata una delle esperienze più belle della mia vita. Ma io amavo Sabrina, e la amo tutt’ora, e in quel periodo era tutto ciò che desideravo. E quindi mi sono dedicato a lei anima e corpo, e di conseguenza ho trascurato la nostra bella amicizia. Forse sono stato un po' egoista, lo ammetto, ma non avrei mai immaginato che questa cosa ti avrebbe fatto soffrire”.
   “Beh, è acqua passata” continuò Ornella.
   “Tanto per sapere, che sapore aveva il mio sperma?” le chiesi per sdrammatizzare, e lei scoppiò a ridere. Poi ritornò seria e cercò di darmi una risposta.
   “Mmh! Era molto deliziosa” disse. “Aveva il sapore dell’amore. Pagherei per averne un barattolo intero”.
   Ornella sapeva essere molto divertente, e infatti cominciò a fare battute su cosa ci avrebbe fatto con il mio seme: lo avrebbe mangiato a colazione con il pane, lo avrebbe messo nel tè in sostituzione dello zucchero, lo avrebbe utilizzato come crema antirughe per il viso e infine ci avrebbe fatto anche i gargarismi al posto del collutorio. Era formidabile. Aveva sempre voglia di divertirsi, come quando eravamo ragazzi. Ma ormai era mezzanotte ed era ora di ritornare a casa.
   “Cosa?!” sbottò lei. “Ci siamo appena ritrovati e già vuoi ritornare a casa dalla tua Sabrina? Lei può averti sempre, io invece no. Dai, restiamo ancora un po' insieme. Portami a ballare”.
   E allora decisi di accontentarla, e la portai in una discoteca che conoscevo. Non ci ero mai stato, ma sapevo che c’era, perché era una discoteca molto famosa. A me non piace ballare, e soprattutto non mi piacciono i luoghi dove c’è la musica troppo alta. Ma per farla contenta decisi di fare un piccolo sforzo. E Ornella sembrava piena di energia, era instancabile, e si dimenò tutta la notte, e io cercai di starle dietro non senza difficoltà, e i raggi laser mi accecavano, e i decibel mi stavano bucando i timpani. E lei per scherzare, ma anche per farmi eccitare, ogni tanto strofinava il sedere contro il mio cazzo. Dopo la terza volta che lo faceva iniziò a indurirsi, e lei se ne accorse e me lo fece notare.
   “Ce l’hai duro come il marmo!” urlò affinché potessi sentirla con tutto quel baccano.
   “Lo so” le risposi. E lei mi sorrise compiaciuta, perché se era duro era solo per merito suo.
   E durante la notte mi sparai ben due cocktail, e anche lei, per cui quando poi alle cinque uscimmo dal locale eravamo entrambi ancora più alticci di quando eravamo usciti dall’agriturismo.
   Ci avviammo verso le macchina e tirai fuori le chiavi, e Ornella me le strappò di mano per scherzo, e poi mi disse che non ero in grado di guidare, perché ero troppo ubriaco. Lei invece l’alcol lo reggeva meglio.
   “Ok, guida tu. L’importante è che mi porti a casa. Sono esausto”.
   “A casa? Ma tu sei scemo” mi rispose divertita. “E lasciarti nelle mani di tua moglie? Non se ne parla proprio. Per il momento sei mio, e quindi decido io dove andare”.
   “Ma dove mi vuoi portare? Sono le cinque del mattino!”.
   “Adesso vedrai”.
   Ero davvero stanco. Mi reggevo in piedi per miracolo. Lei invece aveva ancora un sacco di energia. E allora si mise alla guida e iniziò a fare la strada per il mare.

giovedì 7 febbraio 2019

Una famiglia decisamente

sui generis. 

(in foto: Kalliny Nomura, Let's Play, Trans500.com)


[postato da Rocco]

   Trascorrere quella vacanza in compagnia di mia madre fu una delle esperienze più belle della mia vita, anche se in certi momenti ero stato letteralmente accecato dalla gelosia, per esempio quando era andata a letto con Franco. Ma mia madre era fatta così, le piaceva proprio tanto fare l’amore. Mi preoccupava il fatto che potesse capitare nelle mani di qualche uomo sbagliato. C’erano tanti maiali infatti che avrebbero potuto approfittare di lei e della sua tendenza a concedersi facilmente. Ma in fin dei conti non era anche mio padre un maiale, che godeva nel vederla fare l’amore con altri uomini? A questo punto avrei dovuto proteggerla anche da lui, ma capirete che era una cosa impensabile. Anche perché non aveva senso proteggerla, dal momento che era anche lei a volerlo.
   Anche se facevo fatica ad ammetterlo, mia madre era una donna come tutte le altre, e anche lei aveva le sue fantasie erotiche, e non potevo pensare di impedirle di realizzarle.
   L’ultimo giorno di vacanza lei decise di dedicarlo soltanto a me; mi disse che gli uomini non li avrebbe guardati neanche da lontano, perché la sua attenzione era rivolta soltanto a me. E in effetti fu di parola. Non si fece indurre in tentazione da nessuno, e quindi ci dedicammo a visitare alcune delle città del sud più interessanti a livello artistico, fino poi a risalire verso casa, perché ormai il tempo era scaduto, e io dovevo ritornare a lavoro. E mia madre mi accompagnò a casa di Beatrice, la mia bellissima moglie transgender, di cui nonostante tutto avevo sentito una grande mancanza in quei giorni che ero stato via. E quindi scesi dalla macchina e presi la mia roba dal bagagliaio, e mia madre mi venne a salutare stringendomi in un lunghissimo abbraccio, e poi si mise a piangere perché mi disse che accompagnandola in quel viaggio l’avevo resa una donna felice.
   E poi mi chiese scusa, e io le domandai il motivo, e lei mi rispose che lo stava facendo perché aveva fatto un po' la puttana, ed era ovvio che questo mi aveva fatto un po' soffrire. Ma io avevo riflettuto a lungo su quello che era successo, ed ero arrivato ad una sola conclusione, e cioè che la cosa più importante era sapere che mia madre era felice.
   “Tu sei felice?” le chiesi.
   “Moltissimo, perché ho te, ho tua sorella Moana, i vostri due papà, insomma ho una famiglia bellissima che farebbe invidia a chiunque”.
   “Sì, hai ragione. Anche se bisogna dire che è una famiglia decisamente sui generis”.
   E con questa mia osservazione, che fece molto divertire mia madre, ci salutammo e io andai su da Beatrice. Da quando ci eravamo sposati mi ero trasferito da lei, nel suo appartamento vicino alla stazione ferroviaria.  Ma era una cosa momentanea, perché le nostre intenzioni erano di comprare una casa più grande, e certamente non nella zona della stazione, che era una delle zone più brutte e malfamate della città.
   Entrai nell’appartamento e lei era sdraiata sul divano del soggiorno e stava leggendo una rivista; indossava soltanto il perizoma. A lei a casa le piaceva stare così. Spesso non aveva neanche il perizoma. E vederla mi fece pensare al fatto che mi era mancata tanto, e glielo dissi, e poi iniziai a baciarla dappertutto, e lei mi tirò giù la lampo dei jeans e mi tirò fuori la mia erezione e mi fece un pompino fino a farmi sborrare. Ma io non ne avevo ancora abbastanza, volevo il suo condotto anale, e lei non esitò a darmelo, e quindi si mise a cavalcioni su di me e si fece scivolare il mio cazzo nel buco del culo e iniziò a cavalcarmi.
   Il nostro vicino, un vecchio rompiscatole, iniziò a dare pugni contro la parete. Lo faceva ogni volta che facevamo l’amore, perché diceva che si sentiva tutto e lui non riusciva a sentire la tivù. Una volta mi aveva anche beccato nell’androne del palazzo, dicendomi che quando ero via mia moglie si faceva scopare anche da altri uomini, e io gli avevo risposto che lo sapevo. Poi un’altra volta, sempre nell’androne, mi aveva detto che aveva capito tutto, e cioè aveva capito che lavoro faceva mia moglie, e cioè la prostituta. E allora io gli spiegai che si sbagliava, e che Beatrice in realtà faceva la spogliarellista. E lui a quel punto mi disse: “farà anche la spogliarellista, ma resta il fatto che si fa chiavare da chiunque”.
   E io: “lo so, le piace proprio tanto chiavare”.
   E lui: “io vi denuncio! Siete disgustosi!”.
   E comunque più lui batteva contro il muro e più Bea si scatenava a fare l’amore, gridando e dicendo cose porchissime. Ovviamente glielo faceva apposta, anche se non lo diceva apertamente.
   Dopo essere venuti tutti e due andammo a fare una doccia e poi ce ne andammo a fare una passeggiata al centro a vedere i negozi. Beatrice adorava andare a vedere le vetrine; fosse stato per lei avrebbe comprato tutto quello che vedeva. Soprattutto le scarpe. Aveva una vera e propria passione per le scarpe, infatti ne aveva tantissime, tutte con i tacchi rigorosamente alti. E il fatto era che ci camminava con una padronanza sorprendente. “Io ci sono nata con i tacchi alti” diceva. E aveva ragione.
   Quando andavo in giro con Beatrice non potevo fare a meno di notare che tutti gli uomini si giravano a guardarla; perché obiettivamente era divina, anche se sotto non era fatta come le altre donne, ma aveva un batocchio considerevole. Un batocchio che lei non disdegnava di mettere in mostra; infatti spesso indossava i leggings, per cui la forma del pacco era molto evidente, e c’era chi apprezzava e guardava con desiderio, e poi c’era chi si prendeva gioco di lei, indicandola e facendo battutine stupide. Ma lei ci era abituata. Diceva che chi disprezza vuol comprare. Però qualche volta reagiva, come quel giorno, che un tizio fece un commento omofobo davvero imbarazzante, e allora Bea si girò verso di lui e si afferrò il pacco con decisione.
   “Lo vorresti in bocca, vero? Per questo hai detto quella cosa”.
   A quel punto decisi di farla calmare, non volevo che quell’episodio degenerasse in qualcosa di peggiore di un odioso scontro verbale, e le dissi di non pensarci.
   Il mondo era pieno di persone infelici.
  

martedì 8 gennaio 2019

sabato 5 gennaio 2019

Il regno del peccato.

Le acrobazie anali di Beatrice.

(in foto: Bruna Butterfly, Shemale-Club.com)


[postato da Erri]

   Era la prima volta che mettevo piede in uno strip bar, e all’ingresso mi fecero pure storie. Il buttafuori non ci credeva che avevo diciotto anni. In effetti me lo dicono tutti che sembro un ragazzino, eppure non lo sono più. E infatti fui costretto a fargli vedere un documento d’identità e lui mi lasciò passare. E dentro le luci erano soffuse e i tavoli erano occupati da uomini di ogni estrazione sociale a cui veniva servito da bere da ragazze porchissime vestite come delle zoccole da statale. E tra di loro c’era pure Beatrice, che si aggirava tra i tavoli con una certa sicurezza, e ogni tanto qualche cliente le palpava il sedere e le lasciava una banconota nel perizoma, e lei sorrideva compiaciuta da tutte quelle attenzioni.
   Quando si accorse di me venne a salutarmi e mi prese per mano e mi accompagnò ad un tavolo. Mi disse che a breve avrebbe fatto una “performance” e che io sarei rimasto senza parole da quello che avrei visto. Dopo un po' mi portò un cocktail con un ombrellino dentro, e poi mi mostrò la palma della mano e mi disse che erano sette euro, e allora io li tirai fuori senza fare storie, anche se in verità io non avevo ordinato proprio niente. E allora lei mi baciò una guancia e poi a quel punto non la vidi per circa venti minuti, fino a quando poi riapparve sul palco dello strip bar e gli uomini che affollavano il locale proruppero in un boato di approvazione, quasi come se non aspettassero altro.
   Beatrice iniziò a fare una specie di danza intorno al palo, e a poco alla volta si sbottonò il corpetto di lattice che indossava e poi lo lasciò scivolare a terra, e allora i suoi ammiratori più accesi cercarono di afferrarlo, come se fosse una specie di reliquia, ma lei glielo impedì mettendoci un piede sopra e spingendolo dietro le quinte, e poi fece di no con la testa, facendo capire ai suoi fans che non potevano farlo, non potevano prendere la sua roba.
   Poi continuò la danza di prima e si tolse anche il perizoma e si divertì a farlo penzolare sulle teste dei clienti dello strip bar, i quali cercarono di afferrarlo ma lei lo tirò via. La sua lingerie, a differenza del suo corpo, non era in vendita. Adesso che era completamente nuda uscì un tizio da dietro il sipario, un tizio grande e grosso che probabilmente era uno della sicurezza, e gli diede i suoi giocattoli. Ne aveva tanti, enormi, di ogni colore e di svariati colori, e a breve avrebbe iniziato a usarli in diretta, davanti agli occhi di noi arrapati cronici. Cominciò con un dildo rosso di una cinquantina di centimetri, cinquanta centimetri di puro piacere anale tutto per lei. E i suoi movimenti erano accompagnati da una musica tamarra con un ritmo ossessivo che i clienti del bar seguivano battendo le mani, incitandola a infilarsi il serpentone di gomma dentro il corpo.
   E nel frattempo, mentre ballava strofinandosi addosso quell’enorme giocattolo di gomma, il suo batocchio penzolava a destra e a sinistra in un movimento quasi ipnotico. Era una bella bestia, e non riuscivo nemmeno a immaginare le dimensioni effettive che avrebbe raggiunto in erezione.
   Dopo averci fatto attendere il momento che tutti stavamo aspettando finalmente si decise a infilarsi lo spropositato serpente di gomma su per il buco del culo, e quello che vidi fu decisamente sorprendente. Beatrice riuscì a infilarselo tutto dentro. Non credevo che fosse possibile, ma quei cinquanta centimetri di gomma adesso erano dentro di lei, e tutti i suoi ammiratori erano in delirio. Poi dopo alcuni minuti lo risputò fuori e il giocattolo schizzò tra la folla e ci fu una specie di ammucchiata di mani che cercarono di accaparrarsi di quell’oggetto così speciale, perché era stato nel corpo di Beatrice. Poi continuò infilandosi nel condotto anale anche altri attrezzi, alcuni più piccoli, altri enormi. Fui enormemente sorpreso dalla capacità di Bea di fare del suo culo ciò che voleva. Una vera e propria acrobata del sesso anale.
   Dopo lo spettacolo scese dal palco e venne verso di me, nuda, sfilando attraverso quel plotone di maschi arrapati che allungarono le mani verso di lei, anche soltanto per un brevissimo contatto, ma Beatrice non si fece trattenere e venne direttamente verso di me, e si mise coi pugni premuti contro i fianchi e il suo bel cazzone, che adesso era completamente eretto, piantato davanti alla mia faccia, e mi chiese se lo spettacolo mi era piaciuto.
   “Sei stata bravissima” dissi soltanto, e non facevo che guardargli il suo attrezzo così maestoso, così imponente.
   “Che ne dici di uno spettacolo privato?” mi chiese. “Ti va? Ce li hai cinquanta euro? Di solito ne chiedo cento, però tu sei uno di famiglia, per cui ti faccio lo sconto”.
   Cinquanta euro erano davvero tanti, però ce li avevo. E poi a parte quelli non avevo nient’altro. Quindi gli dissi di sì, ma adesso non avevo più niente. Praticamente ero in mutande. E allora mi disse di aspettarla nel privè, lei poi mi avrebbe raggiunto a breve. Nello strip bar infatti c’erano dei privè dove le ragazze si esibivano privatamente. E quindi entrai in quello che mi aveva indicato Beatrice e mi tolsi in fretta e furia tutti i vestiti. Avevo un erezione pazzesca e non vedevo l’ora di fare l’amore anale e orale con lei. Ero così eccitato che mi sembrava di essere già in procinto di sborrare.
   Mi misi a sedere sul divanetto e aspettai, e intanto mi contemplavo l’erezione, che a breve sarebbe entrata nel condotto anale della donna di mio cugino. Non me ne fregava niente se era la sua donna. D’altronde era lei che si stava offrendo a me. E poi Beatrice lo faceva di continuo, con tanti altri uomini, per cui era meglio se lo faceva con me, che ero “uno di famiglia”, come aveva detto lei stessa.
   Finalmente vidi la tenda del privè aprirsi e apparve lei, che quando mi vide completamente nudo spalancò gli occhi dallo stupore e mi gridò che non potevo stare così. Nei privè era vietato fare sesso; se qualcuno ci beccava per Beatrice erano guai, rischiava addirittura il licenziamento.
   “Ma allora cosa ci si va a fare nel privè?” domandai.
   “Ascolta, non puoi stare così qui, mi farai passare dei guai. Se vuoi scopare allora andiamo a casa mia. Ma ti costerà di più di cinquanta euro”.

giovedì 13 dicembre 2018

martedì 11 dicembre 2018

L'affaire

Vacca.

(nella gif animata: Chanel Santini)


[postato da Moana]

   Mentre mio fratello e Beatrice erano in viaggio di nozze, qui da noi scoppiava lo scandalo in cui era coinvolta proprio lei, la mia cognata transgender. A quanto pare c’erano delle fotografie che la ritraevano ai bordi di una statale mentre faceva un pompino a un calciatore della serie a. E non era tutto; si diceva anche che c’era un sex-tape in cui si faceva ingroppare da un personaggio della tivù.
   Fu mia madre a dirmi queste cose. Era una giornata apparentemente tranquilla, mi ero appena svegliata e mi ero affacciata al balcone di casa per vedere che tempo faceva. Era una cosa che facevo tutti i giorni; appena sveglia uscivo fuori al terrazzo e guardavo il cielo, con gli occhi ancora stanchi e intorpiditi dal sonno, certe volte mezza nuda, tanto come ben sapete il fatto di lasciarmi guardare dai miei vicini come mamma mi aveva fatta non era mai stato un problema. Il mio corpo è questo e non ho mai avuto alcuno scrupolo a mostrarlo.
   Ebbene, quella mattina venne a trovarmi mia madre, che dopo aver spupazzato mia figlia per tre quarti d’ora mi disse che doveva farmi vedere una cosa. E allora tirò fuori dalla borsa una rivista di gossip fresca fresca di stampa. L’aveva appena comprata, nemmeno l’aveva letta tutta, però alcune fotografie avevano catturato la sua attenzione. Erano appunto le immagini che ritraevano Beatrice che faceva un pompino a quel calciatore. Le foto non erano molto chiare, perché c’era una scarsa illuminazione, però si vedeva chiaramente che era lei, perché si vedeva il suo braccio e quindi la scritta che si era fatta tatuare. Era il suo nome: Beatrice La Vacca. Era inequivocabile, era lei.
   “E allora, mamma? Cosa ci posso fare io? È colpa mia se la moglie di tuo figlio è una grandissima zoccola?”.
   “No, certo che no. Soltanto che volevo sapere se tu avevi ulteriori informazioni su questa faccenda. Insomma, Berni è il tuo fidanzato, e Beatrice fa parte della sua agenzia, per cui...”.
   “Mi dispiace, non ne so nulla. E comunque delle porcate che fa la moglie di mio fratello non me ne frega niente”.
   Ma mia madre continuò raccontandomi anche la storia del sex-tape. Moriva dalla voglia di sapere se esisteva davvero, e chi ne era in possesso, e quando lo avrebbero tirato fuori. Tutte domande a cui io non sapevo rispondere. Però conoscendo Romualdo, il proprietario dell’agenzia in cui lavorava Berni, ero quasi certa che il video ce l’aveva lui, e che aveva pianificato tutta quella storia per guadagnare un po' di popolarità per se e per le dive che rappresentava.
   Romualdo era un pazzo scatenato; pur di guadagnare visibilità avrebbe fatto qualsiasi cosa. Non aveva alcuno scrupolo. Si sarebbe pure venduto la madre per un istante di popolarità.
   Comunque non avevo tempo da dedicare a questa storia, perché dovevo andare al negozio e fare l’ordine ai fornitori, perché in magazzino c’era carenza di molti prodotti. E una volta raggiunto il centro commerciale trovai una situazione di lassismo totale, l’anarchia assoluta, c’era chi parlava al telefono e chi ciarlava senza prestare la ben che minima attenzione ai clienti, e allora iniziai a sbraitare che la pausa caffè era finita, e allora sentii una delle mie commesse che bofonchiava qualcosa contro di me: “la cagna è arrivata, è finita la pacchia”. La cagna ero io. Mi chiamavano così, ma lo capivo benissimo, perché da quando “mamma Sabri”, come la chiamavano loro, aveva lasciato a me la gestione del negozio, le regole erano notevolmente cambiate. Mia madre gli aveva sempre permesso di fare quello che volevano, invece adesso era tutto diverso. Io non ero “mamma Sabri”, io ero “la cagna”.
   Nel pomeriggio Berni venne a farmi visita. Avrei voluto chiedergli se sapeva qualcosa dell’affaire Beatrice, ma poi non lo feci perché pensai: “ma che me ne frega?”. Mi disse che quella sera eravamo stati invitati a cena a casa di Romualdo. Io non ne avevo tanta voglia, però in fin dei conti il mio rifiuto sarebbe stato un gesto piuttosto scortese. D’altronde Romualdo era pur sempre il capo di Berni.
   La casa di Romualdo era un attico con una vista sorprendente. L’arredamento era pacchiano e quasi sicuramente gli era costato un occhio. In quell’occasione ebbi modo di conoscere sua moglie, che si chiamava Linda ed era un’ex pornostar polacca, un’appariscente bionda che nonostante gli anni continuava ad essere notevolmente attraente. E poi conobbi anche la figlia, bionda anche lei, ma rotonda, e non per questo meno attraente della madre. Aveva delle forme spettacolari, delle tette che non finivano più, e un culo burroso da prendere a sculacciate per tutto il tempo di una monta. Si chiamava Barbie, che era il diminutivo di Barbara, però sia il padre che la madre la chiamavano Barbie, forse perché era bella come una bambolina, anche se notevolmente più in carne rispetto al giocattolo della Mattel.
   Ad un certo punto, durante la cena, uscì fuori la storia dello scandalo in cui era coinvolta la moglie di mio fratello. Romualdo ne parlava con un certo orgoglio, diceva che tutta quella faccenda aveva suscitato molto interesse. Lo diceva come se fosse tutto merito suo, e quindi iniziai a pensare che era stato tutto pianificato a tavolino. E anche il sex-tape che tutti cercavano, quello in cui si vedeva Beatrice che faceva l’amore con un personaggio televisivo, anche quello era per lui un motivo di notevole vanto. E a quel punto non potevo fare finta di niente, e intervenni nella discussione, dopo aver fatto scena muta per tutto il tempo.
   “Quindi esiste davvero il sex-tape?” chiesi.
   “Certo che esiste” mi rispose lui.
   “E chi ce l’ha?”.
   “Io” disse con un certo orgoglio.
   “Voglio vederlo. Credo di averne tutto il diritto, dal momento che si tratta della moglie di mio fratello”.

sabato 8 dicembre 2018

Ancora un po' di Miriam

prima della partenza. 

(in foto: Natalie Mars, My TS Stepmom, Transsensual.com)


[postato da Rocco]

   Era una calda notte piena di stelle, e io e Miriam eravamo sdraiati sull’amaca del giardino, abbracciati l’uno all’altro, a goderci il torpore che viene dopo aver fatto l’amore. Il suo corpo mascolino era aggrappato al mio, e ogni tanto mi baciava le labbra, e io le accarezzavo un braccio e nel frattempo guardavo verso la finestra della camera da letto della villetta a schiera che io e Beatrice avevamo preso in affitto. Lei era lì, insieme al fidanzato di Miriam, e stavano facendo l’amore, ininterrottamente da circa tre quarti d’ora. I loro rantoli di piacere giungevano fino a noi, ma senza disturbarci.
   Ad un certo punto il mio membro raggiunse nuovamente l’erezione; Miriam se ne accorse e mi sorrise, e poi con una mano lo afferrò e iniziò a menarmelo, ma delicatamente. Era più un massaggio in realtà. Avevo di nuovo voglia di entrare nel suo buco del culo, ma allo stesso tempo quella posizione, con lei avvinghiata al mio corpo che mi toccava nelle parti intime, era una cosa a cui non avrei rinunciato per nulla al mondo. Poi lei ad un certo punto mi guardò con i suoi luminosi occhi azzurri e mi chiese se avevo voglia di fare quello che stavano facendo loro, cioè l’amore.
   “Sinceramente mi va bene così” risposi, e lei mi sorrise perché anche a lei andava bene così. Se volevo fare l’amore lei lo avrebbe fatto volentieri, ma era più contenta di rimanere sull’amaca, in quella posizione a coccolarci come due innamorati.
   “In fin dei conti anche questo è fare l’amore” disse.
   Aveva proprio ragione; anche stare nudi abbracciati l’uno all’altro, distesi su un’amaca sotto ad un cielo pieno di stelle, anche questo voleva dire “fare l’amore”, anche se non vi era alcuna penetrazione. Avrei sentito molto la mancanza di Miriam. Il giorno dopo io e Beatrice saremo ritornati a casa, e quindi Miriam sarebbe stata per me soltanto un bellissimo ricordo. E allo stesso modo Marco per mia moglie. 
   “È stato bello incontrarti” le dissi.
   “È stato bello anche per me. È difficile incontrare uomini sensibili come te. La mia vita è costellata di uomini sbagliati. A parte Marco, s’intende. A diciotto anni ho avuto la mia prima relazione seria, ma anche in quel caso era l’ennesimo uomo sbagliato. Ero sempre fatta in quel periodo. Cocaina e alcol, tutti i giorni. E lui, un ricco industriale più grande di me di venticinque anni, me ne procurava in grandi quantità, e io per farlo contento gli davo il culo. È stato un anno terribile. Ero il suo giocattolo, e lui mi dava ciò di cui avevo bisogno. Poi sono riuscita a disintossicarmi, e l’ho mollato. Ero stufa di essere la sua bambolina del sesso. Ed ero stufa di essere sempre fatta”.
   “Miriam, questa è una storia davvero triste”.
   “Lo so. Ma che ci vuoi fare? Poi dopo ho avuto molte altre fugaci avventure, niente di serio, solo sesso, fino a quando poi ho conosciuto Marco. Adesso sono felice. O almeno credo. Certe volte ho come l’impressione che anche lui mi tratta come una bambolina del sesso”.
   Guardammo di nuovo verso la finestra della camera da letto; i nostri partner stavano ancora chiavando come due indemoniati. In questo si somigliavano molto. Per loro il sesso era indispensabile. Per me e Miriam forse no. Era questo che ci accomunava. Per noi l’importante era l’amore. In ogni modo finirono di darci dentro a notte fonda. Io e Miriam ci eravamo ormai addormentati sull’amaca. Mi svegliai prima io; stava albeggiando, e lei era ancora avvinghiata al mio corpo, e teneva la testa su una mia spalla, e io le baciai la fronte nascosta dai capelli. Prima di addormentarci mi aveva fatto godere con la mano, infatti avevo il mio sperma rappreso sulla pancia.
   “Mi mancherai Miriam” sussurrai, anche se lei non poteva sentirmi, perché dormiva ancora. E dormivano anche Marco e mia moglie, forse anche loro abbracciati l’uno all’altro, dopo una notte di grande passione.
   Alle dieci del mattino eravamo già sulla strada per l’aeroporto. Si ritornava a casa, e dell’avventura con Marco e Miriam sarebbe rimasto soltanto un piacevole ricordo, che per quanto mi riguarda avrei ricordato con nostalgia. Chissà, forse io e Bea avremmo avuto altre esperienze simili, ma di certo una come Miriam non l’avrei trovata da nessun’altra parte. Lei era veramente speciale, e forse non dovrei dirlo per non ferire i sentimenti di mia moglie, ma era come se lei fosse il prototipo della mia partner ideale. Era quello che avevo sempre cercato in ogni donna che avevo avuto. O forse mi sbagliavo. Forse a farmi pensare queste cose era soltanto il fugace invaghimento di una notte. Forse avevo la tendenza a innamorarmi troppo facilmente, chissà.
   In aeroporto comprai delle riviste di gossip un po' per tenermi aggiornato sullo scandalo che aveva coinvolto Beatrice, e un po' per cercare di dimenticare Miriam.
   La notizia era ancora fresca, e quindi ne parlavano tutti, anche perché il calciatore che era stato paparazzato, mentre appunto Bea gli faceva un lavoro di bocca, era uno molto stimato. E poi tutti cercavano il sex-tape. Girava voce infatti di un sex-tape in cui si vedeva mia moglie che si faceva ingroppare dal concorrente di un reality show. E quindi tutti quanti lo volevano vedere, ma nessuno ce l’aveva.
   “Ma insomma, si può sapere chi ce l’ha questo sex-tape?” domandai a mia moglie.
   “Te l’ho detto, ce l’ha Romualdo. Se vuoi vederlo vallo a chiedere a lui”.
   “Che moglie puttana che c’ho” dissi tra me e me.
   “Lo sapevi benissimo che non sarei stata una moglie fedele, quindi smettila di borbottare”.
   Aveva ragione, le regole erano state chiare fin dal principio.