venerdì 26 agosto 2016
Un nonno iperprotettivo.
(in foto: Cadence Lux, Lick of the Clit, NubileFilms.com)
Badare a mio nonno, quando mia madre era al negozio, non era un’impresa difficile. Voglio dire, era un uomo autosufficiente, aveva soltanto bisogno che gli preparassi da mangiare e che lo aiutassi a fare la doccia. Poi tutto il resto del tempo ero libera di fare quello che volevo fino al pomeriggio, cioè fino a quando mia madre rientrava e io andavo a sostituirla in negozio.
In quel periodo mi vedevo con un ragazzo, un modesto stallone da letto. La mattina veniva spesso da noi. Il tempo di sistemare mio nonno davanti alla tivù e poi andavamo in camera mia a fare l’amore. Questo fino a quando un giorno mio nonno mi prese in disparte e mi disse che in quel modo non si poteva andare avanti, e che a lui non gli stava più bene quello che facevo con quello lì.
- Ma nonno, cosa dici? – non capivo dove voleva andare a parare. – Io e Claudiano ci vogliamo bene. E non c’è niente di male se ogni tanto ci coccoliamo un po’.
- Sì sì, ho sentito come vi coccolate. Ho sentito mentre gridavi di fare più piano, perché ti stava sfondando il culetto. Ascoltami Moana, io ti voglio molto bene, e non permetterò che qualche stallone arrapato abusi della mia nipotina.
- Ma nonno, qui nessuno sta abusando di me. Se io e Claudiano lo facciamo è perché sono anche io a volerlo.
- Da oggi in poi, fin quando sarò in questa casa, lo farete sotto la mia supervisione.
- Ma ti rendi conto di quello che dici?
- Niente “ma”. Quando avrete voglia di farlo ci sarò anche io, e controllerò che lui tratti la mia nipotina con il rispetto che merita.
Sembrava irremovibile e io non avevo molta scelta. Se dicevo a Claudiano che per qualche tempo gli avrei negato i miei buchi, probabilmente si sarebbe cercato un’altra. E un’altra di sicuro la trovava, perché faceva il personal trainer in una palestra che pullulava di gnocche, e bello com’era Claudiano gli bastava schioccare le dita che le ragazze gli si inginocchiavano ai piedi, pronte a esaudire tutte le sue voglie porche. Quindi dovevo tenermelo stretto prima che se ne impossessasse qualcun’altra. Ma come avrei fatto a dirgli che da quel giorno avremmo dovuto farlo in presenza di mio nonno?
Il giorno dopo quando Claudiano arrivò a casa cercai d spiegarglielo. Era bello, aveva un cazzo enorme, ma non era molto intelligente, quindi dovetti spiegarglielo due volte.
- Amore, le cose sono cambiate – gli dissi. – Da oggi se vogliamo fare l’amore dovremo farlo davanti a mio nonno.
- E perché?
- Perché è molto protettivo nei miei confronti, e vuole essere sicuro che tu mi tratti con il dovuto rispetto. Se per te è un problema, lo capisco.
- Ma posso continuare a incularti?
- Certo che puoi! – gli sorrisi amorevolmente e gli accarezzai una guancia. – Anzi, devi. L’unica cosa è che ci sarà lui a guardarci.
- Se al nonnetto piace vedere come monto la sua nipotina, a me sta bene.
E allora cominciammo subito. Mio nonno era seduto sul divano del soggiorno a guardare la tivù. Andai da lui e gli dissi quello che ci stavamo apprestando a fare.
- Nonno, io e Claudiano stiamo andando a fare l’amore. Vieni?
- Certo tesoro mio, vengo subito.
Mio nonno spense la tivù e ci seguì nella mia stanza. All’inizio mi vergognai un po’ a farlo di fronte a lui, ma allo stesso tempo c’avevo una voglia terribile. Non avrei rinunciato per niente al mondo al grosso cazzo di Claudiano, anche se non era un vero e proprio amore. Dentro di me covavo sempre la speranza che un giorno io e Berni saremmo ritornati insieme. Ormai era da molto tempo che non lo vedevo. E sono sicura che anche Claudiano non mi amava. Stava con me soltanto perché gli permettevo di incularmi e di sborrarmi in faccia, cose che le altre ragazze di solito non facevano.
Comunque mio nonno fu appagato; cominciò a controllarci ogni volta che facevamo l’amore. Ma una volta successe una cosa che scoraggiò Claudiano, ovvero mio nonno se lo tirò fuori dai pantaloni, era in evidente stato di eccitazione, in poche parole si era arrapato come un toro a guardarci e voleva farsi una sega. Ma come già vi ha raccontato mia mamma, mio nonno ce l’aveva enorme, il doppio di quello di Claudiano. Io già lo sapevo, me ne ero accorta la prima volta che lo avevo aiutato a farsi la doccia. Ricordo che quando lo vidi rimasi lì a fissarlo con gli occhi spalancati; fui letteralmente scioccata da quella visione.
Ebbene, mio nonno se lo tirò fuori mentre Claudiano mi stava penetrando. Quando anche lui lo vide mi disse che non poteva più continuare. Da quel giorno non lo vidi più. Forse mio nonno, con le dimensioni del suo attrezzo, lo aveva messo in imbarazzo, chissà. Forse si era spaventato. Certo è che non era facile competere con le dimensioni di mio nonno. Anche il più dotato degli stalloni da monta in confronto a lui si sarebbe sentito inferiore. Nei giorni successivi mi chiesi se fosse proprio quello il suo intento, e cioè allontanare Claudiano. Mio nonno era sempre stato molto protettivo nei miei confronti, magari aveva tentato in qualche modo di proteggermi da quello lì, che per carità era bello, ma mi trattava pur sempre come uno sborratoio. Molto probabilmente aveva ritenuto che non fosse l’uomo giusto per me.
Moana.
In quel periodo mi vedevo con un ragazzo, un modesto stallone da letto. La mattina veniva spesso da noi. Il tempo di sistemare mio nonno davanti alla tivù e poi andavamo in camera mia a fare l’amore. Questo fino a quando un giorno mio nonno mi prese in disparte e mi disse che in quel modo non si poteva andare avanti, e che a lui non gli stava più bene quello che facevo con quello lì.
- Ma nonno, cosa dici? – non capivo dove voleva andare a parare. – Io e Claudiano ci vogliamo bene. E non c’è niente di male se ogni tanto ci coccoliamo un po’.
- Sì sì, ho sentito come vi coccolate. Ho sentito mentre gridavi di fare più piano, perché ti stava sfondando il culetto. Ascoltami Moana, io ti voglio molto bene, e non permetterò che qualche stallone arrapato abusi della mia nipotina.
- Ma nonno, qui nessuno sta abusando di me. Se io e Claudiano lo facciamo è perché sono anche io a volerlo.
- Da oggi in poi, fin quando sarò in questa casa, lo farete sotto la mia supervisione.
- Ma ti rendi conto di quello che dici?
- Niente “ma”. Quando avrete voglia di farlo ci sarò anche io, e controllerò che lui tratti la mia nipotina con il rispetto che merita.
Sembrava irremovibile e io non avevo molta scelta. Se dicevo a Claudiano che per qualche tempo gli avrei negato i miei buchi, probabilmente si sarebbe cercato un’altra. E un’altra di sicuro la trovava, perché faceva il personal trainer in una palestra che pullulava di gnocche, e bello com’era Claudiano gli bastava schioccare le dita che le ragazze gli si inginocchiavano ai piedi, pronte a esaudire tutte le sue voglie porche. Quindi dovevo tenermelo stretto prima che se ne impossessasse qualcun’altra. Ma come avrei fatto a dirgli che da quel giorno avremmo dovuto farlo in presenza di mio nonno?
Il giorno dopo quando Claudiano arrivò a casa cercai d spiegarglielo. Era bello, aveva un cazzo enorme, ma non era molto intelligente, quindi dovetti spiegarglielo due volte.
- Amore, le cose sono cambiate – gli dissi. – Da oggi se vogliamo fare l’amore dovremo farlo davanti a mio nonno.
- E perché?
- Perché è molto protettivo nei miei confronti, e vuole essere sicuro che tu mi tratti con il dovuto rispetto. Se per te è un problema, lo capisco.
- Ma posso continuare a incularti?
- Certo che puoi! – gli sorrisi amorevolmente e gli accarezzai una guancia. – Anzi, devi. L’unica cosa è che ci sarà lui a guardarci.
- Se al nonnetto piace vedere come monto la sua nipotina, a me sta bene.
E allora cominciammo subito. Mio nonno era seduto sul divano del soggiorno a guardare la tivù. Andai da lui e gli dissi quello che ci stavamo apprestando a fare.
- Nonno, io e Claudiano stiamo andando a fare l’amore. Vieni?
- Certo tesoro mio, vengo subito.
Mio nonno spense la tivù e ci seguì nella mia stanza. All’inizio mi vergognai un po’ a farlo di fronte a lui, ma allo stesso tempo c’avevo una voglia terribile. Non avrei rinunciato per niente al mondo al grosso cazzo di Claudiano, anche se non era un vero e proprio amore. Dentro di me covavo sempre la speranza che un giorno io e Berni saremmo ritornati insieme. Ormai era da molto tempo che non lo vedevo. E sono sicura che anche Claudiano non mi amava. Stava con me soltanto perché gli permettevo di incularmi e di sborrarmi in faccia, cose che le altre ragazze di solito non facevano.
Comunque mio nonno fu appagato; cominciò a controllarci ogni volta che facevamo l’amore. Ma una volta successe una cosa che scoraggiò Claudiano, ovvero mio nonno se lo tirò fuori dai pantaloni, era in evidente stato di eccitazione, in poche parole si era arrapato come un toro a guardarci e voleva farsi una sega. Ma come già vi ha raccontato mia mamma, mio nonno ce l’aveva enorme, il doppio di quello di Claudiano. Io già lo sapevo, me ne ero accorta la prima volta che lo avevo aiutato a farsi la doccia. Ricordo che quando lo vidi rimasi lì a fissarlo con gli occhi spalancati; fui letteralmente scioccata da quella visione.
Ebbene, mio nonno se lo tirò fuori mentre Claudiano mi stava penetrando. Quando anche lui lo vide mi disse che non poteva più continuare. Da quel giorno non lo vidi più. Forse mio nonno, con le dimensioni del suo attrezzo, lo aveva messo in imbarazzo, chissà. Forse si era spaventato. Certo è che non era facile competere con le dimensioni di mio nonno. Anche il più dotato degli stalloni da monta in confronto a lui si sarebbe sentito inferiore. Nei giorni successivi mi chiesi se fosse proprio quello il suo intento, e cioè allontanare Claudiano. Mio nonno era sempre stato molto protettivo nei miei confronti, magari aveva tentato in qualche modo di proteggermi da quello lì, che per carità era bello, ma mi trattava pur sempre come uno sborratoio. Molto probabilmente aveva ritenuto che non fosse l’uomo giusto per me.
Moana.
mercoledì 24 agosto 2016
Qualcuno ci spiava.
(in foto: Ava Addams Fucked by James Deen, ArchAngelVideo.com)
Stefano in quel periodo lavorava come cuoco in un centro termale fuori regione, e quindi rientrava a casa soltanto nei week end. E quando rientrava avevamo entrambi molta voglia di fare l’amore. Così, quel sabato, dopo essermi accertata che suo padre dormiva, andai in camera da letto dove lui già mi aspettava nudo e in piedi al centro della stanza, con il cazzo durissimo. Io indossavo una vestaglia di satin rosa, e me ne restai lì sulla porta a guardare la splendida erezione di mio marito. Poi mi slacciai la cintola della vestaglia e la lasciai scivolare a terra. Adesso ero nuda anche io, prontissima per farlo godere. I miei buchi erano suoi e poteva farne ciò che voleva.
- E allora tesoro – dissi. – Cosa aspetti a montarmi?
Stefano si impossessò letteralmente del mio corpo; venne dietro di me e mi circondò con le braccia, e con le mani iniziò a palparmi le tette, strizzandomele e premendole una contro l’altra, e nel frattempo mi baciava sul collo. Sentivo la sua grossa erezione piantata in mezzo alle mie natiche, me la spingeva contro il buco del culo; era chiaro che avrebbe preteso anche quello. C’aveva proprio tanta voglia di incularmi, e io lo capii benissimo. E dal momento che ero anche io a volerlo, glielo avrei dato molto volentieri.
- Fai piano amore – dissi ridendo della sua fretta di avermi. – Abbiamo tutta la notte.
- Non ci posso fare niente, ti voglio troppo – con una spinta fece entrare il cazzo nella mia vagina, e intanto mi aveva immobilizzata tenendomi le braccia dietro la schiena. Cominciò a fottermi senza ritegno, in piedi, al centro della stanza. Era proprio ingrifato di brutto. Dovevo essergli mancata proprio tanto. Certo, anche lui mi era mancato, ma mi credete se vi dico che non avevo avuto neanche un momento per pensare al sesso? Era stata una settimana davvero pesante. La mattina ero al negozio, e poi il pomeriggio ritornavo a casa a fare la crocerossina di mio suocero. Per fortuna c’era Moana che mi aiutava; quando io ero a casa al negozio ci andava lei. Stava cercando di imparare il mestiere. Ero certa che un giorno sarebbe diventata molto abile ad amministrare il negozio di lingerie. E poi, quando io ero al negozio, a casa col nonno c’era lei. Mi domandavo se anche Moana aveva scoperto che suo nonno aveva un cazzo gigantesco. Era molto probabile di sì. Le era capitato sicuramente di aiutarlo a farsi la doccia o cose del genere, e volete che non abbia notato quell’enorme attrezzo che aveva tra le cosce?
Ma ritorniamo a noi; Stefano, come mi è già capitato di dire in passato, non è mai stato uno stallone a letto, e così iniziò a sborrarmi dentro quasi subito.
- Tesoro, sei già venuto? Io credevo che volessi farmi anche il culo.
- Infatti non ho mica finito – mi rispose e mi diede una gran sculacciata sul sedere. - Sali sul letto.
Non me lo feci ripetere due volte. Mi misi a quattro zampe sul letto, col culo rivolto verso l’alto, le natiche oscenamente aperte e lui venne a prendermi. Si mise dietro di me, con le gambe aperte, mi afferrò per i fianchi e indirizzò il suo cazzo ancora bello duro contro il mio buco del culo. Iniziò a spingere fino a quando il suo membro non fu completamente dentro il mio condotto anale. A quel punto iniziò a pomparmi di brutto. Ma c’era qualcosa di strano. C’era qualcuno che ci guardava. Guardai verso la porta finestra del balcone; di solito il nostro dirimpettaio amava guardarci quando facevamo l’amore. E noi non avevamo mai avuto niente da ridire, e avevamo sempre tenuto le tende aperte affinchè potesse guardare bene le porcate che facevamo. Ma quella sera lui non c’era. La finestra del nostro dirimpettaio era chiusa. Però sentivo comunque la presenza di due occhi che ci spiavano. Stefano non si era accorto di niente, era troppo preso a incularmi e a sculacciarmi per accorgersene. Io invece ero troppo nervosa perché sapevo che c’era qualcuno, ma non sapevo dov’era. E per colpa di questa cosa non riuscii a concentrarmi, e quindi non riuscii a godermi quell’inculata. Cominciai a guardare da tutte le parti, mentre il cazzo di Stefano faceva su e giù nel mio ano. Poi mi accorsi che la porta della camera da letto non era del tutto chiusa. Chiunque ci stesse guardando era lì fuori. Era forse Moana? Oppure Rocco? Avevo sempre avuto il sospetto che ai nostri figli piacesse spiarci mentre facevamo l’amore, anche se non ne avevo le prove. Ma Rocco non era a casa, e Moana molto probabilmente stava dormendo. No, non erano i nostri figli. Era lui. Era mio suocero. Riuscivo a vederlo tramite lo spiraglio della porta. Lo guardai in cagnesco, come a dirgli di lasciarci in pace. Ma poi pensai: ma chissenefrega! Che guardi pure! Non avevo voglia di farmi rovinare quella fantastica inculata. Allora mi lasciai andare e cominciai a gridare di piacere e a dire un sacco di porcate.
- Ti è mancata la tua mogliettina zoccola, vero? – gridai. – Dimmelo, dimmelo che sono la tua zoccola!
- Sì tesoro, lo sei – mi rispose Stefano sculacciandomi per l’ennesima volta.
- Sì! Hai una moglie zoccola, e lo sanno tutti. C’ho il culo sfondato. Completamente rotto.
Insomma, ne dicevo di tutti i colori. Sapere che lui era lì fuori a spiarci mi fece eccitare in modo incontrollato. Poi Stefano mi venne in culo e a quel punto ci afflosciammo sul letto. Eravamo esausti, soprattutto lui che era la seconda volta che godeva. Guardai verso la porta; mio suocero non c’era più. Certo che era proprio un gran porco; mettersi a spiare suo figlio e sua moglie che fanno l’amore è una cosa davvero da pervertiti di alto livello.
Sabrina.
- E allora tesoro – dissi. – Cosa aspetti a montarmi?
Stefano si impossessò letteralmente del mio corpo; venne dietro di me e mi circondò con le braccia, e con le mani iniziò a palparmi le tette, strizzandomele e premendole una contro l’altra, e nel frattempo mi baciava sul collo. Sentivo la sua grossa erezione piantata in mezzo alle mie natiche, me la spingeva contro il buco del culo; era chiaro che avrebbe preteso anche quello. C’aveva proprio tanta voglia di incularmi, e io lo capii benissimo. E dal momento che ero anche io a volerlo, glielo avrei dato molto volentieri.
- Fai piano amore – dissi ridendo della sua fretta di avermi. – Abbiamo tutta la notte.
- Non ci posso fare niente, ti voglio troppo – con una spinta fece entrare il cazzo nella mia vagina, e intanto mi aveva immobilizzata tenendomi le braccia dietro la schiena. Cominciò a fottermi senza ritegno, in piedi, al centro della stanza. Era proprio ingrifato di brutto. Dovevo essergli mancata proprio tanto. Certo, anche lui mi era mancato, ma mi credete se vi dico che non avevo avuto neanche un momento per pensare al sesso? Era stata una settimana davvero pesante. La mattina ero al negozio, e poi il pomeriggio ritornavo a casa a fare la crocerossina di mio suocero. Per fortuna c’era Moana che mi aiutava; quando io ero a casa al negozio ci andava lei. Stava cercando di imparare il mestiere. Ero certa che un giorno sarebbe diventata molto abile ad amministrare il negozio di lingerie. E poi, quando io ero al negozio, a casa col nonno c’era lei. Mi domandavo se anche Moana aveva scoperto che suo nonno aveva un cazzo gigantesco. Era molto probabile di sì. Le era capitato sicuramente di aiutarlo a farsi la doccia o cose del genere, e volete che non abbia notato quell’enorme attrezzo che aveva tra le cosce?
Ma ritorniamo a noi; Stefano, come mi è già capitato di dire in passato, non è mai stato uno stallone a letto, e così iniziò a sborrarmi dentro quasi subito.
- Tesoro, sei già venuto? Io credevo che volessi farmi anche il culo.
- Infatti non ho mica finito – mi rispose e mi diede una gran sculacciata sul sedere. - Sali sul letto.
Non me lo feci ripetere due volte. Mi misi a quattro zampe sul letto, col culo rivolto verso l’alto, le natiche oscenamente aperte e lui venne a prendermi. Si mise dietro di me, con le gambe aperte, mi afferrò per i fianchi e indirizzò il suo cazzo ancora bello duro contro il mio buco del culo. Iniziò a spingere fino a quando il suo membro non fu completamente dentro il mio condotto anale. A quel punto iniziò a pomparmi di brutto. Ma c’era qualcosa di strano. C’era qualcuno che ci guardava. Guardai verso la porta finestra del balcone; di solito il nostro dirimpettaio amava guardarci quando facevamo l’amore. E noi non avevamo mai avuto niente da ridire, e avevamo sempre tenuto le tende aperte affinchè potesse guardare bene le porcate che facevamo. Ma quella sera lui non c’era. La finestra del nostro dirimpettaio era chiusa. Però sentivo comunque la presenza di due occhi che ci spiavano. Stefano non si era accorto di niente, era troppo preso a incularmi e a sculacciarmi per accorgersene. Io invece ero troppo nervosa perché sapevo che c’era qualcuno, ma non sapevo dov’era. E per colpa di questa cosa non riuscii a concentrarmi, e quindi non riuscii a godermi quell’inculata. Cominciai a guardare da tutte le parti, mentre il cazzo di Stefano faceva su e giù nel mio ano. Poi mi accorsi che la porta della camera da letto non era del tutto chiusa. Chiunque ci stesse guardando era lì fuori. Era forse Moana? Oppure Rocco? Avevo sempre avuto il sospetto che ai nostri figli piacesse spiarci mentre facevamo l’amore, anche se non ne avevo le prove. Ma Rocco non era a casa, e Moana molto probabilmente stava dormendo. No, non erano i nostri figli. Era lui. Era mio suocero. Riuscivo a vederlo tramite lo spiraglio della porta. Lo guardai in cagnesco, come a dirgli di lasciarci in pace. Ma poi pensai: ma chissenefrega! Che guardi pure! Non avevo voglia di farmi rovinare quella fantastica inculata. Allora mi lasciai andare e cominciai a gridare di piacere e a dire un sacco di porcate.
- Ti è mancata la tua mogliettina zoccola, vero? – gridai. – Dimmelo, dimmelo che sono la tua zoccola!
- Sì tesoro, lo sei – mi rispose Stefano sculacciandomi per l’ennesima volta.
- Sì! Hai una moglie zoccola, e lo sanno tutti. C’ho il culo sfondato. Completamente rotto.
Insomma, ne dicevo di tutti i colori. Sapere che lui era lì fuori a spiarci mi fece eccitare in modo incontrollato. Poi Stefano mi venne in culo e a quel punto ci afflosciammo sul letto. Eravamo esausti, soprattutto lui che era la seconda volta che godeva. Guardai verso la porta; mio suocero non c’era più. Certo che era proprio un gran porco; mettersi a spiare suo figlio e sua moglie che fanno l’amore è una cosa davvero da pervertiti di alto livello.
Sabrina.
lunedì 22 agosto 2016
Quel porco del papà di Stefano.
(nel fumetto: Melkor Mancin, Naughty in Law, MelkorMancin.com)
Innanzitutto vogliamo chiedere scusa se per qualche tempo questo blog è rimasto in silenzio. Purtroppo siamo stati molto impegnati, e non potete neppure immaginare quanto ci sia mancato raccontarvi le nostre storie. Piacerebbe tanto, sia a me che a Stefano, potervi raccontare quotidianamente le nostre vicissitudini, le nostre avventure, le nostre fantasie, ma purtroppo quando meno te l’aspetti ti piomba addosso un periodo lavorativo molto intenso e molto stressante (troppo per potersi dedicare anche ad un blog). Inoltre abbiamo avuto dei problemi con il padre di Stefano; niente di grave, non mi fraintendete. Pietro, così si chiama il papà di Stefano, sta benissimo. Anzi, è fin troppo arzillo nonostante i suoi settantaquattro anni.
Dovete sapere che i genitori di Stefano sono divorziati a causa delle continue avventure extraconiugali di mio suocero, che alla lunga avevano stancato la mamma di Stefano, la quale aveva preteso il divorzio. Lei si era felicemente risposata con un altro uomo, e lui invece non aveva smesso di fare ciò che gli piaceva di più, ovvero scopare a destra e a manca (nonostante l’età). Purtroppo non era del tutto autonomo, e così avevamo provato ad affiancargli numerose badanti, le quali dopo qualche giorno se ne andavano, e quando chiedevamo loro delle spiegazioni ci rispondevano tutte allo stesso modo, e cioè che mio suocero era un gran porco. Allora io e Stefano eravamo giunti alla conclusione che rimaneva soltanto una cosa da fare, cioè portarlo in una casa di riposo.
Detto fatto; avevamo trovato una casa di riposo gestita dalle suore in modo ferreo. In principio il problema pareva risolto, come se le donne di chiesa fossero riuscite a mettere in riga mio suocero. E invece ci sbagliavamo. Nemmeno un mese che ricevemmo una telefonata dalla madre superiora, la quale ci chiese di andarci a riprendere Pietro, perché il suo comportamento non era consono al decoro dell’istituto. Era stato beccato a fare sesso anale con un’infermiera. L’avevano sorpreso proprio mentre le inondava di sborra il condotto anale. Non c’erano scusanti. L’aveva fatta davvero grossa. Insomma, era fuori dall’istituto per sempre, e avremmo dovuto trovargli un’altra sistemazione. L’unica cosa che potevamo fare era quella di ospitarlo da noi, almeno fino a quando non avremmo trovato una collocazione migliore.
È stato un periodo davvero faticoso perché ho dovuto fare un po’ da crocerossina e allo stesso tempo mandare avanti il negozio di lingerie. Per fortuna ho potuto contare sull’aiuto di nostra figlia Moana. Senza di lei non sono sicura che ce l’avrei fatta. Stefano in quel periodo in casa non c’era mai, perché il suo lavoro si era enormemente intensificato.
La prima notte è stata davvero ricca di sorprese. Ero sola in casa, e mio suocero dormiva nella camera degli ospiti, e prima di andare a dormire ebbi la brillante idea di aiutarlo a lavarsi. Così con una bacinella d’acqua e una spugna andai da lui, ma di svegliarsi non ne voleva sapere. Cominciai a spogliarlo e a lavarlo, e quando gli levai i pantaloni spalancai gli occhi dallo stupore: non aveva le mutande, e il suo cazzo era gigantesco ed era in erezione. Mai visto niente di così maestoso. Con la spugna cercai di lavargli le palle e l’asta, ma facendo attenzione a non svegliarlo. Arrapato com’era non volevo che gli venissero strane idee. Dopo un po’ lo afferrai con decisione. Sentii il calore e la sua potenza contro il palmo della mia mano. Non potevo credere che mio suocero avesse un arsenale di quella portata. Pietro non era mai stato un adone; chi l’avrebbe mai detto che nascondeva un attrezzo di quelle dimensioni?
Notai che sulla punta del glande era comparsa una gocciolina trasparente che poi iniziò a scivolare giù lungo l’asta fino a raggiungere la mia mano. Senza rendermene conto avevo cominciato a segarlo, non so perché lo stavo facendo, forse perché era il mio istinto da zoccola che mi chiedeva di farlo. Forse perché non riuscivo a resistere di fronte ad un palo come quello, perché quando un uomo diventava così duro sentivo il dovere di accontentarlo, semplicemente perché ero fatta così, non per niente tutti mi chiamavano Sabrina Bocca e Culo.
Ma forse il motivo era un altro; il fatto è che mio suocero aveva sempre avuto una cotta per me, fin dal giorno che Stefano mi aveva portata a conoscere i suoi. Ricordo, quando eravamo fidanzati, tutte le volte che andavo la domenica a pranzo dai suoi, mio suocero mi salutava sempre allo stesso modo, e cioè regalandomi una bella pacca sul sedere, e sussurrandomi cose porche all’orecchio, del tipo: “beato chi te lo rompe questo culo”. Adorava il mio culo. Però non avevo mai detto nulla a Stefano, e lasciavo mio suocero libero di fare ciò che voleva con me, per il semplice fatto che mi piacevano le sue attenzioni.
Ricordo che ogni volta che andavo a pranzo dai genitori di Stefano indossavo sempre dei vestiti porchissimi, perché mi piaceva stuzzicare mio suocero. Le mie tette lo facevano impazzire, così mettevo sempre delle magliette scollate in modo osceno; i suoi commenti piccanti erano musica per le mie orecchie. Una volta mi sussurrò all’orecchio: “chissà come sei brava a fare le spagnole!”.
Certo, ovviamente ogni volta che mi palpava il sedere o che faceva qualche apprezzamento spinto, si accertava accuratamente che fossimo soli. Questo è chiaro. Non lo sapeva nessuno. Ma io sapevo che era così, e cioè che lui mi desiderava ardentemente, e lui sapeva che a me piaceva farmi desiderare, e allora ne approfittava allungando le mani e sussurrandomi cose porche e oscene. Una volta, ricordo che era natale, Stefano e sua madre erano in cucina a preparare la cena, mentre io e mio suocero eravamo nel salotto a sorseggiare del vino, lui mi disse una frase che mi fece bagnare in un istante. Mi sussurrò: “mi fai venire voglia di sborrarti dentro”. Era una cosa che mi fece emozionare tantissimo, perché era come se mi stesse dicendo che mi desiderava più di ogni altra cosa. Ma nonostante questo, non gli avevo mai permesso di entrarmi dentro. Era pur sempre il padre del mio fidanzato, nonché mio futuro suocero.
E chi l’avrebbe mai detto che mi sarei trovata a dover badare alle sue necessità come una badante?
Intanto, senza accorgermene, la mia sega era arrivata al culmine. Pietro proruppe in una sborrata copiosa e gli schizzi saltarono dappertutto. Per fortuna dormiva ancora. Con la spugna tolsi via la sborra e me ne andai a letto, consapevole che l’indomani mi aspettava un’altra giornata di duro lavoro in negozio, e poi di corsa a casa a badare a quel porco di mio suocero.
Sabrina.
Dovete sapere che i genitori di Stefano sono divorziati a causa delle continue avventure extraconiugali di mio suocero, che alla lunga avevano stancato la mamma di Stefano, la quale aveva preteso il divorzio. Lei si era felicemente risposata con un altro uomo, e lui invece non aveva smesso di fare ciò che gli piaceva di più, ovvero scopare a destra e a manca (nonostante l’età). Purtroppo non era del tutto autonomo, e così avevamo provato ad affiancargli numerose badanti, le quali dopo qualche giorno se ne andavano, e quando chiedevamo loro delle spiegazioni ci rispondevano tutte allo stesso modo, e cioè che mio suocero era un gran porco. Allora io e Stefano eravamo giunti alla conclusione che rimaneva soltanto una cosa da fare, cioè portarlo in una casa di riposo.
Detto fatto; avevamo trovato una casa di riposo gestita dalle suore in modo ferreo. In principio il problema pareva risolto, come se le donne di chiesa fossero riuscite a mettere in riga mio suocero. E invece ci sbagliavamo. Nemmeno un mese che ricevemmo una telefonata dalla madre superiora, la quale ci chiese di andarci a riprendere Pietro, perché il suo comportamento non era consono al decoro dell’istituto. Era stato beccato a fare sesso anale con un’infermiera. L’avevano sorpreso proprio mentre le inondava di sborra il condotto anale. Non c’erano scusanti. L’aveva fatta davvero grossa. Insomma, era fuori dall’istituto per sempre, e avremmo dovuto trovargli un’altra sistemazione. L’unica cosa che potevamo fare era quella di ospitarlo da noi, almeno fino a quando non avremmo trovato una collocazione migliore.
È stato un periodo davvero faticoso perché ho dovuto fare un po’ da crocerossina e allo stesso tempo mandare avanti il negozio di lingerie. Per fortuna ho potuto contare sull’aiuto di nostra figlia Moana. Senza di lei non sono sicura che ce l’avrei fatta. Stefano in quel periodo in casa non c’era mai, perché il suo lavoro si era enormemente intensificato.
La prima notte è stata davvero ricca di sorprese. Ero sola in casa, e mio suocero dormiva nella camera degli ospiti, e prima di andare a dormire ebbi la brillante idea di aiutarlo a lavarsi. Così con una bacinella d’acqua e una spugna andai da lui, ma di svegliarsi non ne voleva sapere. Cominciai a spogliarlo e a lavarlo, e quando gli levai i pantaloni spalancai gli occhi dallo stupore: non aveva le mutande, e il suo cazzo era gigantesco ed era in erezione. Mai visto niente di così maestoso. Con la spugna cercai di lavargli le palle e l’asta, ma facendo attenzione a non svegliarlo. Arrapato com’era non volevo che gli venissero strane idee. Dopo un po’ lo afferrai con decisione. Sentii il calore e la sua potenza contro il palmo della mia mano. Non potevo credere che mio suocero avesse un arsenale di quella portata. Pietro non era mai stato un adone; chi l’avrebbe mai detto che nascondeva un attrezzo di quelle dimensioni?
Notai che sulla punta del glande era comparsa una gocciolina trasparente che poi iniziò a scivolare giù lungo l’asta fino a raggiungere la mia mano. Senza rendermene conto avevo cominciato a segarlo, non so perché lo stavo facendo, forse perché era il mio istinto da zoccola che mi chiedeva di farlo. Forse perché non riuscivo a resistere di fronte ad un palo come quello, perché quando un uomo diventava così duro sentivo il dovere di accontentarlo, semplicemente perché ero fatta così, non per niente tutti mi chiamavano Sabrina Bocca e Culo.
Ma forse il motivo era un altro; il fatto è che mio suocero aveva sempre avuto una cotta per me, fin dal giorno che Stefano mi aveva portata a conoscere i suoi. Ricordo, quando eravamo fidanzati, tutte le volte che andavo la domenica a pranzo dai suoi, mio suocero mi salutava sempre allo stesso modo, e cioè regalandomi una bella pacca sul sedere, e sussurrandomi cose porche all’orecchio, del tipo: “beato chi te lo rompe questo culo”. Adorava il mio culo. Però non avevo mai detto nulla a Stefano, e lasciavo mio suocero libero di fare ciò che voleva con me, per il semplice fatto che mi piacevano le sue attenzioni.
Ricordo che ogni volta che andavo a pranzo dai genitori di Stefano indossavo sempre dei vestiti porchissimi, perché mi piaceva stuzzicare mio suocero. Le mie tette lo facevano impazzire, così mettevo sempre delle magliette scollate in modo osceno; i suoi commenti piccanti erano musica per le mie orecchie. Una volta mi sussurrò all’orecchio: “chissà come sei brava a fare le spagnole!”.
Certo, ovviamente ogni volta che mi palpava il sedere o che faceva qualche apprezzamento spinto, si accertava accuratamente che fossimo soli. Questo è chiaro. Non lo sapeva nessuno. Ma io sapevo che era così, e cioè che lui mi desiderava ardentemente, e lui sapeva che a me piaceva farmi desiderare, e allora ne approfittava allungando le mani e sussurrandomi cose porche e oscene. Una volta, ricordo che era natale, Stefano e sua madre erano in cucina a preparare la cena, mentre io e mio suocero eravamo nel salotto a sorseggiare del vino, lui mi disse una frase che mi fece bagnare in un istante. Mi sussurrò: “mi fai venire voglia di sborrarti dentro”. Era una cosa che mi fece emozionare tantissimo, perché era come se mi stesse dicendo che mi desiderava più di ogni altra cosa. Ma nonostante questo, non gli avevo mai permesso di entrarmi dentro. Era pur sempre il padre del mio fidanzato, nonché mio futuro suocero.
E chi l’avrebbe mai detto che mi sarei trovata a dover badare alle sue necessità come una badante?
Intanto, senza accorgermene, la mia sega era arrivata al culmine. Pietro proruppe in una sborrata copiosa e gli schizzi saltarono dappertutto. Per fortuna dormiva ancora. Con la spugna tolsi via la sborra e me ne andai a letto, consapevole che l’indomani mi aspettava un’altra giornata di duro lavoro in negozio, e poi di corsa a casa a badare a quel porco di mio suocero.
Sabrina.
giovedì 3 marzo 2016
venerdì 11 dicembre 2015
L'incarnazione del sesso.
(in foto: India Summer, This Is My First... A Gangbang Movie, NewSensation.com)
Da quando Laura mi aveva lasciato le mie giornate si dividevano tra lavoro e casa. Almeno fino a quando un giorno, trovandomi a bazzicare al centro, incontrai una persona che non vedevo da molto tempo, ovvero la mia professoressa di inglese delle scuole superiori. Ah, quante ne potrei dire su di lei! Quante seghe che mi ero fatto. Quando la vedevo percorrere i corriodi della scuola, con quel corpo ben scolpito da quarantenne, con la gonna e le calze autoreggenti, non potevo fare altro che ritornare a casa e farmi una sega. E sono sicuro che se interpellate i miei compagni di scuola, l'ottanta per cento di loro avevano avuto di certo una fantasia erotica su di lei. Quando camminava nei corridoi il suono dei suoi tacchi a spillo era per tutti noi una musica celestiale. Chi più chi meno, tutti avevano ardentemente sognato di passare una notte a letto con lei.
La incontrai per puro caso. Fu lei a riconoscermi, perchè io ero sovrappensiero. Ad un certo punto mi sentii chiamare. Mi voltai e quando mi accorsi che era lei iniziò a battermi il cuore, come a chi rivede una vecchia fiamma. Sì, Arianna (così si chiamava) era una vecchia fiamma. Quanta sborra avevo versato pensando a lei, e lei non poteva neppure sospettarlo. Arianna era una di quelle professoresse un pò autoritarie, con cui non si poteva scherzare più di tanto. In classe esigeva ordine e rispetto, e non si era mai fatta mettere i piedi in testa da nessuno. A scuola è facile per un insegnante essere preda della scostumatezza dei ragazzi, ma non per lei. Ad Arianna bastava alzare la voce, o guardarti di traverso per farti ritornare a posto. E forse era anche questo suo carattere da dominatrice a darle quella carica erotica che la distingueva dalle altre insegnanti. Lei per tutti noi maschietti era l'incarnazione del sesso. Ricordo che una volta mi ero fatto una sega pensando a lei che mi costringeva a leccarle i piedi. Sborrai copiosamente. Questo per farvi capire il tipo di attrazione che subivamo noi poveri maschietti della scuola con gli ormoni a mille.
Ritrovarmela davanti fu un vero shock, e mi ritrovai imbambolato in modo ridicolo. Lei mi sorrideva e io ero stonato quasi come se mi avessero appena dato una serie di botte in testa.
- Rocco! Come stai? Che piacere rivederti.
- Professoressa... - non riuscivo neppure a parlare, - ...lei è... lei è... bellissima - dissi quella cosa ma in verità l'avevo soltanto pensata, era uscita fuori dalla mia bocca da se, e il viso mi si infiammò di vergogna, e diventai rosso come il fuoco. Ma cosa mi era saltato in mente? In ogni modo Arianna la prese bene, e mi sorrise amorevolmente e con una mano mi accarezzò il viso.
- Ohh, Rocco! Sei sempre molto dolce.
Era la verità, Arianna era l'idolo del sesso per tutti i maschietti della scuola. Arianna era sposata con un uomo davvero anonimo. Uno si aspetterebbe che una donna come lei fosse sposata con un super stallone da monta, e invece ricordo che quando lo vidi per la prima volta (ogni tanto passava da scuola a prenderla con la macchina) rimasi colpito dal suo aspetto. Come potevo un uomo così insignificante possedere una donna così bella? Me l'ero sempre chiesto. Soldi? Da quello che avevo sentito dire non era un riccone. Faceva un lavoro d'ufficio con un modesto stipendio, quindi non era di certo con i soldi che aveva conquistato Arianna. Ma allora come ci era riuscito? Non era neppure bello.
In ogni modo ero nel panico. Non sapevo cosa dirle. Lei era lì che mi guardava con i suoi occhi da pantera, e si aspettava da me una risposta alla domanda che mi aveva posto. Quale domanda? Neppure ci avevo fatto caso a cosa mi aveva chiesto. Poi ebbi l'illuminazione; mi aveva chiesto come stavo. A quel punto gli raccontai che non me la passavo molto bene, perchè da quando la mi ragazza mi aveva lasciato, e questo evento mi aveva parecchio demoralizzato. Arianna mi accarezzò di nuovo il viso, la sensazione che ebbi fu quella di una carezza peccaminosa ma allo stesso tempo materna, come se quella mano che mi stava sfiorando fosse quella di mia madre.
- Povero tesoro - disse. - Vedrai che incontrerai la ragazza giusta.
La incontrai per puro caso. Fu lei a riconoscermi, perchè io ero sovrappensiero. Ad un certo punto mi sentii chiamare. Mi voltai e quando mi accorsi che era lei iniziò a battermi il cuore, come a chi rivede una vecchia fiamma. Sì, Arianna (così si chiamava) era una vecchia fiamma. Quanta sborra avevo versato pensando a lei, e lei non poteva neppure sospettarlo. Arianna era una di quelle professoresse un pò autoritarie, con cui non si poteva scherzare più di tanto. In classe esigeva ordine e rispetto, e non si era mai fatta mettere i piedi in testa da nessuno. A scuola è facile per un insegnante essere preda della scostumatezza dei ragazzi, ma non per lei. Ad Arianna bastava alzare la voce, o guardarti di traverso per farti ritornare a posto. E forse era anche questo suo carattere da dominatrice a darle quella carica erotica che la distingueva dalle altre insegnanti. Lei per tutti noi maschietti era l'incarnazione del sesso. Ricordo che una volta mi ero fatto una sega pensando a lei che mi costringeva a leccarle i piedi. Sborrai copiosamente. Questo per farvi capire il tipo di attrazione che subivamo noi poveri maschietti della scuola con gli ormoni a mille.
Ritrovarmela davanti fu un vero shock, e mi ritrovai imbambolato in modo ridicolo. Lei mi sorrideva e io ero stonato quasi come se mi avessero appena dato una serie di botte in testa.
- Rocco! Come stai? Che piacere rivederti.
- Professoressa... - non riuscivo neppure a parlare, - ...lei è... lei è... bellissima - dissi quella cosa ma in verità l'avevo soltanto pensata, era uscita fuori dalla mia bocca da se, e il viso mi si infiammò di vergogna, e diventai rosso come il fuoco. Ma cosa mi era saltato in mente? In ogni modo Arianna la prese bene, e mi sorrise amorevolmente e con una mano mi accarezzò il viso.
- Ohh, Rocco! Sei sempre molto dolce.
Era la verità, Arianna era l'idolo del sesso per tutti i maschietti della scuola. Arianna era sposata con un uomo davvero anonimo. Uno si aspetterebbe che una donna come lei fosse sposata con un super stallone da monta, e invece ricordo che quando lo vidi per la prima volta (ogni tanto passava da scuola a prenderla con la macchina) rimasi colpito dal suo aspetto. Come potevo un uomo così insignificante possedere una donna così bella? Me l'ero sempre chiesto. Soldi? Da quello che avevo sentito dire non era un riccone. Faceva un lavoro d'ufficio con un modesto stipendio, quindi non era di certo con i soldi che aveva conquistato Arianna. Ma allora come ci era riuscito? Non era neppure bello.
In ogni modo ero nel panico. Non sapevo cosa dirle. Lei era lì che mi guardava con i suoi occhi da pantera, e si aspettava da me una risposta alla domanda che mi aveva posto. Quale domanda? Neppure ci avevo fatto caso a cosa mi aveva chiesto. Poi ebbi l'illuminazione; mi aveva chiesto come stavo. A quel punto gli raccontai che non me la passavo molto bene, perchè da quando la mi ragazza mi aveva lasciato, e questo evento mi aveva parecchio demoralizzato. Arianna mi accarezzò di nuovo il viso, la sensazione che ebbi fu quella di una carezza peccaminosa ma allo stesso tempo materna, come se quella mano che mi stava sfiorando fosse quella di mia madre.
- Povero tesoro - disse. - Vedrai che incontrerai la ragazza giusta.
- E lei, professoressa? Come sta?
- Io come vedi sono sempre impegnata con le faccende di casa - disse scuotendo delle buste di carta marroncina con il logo di una lavanderia. - Attualmente sto combattendo con un guasto alla lavatrice, e sono costretta a portare i vestiti sporchi in lavanderia. Comunque mi ha fatto molto piacere incontrarti. Quando vuoi vieni a trovarmi, tanto sai già dove abito. Ciao tesoro.
E la vidi andare via, col suo carico di panni puliti. Bellissima, sui suoi tacchi a spillo danzava sventolando quel suo bel culo da quarantenne. Sembrava dire: prendimi, riempimi tutta, prenditi i miei buchi (davanti e dietro). Sì, sapevo dove abitava, perchè una volta ero stata a casa sua. Lo ricordo benissimo. Alla fine di una delle sue lezioni le avevo detto che non avevo capito il senso del genitivo sassone, e lei allora mi aveva scritto su un pezzettino di carta il suo indirizzo di casa, e mi aveva detto di passare nel pomeriggio e che me lo avrebbe spiegato un'altra volta. L'emozione che provai nel varcare la soglia di casa sua non si può spiegare. Ci vorrebbe un libro intero. Quel pezzettino di carta con su scritto il suo indirizzo ancora lo conservo gelosamente, in un cassetto della mia cameretta. E ogni tanto lo vado a rileggere, e mi vengono i brividi per la forte eccitazione.
La seguii con gli occhi fino a quando girò l'angolo della strada, poi mi accorsi che c'era qualcosa per terra. Erano un paio di mutandine, sue. Un perizoma, per l'esattezza, nero, tutto merlettato. Doveva esserle caduto dalla busta della lavanderia. Potevo solo immaginare come poteva starle divinamente. Lo presi con una mano e immaginai quel sottile lembo di stoffa infilato tra le sue natiche. Me lo portai al naso e lo annusai. Quel perizoma era stato a contatto con la sua calda figa e adesso lo avevo io, e lo avrei conservato come una reliquia. O forse no. Forse glielo avrei restituito, sperando di ricevere in cambio qualcosa di altrettanto prezioso. Ma prima dovevo fare una cosa. Sentivo di doverlo fare, e solo a pensarci mi venne una scossa lungo tutto il corpo.
Corsi a casa e mi chiusi in camera. Mi spogliai. Ero già in erezione, perchè quello che mi apprestavo a fare mi eccitava un casino. Mi distesi sul letto e mi circondai il cazzo con il suo perizoma, dopodichè cominciai a masturbarmi pensando a lei. Me la immginai sopra di me che mi cavalcava, e io che le dicevo che era una gran porca, e poi le chiedevo di darmi il culo, e lei mi accontentava. Ogni tanto mi portavo il perizoma sul viso, nel disperato tentativo di sentirmi la sua figa in faccia. Sborrai copiosamente e dopo un pò mi addormentai, stringendo il perizoma in mano, il mio piccolo tesoro. Morivo dalla voglia di vederglielo addosso. Morivo dalla voglia di averla.
Rocco.
E la vidi andare via, col suo carico di panni puliti. Bellissima, sui suoi tacchi a spillo danzava sventolando quel suo bel culo da quarantenne. Sembrava dire: prendimi, riempimi tutta, prenditi i miei buchi (davanti e dietro). Sì, sapevo dove abitava, perchè una volta ero stata a casa sua. Lo ricordo benissimo. Alla fine di una delle sue lezioni le avevo detto che non avevo capito il senso del genitivo sassone, e lei allora mi aveva scritto su un pezzettino di carta il suo indirizzo di casa, e mi aveva detto di passare nel pomeriggio e che me lo avrebbe spiegato un'altra volta. L'emozione che provai nel varcare la soglia di casa sua non si può spiegare. Ci vorrebbe un libro intero. Quel pezzettino di carta con su scritto il suo indirizzo ancora lo conservo gelosamente, in un cassetto della mia cameretta. E ogni tanto lo vado a rileggere, e mi vengono i brividi per la forte eccitazione.
La seguii con gli occhi fino a quando girò l'angolo della strada, poi mi accorsi che c'era qualcosa per terra. Erano un paio di mutandine, sue. Un perizoma, per l'esattezza, nero, tutto merlettato. Doveva esserle caduto dalla busta della lavanderia. Potevo solo immaginare come poteva starle divinamente. Lo presi con una mano e immaginai quel sottile lembo di stoffa infilato tra le sue natiche. Me lo portai al naso e lo annusai. Quel perizoma era stato a contatto con la sua calda figa e adesso lo avevo io, e lo avrei conservato come una reliquia. O forse no. Forse glielo avrei restituito, sperando di ricevere in cambio qualcosa di altrettanto prezioso. Ma prima dovevo fare una cosa. Sentivo di doverlo fare, e solo a pensarci mi venne una scossa lungo tutto il corpo.
Corsi a casa e mi chiusi in camera. Mi spogliai. Ero già in erezione, perchè quello che mi apprestavo a fare mi eccitava un casino. Mi distesi sul letto e mi circondai il cazzo con il suo perizoma, dopodichè cominciai a masturbarmi pensando a lei. Me la immginai sopra di me che mi cavalcava, e io che le dicevo che era una gran porca, e poi le chiedevo di darmi il culo, e lei mi accontentava. Ogni tanto mi portavo il perizoma sul viso, nel disperato tentativo di sentirmi la sua figa in faccia. Sborrai copiosamente e dopo un pò mi addormentai, stringendo il perizoma in mano, il mio piccolo tesoro. Morivo dalla voglia di vederglielo addosso. Morivo dalla voglia di averla.
Rocco.
mercoledì 9 dicembre 2015
Dopocena con schizzo.
(in foto: AJ Applegate, Big Anal Booty, HardX.com)
Per la cena d'affari mia madre mi consigliò (o forse dovrei dire che mi obbligò) di indossare un vestito davvero porco, molto corto e con uno scollo molto generoso che mi arrivava fino all'ombelico. Lei non fece diversamente, indossando un vestito da sera rosso in cui le sue belle tette grandi riuscivano a stento a trattenersi dentro. Infatti ogni tanto le aureole dei suoi capezzoli si scoprivano, e lei era costretta a sistemarsi meglio il vestito. Ma c'era poco da fare, le sue tette sarebbero scivolate certamente fuori. Erano troppo grosse per stare in quel vestito.
Mio padre ci accompagnò all'appuntamento. Io avevo davvero poca voglia di fare quella cosa, ma mia madre mi disse di cercare di essere carina. Io non riuscivo a capire se mio padre si rendesse conto di quello che stavamo facendo; o era completamente ingenuo, oppure come mia madre pensava che gli affari erano pur sempre affari. Ma chissà, forse ero io che mi stavo facendo tutto un film in testa, e forse era davvero solo una cena.
Arrivammo al ristorante dove avevamo fissato l'appuntamento con i due, un ambiente elegante ma non eccessivamente. Mio padre ci salutò; lui non era stato invitato. L'invito era solo per mia madre e per me. Questo era un altro particolare che mi fece pensare che non sarebbe stata solo una cena. Comunque appena entrammo in sala non passammo di certo inosservate per come eravamo vestite. Sembravamo due puttane di alto rango. Paolo, così si chiamava il politico che mia madre voleva arruffianarsi, era seduto in fondo alla sala con suo figlio, il quale aspirava senza dubbi a me, d'altronde ero lì per lui. Non era difficile intuirlo che mentre mia madre si lavorava Paolo io mi sarei dovuta lavorare suo figlio.
Quando ci videro vennero verso di noi a baciarci la mano, poi ci accompagnarono galantemente al loro tavolo. Il figlio di Paolo fece scivolare una mano sul mio culo e me lo palpò, e io gliela allontanai bruscamente guardandolo in cagnesco. Ci mettemmo a sedere e Paolo cominciò con una serie di convenevoli davvero disgustosi, dicendo a me e a mia madre quanto eravamo belle. Le lusinghe si sprecavano. Solo suo figlio non diceva niente, continuava a fissarmi e a cercare di infilarmi una mano sotto il vestito, per cercare di raggiungere la mia fighetta. Ma io puntualmente gli allontanavo la mano.
Mia madre e Paolo cominciarono a parlare di lavoro e di quella benedetta concessione per i locali del negozio. Ad un certo punto suo figlio mi prese il polso e mi portò la mano verso la patta dei suoi pantaloni, che aveva precedentemente aperto tirando fuori il cazzo già bello duro. Mi costrinse a prenderglielo in mano, e io non mi opposi. Pensai che se lo avessi segato e se avessi fatto un buon lavoro facendolo sborrare, forse mi avrebbe lasciata in pace per tutta la serata. E allora cominiciai a lavorarmelo per bene, mentre mia madre e Paolo parlavano di affari. Speravo soltanto di non dare scandalo; qualcuno avrebbe potuto vederci. Purtroppo non ci fu verso di farlo venire subito, nonostante mi stessi impegnando non poco. Gli stavo facendo davvero una sega colossale, e lui riusciva a resistere bene alle mie attenzioni. Mentre glielo menavo lui mi sussurrava cose porche all'orecchio.
- Che gran maiala che sei - mi diceva. - Secondo me c'hai il buco del culo rotto.
- Sbrigati a sborrare - gli dissi. - Mi si sta stancando il braccio.
Notai che anche dall'altra parte del tavolo stava succedendo qualcosa di altrettanto porco. Anche mia madre stava facendo una sega a Paolo. Lo capii perchè lui ad un certo punto disse: "fai piano, sennò mi fai sborrare subito". E mia madre: "come desideri". Alla fine ci accompagnarono anche a casa, anche se non avevano ancora sborrato, e la cosa mi fece insospettire non poco. Come mai ci stavano accompagnando a casa senza aver neppure concluso niente? Poi la risposta arrivò presto. Era in macchina che i due volevano concludere la serata, appropriandosi delle nostre bocche. E così partimmo; io ero seduta dietro, il figlio di Paolo era accanto a me e mi guardava con il desiderio acceso di avermi stampato negli occhi. Mia madre era davanti insieme a Paolo. Ad un certo punto lui disse:
- Ebbene, la nostra serata si avvia verso la conclusione, adesso non mancano che le vostre divine bocche sui nostri caldi membri - Paolo tirò giù la lampo dei pantaloni mentre guidava e fece uscire fuori il suo cazzo dritto. Lo stesso fece suo figlio, e io non potetti fare a meno di guardarli entrambi. Erano diversi, nonostante dentro le loro vene pulsasse lo stesso sangue. Quello di Paolo era più piccolo e rugoso. Invece quello di suo figlio era (chiaramente) più giovane e invitante, anche se non ero per niente interessata a sbocchinarlo o a farci altro.
- Cosa?! - esclamai. - Ma siete pazzi o cosa?
Mia madre mi ammonì con un'occhiata delle sue.
- Moana, sii gentile - a quel punto la vidi abbassarsi sul cazzo di Paolo per dargli quello che voleva. Io ero senza parole, e prima di poter dire qualcosa il figlio di Paolo mi prese per i capelli e mi fece abbassare sul suo palo, che praticamente mi trovai a pochi centimetri dalla bocca, e quello che dovevo fare era evidente. Così pensai che se ce l'avessi messa tutta sarei riuscito a farlo sborrare in pochi minuti. Così non persi tempo e tirai fuori la lingua leccandolo dalle palle fino a salire su, verso la cappella, poi lo feci entrare in bocca e iniziai a lavorarlo pesantemente. Non sapeva con chi aveva a che fare. Lo avrei fatto venire così in fretta da farlo sentire ridicolo. In quanto a pompini non ero seconda a nessuno. Forse neppure a mia madre, che a quanto potevo vedere se la cavava benissimo. Ogni tanto lanciavo un'occhiata verso di lei per vedere a che punto era. Ci sapeva fare molto bene, la troia. Chissà quanti ne aveva presi di cazzi in bocca! Non per niente era Sabrina Bocca e Culo, e io ero sua figlia, e modestia a parte ero sicura di essere molt più brava di lei nel far godere gli uomini. Voi dite di no? Beh, sicuramente mia madre aveva più esperienza di me, questo non lo metto in dubbio.
Comunque dopo una serie di intensi risucchi riuscii a farlo sborrare. Il suo sperma mi zampillò in bocca, in parte lo ingoiai. Poi toccò anche a Paolo raggiungere l'orgasmo nella bocca di mia madre. Quando tornammo a casa mia madre mi disse che "l'affare" si era concluso nel migliore dei modi; si era aggiudicata l'affitto del negozio. Mio padre era nel letto che dormiva, e noi andammo a fare una doccia. Era la prima volta che facevo la doccia con mia madre. L'aiutai a insaponarla concentrandomi inspiegabilmente sulle sue tette. Gliele presi in mano e gliele palpai, provando una strana attrazione che non avevo mai provato prima. Lei rise, perchè anche a lei sembrò strano quello stavo facendo.
- Che fai? - mi domandò.
- Hai proprio delle belle tette, mamma.
Restammo sotto il getto d'acqua per molto tempo a coccolarci e a stuzzicarci nei punti più caldi. Non so come, ma quell'esperienza aveva consolidato il nostro rapporto, che ultimamente si era parecchio deteriorato. Ad un certo punto feci una cosa davvero inaspettata, seguendo l'istinto. In quel momento sentivo di volerlo fare, e così la baciai, e le nostre lingue si incontrarono, e nel frattempo le presi le natiche con le mani e gliele palpai. Quello che stavo facendo mi piaceva da morire, e a quanto pare anche a mia madre, la quale non si oppose, anzi, sembrava piacerle anche a lei. Poi dopo un pò scoppiammo a ridere, come se quello che stavamo facendo fosse un gioco, un gioco erotico tra due amiche. Mi chiedevo soltanto se quella cosa avrebbe avuto un seguito. Ma farlo mi era piaciuto davvero tanto. Ero così eccitata che quando andai a mettermi a letto invece di addormentarmi mi sgrillettai fino a raggiungere l'orgasmo. Ma cosa mi stava succedendo? Cos'era quell'irresistibile attrazione che avevo nei confronti di mia madre?
Moana.
Mio padre ci accompagnò all'appuntamento. Io avevo davvero poca voglia di fare quella cosa, ma mia madre mi disse di cercare di essere carina. Io non riuscivo a capire se mio padre si rendesse conto di quello che stavamo facendo; o era completamente ingenuo, oppure come mia madre pensava che gli affari erano pur sempre affari. Ma chissà, forse ero io che mi stavo facendo tutto un film in testa, e forse era davvero solo una cena.
Arrivammo al ristorante dove avevamo fissato l'appuntamento con i due, un ambiente elegante ma non eccessivamente. Mio padre ci salutò; lui non era stato invitato. L'invito era solo per mia madre e per me. Questo era un altro particolare che mi fece pensare che non sarebbe stata solo una cena. Comunque appena entrammo in sala non passammo di certo inosservate per come eravamo vestite. Sembravamo due puttane di alto rango. Paolo, così si chiamava il politico che mia madre voleva arruffianarsi, era seduto in fondo alla sala con suo figlio, il quale aspirava senza dubbi a me, d'altronde ero lì per lui. Non era difficile intuirlo che mentre mia madre si lavorava Paolo io mi sarei dovuta lavorare suo figlio.
Quando ci videro vennero verso di noi a baciarci la mano, poi ci accompagnarono galantemente al loro tavolo. Il figlio di Paolo fece scivolare una mano sul mio culo e me lo palpò, e io gliela allontanai bruscamente guardandolo in cagnesco. Ci mettemmo a sedere e Paolo cominciò con una serie di convenevoli davvero disgustosi, dicendo a me e a mia madre quanto eravamo belle. Le lusinghe si sprecavano. Solo suo figlio non diceva niente, continuava a fissarmi e a cercare di infilarmi una mano sotto il vestito, per cercare di raggiungere la mia fighetta. Ma io puntualmente gli allontanavo la mano.
Mia madre e Paolo cominciarono a parlare di lavoro e di quella benedetta concessione per i locali del negozio. Ad un certo punto suo figlio mi prese il polso e mi portò la mano verso la patta dei suoi pantaloni, che aveva precedentemente aperto tirando fuori il cazzo già bello duro. Mi costrinse a prenderglielo in mano, e io non mi opposi. Pensai che se lo avessi segato e se avessi fatto un buon lavoro facendolo sborrare, forse mi avrebbe lasciata in pace per tutta la serata. E allora cominiciai a lavorarmelo per bene, mentre mia madre e Paolo parlavano di affari. Speravo soltanto di non dare scandalo; qualcuno avrebbe potuto vederci. Purtroppo non ci fu verso di farlo venire subito, nonostante mi stessi impegnando non poco. Gli stavo facendo davvero una sega colossale, e lui riusciva a resistere bene alle mie attenzioni. Mentre glielo menavo lui mi sussurrava cose porche all'orecchio.
- Che gran maiala che sei - mi diceva. - Secondo me c'hai il buco del culo rotto.
- Sbrigati a sborrare - gli dissi. - Mi si sta stancando il braccio.
Notai che anche dall'altra parte del tavolo stava succedendo qualcosa di altrettanto porco. Anche mia madre stava facendo una sega a Paolo. Lo capii perchè lui ad un certo punto disse: "fai piano, sennò mi fai sborrare subito". E mia madre: "come desideri". Alla fine ci accompagnarono anche a casa, anche se non avevano ancora sborrato, e la cosa mi fece insospettire non poco. Come mai ci stavano accompagnando a casa senza aver neppure concluso niente? Poi la risposta arrivò presto. Era in macchina che i due volevano concludere la serata, appropriandosi delle nostre bocche. E così partimmo; io ero seduta dietro, il figlio di Paolo era accanto a me e mi guardava con il desiderio acceso di avermi stampato negli occhi. Mia madre era davanti insieme a Paolo. Ad un certo punto lui disse:
- Ebbene, la nostra serata si avvia verso la conclusione, adesso non mancano che le vostre divine bocche sui nostri caldi membri - Paolo tirò giù la lampo dei pantaloni mentre guidava e fece uscire fuori il suo cazzo dritto. Lo stesso fece suo figlio, e io non potetti fare a meno di guardarli entrambi. Erano diversi, nonostante dentro le loro vene pulsasse lo stesso sangue. Quello di Paolo era più piccolo e rugoso. Invece quello di suo figlio era (chiaramente) più giovane e invitante, anche se non ero per niente interessata a sbocchinarlo o a farci altro.
- Cosa?! - esclamai. - Ma siete pazzi o cosa?
Mia madre mi ammonì con un'occhiata delle sue.
- Moana, sii gentile - a quel punto la vidi abbassarsi sul cazzo di Paolo per dargli quello che voleva. Io ero senza parole, e prima di poter dire qualcosa il figlio di Paolo mi prese per i capelli e mi fece abbassare sul suo palo, che praticamente mi trovai a pochi centimetri dalla bocca, e quello che dovevo fare era evidente. Così pensai che se ce l'avessi messa tutta sarei riuscito a farlo sborrare in pochi minuti. Così non persi tempo e tirai fuori la lingua leccandolo dalle palle fino a salire su, verso la cappella, poi lo feci entrare in bocca e iniziai a lavorarlo pesantemente. Non sapeva con chi aveva a che fare. Lo avrei fatto venire così in fretta da farlo sentire ridicolo. In quanto a pompini non ero seconda a nessuno. Forse neppure a mia madre, che a quanto potevo vedere se la cavava benissimo. Ogni tanto lanciavo un'occhiata verso di lei per vedere a che punto era. Ci sapeva fare molto bene, la troia. Chissà quanti ne aveva presi di cazzi in bocca! Non per niente era Sabrina Bocca e Culo, e io ero sua figlia, e modestia a parte ero sicura di essere molt più brava di lei nel far godere gli uomini. Voi dite di no? Beh, sicuramente mia madre aveva più esperienza di me, questo non lo metto in dubbio.
Comunque dopo una serie di intensi risucchi riuscii a farlo sborrare. Il suo sperma mi zampillò in bocca, in parte lo ingoiai. Poi toccò anche a Paolo raggiungere l'orgasmo nella bocca di mia madre. Quando tornammo a casa mia madre mi disse che "l'affare" si era concluso nel migliore dei modi; si era aggiudicata l'affitto del negozio. Mio padre era nel letto che dormiva, e noi andammo a fare una doccia. Era la prima volta che facevo la doccia con mia madre. L'aiutai a insaponarla concentrandomi inspiegabilmente sulle sue tette. Gliele presi in mano e gliele palpai, provando una strana attrazione che non avevo mai provato prima. Lei rise, perchè anche a lei sembrò strano quello stavo facendo.
- Che fai? - mi domandò.
- Hai proprio delle belle tette, mamma.
Restammo sotto il getto d'acqua per molto tempo a coccolarci e a stuzzicarci nei punti più caldi. Non so come, ma quell'esperienza aveva consolidato il nostro rapporto, che ultimamente si era parecchio deteriorato. Ad un certo punto feci una cosa davvero inaspettata, seguendo l'istinto. In quel momento sentivo di volerlo fare, e così la baciai, e le nostre lingue si incontrarono, e nel frattempo le presi le natiche con le mani e gliele palpai. Quello che stavo facendo mi piaceva da morire, e a quanto pare anche a mia madre, la quale non si oppose, anzi, sembrava piacerle anche a lei. Poi dopo un pò scoppiammo a ridere, come se quello che stavamo facendo fosse un gioco, un gioco erotico tra due amiche. Mi chiedevo soltanto se quella cosa avrebbe avuto un seguito. Ma farlo mi era piaciuto davvero tanto. Ero così eccitata che quando andai a mettermi a letto invece di addormentarmi mi sgrillettai fino a raggiungere l'orgasmo. Ma cosa mi stava succedendo? Cos'era quell'irresistibile attrazione che avevo nei confronti di mia madre?
Moana.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)





