sabato 28 luglio 2018

Ecco a lei

la mia fidanzata shemale.

(in foto: Itzel, Stunning Itzel, Shemale.xxx)


[postato da Rocco]

   Era tutto pronto. Beatrice aveva indossato un vestito da sera porchissimo, con uno scollo osceno da cui le tette sembravano voler uscire fuori da un momento all’altro, e poi era così corto che era costretta a tirarselo continuamente giù, per evitare che le si vedesse il batocchio. Un vestito che certamente metteva in risalto le sue eccitanti forme, e che valorizzava soprattutto le sue splendide cosce, che avrebbero fatto invidia a qualsiasi donna.
   L’accompagnai in macchina dove mi aveva detto lui, un hotel di lusso che stava al centro. Lui era nella hall che stava aspettando, e non appena ci vide venne verso di noi e in modo galante baciò una mano della mia Beatrice. Praticamente gliela stavo consegnando e lui ne avrebbe fatto quello che voleva. Prima però avrebbero cenato insieme, nel ristorante del hotel, e poi dopo cena l’avrebbe portata su, nella camera che aveva prenotato e dove avrebbe trascorso tutta la notte insieme alla mia fidanzata. Avevo pensato bene di mettere nella borsetta di Beatrice una confezione di preservativi, nel caso in cui lui ne fosse sprovvisto. Sapevo che lei nella fase dei preliminari lo faceva senza, quindi praticava il sesso orale senza la protezione, però poi prima di fare entrare il partner di turno  nel suo buco del culo si premurava di fargli indossare il profilattico.
   Io restai fuori all’albergo ad aspettare che tutto fosse finito. Ad un certo punto mi accorsi che da fuori si poteva vedere tramite una parete a vetro l’interno del ristorante, e quindi riuscii a vederli mentre cenavano. Erano seduti l’uno di fronte all’altro, e vedevo che lui parlava in continuazione, e lei invece ascoltava, con un atteggiamento direi quasi di sottomissione. Poi lui si accorse del tatuaggio che Beatrice aveva nella parte inferiore del braccio, era il suo nome scritto in lungo con caratteri stilizzati: Beatrice La Vacca, c’era scritto. E allora lui mi sembrò sorpreso, e lessi tramite il labiale quello che le stava dicendo: “cosa vuol dire?”.
   “È il mio nome” rispose lei.
   “Che coincidenza! Io invece mi chiamo Vito Montalavacca. Quindi sono quasi obbligato a montarti, non credi?” le domandò divertito.
   “Sì” rispose lei sfoggiando uno dei suoi incantevoli sorrisi. “L’importante è che tu dopo conceda al mio fidanzato quella cosa”.
   “Ma certo che lo farò. Puoi stare tranquilla”.
   Come avrei voluto essere lì dentro per ascoltare tutto quello che si stavano dicendo. Perché ovviamente con la lettura del labiale non riuscivo a capire proprio tutto. Certe cose mi sfuggivano. Però devo dire che Beatrice stava facendo proprio un ottimo lavoro; stava fingendo proprio bene nel mostrarsi compiaciuta della presenza di lui, come del resto faceva con tutti i clienti dello strip bar. Aveva un’abilità degna di un’attrice di Hollywood nel fare gli occhietti dolci e nel far intendere agli uomini che aveva davanti di aver perso la testa per loro. Beatrice era una bugiarda patentata, e questa cosa le permetteva di avere tutti gli uomini ai suoi piedi. Aveva un modo di guardarti che ti faceva perdere la ragione. E in quel momento quello sguardo magico e incredibilmente erotico stava ipnotizzando Vito Montalavacca. Ormai lo aveva catturato. Era suo.
   Ad un tratto lui disse che aveva un pensierino per lei, e tirò fuori dalla tasca della giacca un astuccio nero.
   “Cos’è?” chiese Beatrice.
   E lui: “è solo una sciocchezza che mi piacerebbe che tu indossassi”.
   Così vidi la mia fidanzata aprire l’astuccio e dentro c’era un collarino, che lui prontamente l’aiuto ad indossare allacciandoglielo intorno al collo. E c’era una scritta sopra con i caratteri in rilievo, probabilmente le lettere erano d’argento, e c’era scritto: sex toy, cioè giocattolo del sesso. La mia Beatrice era questo che rappresentava per lui, un giocattolo per far godere gli uomini. Ma probabilmente rappresentava un giocattolo per godere anche per la maggior parte degli uomini con cui era andata a letto. Questo era il suo destino. “Questa è l’unica cosa che so fare” mi aveva detto una volta. Ovviamente era una frase che le era stata dettata dalla scarsa fiducia che aveva in se stessa, ma era probabilmente anche quello che le avevano fatto credere gli uomini con cui aveva fatto l’amore, che l’avevano utilizzata a scopo ricreativo e basta. D’altronde Beatrice è una transgender, e si sa che le persone associano alle ragazze come lei esclusivamente il sesso. Come se il pensiero comune fosse che se se una shemale il tuo unico scopo è quello. Ma ovviamente non è così. Spesso il pensiero comune è superficiale o addirittura completamente sbagliato.
   Dopo cena, come era ovvio, decisero di salire su in camera. Quindi vidi lui alzarsi e prendere per mano la mia fidanzata, e insieme andarono verso l’ascensore che li avrebbe condotti verso l’alcova dell’amore. A quel punto non mi sarebbe stato più possibile spiarli. Avrei dovuto attendere fuori dall’hotel, e quindi per il nervosismo iniziai a fumare una sigaretta dopo l’altra. Però ovviamente non facevo che pensare a loro, a quello che stavano facendo, e soprattutto a quello che lui le stava chiedendo di fare. Potevo immaginarlo. Immaginavo lei inginocchiata davanti a lui, mentre praticava il sesso orale, e lui che le teneva una mano tra i capelli aiutandola nei movimenti e affondandole di tanto in tanto il suo attrezzo fino in gola quasi fino a soffocarla. E poi quando sarebbe stato il momento di penetrarla lo avrebbe fatto senza ritegno, facendola mettere sul letto col culo rivolto verso l’alto e le natiche oscenamente aperte, e lui sopra di lei con il suo palo di carne che man mano si faceva strada nel condotto anale.
   Riuscivo quasi a sentire le sculacciate che le avrebbe riservato durante la penetrazione, gli epiteti offensivi che le avrebbe rivolto per tutto il tempo e lei che come suo solito gli sussurrava di essersi innamorata di lui. Lo faceva sempre, anche con i clienti dello strip bar, era il suo modo per farli sborrare in tempi record. Ma era soprattutto un sistema per fargli sborrare il cervello. Lei chiamava questa tecnica “Girlfriend Experience”, praticamente si comportava con loro come una specie di fidanzata. Capirete da soli che questo aveva fatto di lei una delle ragazze più desiderate dello strip bar in cui lavorava. Ecco da dove aveva preso tutti quei soldi che teneva nascosti in casa, nell’incavo sotto la mattonella, e che mi aveva offerto affinché io potessi realizzare il mio progetto. Anche se in realtà io non li avevo presi; o perlomeno non ancora. Sapevo che erano lì, e che lei si era offerta di darmeli. Ma erano soldi che avevano l’odore di tutta la sborra che centinaia di uomini avevano riversato su di lei e dentro di lei. Erano frutto, è proprio il caso di dirlo, del sudore del suo culo. Non me la sentivo di prenderli. Già era tanto quello che stava facendo per me quella sera, dando via il suo corpo in cambio di una concessione che mi avrebbe permesso di avviare la mia attività. 
   

martedì 24 luglio 2018

Il tesoro

di Beatrice. 

(in foto: Jenna Tales, Cumshot Friday, Shemale.xxx)


[postato da Rocco]

   Per la questione del ristorante chiesi il parere di Beatrice. Era la mia fidanzata, per cui era giusto sapere lei cosa ne pensasse. Quindi andai a casa sua ma lei era impegnata con un cliente. Sì, qualche volta si portava i clienti dello strip bar a casa. Mi disse di aspettare nel soggiorno. La casa di Beatrice non era molto grande; praticamente era composta da un un piccolo bagno e una cucina, e poi c’era un soggiorno con un divano e una tivù e una portafinestra che dava su un balconcino, e infine c’era una camera da letto con una tenda di seta verde al posto della porta. La tenda serviva a dare una parvenza di privacy, che però in realtà era solo apparenza, perché era pur sempre un pezzo di stoffa che certamente delimitava il campo visivo, ma poi a conti fatti ti sentiva tutto quello che succedeva dentro.
   Al momento quella casa rappresentava tutto ciò che Beatrice poteva permettersi. E infatti anche per questo mi stava a cuore il progetto di avviare un’attività tutta mia, perché così avrei potuto avere dei profitti e dare a Beatrice la casa dei suoi sogni. Lei diceva sempre che il suo sogno era vivere in una villa di lusso, e io era proprio ciò che volevo darle, il lusso e il benessere che sognava.
   Comunque aspettai nel soggiorno come mi aveva chiesto. In camera da letto c’era un cliente dello strip bar con cui probabilmente a breve avrebbe fatto l’amore. Sentivo le loro voci ma non li vedevo per via della tenda. C’era lei che gli stava mandando il cervello in estasi con le parole; era il suo modo di far perdere la testa agli uomini prima di cominciare con il sesso vero e proprio. Era il suo antipasto, diciamo.
   “Mi fai perdere la testa” gli disse. “Sono pazza di te”.
   “Se mia moglie sapesse cosa sto facendo...”.
   “Non ci pensare a tua moglie. Pensa soltanto a noi due” a quel punto seguirono rumori di due bocche che si baciano e gli schioppettì delle labbra inumidite che si incontrano. Poi ad un certo punto questi suoni terminarono e lei gli domandò: “c’è qualcosa che non va, tesoro?”.
   “È che ci conosciamo così poco, e già ci stiamo baciando”.
   “Di cosa hai paura?”.
   “Beh girano così tante malattie...”.
   “Io sono sanissima, amore mio. Uso sempre tutte le precauzioni quando faccio l’amore. Però se vuoi possiamo anche fermarci qui”.
   “Non lo so, è che tu sei così bella… e mi piacerebbe molto fare l’amore con te”.
   “Allora facciamo così, ti lascio cinque minuti da solo per pensarci bene.  Intanto vado a prendere i preservativi e il lubrificante”.
   A quel punto vidi Beatrice scostare la tenda che separava la camera da letto e uscire; a parte un perizoma nero non indossava altro. Venne verso di me e mi baciò e si mise a sedere accanto a me sul divano. Mise le sue splendide cosce sulle mie ginocchia e io cominciai ad accarezzargliele.
   “Come va con il tuo cliente?”.
   “Non è un cliente, è un ammiratore” mi rispose.
   Lei ci teneva a precisare questa cosa, che quelli con cui andava nel privè dello strip bar o che qualche volta portava a casa non erano clienti, ma ammiratori. I clienti ce li hanno le puttane, diceva, lei invece era qualcosa in più, ragion per cui i suoi erano ammiratori. Lei non offriva il suo corpo, lei offriva “un’esperienza”. Insomma erano tutte cose che diceva forse per giustificare quello che faceva. O forse lo diceva soltanto per fare dell’ironia, chi lo sa. Beatrice aveva un senso dello humour tutto suo, che certe volte non riuscivi a capire se faceva sul serio oppure stesse soltanto scherzando.
   “Comunque non va per niente bene” continuò. “È uno di quegli ammiratori che vogliono venire a letto con me, e poi all’ultimo si tirano indietro perché hanno troppa fifa di prendersi una malattia. Gli ho detto che sarei ritornata da lui tra cinque minuti, così da dargli il tempo di decidere cosa fare. Nel frattempo possiamo parlare. Cosa volevi dirmi?”.
   Le spiegai il mio progetto di rilevare il ristorante abbandonato che c’era sulla spiaggia nudista che eravamo soliti frequentare, e che per farlo avevo bisogno di fondi e soprattutto della concessione. Lei si mostrò incredibilmente interessata alla faccenda e alla fine disse sì, che mi avrebbe appoggiato in tutto e per tutto. Poi ad un certo punto si alzò dal divano e fece qualche passo in avanti fino a raggiungere il centro esatto della stanza, e a quel punto si piegò in avanti, donandomi lo spettacolo del suo culo burroso, e in quella posizione le natiche si aprirono e vidi il suo delizioso ingresso del condotto anale, in cui erano penetrati centinaia di uomini, e ancora tanti altri lo avrebbero percorso nella sua interezza. Il buchetto della passione, come lei lo aveva ribattezzato. Anche mia sorella Moana aveva dato un nome al suo buchetto, e lo aveva chiamato il buchetto del peccato. Moana e Beatrice avevano due concezioni diverse dei propri orifizi anali, ma entrambe lo usavano meravigliosamente per dare e ricevere piacere.
   Vidi Beatrice sollevare una mattonella. Era una cosa che avevo visto fare soltanto in certi film. Sotto la mattonella c’era un buco, e dentro c’erano delle mazzette di soldi ben ordinate, che sembravano quasi fresche di stampa. Me le fece vedere. Era tantissimo denaro, non ne avevo mai visto tanto. Era tutto frutto del suo lavoro, dei suoi pompini, delle sue penetrazioni anali, era tutto racchiuso sotto quella mattonella. E devo dire che fui spaventato da quante banconote c’erano. Avrebbe dovuto tenerle in banca, e invece mi disse che erano più al sicuro lì, sotto la mattonella. Io non ero d’accordo. E se qualcuno avesse scoperto quel nascondiglio? Beatrice rischiava di rimanere senza neppure un centesimo.
   “Prendili” mi disse. “Puoi prenderli tutti”.
   “No no, non se ne parla” le risposi. “Quelli sono i tuoi soldi, che hai guadagnato con il tuo duro lavoro”.
   “Ma non te li sto mica regalando, te li sto soltanto prestando. Poi me li ridarai quando la tua attività comincerà a fruttare”.
   Le dissi di rimetterli a posto, e che se ne avessi avuto bisogno glieli avrei chiesti. Allora lei rimise il denaro nel buco e ci mise la mattonella sopra. Era incredibile quanti soldi aveva accumulato. Ma per quale ragione? Forse per esaudire tutti i suoi desideri.
   Il cliente (anzi, l’ammiratore) che era nella camera da letto uscì fuori spostando la tenda di lato e mi vide. Aveva un’erezione niente male, ma era messo maluccio, era anzianotto, il classico uomo sposato in cerca di avventure piccanti extraconiugali.
   “Salve” mi disse, e io risposi al suo saluto, poi si rivolse alla mia fidanzata: “Beatrice, io come puoi vedere sono pronto. Possiamo cominciare”.
   “Sono subito da te, amore mio”.
   A quel punto salutai la mia fidanzata e andai via, lasciandola lavorare in pace. Ma prima di andarmene la vidi rientrare in camera da letto spostando la tenda, e sentii la voce di lui che diceva: “chi è quel giovanotto?”.
   “È il mio fidanzato” rispose lei.
   “Sei fidanzata?” domandò lui sorpreso. “E gli va bene quello che stiamo per fare?”.
   “Sì, non preoccuparti. Sta andando via. E comunque lui mi rispetta e rispetta le mie scelte. Per questo ho deciso di essere la sua fidanzata”.
   “Contento lui… beh, adesso cominciamo. Mettiti alla pecorina e lasciami entrare dentro”.
   “Mmh… sì! Accomodati pure”.
  

sabato 21 luglio 2018

Una moglie

transgender. 

(in foto: Chanel Santini, Control Her, TransAngel.com)


[postato da Rocco]

   Mentre mia sorella Moana cercava di ristabilire l’ordine, ricostruendo la relazione con Berni e facendogli capire che in ogni caso sarebbe stata sempre lei a comandare, io invece stavo cercando di dare una svolta alla mia vita su tutti i fronti. La mia relazione con Beatrice (la mia fidanzata transgender) andava alla grande, e la nostra vita di letto era sempre piena di sorprese. Ormai era diventata quasi una consuetudine far entrare altri uomini sotto le nostre lenzuola. Potrei star qui giorni e giorni a raccontarvi delle innumerevoli esperienze che abbiamo avuto, ma non è di questo che vi voglio parlare oggi.
   Come vi dicevo poco fa volevo dare una svolta alla mia vita, o forse dovrei dire alla “nostra vita”, perché i cambiamenti che volevo apportare riguardavano anche Beatrice. Ma andiamo per ordine. Prima di tutto il mio lavoro non lo sopportavo più. Ormai da parecchi anni lavoravo come cuoco nella cucina di un ospedale, ma non riuscivo ad essere soddisfatto né a livello economico né a livello professionale. Volevo qualcosa di più. E per farlo non avevo altra possibilità che mettermi in proprio. E infatti già avevo cominciato a guardarmi intorno, e in effetti avevo trovato qualcosa di interessante di cui vi parlerò dopo.
   Il secondo cambio di rotta a cui miravo riguardava l’appartamento in cui abitavo; volevo lasciarlo per andare a vivere insieme a Beatrice. Magari in un appartamento lussuoso, come piaceva a lei, perché lei mirava proprio a questo, al benessere, e io volevo darglielo. Beatrice abitava in un tugurio che stava nei pressi della stazione; un appartamento molto piccolo, che non aveva proprio niente a che vedere con quello che lei aveva sempre sognato. E nonostante adesso avesse uno stipendio fisso (era già da un anno che lavorava nello strip bar di mio zio Giuliano) anche lei non si sentiva sufficientemente realizzata. Lei sognava il lusso, sognava una villa faraonica, sognava di essere ricoperta di gioielli e vestiti molto costosi. E spesso devo dire che i clienti dello strip bar le facevano certi regali davvero incredibili; collier di diamanti, orologi d’oro e molto altro, e lei per ringraziarli li portava nel privè e faceva delle cose con loro. Non mi aveva mai detto con esattezza cosa faceva, era sempre rimasta sul vago, ma potevo intuirlo. Ma a me non dispiaceva, perché in fin dei conti era il suo lavoro.
   Io abitavo in un appartamento insieme ad un collega di lavoro di cui vi ho parlato parecchio tempo fa. Lui si chiamava Rocki, ed era una vera macchina del sesso che non faceva prigionieri. Ogni sera si scopava una ragazza diversa. E si era scopato anche la mia Beatrice, più volte, e io non avevo detto niente, in parte perché mi era piaciuto guardarli mentre lo facevano, e poi perché sapevo che lei lo trovava irresistibile, ma in fin dei conti non lo amava. Lei amava soltanto me.
   Beatrice era spesso a casa nostra, e dormiva da noi. Una volta aveva dormito anche nel letto di Rocki, perché avevano fatto l’amore e poi lei era collassata tra le sue lenzuola per l’intenso orgasmo che aveva avuto, e quindi era rimasta con lui. Comunque bisogna dire che lei non faceva che provocarlo, perché quando era da noi spesso girava per casa in costume, oppure completamente nuda, e quindi Rocki appena vedeva quel suo corpo divino gli veniva subito duro, e allora andava da lei e la prendeva da dietro con le braccia e le iniziava a tempestare il collo di baci, e con le mani gli prendeva le tette e iniziava a smanacciargliele, e lei glielo lasciava fare senza opporsi, perché gli piaceva da morire. E poi a quel punto lei si inginocchiava davanti a lui e gli tirava il cazzo fuori dai pantaloni e iniziava a sbocchinarlo. E poi dopo un po' facevano l’amore.
   Una volta ero ritornato a casa dal lavoro e li trovai mentre lo stavano facendo. Lei era venuta a trovarmi, e invece aveva trovato lui, e quindi avevano dapprima fatto un po' di petting sul divano, e poi quando finalmente rientrai dal lavoro loro erano già arrivati quasi alla conclusione del rapporto. C’era Beatrice piegata sul tavolo della sala da pranzo e Rocki che la inculava senza sosta, quasi come se il suo intento fosse quello di rompergli il culo, e le teneva una mano premuta sulla schiena per non permetterle alcun movimento.
   Poi ad un certo punto lui sfilò il suo attrezzo dal condotto anale della mia fidanzata e iniziò a sborrare poderosamente sulla sua schiena. C’era così tanta sborra che alla fine Beatrice decise di andare a fare una doccia.
   Anche per questo motivo avevo deciso di cambiare appartamento e prenderne uno tutto nostro, perché in casa con Rocki praticamente la nostra relazione era continuamente compromessa, dal momento che lui non poteva fare a meno di fare l’amore con la mia fidanzata. Ripeto, non mi dava fastidio quando lo facevano, però mi sarebbe piaciuto ritornare a casa e trovare la mia fidanzata ad aspettarmi, da sola, senza Rocki che consumava tutte le energie di Beatrice. Praticamente avevo un po' di pace soltanto quando ero io ad andare a casa della mia fidanzata, perché lì eravamo soltanto noi due, e quindi potevamo coccolarci tutto il tempo che volevamo.
   Ma la questione della casa sarebbe rimasta in sospeso per altro tempo ancora. Perché prima dovevo pensare ad un altro affare. E cioè, come dicevo prima, avevo pensato di lasciare il lavoro e di mettermi in proprio. E avevo avuto un’idea che se fossi riuscito a portare avanti mi sarebbe fruttata parecchio denaro. Certamente ne avrei speso parecchio per realizzare questo sogno, ma poi avrei anche incassato altrettanto. Si trattava di comprare e rimettere a nuovo un vecchio ristorante che stava sulla spiaggia nudista che io e Beatrice eravamo soliti frequentare, ovvero la spiaggia dell’Ultimo Scoglio.
   Una volta infatti c’era un ristorante, che poi era andato distrutto a causa di un incendio, e quindi era stato chiuso per più di vent’anni. La mia idea era di comprarlo e rimetterlo a nuovo. Ma avevo bisogno di molto denaro per farlo. E soprattutto avevo bisogno delle conoscenze giuste. Ci voleva la licenza per farlo, e le licenze si sa che non è facile averle.
   Se la cosa riusciva ad andare avanti poi avrei comprato la villa faraonica che Beatrice sognava da sempre, e le avrei chiesto di sposarmi,  e saremmo stati felici per tutta la vita, anche se lei indubbiamente avrebbe avuto rapporti con altri uomini, perché non ne poteva fare a meno. La mia fidanzata era innamorata dell’amore, e poi era bellissima, per cui era normale se altri uomini avrebbero cercato di portarsela a letto. E lei non era mai stata molto brava a resistere alle tentazioni. Però l’importante per me era sapere che nonostante tutto lei sarebbe stata in ogni caso mia moglie.

giovedì 19 luglio 2018

Moana, una bambola

guerriera. 

(in foto: Carter Cruise, Fantasies, NewSensation.com)


[postato da Berni]

   Alle sei e mezza un rumore tremendo mi fece svegliare. Sembrava qualcosa che si infrangeva, ma subito mi rimisi a dormire, perché ero convinto che qualsiasi cosa fosse di certo non riguardava me. Chissà, magari avevo soltanto sognato.
   Quando poi mi svegliai definitivamente alle otto mi accorsi che non era stato un sogno, era davvero successo qualcosa. E purtroppo era qualcosa che mi riguardava. Moana dormiva beatamente, ma mi accorsi di un fatto anomalo, e cioè che ai piedi del suo lato del letto giaceva la sua mazza da softball, la sua Morgana, con la quale aveva vinto non poche partite, e con la quale aveva anche permesso alla sua squadra di vincere un campionato. Di solito Moana la custodiva in una panca nell’ingresso, per cui mi chiesi come ci fosse finita lì per terra. Possibile che c’erano stati i ladri? E se sì, come mai non avevano portato via niente? Infatti era tutto al suo posto, tranne quella mazza da softball.
   Comunque feci colazione e mi preparai ad uscire, e quando arrivai alla macchina mi resi conto che quel rumore che avevo sentito non me l’ero sognato per niente. Qualcuno mi aveva sfondato un finestrino, esattamente quello del lato del guidatore. La prima cosa che mi venne da pensare fu che qualcuno aveva tentato di rubarmela. Ma allora perché non l’avevano fatto? Cioè, perché non avevano portato avanti il piano? Forse perché, pensai, non era un tentativo di furto ma un intimidazione. Ma chi era che voleva intimidirmi? Cosa avevo fatto di male per ricevere un tale avvertimento?
   Pensai subito ai casting che stavo facendo in quel periodo per cercare nuovi attori e nuove attrici per il mio nuovo film. Casting che non mi avevano portato a niente. Però chissà, magari quello che mi avevano fatto era l’azione di un fidanzato geloso di una delle ragazze che si era presentata alle selezioni. Ma perché? I miei casting erano puliti; facevo soltanto delle domande alle candidate e ai candidati, per esempio mi facevo raccontare il motivo del perché avevano deciso di intraprendere quella strada. Quindi niente di compromettente. Nell’immaginario collettivo durante i casting andava a finire sempre che i registi o i produttori si montavano le aspiranti attrici per metterle alla prova, ma in verità non era proprio così. O perlomeno per me non lo era. A me bastavano delle domande per capire se potevo fare affidamento su di loro. E fino ad adesso non avevo trovato nulla di buono.
   Ma insomma, chi era stato a spaccarmi il finestrino della macchina?
   Poi all’improvviso ebbi l’illuminazione. Nella mia mente rividi la mazza da softball che giaceva ai piedi del nostro letto. Alzai gli occhi verso il nostro appartamento, che era al secondo piano, cioè l’ultimo. Nel nostro quartiere gli edifici erano tutti di due piani. Non si vedevano quei mostri di cemento che di solito ci sono al centro. Questo dava alla zona una dimensione più umana.
   Ebbene, alzai gli occhi verso l’alto e vidi Moana sul nostro balcone, mi guardava, indossava la sua vestaglia da notte nera, quella trasparente che praticamente si vedeva tutto. Aveva le braccia incrociate e un’espressione sul viso fiera e al tempo stesso divertita. Il sole illuminava i suoi capelli dorati delicatamente mossi da un vento debole, e da qualche parte c’era una musica, anche se non riuscivo a comprendere da dove proveniva, era la famosa marcia del film di Arancia Meccanica, ovvero il monumentale Inno alla Gioia di Ludwig van Beethoven interpretato elettronicamente da Wendy Carlos. Forse era soltanto nella mia testa, o forse no, rimane il fatto che Moana era lì che mi fissava con gli occhi carichi di odio e orgoglio, e un brivido mi percorse lungo tutto il corpo. Era naturale che avrebbe cercato di vendicarsi di quello che avevo fatto. Lei non era una ragazza che si faceva mettere le mani addosso. E quando succedeva state sicuri che presto sarebbe arrivato un contrattacco distruttivo. Moana non faceva sconti a nessuno. Moana non era succube di nessuno, e il vetro spaccato della macchina ne era la prova. E se avessi tentato di rifare quello che avevo fatto quella sera, probabilmente la sua Morgana, ovvero la sua mazza da softball, invece di prendersela con la mia auto, probabilmente mi avrebbe aperto la testa in due parti. Questo ci leggevo nei suoi occhi, ed era proprio questo che stava cercando di farmi capire: stai attento a quello che fai, perché la prossima volta non sarò così clemente, perché questa volta ci sono andata leggera.
   In un certo senso era rassicurante sapere che Moana non era cambiata. Era sempre la stessa ragazza che avevo conosciuto sei anni prima, un po' bambola e un po' amazzone, che di certo non avrebbe mai e poi mai tollerato un gesto come quello che avevo fatto io. Nonostante le apparenze, Moana non era una bambolina con la quale ci si può fare qualsiasi cosa. Puoi farci qualsiasi cosa soltanto se è anche lei a volerlo, ma se provi a sottometterla diventa un problema (tuo). Per farvi capire meglio vi dirò soltanto che quando qualcuno praticava una cumshot sul suo viso in realtà era lei che si stava facendo fare una cumshot sul viso. Era lei che decideva di concederti questo lusso. Senza la sua autorizzazione avresti scatenato soltanto la sua terribile ira, e probabilmente ti saresti ritrovato al pronto soccorso con un testicolo in meno.
   “Sei stata tu?” le chiesi dalla strada.
   “Io? No. È stata Morgana” mi rispose dal balcone.
   “E adesso come faccio ad andare a lavoro?”.
   “Tra dieci minuti dovrebbe passare l’autobus”.   
   Qualche anno fa il fratello di Moana ha scritto un post su questo blog in cui ha detto che per lui sua sorella era stata una specie di supergirl, e che quando erano piccoli ogni volta che si era trovato in difficoltà, che magari c’era un bulletto che lo aveva preso di mira, compariva sua sorella e rimetteva le cose a posto, e gonfiava di botte il bullo. Non aveva mai avuto paura di niente e di nessuno, aveva sempre avuto un coraggio e una forza fuori dal comune. Non si era mai lasciata mettere sotto da nessuno. Nonostante questo Moana era sempre stata l’idolo di tutti i maschietti del quartiere, perché come dicevo poco fa, lei era un po' amazzone e un po' bambola. Insomma, Moana poteva farti godere come nessun altra donna al mondo, ma poteva anche farti soffrire le pene dell’inferno. Tutto dipendeva da come ti ponevi nei suoi confronti. E quel giorno, spaccandomi il finestrino della macchina, me ne aveva dato la prova. Già lo sapevo di cosa era capace di fare quando si sentiva offesa e ferita, ma lei ci aveva comunque tenuto a rinfrescarmi la memoria nel caso in cui me lo fossi dimenticato. Nessuno sarebbe mai riuscito a sottometterla. Moana nascondeva dentro di se un’anima da guerriera, e sottovalutare questa cosa poteva essere un terribile errore.