Visualizzazione post con etichetta piedi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta piedi. Mostra tutti i post

venerdì 19 gennaio 2018

sabato 21 ottobre 2017

giovedì 5 ottobre 2017

La mistress che è in me. 


   Devo ammettere che non volendo quel giorno ero vestita un po' da mistress, nel senso che senza farlo apposta avevo indossato i leggings neri di pelle e un corpetto che mi stringeva in vita e mi strizzava le tette. Ma era stato un puro caso, chi avrebbe mai immaginato di dover fare la mistress per davvero. Di solito non mi vestivo in quel modo; di solito (e credo che ormai lo sapete tutti) preferivo andare in giro con abiti succinti, ma mai con quel tono aggressivo che avevo deciso di adottare quel giorno. Però ogni tanto è bene anche cambiare look, e infatti avevo deciso di provare qualcosa di nuovo, ignara di quello che sarebbe accaduto nel corso della giornata.
   Nell’ascensore dell’albergo chiesi ancora una volta a Romolo se fosse sicuro di quello che mi aveva chiesto.
   “Certo, non desidero altro”.
   “Non è che adesso mi porti in camera e cerchi di violentarmi? No perché in tal caso ti avverto che ti do talmente di quei calci nel culo che ti faccio vomitare merda fino all’anno prossimo”.
   “Non mi permetterei mai di farti del male, mia madonna”.
   “Ah bene, anche perché non ti conviene. Te l’ho già detto, io picchio duro, picchio per fare male davvero”.
   Romolo era innocuo, lo sapevo benissimo. Era quel tipo d’uomo che non avrebbe fatto del male a nessuno. Era quel genere d’uomo, per intenderci, che più che montare preferiva guardare. Un passivo patologico. Però era giusto mettere le carte in tavola. Se avesse provato a farmi qualcosa, tipo a toccarmi, gli avrei dato talmente di quei calci in faccia da cambiargli i connotati.
   E così arrivammo in camera, una stanza lussuosa con tutti i comfort che però a noi non servivano. A noi serviva soltanto uno spazio dove eseguire la pratica del ballbusting, come la chiamano gli addetti ai lavori. Ma io non sapevo precisamente cosa fare, e allora restai in piedi con i pugni contro i fianchi a guardare Romolo, in attesa di delucidazioni.
   “Adesso cosa dovrei fare?” chiesi. “Spogliarmi?”.
   “No, tu no. Io invece sì”.
   “E allora che aspetti? Spogliati”.
   Il fatto che volesse che io rimanessi vestita era un chiaro segnale che Romolo adorava essere sottomesso. Il fatto che la donna sia vestita e l’uomo no denota chiaramente che c’è una posizione di superiorità di lei sul maschio. E Romolo voleva proprio questo, voleva rendersi inferiore rispetto a me, e allora si tolse la giacca, poi la cravatta e tutto il resto, fino a restare in mutande. Aveva un fisico orribile, tozzo e sgraziato, e praticamente non c’aveva culo. Insomma aveva il fisico di uno scaldabagno.
   Ebbi l’impressione che per togliersi le mutande aspettasse un mio comando. Però dovevo farlo in modo sgarbato, dovevo insomma calarmi nei panni di una vera mistress. Lo guardai, aveva un espressione da ebete, insomma ti veniva proprio voglia di prenderlo a calci nelle palle. Ma in verità non ero abbastanza arrabbiata per farlo. Infondo che male mi aveva fatto per meritarsi una cosa del genere?
   “Le vuoi tirare giù quelle mutande o no? Sennò facciamo notte” gli urlai.
   A quel punto Romolo se le tolse e vidi il suo cazzetto innocuo penzolare verso il basso.
   “Tutto qui? Certo che sei messo proprio male. Sembra un lombrico in agonia. Però hai delle belle palle grosse” dicevo la verità, sotto al suo cazzetto moscio c’erano due palle enormi. Probabilmente si erano gonfiate come zampogne a forza di calci. “Ma davvero l’hai già fatto prima?”.
   “Sì, tranquilla. Con delle puttane”.
   “Ah sì? Quindi hai pagato. È assurdo. Come può un uomo pagare una donna per farsi dare i calci nelle palle? Non riesco proprio a capire. Cioè, voglio dire, potresti avere tutto questo” dissi sfiorandomi il corpo con le mani, dalle tette fino al sedere. “E dico potresti avere, perché non è detto che io sia disposta a dartelo, e invece tu vuoi da me soltanto dei calci nei coglioni. Secondo me dovresti farti curare da uno psicologo molto bravo. Comunque se è quello che vuoi… cominciamo”.
   Iniziai a sciogliermi i muscoli come fanno i pugili prima di un incontro, quindi saltellando e facendo roteare il collo. Quella situazione mi divertiva fino all’inverosimile. Non provavo alcuna compassione per lui, semmai ero soltanto un po' preoccupata per la sua salute. Avevo paura di mandarlo in ospedale. Però per quanto mi riguarda era un gioco che assolutamente volevo provare; non c’era nulla di eccitante, insomma la mia fighetta era asciutta come il deserto, perché quello che stavo per apprestarmi a fare non faceva neppure il solletico alla mia libido. Era qualcosa che non mi eccitava neanche un po'; non sentivo per esempio quel ribollire che avvertivo ogni volta che mi apprestavo a fare un pompino, o ogni volta che un uomo mi leccava il buco del culo. Non riuscivo ad eccitarmi neanche un po', però ero divertita, quasi come una bambina che viene portata alle giostre. Ecco, mi sentivo come sulle macchinette dell’autoscontro, sentivo quell’eccitazione che preannunciava un emozione devastante, come quando punti un’altra macchinetta e allora gli vai addosso per fargli più male possibile, e allora ti sale quell’eccitazione irrazionale, che è un misto tra la paura di farti male e il desiderio di infliggere dolore.
   E allora sferrai il primo calcio, diretto, sotto i testicoli, le sue palle morbide contro i miei piedi duri come la roccia. Romolo si piegò in due dal dolore e si lasciò cadere con le ginocchia a terra e lanciò un urlo terribile e straziante, tanto che mi salì il cuore in gola per la paura di avergli fatto davvero male. Forse avevo fatto troppo forte. E se gli avevo procurato qualche danno permanente? Pensai. Andai nel panico. Quella faccenda sarebbe finita sui giornali, e già vedevo i titoli in prima pagina: “puttana prende a calci nelle palle un suo cliente e lo castra”. 
   “Oh mio dio, scusa!” mi chinai su di lui per vedere in che condizioni era, gli presi le palle in mano e gliele massaggiai. “Non volevo colpire così forte. Scusa”.
   “È tutto ok” rispose con un filo di voce. “È bellissimo. Continua”.
   “Ma sei sicuro?” gli chiesi. “Va a finire che te le rompo”.
   “Continua, ti prego” disse, e poi si rimise lentamente in piedi, rimettendosi nella stessa posizione di prima, cioè con le gambe aperte e le mani allacciate dietro il sedere, in attesa del mio prossimo attacco.
   Mi accorsi con un certo stupore che gli era venuta un erezione pazzesca. Ce l’aveva fieramente dritto, con il glande gonfio e rosso che puntava verso di me. Fieramente eretto e duro come una spada, quasi come se mi sfidasse, quasi come se mi stesse dicendo: “non mi hai fatto nulla troia, anzi mi stai facendo arrapare”. Ma come cavolo era possibile, mi chiedevo, che un uomo potesse avere un erezione dopo che una donna gli aveva appena martoriato i coglioni con un calcio? Eppure era possibile eccome, e la prova ce l’avevo davanti agli occhi. Il membro di Romolo era lì, orgogliosamente eretto, con una gocciolina di liquido pre-eiaculatorio in cima che scintillava sotto la luce del lampadario della stanza.
   A quel punto accettai la sfida del membro di Romolo, e allora mi preparai al secondo calcio e mi misi in posizione da pugile, facendo ballare i pugni in aria e poi sferrai l’attacco. E ancora una volta il mio piede incontrò le sue palle percuotendole senza ritegno, e anche questa volta Romolo si piegò in due dal dolore, e si lasciò cadere a terra completamente, con le gambe e le braccia aperte. Questa volta non fui presa dal panico come era stato per il primo calcio, nonostante avessi colpito con ancora più decisione e violenza.
   Mi avvicinai al suo corpo e lo punzecchiai col piede sperando in una sua reazione, ma invece lui rimase lì a contorcersi sul pavimento. E allora iniziai a pensare che questa volta l’avevo fatta proprio grossa. Forse era meglio se chiamavo un’ambulanza.
   “Romolo, sei vivo?” gli chiesi. “Di’ qualcosa”.
   “È meraviglioso” sibilò. “Non ho mai goduto così tanto”.
   “Vuoi sborrare?” gli domandai guardando la sua erezione, così gonfia che era evidente che a breve avrebbe cominciato a schizzare. Romolo mi fece di sì con la testa, e allora gli appoggiai il tacco della scarpa sul frenulo e feci una leggera pressione, e tenni premuto per qualche secondo, e non vedendo alcuna reazione schiaccia maggiormente, quasi fino a fargli entrare il tacco dodici nella carne. A quel punto uno schizzo di sborra fuoriuscì con un getto violento e si posò sulla pancia, in prossimità dell’ombelico, poi subito dopo ne uscì un’altro, e poi un altro ancora, in tutto erano cinque schizzi di un’intensità stupefacente. Non appena mi fui appurata di avergli fatto cacciare tutto fuori allora tolsi il tacco dal suo frenulo. Andai verso la mia borsetta e presi dei clinex che portavo sempre con me. In tutto questo lui era ancora lì sul pavimento, quasi agonizzante, privo di conoscenza, con gli occhi spalancati nel vuoto, come un tonno dopo la mattanza. Presi un clinex e glielo buttai sul petto con sdegno.
   “Tieni, datti una pulita, verme” misi la borsetta sotto braccio e raggiunsi la porta. Iniziavo a prenderci gusto a fare la mistress. Avevo appena scoperto un lato della mia personalità che ignoravo completamente. “Io devo ritornare a lavoro. Non sono mica come te che non fai un cazzo dalla mattina alla sera”.
   E così me ne andai, lasciando Romolo sul pavimento, tramortito dal trattamento che gli avevo riservato.

Moana.

martedì 3 ottobre 2017

Calci nelle palle. 

(in foto: Russian-Mistress.com)

 
   Certo che avevo sentito quello che si erano detti Berni e Joe, ma non ne capivo il senso. Sembrava a tutti gli effetti una sfida, e io ero il trofeo da vincere. Non riuscivo proprio a immaginare cosa sarebbe successo nei prossimi giorni. Non facevo che pensare a quello che avevo sentito, anche a lavoro, cercavo di dare un senso a quella faccenda ma non ci riuscivo.
   Ero lì che stavo facendo l’ordine per il fornitore quando ad un certo punto qualcuno entrò in negozio con un grosso mazzo di fiori per me. Non era la prima volta che lo faceva. Era un commerciante d’arte che si era preso una bella cotta per me, e molto spesso veniva ad omaggiarmi con dei fiori o delle scatole di cioccolatini. Era un essere rivoltante, non perché fosse brutto, perché poi la bruttezza e la bellezza sono cose soggettive, ma perché era viscido. Da uno come lui non mi sarei fatta toccare nemmeno con un dito. E gliel’avevo detto già centinaia di volte, e nonostante questo lui continuava a venirmi dietro.
   Era sempre ben vestito, indossava sempre la giacca e la cravatta, ed era  fastidiosamente pedante e logorroico. Ripeteva sempre le stesse cose, e cioè che avevo dei piedi stupendi. Era ossessionato dai miei piedi, e non capivo perché. Insomma, non per vantarmi, ma avevo un culo che era un capolavoro e invece lui non me lo guardava neppure, lui era pazzo dei miei piedi. I feticisti non li capirò mai.
   E poi ogni volta per farmi dei complimenti mi paragonava a delle madonne che stavano nei quadri di Raffaello o di chissà quale altro pittore morto più di seicento anni fa, e mi descriveva quei quadri nei minimi particolari per poi arrivare alla conclusione che io ero come loro, come quelle madonne lì. E ogni volta io gli dicevo che ero troppo indaffarata per dargli ascolto, e quindi lo mandavo via. Ma poi magari lui il giorno dopo si ripresentava e riattaccava la pippa, che io ad esempio ero come la Maddalena nella pala Baglioni di Raffaello. Era ossessionato con questa Maddalena della pala Baglioni, e diceva che le somigliavo tantissimo. Tant’è che una sera me la andai a cercare su Internet questa Maddalena di Raffaello, ma devo dire che non ci somigliavo neppure un po'.
   Insomma lui era uno dei miei ammiratori più noiosi. Si chiamava Romolo e aveva trentotto anni. Ho sempre odiato i saccenti, quelli che mettono in mostra il loro sapere. Ho sempre pensato che in realtà non sapessero un cazzo, e che conoscevano soltanto quattro stronzate e allora si pavoneggiavano di quel piccolissimo bagaglio culturale di cui erano in possesso. Romolo era uno di questi.
   Come vi stavo dicendo, anche quel giorno venne in negozio donandomi l’ennesimo mazzo di fiori. Non ne potevo più di ricevere fiori, non sapevo più dove metterli. Ne avevo la casa piena. Poi tempo un paio di giorni e morivano e quindi dovevo buttarli al secchio della spazzatura.
   “Ancora fiori!” esclamai non appena vidi Romolo. “Quante volte ve lo devo dire? Smettetela di regalarmi fiori. Sono stanca di vederli morire”.
   “Come sei bella oggi Moana” mi disse con quel suo sorriso da demente. “Assomigli alla Madonna della Serpe di Caravaggio, che con il suo piede angelico schiaccia il serpente simbolo del peccato originale. Allo stesso modo io vorrei che i tuoi dolci piedi schiacciassero il peccato che alberga dentro di me”.
   “Ma falla finita!” risposi bruscamente. “Non vedi che sono impegnata? Credi davvero che non ho nulla di meglio da fare che starti a sentire?”.
   “Oggi i tuoi piedi sono più radiosi del solito”.
   Mi guardai i piedi, indossavo delle scarpe nere col tacco dodici, e in effetti non erano niente male, ma ancora non capivo del perché i miei piedi fossero per lui così importanti.
   “Ascolta Romolo, ma me lo dici una volta per tutte cosa vuoi da me?” stavo incominciando a perdere la pazienza, e pensai che fosse giunto il momento di assumere un addetto alla sicurezza per mandare via questi pazzoidi. Magari uno stallone da monta nero alto tre metri.
   “Da quando ti ho vista, e soprattutto da quando ho visto i tuoi piedi, non faccio che pensare a te. Dentro sento un desiderio, una passione incontrollabile, un furore erotico che mi riconduce sempre allo stesso pensiero. Io vorrei...”.
   “Vorresti scoparmi” conclusi.
   “No, vorrei che mi prendessi a calci nelle palle”.
   “COSA!?” non potevo credere a quello che avevo appena sentito e scoppiai a ridere piegandomi in due. Non riuscivo a smettere, stavo per perdere i sensi, era la cosa più divertente che avessi mai sentito. Ma lui invece sembrava serio, e non si scompose di fronte a quella mia reazione, e mi guardava con un sorriso stupido sul viso in attesa di una mia risposta. Ma ridevo così tanto che non riuscivo a dire nemmeno una parola. Avevo le lacrime agli occhi e cercai di darmi una controllata, perché Romolo non stava scherzando. Quella era la conferma definitiva che era un pazzoide.
   “Ma dici davvero?” chiesi.
   “Sì, è tutto quello che ti chiedo, di prendermi a calci nelle palle”.
   “Guarda che se io comincio a darti i calci nelle palle va a finire che i coglioni te li faccio arrivare in bocca. Io quando picchio non scherzo, picchio forte”.
   “Devi picchiare forte”.
   Stava facendo sul serio. Devo ammettere che l’idea di prendere a calci nelle palle un uomo mi allettava parecchio. E quando mi ricapitava un occasione del genere? Poteva essere un’esperienza esilarante, la cosa più divertente che mi fosse mai capitata, per non parlare del fatto che era una buona occasione per sfogarmi un po'. Certe donne per sfogarsi vanno a fare palestra, e io invece potevo distruggere le palle di Romolo a pedate.
   C’era un problema però, ovvero come facevo a sapere che Romolo non fosse una persona con dei disturbi psichici? Non era una cosa giusta da fare approfittarsi di una persona debole. E poi rischiavo davvero di fargli male. Insomma, si trattava pur sempre di prendere a calci nelle palle un uomo. Ero molto dubbiosa sul da farsi.
   “Ma sei proprio sicuro? Non è che finisci in ospedale e mi denunci?”.
   “L’ho già fatto altre volte con delle puttane”.
   “Ok, se è quello che vuoi ti accontenterò volentieri. Vedrai, ti disintegrerò le palle a pedate”.
   Certo non potevamo farlo lì in negozio, davanti agli occhi di tutti, così lui mi propose di andare in albergo. E allora dissi alle mie commesse che mi sarei assentata per qualche oretta, e Romolo mi portò in un albergo che stava sulla via centrale della città, l’Hotel Roma, un albergo esclusivo dove ci andava la gente facoltosa. Ma d’altronde Romolo di soldi ne aveva, e pure tanti. E poi non era sposato e non aveva famiglia, quindi non sapeva neppure che farsene di tutto il suo denaro.
   Ero eccitatissima all’idea di quello che stavo per fare. Lo sapete, io sono una persona molto curiosa, e quindi mi imbatto in ogni tipo di esperienza. E questa batteva di gran lunga tutte le esperienze più strane che mi erano capitate.

Moana. 

domenica 4 ottobre 2015

La dominazione continua.


   A Berni il gioco di dominazione che avevamo fatto gli era piaciuto parecchio, ed era molto desideroso di rifarlo. Quando me lo disse gli chiesi cosa avesse in mente. E allora lui mi diede una risposta che lì per lì mi lasciò senza parole. Ne avevo fatte tante di porcate, ma come questa mai. Ma decisi di accontentarlo, perchè era il mio uomo, e io ero felice di realizzare le sue fantasie. Anche quelle più porche. Al telefono mi disse:
- Facciamo che stasera ti aspetto a casa tua quando torni dal lavoro. Ti aspetterò come un cagnolino fedele. Però voglio che tu sia molto severa con me.
- Berni, dici sul serio?
- Sì, ti prego.
- Ok. Lascio un mazzo di chiavi al portinaio. Puoi entrare con quelle. Ci vediamo stasera.
   Morivo dalla voglia di scoprire cosa avrebbe fatto. E per tutta la serata mi rimbombarono nelle tempie due sole parole: cagnolino fedele. Cosa poteva voler dire? In ogni modo smisi di lavorare intorno a mezzanotte. Sapevo che Berni era già lì e mi aspettava da un pezzo. Rientrai in casa e all'apparenza non c'era nessuno. Neppure mia madre, che di sicuro era uscita col suo giovane stallone, alla ricerca di emozioni forti. Andai verso la mia stanza e vidi che la luce era accesa. Entrai e trovai una scena davvero inaspettata. C'era Berni in ginocchio, nudo completamente, ad eccezione di un collare con un guinzaglio intorno al collo. E allora capii. Quello che cercava da me era una dominazione estrema. Non lo avevo mai fatto, però l'idea mi eccitava. Mi avvicinai in modo disinvolto e presi il guinzaglio.
- Eccolo il mio bastardo - dissi, e poi gli diedi uno schiaffo sulla guancia bello forte, così tanto che gli rimase l'impronta della mia mano stampata in faccia per un pò. - La tua padrona ha i piedi molto stanchi, sai? Comincia a leccarli - Berni non si mosse, e allora lo strattonai con il guinzaglio e urlai: - Ora!
   A quel punto Berni si abbassò e tirò fuori la lingua, passandomela sulle dita dei piedi che uscivano fuori dagli occhielli delle scarpe col tacco dodici che indossavo, poi leccò tutto il resto, perfino il tacco, e salì su verso il malleolo, e poi ancora più sopra raggiungendo le mie ginocchia. Mi accorsi che il suo cazzo si era indurito fino all'inverosimile, così col guinzaglio lo strattonai di nuovo.
- Non mi dirai che ti sei eccitato? Mi fai schifo. Porco che non sei altro - gli diedi un altro schiaffo sulla guancia. - Adesso stai giù, la tua padrona ha bisogno di mettersi comoda.
   Lo lasciai lì sul pavimento mentre mi spogliavo. Tolsi il vestitino e rimasi in perizoma e calze autoreggenti. Giocai ancora un pò sulla dominazione verbale, perchè per quella fisica non ero abbastanza preparata, e non avevo neppure gli strumenti giusti. Voglio dire, avrei potuto penetrarlo analmente con uno strap-on, ma avercelo uno strap-on. Quello era un giocattolo che non avevo mai avuto. Quindi mi limitai a usare le parole. D'altronde si sa che le parole possono essere ancora più porche e eccitanti dei fatti.
- Ma che razza di uomo sei? Proprio a me doveva capitare un cazzetto moscio come te.
   In verità Berni non era per niente moscio. In quel momento aveva un erezione fantastica. Una cosa impressionante, che mi veniva tanta voglia di prenderlo in bocca. Ma un pompino non c'entrava niente con quel gioco. Lo feci stendere per terra e guardai il suo durissimo cazzo. Quando era così duro, quando il glande era così gonfio, voleva dire solo una cosa, e cioè che mi sarebbe bastato appena sfiorarlo per farlo schizzare come una fontana. E allora alzai un piede, e avvicinai il tacco dodici della scarpa al suo frenulo. Glielo appoggiai sopra, due secondi e lo vidi sborrare copiosamente. Prima uno schizzo che gli finì sul petto, poi altri due che schizzarono sull'ombelico e infine altri due, che colarono delicatamente giù per il glande.
- Che cazzo fai, sborri? E chi ti ha detto di sborrare? Ora la bevi. Tutta.
   Ne raccolsi un pò con due dita e gliela misi davanti alla bocca, ma Berni di leccarla non voleva saperne, allora gliela strofinai sulle labbra. Lui era venuto, però anche io volevo la mia parte. Anche io volevo venire. E allora mi abbassai con la figa sul suo viso, quasi sedendomici sopra, e gli dissi di darsi da fare con la lingua. Berni, come già mi è capitato di dire altre volte, ci sapeva fare molto bene con la bocca. Con due dita allargai le labbra della vagina in modo da aiutarlo a lavorarmela meglio. La sua lingua mi stava facendo letteralmente impazzire, tanto che cominciai a gridare di piacere, e intanto andavo su e giù sul suo viso. Gliela strofinai ben bene su tutta la faccia, poi finalmente mi fece venire e mi accasciai su di lui.
   Dovevo riconoscere che quel nuovo gioco di dominazione stava dando i suoi frutti. In qualche modo io e Berni ci eravamo riavvicinati. Ultimamente il nostro rapporto si era un pò logorato, e con quel sistema eravamo riusciti a risanare le cose. E allora capii che era proprio vero che certe volte per risolvere alcuni problemi bastava un pò di fantasia.
   Dopo aver goduto ci mettemmo a dormire. Era da parecchio che non passavamo la notte insieme. Ma nel cuore della notte sentimmo rumori di monta provenire dalla camera da letto di mia madre, e lei che gridava: "fottimi, fottimi! Ti prego, fottimi! Non ti fermare, mi stai facendo godere come una cagna!".
- Che cosa succede? - mi domandò Berni.
- Niente. Mia madre si sta facendo ingroppare dal suo toy boy. Non ci pensare.

Moana. 

domenica 26 luglio 2015

venerdì 8 maggio 2015

Nuove passioni per Peo


Ancora una volta Peo tornò a sfogarsi con me, stavolta venne a trovarmi al negozio dove purtroppo non potevo stare nuda e la cosa lo confortò anche se iniziava ad ammettere che gli dispiaceva. Non riusciva proprio a capire dove avesse sbagliato questa volta: si era dimostrato caldo e passionale come gli avevo suggerito eppure più veniva rifiutato da Martina più il suo amore per lei cresceva.
Il negozio a quell'ora era semivuoto, era una fortuna per Peo che ancora si sentiva in imbarazzo davanti ad altri e non sapeva cosa altro gli sarebbe potuto succedere in mia compagnia.
Dal mio vestitino a fiori, corto e aderente, si intravedeva il pizzo del reggiseno. Non conoscevo l'esatta età di Peo ma ero certa di avere dieci o quindici anni più di lui e questo me lo rendeva così attraente. I suoi modi nei miei confronti forse anche a causa della differenza di età erano sempre gentili ma mi trattava più con il riguardo che si usa verso una zia nonostante mi abbia già fotografato mentre mi facevo sborrare nel culo, cosa non proprio comune tra zia e nipote (ma forse nemmeno troppo rara pensandoci). Ero seduta alla scrivania e lui per prendere una sedia mi passò davanti, nel farlo mi piazzò involontariamente il suo pacco a pochi centimetri dal viso. Glielo feci notare e lo ringraziai sorridente.
Mentre mi raccontava l'ennesima disavventura ogni tanto i nostri sguardi si incrociavano per un attimo ma lui distoglieva subito lo sguardo, la cosa mi divertiva e cercavo di muovermi in maniera sensuale studiata in modo perfetto per ammaliarlo, sedurlo e stuzzicarlo. Alzavo lo sguardo, senza muovere la testa, mi umettavo le labbra, mi sventolavo per il caldo, non accesi l'aria condizionata chiaramente di proposito.
Il vestitino leggero mi lasciava scoperte le gambe fino a metà coscia, ogni tanto cercavo anche di fargli scorgere qualcosa, là in mezzo. Eravamo seduti di fronte, ai piedi indossavo un paio di sandali con la zeppa e solo delle sottili striscioline di cuoio per coprire il collo del piede.
“Ti do fastidio?” lo interruppi mentre raccontava.
Peo non capì subito a cosa mi riferivo, mi ero tolta i sandali, avevo allungato le gambe e poggiato i piedi sulla sua sedia, al suo fianco.
Peo mi guardò i piedi, ammirato, lo vidi deglutire. Era rapito, ipnotizzato, continuava ad abbassare gli occhi per guardarli.
Iniziai a spiegargli che forse non era il caso di mostrarsi così insistente con Martina, che magari sentendosi meno cercata avrebbe potuto farlo lei e che se pure non succedeva il mondo era pieno di altre donne che avrebbero gradito le sue attenzioni. Non credo che Peo stesse capendo molto di quello che gli dicevo, era troppo impegnato a far finta di non essere eccitato. Quando non lo guardavo lui ne approfittava per guardarmi i piedi e le gambe. Ad un certo punto mi stufai di giocare e gli feci capire di aver capito che era eccitato, gli sorrisi.
“Ti piacciono i miei piedi? Ho notato che li guardi molto.”
Sul suo volto vidi un'espressione terrorizzata era diventato tutto rosso.
“Mi ci vorrebbe un bel massaggio. oggi ho lavorato molto. Ti andrebbe di farmelo?”
Alzai le gambe, protendendo verso di lui i piedi. Ne prese in mano uno, l’altro lo appoggiai sulla sedia tra le sue gambe.
Ora poteva scorgere anche sotto la gonna, ma era completamente assorbito dall’adorazione delle mie gambe. Lo guardavo sorridente, capii di averlo completamente sottomesso.
Mentre mi massaggiava un piede premetti l’altro contro il suo cazzo che, sotto i jeans, era ormai in erezione, lo facevo con indifferenza.
Improvvisamente venne, anche se niente aveva toccato direttamente il suo sesso, solo la pressione del mio piede attraverso i pantaloni, me ne accorsi e risi.
Andò nel bagno del negozio e cercò di pulirsi meglio che poteva, ma era rimasto umido e sporco.
Gli spiegai la situazione tra me e Stefano e lo invitai a restare a dormire da noi quella sera. Stefano erano tre notti che dormiva con Tiffany e io avevo bisogno di ragazzi giovani. 
Quella notte  gli feci tenere un ritmo che solo la sua età gli consentiva, per convincerlo e superare i suoi sensi colpa lo feci venire diverse volte per mezzo soltanto dei piedi.