giovedì 14 febbraio 2019

Ventimila...

il valore dei suoi buchi.

(in foto: Helena Price, Atkingdom.com)


[postato da Moana]

   Eros mi portò nella sala di cui parlava, una stanza ancora più grande di quella in cui mi trovavo poco prima, ed era piena di pannelli di cartongesso su cui c’erano delle gigantografie di foto in cui erano immortalate parti del corpo che di solito si trovano nelle mutande. Patate giganti aperte e apparentemente calde, erezioni gigantesche contornate da possenti vene cariche di sangue, orifizi anali in attesa di essere penetrati e poi tette di tutte le forme. 
   La sala era piuttosto buia e c’erano delle luci soffuse che illuminavano le immagini, e io mi soffermavo a guardarle e Eros era dietro di me che mi seguiva in silenzio, aspettandosi da me un commento di qualsiasi genere, ma io non avevo parole. Non avevo mai visto una cosa del genere, cioè una collezione fotografica tutta dedicata agli organi sessuali delle persone. E poi alla fine giunsi ai ritratti che interessavano me, e per cui avevo deciso di fare un salto alla galleria di Eros, ovvero i ritratti di mia madre. Erano due, ed erano messi uno sopra l’altro, sopra c’era il primo piano della sua bocca, con le labbra cariche di rossetto rosso, ed erano appena dischiuse e quindi si vedevano anche i denti. Erano labbra affamate, labbra che sembrava che stessero per aprirsi di fronte al membro di un uomo, per accoglierlo dentro e farlo godere. Avrei riconosciuto quella bocca tra centinaia di altre bocche, era proprio lei.
   Sotto questa fotografia invece c’era il primo piano del suo culo burroso, con le natiche aperte e il buco del condotto anale ben in mostra, leggermente aperto come se fosse stato appena penetrato. Caldo e accogliente, pronto per essere usato. Ero affascinata da quel primo piano così dettagliato, così vivo, quasi come se lei fosse lì di fronte a me.
   “Vedo che sei riuscita a riconoscere tua madre senza il mio aiuto” mi disse Eros. E in effetti era così. Come potevo non riconoscerla? Quelle parti di corpo appartenevano alla donna che mi aveva messa al mondo, per cui non potevo sbagliarmi. Era proprio lei, con la sua accesa passione e la sua irresistibile voglia d’amore. E sotto quelle fotografie c’era una targhetta con tutte le informazioni relative all’opera. Il suo nome era “Sabrina Bocca e Culo, i buchi della passione”. C’era anche il prezzo; costavano ventimila euro. I pezzi non potevano essere venduti separatamente.
   “Ventimila euro!” esclamai. “Chi è che pagherebbe una somma del genere per dei buchi?”.
   “Ci sono soltanto dieci copie di quest’opera, ne ho già vendute nove. Questa è l’ultima” mi rispose con un certo orgoglio, sicuro del fatto che questo dettaglio mi avrebbe sorpresa non poco. E infatti non riuscivo neppure a crederci che qualcuno potesse spendere una somma simile per entrare in possesso delle gigantografie fotografiche della bocca e del buco del culo di mia madre.
   “Quindi, fammi capire bene, i buchi di mia madre ti hanno fatto guadagnare ben centottanta mila euro?”.
   “Esattamente. Le ultime due copie le ho vendute ad uno sceicco del Qatar e ad un imprenditore di New York. Questa è la mia opera di maggior successo, e ultimamente stavo pensando di realizzarne un’altra che abbia una funzione di completamento. Il giorno della festa a casa dei tuoi ho pensato che quest’opera ha bisogno di una specie di appendice, ha bisogno diciamo di essere perfezionata”.
   “Quindi farai a mia madre altre fotografie” conclusi. “E cosa fotograferai questa volta? La sua patata pelosa?”.
   “No no” rispose divertito. “Non era questa la mia idea. Questa volta stavo pensando ad un’opera dal titolo Generazioni, per cui sfrutterò di nuovo la fotografia del suo orifizio anale, però l’immagine sarà sovrapposta ad un altro buco”.
   “Quale?”.
   “Il tuo, Moana”.
   “Ah!” sbottai. “E cosa ti fa pensare che te lo lascerò fotografare?”.
   “Non devi darmi una risposta subito. Pensaci e poi mi farai sapere”.
   “Ma vai al diavolo! Non mi lascerò fotografare il buco del culo. Ho cose ben più importanti a cui pensare, io”.
   E così me ne andai senza neppure salutarlo. Ma perché me l’ero presa così tanto? Forse perché accostare il mio culo a quello di mia madre era un po' come dire che adesso Sabrina Bocca e Culo ero io. Era questo che Eros intendeva, e cioè che lo scettro di reginetta del sesso anale e orale, un tempo appartenuto a mia madre, adesso apparteneva a me. Io ero l’erede legittima di una stirpe di vacche da monta, ecco cosa voleva dire accostare il mio culo a quello di mia madre. E no, non ci stavo. Io non ero soltanto un buco. Probabilmente se mi avesse chiesto di posare per un servizio fotografico di nudo integrale non me la sarei presa così tanto. Ma fotografare soltanto l’ingresso del mio condotto anale, questo sì che era offensivo. Possibile che Eros non riuscisse a vedere altro in me e in mia madre?
   Ero così arrabbiata che quella sera me la presi con Berni, il quale non c’entrava niente però sentivo il bisogno di farlo. E quindi eravamo in camera da letto a fare l’amore, e io ero a quattro zampe e lui mi stava dietro e mi stava penetrando la patatina, e ogni tanto mi sculacciava, perché sapeva che era una cosa che mi piaceva da morire. Eppure quella sera non mi stava piacendo, anzi, lo trovavo insopportabile. Ogni sganassone non faceva che aumentare la mia insofferenza, e avrei voluto dirgli di smetterla, ma non lo feci. Era una cosa che non capivo; mi aveva sempre fatto perdere la testa quando lo faceva, e invece adesso mi stava dando un fastidio terribile.
   Ma la cosa che mi fece perdere la ragione fu quando sfilò il cazzo dalla mia vagina per mettermelo in culo. Il sesso anale era una cosa che facevamo spesso, ma quella sera mi fece andare su tutte le furie. Riuscì a farmi entrare soltanto il glande, dopodiché mi ribellai.
   “Ma che cazzo fai!? Tiralo immediatamente fuori!”.
   “Ma tesoro, lo abbiamo sempre fatto” si giustificò lui.
   “Lo so, ma questa sera non ne ho voglia. Ma è possibile che voi uomini non riuscite a pensare che a questo?”.
   Povero Berni. Me la stavo prendendo con lui che non c’entrava niente. Ma d’altronde non ero mai stata molto brava a contenere la collera.

martedì 12 febbraio 2019

Il fotografo

del piacere. 

(in foto: Helena Price, FTVMILFs.com)



[postato da Moana]

   Verso mezzanotte iniziarono ad andare tutti via, però il tizio che mi fissava in continuazione era rimasto. Berni era in soggiorno insieme ai miei genitori, i quali avevano tirato fuori da un armadio un vecchio scatolone pieno di fotografie di quando io e mio fratello eravamo bambini, e avevano cominciato una specie di viaggio a ritroso nel tempo. Avrei potuto unirmi anche io, così mi sarei risparmiata un’ulteriore incursione da parte di Eros, l’amico marpione dei miei che ci stava provando con me. Eppure non lo feci proprio per questo motivo, perché in qualche modo le sue attenzioni non mi dispiacevano. E allora restai in terrazzo proprio per questo motivo, perché ero più che certa che Eros avrebbe tentato un altro approccio. Il primo era fallito miseramente, infatti lo avevo snobbato e gli aveva fatto capire che non gli avrei dato proprio niente di quello che voleva lui. Perché era evidente ciò che voleva da me. Ma lui era un duro, era uno che non mollava mai, e allora ritornò alla carica.
   “Scommetto che non indovineresti mai la mia professione” mi disse.
   “Secondo me sei un pornodivo, però di quelli che si vedono nei film amatoriali, quei film di qualità scarsissima realizzati con budget ridicoli”.
   “No no, niente di tutto questo” rispose divertito. “Però! Hai proprio la lingua lunga tu. Chissà se sei altrettanto brava a utilizzarla in un altro modo...”.
   “Oh sì, non immagini neanche quanto!” lo guardai con aria di sfida, come per fargli capire che non ci sarebbe mai riuscito a chiudermi in un angolo.
   “Mi piaci” continuò, “sei sveglia. Proprio come tuo padre. Intendo dire il tuo vero padre, non Stefano”.
   “So chi è il mio vero papà, non c’è bisogno che me lo dici tu. Insomma, si può sapere che cazzo di lavoro fai?”.
   Eros faceva il fotografo. Ma non era un fotografo qualsiasi. Lui amava definirsi il “fotografo del piacere”. I suoi scatti erano famosi in tutto il mondo, e spesso allestiva delle mostre fotografiche in cui le sue opere venivano vendute a cifre esorbitanti. E mi disse che aveva lavorato anche con mia madre. Potevo facilmente immaginare il genere di foto che le aveva scattato. Era scontato che quella gran vacca si era lasciata fotografare nuda, o magari con un bel cazzo piantato in culo. Quando glielo dissi lui scoppiò a ridere, ma non mi rispose, non mi disse né sì né no. Mi invitò soltanto nella sua galleria, quando volevo, e lui mi avrebbe fatto vedere “i ritratti” di mia madre.
   “Ritratti? Ma non avevi detto di essere un fotografo?” devo dire che la mia fu una domanda piuttosto stupida, e lui rise di nuovo, questa volta della mia ignoranza. Ma in effetti ne sapevo così poco di fotografia che quella parola mi era sembrata fuori contesto, ma invece non lo era affatto.
   “Il ritratto è un modo di realizzare le fotografie in cui vengono messi in risalto sia i caratteri fisici che morali della persona che viene fotografata”.
   “Ok, grazie per la lezioncina, ma adesso devo andare. Ho una figlia di un anno che devo mettere a letto, quindi se non ti dispiace” stavo per rientrare in casa ma lui mi propose nuovamente di fare un salto alla sua galleria. Mi disse l’indirizzo, ma io non avevo voglia di farlo, e soprattutto non avevo voglia di vedere delle fotografie di mia madre con la patata di fuori. Perché di certo era di questo che si trattava.
   Eppure nei giorni successivi non feci che pensare ad altro; ero troppo curiosa di vedere quelle fotografie, anche se non ne capivo il motivo. In fondo la galleria era in centro storico, e non mi costava niente farci un salto. Avrei visto le foto e poi me ne sarei andata, tutto qui. E così mi sarei tolta quello sfizio. E allora decisi di farlo, e ci andai a ora di pranzo. Parcheggiai la macchina poco distante dallo studio di Eros e poi feci un piccolo pezzettino di strada. La galleria era in un vicolo buio e stretto, accanto ad una macelleria. Pensai che questo accostamento era molto appropriato; pezzi di carne da una parte e fette di culo dall’altra.
   La galleria di Eros non aveva nessuna insegna, ti accorgevi della sua esistenza soltanto da una porta a vetri dalla quale si riuscivano a vedere delle gigantografie di volti e parti indistinte di corpi. A dire il vero non vidi niente di porco, per cui iniziai a chiedermi il motivo per cui si definiva “il fotografo del piacere”.
   Dalla porta a vetri vidi anche lui, che era seduto dietro ad una scrivania e stava con gli occhi incollati ad un computer portatile. Aveva gli occhiali; alla festa di mia madre non li portava. Probabilmente li usava soltanto per leggere. Comunque spinsi la porta per aprirla ma mi accorsi che era chiusa a chiave, così bussai e lui mi guardò, e quando si accorse che ero io venne subito ad aprirmi. Mi fece entrare e mi diede il benvenuto.
   “Lo sapevo che saresti venuta”.
   “Sì ma ho soltanto un paio di minuti, poi devo rientrare a lavoro”.
   Iniziai a girarmi intorno, e sentivo i suoi occhi incollati al mio corpo, e soprattutto al mio sedere. Quel giorno indossavo dei leggings di pelle che  lo mettevano mirabilmente in risalto, resistergli quindi era impossibile, e infatti lui lo aveva preso di mira e non lo mollava, proprio come un affamato avrebbe fissato un bel pezzo di carne nella macelleria accanto. E poi avevo degli stivali con i tacchi alti, e ad ogni passo facevano un rumore assordate che rimbombava sulle pareti della galleria in cui dominava un silenzio assordante. Sembrava di essere in una caverna, in cui il tempo veniva scandito appunto dal suono dei miei piedi. Clop-clop,  un suono secco che ero certa che Eros trovava molto eccitante.
   Guardando le fotografie esposte non vidi alcuna immagine di mia madre, e nemmeno niente di scabroso o di peccaminoso, come invece avevo immaginato, ma la semplice normalità.
   “Tutto qui?” gli chiesi. “Sono molto delusa. Sono soltanto delle foto, cosa c’è di tanto speciale?”.
   “Questa è soltanto una parte della mia galleria” mi rispose. “Le opere per cui sono davvero famoso sono in un’altra sala”.
   La sala a cui si riferiva si trovava dietro ad una tenda rossa. Oltrepassata quella soglia c’erano i famosi ritratti di mia madre.

giovedì 7 febbraio 2019

Una famiglia decisamente

sui generis. 

(in foto: Kalliny Nomura, Let's Play, Trans500.com)


[postato da Rocco]

   Trascorrere quella vacanza in compagnia di mia madre fu una delle esperienze più belle della mia vita, anche se in certi momenti ero stato letteralmente accecato dalla gelosia, per esempio quando era andata a letto con Franco. Ma mia madre era fatta così, le piaceva proprio tanto fare l’amore. Mi preoccupava il fatto che potesse capitare nelle mani di qualche uomo sbagliato. C’erano tanti maiali infatti che avrebbero potuto approfittare di lei e della sua tendenza a concedersi facilmente. Ma in fin dei conti non era anche mio padre un maiale, che godeva nel vederla fare l’amore con altri uomini? A questo punto avrei dovuto proteggerla anche da lui, ma capirete che era una cosa impensabile. Anche perché non aveva senso proteggerla, dal momento che era anche lei a volerlo.
   Anche se facevo fatica ad ammetterlo, mia madre era una donna come tutte le altre, e anche lei aveva le sue fantasie erotiche, e non potevo pensare di impedirle di realizzarle.
   L’ultimo giorno di vacanza lei decise di dedicarlo soltanto a me; mi disse che gli uomini non li avrebbe guardati neanche da lontano, perché la sua attenzione era rivolta soltanto a me. E in effetti fu di parola. Non si fece indurre in tentazione da nessuno, e quindi ci dedicammo a visitare alcune delle città del sud più interessanti a livello artistico, fino poi a risalire verso casa, perché ormai il tempo era scaduto, e io dovevo ritornare a lavoro. E mia madre mi accompagnò a casa di Beatrice, la mia bellissima moglie transgender, di cui nonostante tutto avevo sentito una grande mancanza in quei giorni che ero stato via. E quindi scesi dalla macchina e presi la mia roba dal bagagliaio, e mia madre mi venne a salutare stringendomi in un lunghissimo abbraccio, e poi si mise a piangere perché mi disse che accompagnandola in quel viaggio l’avevo resa una donna felice.
   E poi mi chiese scusa, e io le domandai il motivo, e lei mi rispose che lo stava facendo perché aveva fatto un po' la puttana, ed era ovvio che questo mi aveva fatto un po' soffrire. Ma io avevo riflettuto a lungo su quello che era successo, ed ero arrivato ad una sola conclusione, e cioè che la cosa più importante era sapere che mia madre era felice.
   “Tu sei felice?” le chiesi.
   “Moltissimo, perché ho te, ho tua sorella Moana, i vostri due papà, insomma ho una famiglia bellissima che farebbe invidia a chiunque”.
   “Sì, hai ragione. Anche se bisogna dire che è una famiglia decisamente sui generis”.
   E con questa mia osservazione, che fece molto divertire mia madre, ci salutammo e io andai su da Beatrice. Da quando ci eravamo sposati mi ero trasferito da lei, nel suo appartamento vicino alla stazione ferroviaria.  Ma era una cosa momentanea, perché le nostre intenzioni erano di comprare una casa più grande, e certamente non nella zona della stazione, che era una delle zone più brutte e malfamate della città.
   Entrai nell’appartamento e lei era sdraiata sul divano del soggiorno e stava leggendo una rivista; indossava soltanto il perizoma. A lei a casa le piaceva stare così. Spesso non aveva neanche il perizoma. E vederla mi fece pensare al fatto che mi era mancata tanto, e glielo dissi, e poi iniziai a baciarla dappertutto, e lei mi tirò giù la lampo dei jeans e mi tirò fuori la mia erezione e mi fece un pompino fino a farmi sborrare. Ma io non ne avevo ancora abbastanza, volevo il suo condotto anale, e lei non esitò a darmelo, e quindi si mise a cavalcioni su di me e si fece scivolare il mio cazzo nel buco del culo e iniziò a cavalcarmi.
   Il nostro vicino, un vecchio rompiscatole, iniziò a dare pugni contro la parete. Lo faceva ogni volta che facevamo l’amore, perché diceva che si sentiva tutto e lui non riusciva a sentire la tivù. Una volta mi aveva anche beccato nell’androne del palazzo, dicendomi che quando ero via mia moglie si faceva scopare anche da altri uomini, e io gli avevo risposto che lo sapevo. Poi un’altra volta, sempre nell’androne, mi aveva detto che aveva capito tutto, e cioè aveva capito che lavoro faceva mia moglie, e cioè la prostituta. E allora io gli spiegai che si sbagliava, e che Beatrice in realtà faceva la spogliarellista. E lui a quel punto mi disse: “farà anche la spogliarellista, ma resta il fatto che si fa chiavare da chiunque”.
   E io: “lo so, le piace proprio tanto chiavare”.
   E lui: “io vi denuncio! Siete disgustosi!”.
   E comunque più lui batteva contro il muro e più Bea si scatenava a fare l’amore, gridando e dicendo cose porchissime. Ovviamente glielo faceva apposta, anche se non lo diceva apertamente.
   Dopo essere venuti tutti e due andammo a fare una doccia e poi ce ne andammo a fare una passeggiata al centro a vedere i negozi. Beatrice adorava andare a vedere le vetrine; fosse stato per lei avrebbe comprato tutto quello che vedeva. Soprattutto le scarpe. Aveva una vera e propria passione per le scarpe, infatti ne aveva tantissime, tutte con i tacchi rigorosamente alti. E il fatto era che ci camminava con una padronanza sorprendente. “Io ci sono nata con i tacchi alti” diceva. E aveva ragione.
   Quando andavo in giro con Beatrice non potevo fare a meno di notare che tutti gli uomini si giravano a guardarla; perché obiettivamente era divina, anche se sotto non era fatta come le altre donne, ma aveva un batocchio considerevole. Un batocchio che lei non disdegnava di mettere in mostra; infatti spesso indossava i leggings, per cui la forma del pacco era molto evidente, e c’era chi apprezzava e guardava con desiderio, e poi c’era chi si prendeva gioco di lei, indicandola e facendo battutine stupide. Ma lei ci era abituata. Diceva che chi disprezza vuol comprare. Però qualche volta reagiva, come quel giorno, che un tizio fece un commento omofobo davvero imbarazzante, e allora Bea si girò verso di lui e si afferrò il pacco con decisione.
   “Lo vorresti in bocca, vero? Per questo hai detto quella cosa”.
   A quel punto decisi di farla calmare, non volevo che quell’episodio degenerasse in qualcosa di peggiore di un odioso scontro verbale, e le dissi di non pensarci.
   Il mondo era pieno di persone infelici.
  

martedì 5 febbraio 2019

Ne voglio ancora.

Creampie mattutino.

(in foto: Eva Notty, This Is That It Sounds Like, Brazzers.com)


[postato da Sabri]

   Alle sette del mattino mi svegliai. Franco dormiva accanto a me. Eravamo entrambi nudi, e non potetti fare a meno di ammirare il suo corpo da maschio dominante. La sua potenza mi aveva sempre fatto perdere la testa, e questo era un fatto che non avevo mai nascosto a Stefano. Mio marito sapeva benissimo che non sapevo dire di no a Franco, che soltanto pensare a lui mi bastava per farmi eccitare.
   Iniziai ad accarezzarlo, dapprima i muscoli delle braccia e poi il petto e quindi iniziai a scendere giù verso l’inguine fino a trovare la sua verga gigante, a cui bastò un mio leggero sfregamento delle dita per indurirsi. Diventò di pietra in pochi istanti, ma lui ancora dormiva. E allora lo presi  in mano con decisione e avvicinai il viso per contemplarlo come si fa per un’opera d’arte. Perché era questo che rappresentava per me: un’opera di inestimabile valore. Anche il cazzo del papà della mia Moana era fantastico, ma quello potevo averlo tutti i giorni. Franco invece lo vedevo raramente, e quindi era questo a renderlo speciale.
   Non me ne voglia mio marito Stefano, ma il suo era sì molto bello, ma non era niente in confronto a quello di Giuliano e a quello di Franco. Chiedo perdono per la mia schiettezza, ma era proprio quello che stavo pensando in quel momento, mentre reggevo quell’enorme pezzo di carne  che si trovava tra le gambe di Franco. E ad un certo punto avvicinai la lingua alle palle e iniziai a percorrerlo in tutta la sua interezza, fin sopra al glande che accolsi nella bocca. Iniziai a succhiarlo e a fare dei mulinelli con la lingua e a quel punto lui si svegliò e mi sorrise.
   “Che c’è? Ne vuoi ancora?”.
   “Sì” risposi.
   “Che ingorda che sei”.
   Così Franco mi ingroppò un’altra volta, facendomi mettere a quattro zampe sul letto, e lui si mise dietro, con le gambe ricurve sopra di me e piantandomi di nuovo il cazzo prima in figa e poi in culo, tenendomi per i fianchi e affondando dentro con dei colpi secchi, facendolo entrare fino alle palle. E ogni tanto mi chiedeva cosa ero, e allora io gli dicevo quello che lui voleva sentirmi dire: “sono la tua vacca”. E lui insisteva, mi chiedeva cosa intendessi dire, e allora io dovevo completare la mia affermazione: “sono la tua vacca da monta”. E a quel punto mi dava una bella sculacciata d’approvazione, perché lo avevo reso felice nel dire quella cosa.
   Alla fine Franco concluse quest’ingroppata mattutina con una copiosa creampie anale, e io mi accasciai sul letto. Ero esausta e sentivo il suo sperma fuoriuscirmi lentamente dal buco del culo. Lui mi disse che sarebbe andato a fare la doccia, e mi invitò ad andare con lui. Ma io gli dissi che non ne avevo la forza. Perché chiaramente quell’invito nascondeva ben altro; voleva scoparmi anche sotto la doccia. Ma al momento ero stremata per potergli dire di sì. Avevo il condotto anale in fiamme, se fossi andata con lui me l’avrebbe polverizzato a forza di penetrarmelo. Così lo lasciai andare da solo, e io rimasi a pancia in giù sul letto, con le gambe e le braccia aperte e il fiatone come se avessi corso per chilometri e chilometri senza mai riposarmi. Poi ad un certo punto sentii la voce di mio figlio Rocco che mi chiamava, e allora tirai il lenzuolo del letto e cercai di coprirmi. Non lo so perché lo feci, forse perché non volevo che mi vedesse in quello stato, e cioè col culo grondante dello sperma di Franco. Se fossi stata soltanto nuda e basta non avrei cercato di nascondermi; d’altronde mio figlio mi aveva vista nuda centinaia di volte. Però quella mattina, il fatto di avere il condotto anale fradicio di sborra, mi fece sentire in dovere di farlo.
   “Dimmi tesoro, hai bisogno di qualcosa?” gli chiesi. Lui era sulla porta e mi guardava, anche se la penombra della camera da letto non gli permetteva di vedermi chiaramente. Comunque percepivo un certo imbarazzo da parte sua, anche se a dirla tutta anche io non mi sentivo molto a mio agio. Era evidente che lui sapeva cosa avevo fatto con Franco, e forse era questo che lo imbarazzava.
   “Mamma, non credi che dovremmo rimetterci in viaggio?” mi chiese.
   Rocco aveva ragione. Da quando ero entrata in casa di Franco avevo perso del tutto l’orientamento. Non riuscivo più a rendermi conto il motivo per cui eravamo lì. E pensai al fatto che avevo calcolato tutto fin dal principio, prima ancora di cominciare la nostra vacanza, quando per scegliere la direzione avevamo deciso di fare testa o croce con la monetina, e quindi stabilire se andare al sud o andare al nord. E quando era uscito il sud mi era venuto una specie di brivido di eccitazione, e subito avevo pensato a Franco. Avevo pensato egoisticamente che andare al sud mi avrebbe dato l’occasione di incontrarlo, e farci l’amore, e godere del suo enorme cazzo. E quindi, in gran segreto, avevo cominciato a messaggiarmi con lui, per stabilire l’ora e il luogo in cui sarebbe avvenuto il nostro incontro, anche se Rocco non sapeva nulla. Ma dentro di me avevo già pianificato tutto.
   “Hai ragione amore mio, sono stata molto egoista. Fin’ora non ho pensato che a soddisfare soltanto me stessa. Questa doveva essere la nostra vacanza e io invece l’ho fatta diventare una cosa tutta mia. Potrai mai perdonarmi?”.
   “Se questa sosta a casa di Franco ti ha reso felice, allora è tutto ok”.
   “Oh sì, mi ha reso davvero molto felice. Però adesso è meglio rimettersi in viaggio. Soltanto io e te e nessun altro, amore mio”.
   Così salutai Franco, il quale mi scongiurò quasi in ginocchio di fermarmi almeno un’altra notte. Soltanto una e basta. Ma io, anche se ne avrei avuta molta voglia, gli dissi che non era il caso. Non era questo il motivo per cui ero lì. La ragione di quella vacanza era perché volevo passare del tempo con mio figlio, e non per farmi polverizzare il buco del culo.