martedì 18 agosto 2015

Alle terme con Jay.


    C’era una volta un posto che era famoso agli antichi per l’otio. Delle terme che, raccontano, avevano accolto anche un giovane Ovidio stanco, e voglioso di nuove esperienze. Da qui il nome di Terme Ovidiane. Ma secondo me era una bufala montata su per dare un aspetto epico a quel luogo in cui saremo andate quel pomeriggio. Ebbene, Jay mi disse di stare in guardia. Mi disse che era un posto frequentato esclusivamente da ricchi viziosi, ed era una sorta di roccaforte per pochi eletti. Però era proprio dal vizio che dovevo tenermi in guardia, mi disse Jay. E io non capii. E lei mi disse che dovevo fidarmi di lei, perché c’era già stata in posti del genere, e sapeva che tipo di gente bazzicava lì dentro.
- Mi stai mettendo paura, Jay.
- No, tesoro – mi accarezzò la mano unta di mortadella. – Non devi aver paura. Ti dico soltanto di starmi vicina, per oggi. Sarò io a guidarti, capisci? Non devi aver paura, perché c’è un servizio di sorveglianza a prova di bomba. Però è meglio se mi stai vicina.
   Il servizio di sorveglianza, a quello che diceva Jay, era lì a controllare che non venissero commessi atti irrispettosi. Non sapevo per la precisione perchè ci stavo andando. A quello che mi diceva avremmo fatto un pacco di soldi. Ma io in verità non ne avevo bisogno. Di soldi ne avevo abbastanza, non sapevo che farmene di altri. Eppure fui spinta dalla curiosità. Non avevo mai visto un posto del genere. Cosa mi sarebbe accaduto?
- Non capisco. Ma se queste terme sono un posto per pochi eletti, perché mai dovrebbero far entrare noi?
- Perché c’è un accordo tra me e il proprietario, capisci? Ci conosciamo. Una volta siamo andati anche a letto insieme. Quindi fidati, è tutto a posto.
   Arrivammo alle Terme Ovidiane alle quattro del pomeriggio. L’orario di apertura era proprio quello. Il posto era blindatissimo. Si suonava il citofono e uno bzzzz ti diceva che la serratura era aperta e potevi entrare. Ti identificavano da una piccola videocamera messa all’esterno, e decidevano se era il caso di farti entrare. Permesso accordato. Potevamo entrare. E il primo scoglio era superato. La mia eccitazione era alle stelle, perchè sapevo che stavo facendo qualcosa di profondamente sbagliato, soprattutto nei confronti del mio Berni. E avevo il cuore a mille, soprattutto per la paura, per la mia incolumità. Cosa mi sarebbe accaduto oltre quelle mura?
   Eravamo dentro. C’era una musichetta strana in filodiffusione, new age, che faceva pensare subito ai canti delle epiche sirene. E allora le orecchie si ammaliarono da tale soave melodia, e mi sentii subito a mio agio, e mi feci avanti, nell’azzurro delle pareti, fino alla fine del corridoio, fino alla reception, dove c'erano due persone, un maschio e una femmina. Lui indossava un perizoma nero, ed era muscoloso. Cazzo, quanto era muscoloso. Ed era depilato, cazzo quanto era depilato. Un petto così liscio che ti andrebbe di baciarglielo per ore. Lei era una super-stangona in topless, bionda, occhi castani, sorrise e ci chiese i documenti.
- Non avete bisogno dei nostri documenti. Dì ad Elvin che è arrivata Jay – disse Jay con un tono piuttosto sgarbato.
- Un attimo – disse la super-stangona, che prese il telefono e chiamò a qualcuno, forse a Elvin, il proprietario di quel piccolo impero. Un rumeno arrivato in Italia con le peggiori intenzioni di fare denaro a quintalate. – Elvin, c’è qui una signorina che si chiama Jay. Benissimo – poi riattaccò il telefono e ci disse che potevamo accomodarci. Ci porse delle chiavi e ci sorrise ancora, meccanicamente oserei dire.
   Le chiavi, mi spiegò Jay, erano per gli armadietti, dove avremmo potuto mettere la nostra roba. Jay mi portò in uno spogliatoio e mi disse si spogliarmi.
- Cosa?
- Sì, spogliati. Questo non è il country club, ancora non lo hai capito?
   In pochi attimi eravamo nude. Entrammo in una sala piena di gente, e una piscina grandissima, azzurra, con delle coppie che si facevano delle effusioni in acqua, e altre che si accarezzavano sui divanetti del bar. Erano tutti nudi come noi. E quando entrammo in sala ci guardarono come se fossimo deglu ospiti sgraditi. Guardarono soprattutto Jay, perché Jay c’aveva il cazzo. Jay era irrimediabilmente irresistibile ed eccitante. E allora la guardarono, ma poi non successe niente, tutto ritornò alla normalità. Musica new age in filodiffusione, il canto delle sirene, i divanetti del bar, e il barista, vestito come un pinguino che ci sorrise e ci chiese cosa desideravamo.
- Per me un succo di ananas - dissi.
- Allora un succo di ananas per la mia amica e un bicchiere di vino per me, tesoro.
- Allora Jay, siamo dentro. E adesso cosa dobbiamo fare?
- Niente. Cerca di rilassarti.
- Tenteranno di abbordarci?
- Indubbiamente.
- E quando?
- Molto presto. Intanto rilassati, Moana – Jay mi guardò, poi abbassò lo sguardo sulla mia vagina. – Sei indecente con quel boschetto lì in mezzo.
- Dici? Oddio, così mi fai sentire in imbarazzo - Jay sorrise.
- Non lo dicevo in modo negativo. Scommetto che il tuo boschetto ci farà fruttare molti soldi, amore.
   E in effetti vidi che molti uomini mi guardavano con una certa insistenza. Le loro donne avevano le vagine ben depilate. Alcune ce l’avevano alla brasiliana, con quella sottile peluria sull’inguine, altre invece erano depilate del tutto. Ero l’unica ad avercela incolta. Mi ci misi una mano sopra perché mi sentivo diversa, ma Jay mi prese il polso e me la scoprì. Mi sussurrò di farla vedere, la mia gattina, altrimenti che eravamo venute a fare?
- Li vedi? – mi domandò. – Non sono altro che una massa di ricchi insoddisfatti, che vengono qui per alleggerire il peso della loro vita infelice. Si scambiano i propri partner come se niente fosse. Alcuni di loro, come del resto noi, si vendono al maggior offerente. Quanto pensi che valga la tua vagina?
- Mille euro?
- See, non esagerare! Chi ci sta a questi prezzi?
- Ma l’amministratore delegato allo strip bar me li avrebbe dati.
- Te lo vuoi mettere in testa che quello non t’avrebbe sganciato un euro? Quello è un perdente, è solo uno che si è invaghito di te. Questi fanno sul serio. I soldi ce li hanno per davvero.
- Quattrocento?
- Ecco, ora si incomincia a ragionare.
   Si avvicinò una coppia sulla quarantina. Marito e moglie, mano nella mano, sorridenti, lei era bella, con i capelli a caschetto castani. Lui era brutto, peloso e c’aveva un cazzetto minuscolo. Ordinammo dei cocktail e lei si mise di fianco a me, e lui invece si mise di fianco a Jay. Fecero gli indifferenti. Jay guardò il lui della coppia e gli fece delle faccine da cretina. La moglie sorrise, la situazione le piaceva, e allora mi guardò e mi sorrise. Sentii il suo respiro, il suo alito che sapeva di tabacco, sapeva di mamma, di donna matura.
- Come va? – mi domandò lei.
- Bene, benissimo.
- Che bella coppia che siete – mi disse.
   La donna mi disse un sacco di cose sul tempo, mi disse che ormai era arrivato il caldo, e che non se ne poteva più della stagione invernale, perché, ed era il suo parere, stare incappottati era opprimente. Ma finalmente, adesso, con l’arrivo della stagione estiva, via tutti i capi d’abbigliamento pesanti. Liberi, mi disse, finalmente siamo liberi. E intanto Jay aveva iniziato a flirtare col marito, e gli accarezzò con un dito il petto villoso, e gli fece dei sorrisi da gatta morta, e lui era felice, e si comportò da vero macho, e gli offrì un altro bicchiere di vino, e contrattarono. E intanto la donna mi riempì di parole, tanto che non riescii a starle appresso, riescii solo ad annuire e a starmene zitta.
- Hai mai pensato di fare del cinema, cara? – mi domandò. – Sei così bella – mi accarezzò il viso con la mano delicata. – Una come te farebbe tanti soldini. Ti ci vedresti insieme a Scamarcio, o a quell’altro bel giovanotto… come si chiama?
- Vaporidis?
- Sì, Vaporidis. Brava. Che bel ragazzo quello lì. Mi piace tanto tanto. Ti ci vedresti insieme a lui, in un film d’amore?
- Non lo so, non mi piace il cinema. In realtà è da un pezzo che non ci vado più.
- Comunque dico sul serio. Dovresti proprio farlo. Hai mai fatto un provino, o qualcosa del genere?
- No, mai.
- È un peccato, perché una bella ragazza come te – mi disse sfiorandomi il cepusglietto, - diventerebbe subito celebre.
- In realtà non è nei miei interessi diventare celebre.
   Suo marito si inserì nella nostra discussione e ci disse che sarebbe stato meglio trasferirci da qualche altra parte. Poco dopo eravamo all’esterno, nel giardino lussureggiante, pieno di piante colorate e gazebo in ferro battuto, statue romane di prestanti gladiatori e colonne di granito sfarzose. Eravamo ai bordi di una piccola piscina, e il lui della coppia stava eseguendo un massiccio pompino a Jay, che se ne stava sulla sponda a gambe aperte, e teneva la testa dell’uomo con una mano, e emetteva dei gemiti di piacere, mentre io facevo compagnia alla moglie, che mi baciava continuamente le guance e con le mani mi toccava dappertutto, e intanto continuava a parlare a raffica. Mi disse che ero bella e intanto mi pizzicava i capezzoli con le dita. Poi affondò due dita nella mia vagina, e mi fece male perché non ero abbastanza umida. Lei se ne accorse e allora smise di toccarmi.
   Guardai Jay che stava con gli occhi chiusi e la bocca spalancata. Fingeva di provare piacere, mi sorrise e mi strizzò l’occhio. Ma non lo potevo sapere, magari le piaceva per davvero. La conoscevo da così poco tempo, e mi accorsi che non sapevo un cavolo di lei. Lei invece sembrava sapere tutto di me.
   L’uomo disse a Jay che voleva incularla e allora Jay si mise a quattro zampe e aspettò che lui si mettesse il preservativo sul cazzetto e poi zac! Tutto dentro, nell’orifizio anale. E cominciò a pompare, e io e la donna ce ne restammo lì a guardare, e il personale delle terme ci venne a portare lo champagne. Non avevo mai bevuto lo champagne. L’uomo colpì le natiche di Jay con degli schiaffi decisi. Poi ad un certo punto disse che toccava a me. Ma io feci di no con la testa. Non me la sentivo. La moglie mi disse di farmi coraggio, e che mi sarebbe piaciuto tantissimo. Ma io fui categorica. Non glielo avrei dato il mio buco del culo. E allora continuò a incularsi Jay. Dopo dieci minuti sfilò il cazzo dal suo buco e tolse il preservativo e si masturbò fino a sborrarle sulle natiche. A quel punto sua moglie andò di corsa verso Jay a leccarle il sedere, raccogliendo con la lingua tutto il seme del marito.
   Finalmente era ora di tornare a casa. Prendemmo la nostra roba e chiamammo un taxi. Nel taxi Jay mi fece vedere i soldi. Erano quattrocento euro. E mi disse che ne avremmo potuti avere anche il doppio se avessi dato anche il mio di culo. Ma a quel punto le dissi di tenerseli quei soldi. Avere dei soldi in cambio di una prestazione sessuale in fin dei conti non era una cosa che mi interessava.
- Ma allora perchè sei venuta? - mi domandò.
- Jay, io sono una ragazza molto curiosa sessualmente. Ma sono anche una ragazza perseguitata dai rimorsi. Mentre ero lì dentro non facevo altro che pensare al mio Berni.
- Berni Berni Berni - Jay cominciò a prendermi in giro. - Che avrà di tanto particolare sto Berni?
- Niente, è solo l'uomo che amo.

Moana.

lunedì 17 agosto 2015

Sempre duro. 

(in foto: Bailey Jay, ts-baileyjay.com)


   Quando finii lo spettacolo ritornai nel camerino, e zio Giuliano colse l’occasione per invitare la clientela il prossimo sabato allo strip bar Biancaneve, e di non perdersi per nessuna ragione al mondo lo spettacolo tanto atteso di una star d’eccellenza. Una diva del porno che si sarebbe esibita soltanto per la clientela dello strip bar Biancaneve. Niente poco di meno che Ramona Centofoglie. Accidenti, pensai. Una diva del porno nel nostro strip bar.
   Jay mi spiegò che almeno una volta al mese venivano lì allo strip bar delle star del porno, e quando succedeva c’era la fila per entrare e il servizio d’ordine veniva rinforzato. 
- Che ne dici di venire da me stasera? – mi domandò Jay.
- Volentieri, grazie.
- Ma grazie di che? Tu sei mia amica. Anzi, se ti serve qualcosa, dimmi pure.
- Un paio di mutande, Jay. Le mie le ha prese qualcuno del pubblico.
- Ah, guarda… lascia che ti dica che sei stata fantastica. Geniale. Molto classica. Il gesto di tirare le mutandine al pubblico è un po’ fuori moda, ma “classicheggiante”, capisci? Stai migliorando tantissimo. Hai fatto un gesto di grande passione e di grande amore verso il pubblico. E poi complimenti per il pratino. Ho notato che te lo stai lasciando crescere. Io, al tuo posto, sai cosa avrei fatto? Mi sarei avvicinata ai margini del palco, avrei allargato bene le gambe e avrei cominciato a pisciare su di loro.
- Ma cosa dici, Jay? Hai sempre voglia di scherzare.
- Non sto scherzando. Dico davvero. Li avresti resi degli uomini felici. Avresti dato loro dei brividi di piacere molto intensi. Non voglio scherzare. La prossima volta fallo, vedrai che diventerai la diva indiscussa del bar.
- Ma io non voglio diventare proprio niente.
- Se non lo fai sei una cretina.
- Va bene va bene. Con te non si può discutere, Jay. Vuoi sempre avere ragione. Ma lo farò solo per accontentarti.
- Bene.
   Raggiungemmo l’uscita e c’era qualcuno ad aspettarci nello spiazzo antistante. Qualcuno che aspettava me. L’amministratore. Mi raggiunse e Jay gli si rivolse in modo brusco, chiedendogli del perché non ritornava a casa a dormire, invece di dare fastidio alle ragazze? L’amministratore non le rispose.
- Moana, stasera ti tratterò come una principessa – mi disse. – Perché è quello che sei. Una principessa.
- Ma falla finita! – Jay lo allontanò con una mano.
- Jay, lasciaci in pace, non sono cose che ti riguardano – gli disse lui.
- Io non ci voglio venire con te - continuai.
- Come sarebbe a dire? – mi chiese.
- Hai sentito, stupido? Non ci vuol venire con te.
- Ma perché? Moana, abbiamo una camera d’albergo tutta per noi, a pochi chilometri da qui. Moana, non dirmi di no. Ti prego. Ti darò mille euro.
- Mille euro, accidenti.
- Non starlo a sentire! – Jay mi prese per il polso e mi portò via.
   L’amministratore delegato non ci seguì, ma imprecò e insultò pesantemente Jay, dicendogli frocio e rottinculo. Jay si girò e gli fece vedere il dito medio, e quello si mise l’anima in pace e se ne ritornò a casa.
   Andammo a casa di Jay con un taxi, che in cinque minuti ci portò a destinazione. Jay abitava in una palazzina di quattro piani di nuova costruzione. Lei stava al secondo. Salimmo con l’ascensore, e lei mi domandò se quello lì mi aveva spaventata. Gli dissi di no. Lei mi guardò in modo severo.
- Non starai pensando mica a quei mille euro? Non te li avrebbe mai dati, fidati. Quello è innamorato perso di te, e se non ci stai alla larga inizierà a darti dei seri problemi.
   Certo che ci pensai a quei mille euro. Ma a lei non lo dissi. Mille euro era lo stipendio di un operaio (quando andava bene), e io li avrei guadagnati in una notte. Chi me l’aveva fatto fare di stare a sentire Jay? Non dovevo ascoltarla, e dovevo dirle di impicciarsi degli affari suoi. Ma ormai era troppo tardi. Ormai eravamo nel suo appartamento, un monolocale spazioso, con una cucina con un terrazzino che dava su di una strada al momento buia e inospitale. Ma, mi disse Jay, di giorno era tutta un’altra storia. Vedevi passare i ragazzini che andavano a scuola, le persone che andavano a lavoro e sentivi il vociare del mercato, che stava proprio lì di fronte.
- Andiamo a letto, tesoro, che sarai parecchio stanca. Aspetta che adesso ti do un paio di mutandine.
   Jay mi diede un paio di mutandine a perizoma col disegno di un panda sopra. Ci mettemo subito a letto, e Jay si strinse a me, mi baciò una guancia, poi me la baciò di nuovo e di nuovo ancora.
- Come sei affettuosa Jay - sussurrai.
   Sentii il suo cazzo in erezione premuto contro la mia gamba. Gli chiesi in tono scherzoso come mai il suo cazzo era sempre duro, e lei mi rispose che c’aveva sempre voglia di fare l’amore, e allora sorrisi e glielo accarezzai un pò, da sopra il tessuto dei suoi slip, e lei continuò a baciarmi le guance. Passammo quasi mezz’ora in quel modo, io ad accarezzargli il cazzo, e lei a baciarmi di tanto in tanto la guancia. Poi ci addormentammo e mi svegliai alle nove del mattino con la mano tutta impiastricciata del suo sperma secco.
   Jay dormiva ancora. La lasciai dormire e scesi giù in strada. Attraversai la strada e entrai nel mercato rionale, aperto anche di domenica mattina, pensate un po’ che fortuna. Così feci un po’ di spesa per Jay. Comprai i fagiolini, e poi un filone di pane e della mortadella. Presi tutta la roba, tutte le buste e salii su. Staccai le punte dei fagiolini una ad una e le buttai via, e li misi a bollire in una pentola. Nel giro di una mezz’oretta erano pronti. Jay entrò in cucina, si stropicciò gli occhi e poi mi abbracciò, baciandomi una guancia.
- Buongiorno tesoro – mi disse.
- Buongiorno Jay. Ho preparato i fagiolini. Ne hai fame? È quasi ora di pranzo, sai? Dormigliona!
- Odio i fagiolini, Moana – mi disse.
- Perché li odi?
- Perché una volta li ho mangiati, poi mi sono ubriacata e il giorno dopo ho vomitato un fagiolino. Uno solo. E mi ha fatto talmente schifo che da quel giorno non li ho mangiati più. Dovevi vederlo quel fagiolino nel lavandino del bagno, tutto solo, in mezzo alla mia bile. Era osceno. Immondo. Non posso mangiarli, mi dispiace.
- Va bene va bene. Risparmiami i dettagli. C’è anche della mortadella, e ho comprato anche il pane.
   E così mangiammo; io feci un abbuffata di fagiolini, Jay si concentrò principalmente sulla mortadella. Tagliò due fette di pane e ce la mise in mezzo e iniziò a darci dentro coi denti. Poi prese una lattina di birra dal frigo e bevve senza neanche versarsela nel bicchiere. Mi incuriosì tutta quella voracità e le sorrisi, lei invece mi guardò appena, e poi ritornò ad addentare il suo pane. Mi disse che quel giorno avremmo fatto un sacco di soldi. Io non capii. E lei allora mi disse di non preoccuparmi. Presto avremo avuto un pacco di soldi e ce la saremo spassata. Dovevo solo fidarmi di lei.

Moana.

domenica 16 agosto 2015

Il cespuglio. 

(in foto: Lisa Marie)


   E eccoci rientrati dalle vacanze. Dove eravamo rimasti? Oh sì, al mio lavoro allo strip bar. Avevo appena confessato tutto al mio Berni e lui si era mostrato subito molto comprensivo. Il giorno dopo mi rividi con Jay in centro. Gli uomini si giravano a guardarla, perché aveva una minigonna e tutte le cosce di fuori, ma quelli neanche immaginavano che lì sotto c’era un cazzo di queste dimensioni. O forse lo sapevano. Per questo guardavano.
- Toh, guarda chi c’è – disse a un certo punto indicandomi un uomo elegante. – Quello è un cliente dello strip-bar. Ciao tesoro.
   L’uomo fece lo gnorri e sgattaiolò in tutta fretta in un vicolo. Quel giorno avevo deciso di vuotare il sacco. Avevo deciso di raccontare a Jay di quei duecento euro extra che avevo rimediato con quel cliente del locale. Ero sicura di far bene, perché lei era molto comprensiva. Mi avrebbe capito, pensai. E invece non mi capì. Disse che ero una stupida.
- Almeno ce l’aveva il condom?
- No, non ce l’aveva.
- Cretina. Cretina che non sei altro. Ma comunque non lo fare più. Cioè, non lo fare più senza condom. Hai davvero bisogno di denaro?
- Io no, per carità. L'ho fatto perchè mi eccitava l'idea di dare la bocca in cambio di denaro.
- Che cretina.
- Ma perché continui a dirmi che sono una cretina, Jay? Io di te mi fido, credevo che mi volessi bene, e invece mi stai dimostrando il contrario. Si può sapere perché mi fai questo?
- Lo faccio perché ti voglio bene davvero. Sai io cosa faccio quando ho bisogno di denaro? – mi chiese Jay. – Vado alle terme.
- Alle terme? Che vuol dire? Alle terme uno ci va quando è stanco e stressato. Ci va per riposarsi, non per guadagnare qualche soldo extra.
   No. Le terme, mi spiegò Jay, le terme che intendeva lei, erano delle terme per scambisti. Si incontravano coppie e si scambiavano partner. Ma continuavo a non capire. Perché ci andava?
- Perché molto spesso le coppie cercano pure single. Capisci? Soprattutto donne. E… trans. Se vuoi ti ci porto. Una come te verrebbe subito rimorchiata da qualche coppia. E ti garantisco che ci sono solo coppie serie. Non è un bordello. Capisci? Non ti ci porterei mai in un bordello. Qui ci vanno solo i ricchi. I ricchi c’hanno un sacco di viziacci.
- Sì, è vero. È proprio così, Jay. 
   Jay mi disse che mi ci avrebbe portata presto a queste terme. Lì sì che saremmo riuscite a fare molti soldi. Altro che pompini da duecento euro.
   Intanto arrivò il sabato, il grande giorno in cui avrei dovuto dimostrare chi ero. Allo strip bar la Moldava, la Polacca e la Rumena mi guardavano sempre male. Io ero l’intrusa, quella che era venuta a rubare il lavoro a loro donne dell’est, professioniste del settore. Io ero Italiana, che cavolo ne sapevo di come si stava in uno strip bar? L’avevano inventato loro, lo strip bar. L’avevano inventato le barbariche popolazioni, per sollazzare i loro guerrieri che rientravano dalle loro eclatanti battaglie. E io non sapevo, quindi, come ci si comportava davanti ad un palo. La Senegalese mi odiava un po’ meno. Anzi, mi sorrideva, mi salutava, mi baciava le guance. Nel suo stentato italiano mi domandava come stavo. E io le dicevo che stavo bene.
   Mio zio Giuliano entrò nel nostro camerino e mi disse che avevo fatto colpo. C’era un uomo che voleva vedermi. Un uomo che mi trovava irresistibile. Lo fece entrare dentro. Era quello dell’altra volta. L’amministratore delegato col mercedes. Venne verso di me e mi baciò la mano. Jay lo guardò in cagnesco e gli disse che non poteva stare nel nostro camerino. Jay aveva capito che era lui quello del pompino di duecento euro.
- Vado via subito, Jay. Volevo solo salutare Moana.
- L’hai salutata, adesso vattene.
- Calma Jay – zio Giuliano le prese un braccio e la trascinò via. – Non si trattano così i clienti del nostro bar.
- Lasciami il braccio, testa di cazzo.
   L’amministratore delegato mi accarezzò il viso e mi disse:
- Come sei bella.
   Ma io non gli risposi. Poi mi disse che aveva atteso quel sabato per tutta la settimana, solo per potermi rivedere. Poi mi disse di aver prenotato una camera d’albergo, e che magari dopo lo spettacolo avremmo potuto fare il "servizio completo".
- Non dargli ascolto, Moana. È un bastardo – urlò Jay dall’altra parte del camerino, e cercò di raggiungermi, ma zio Giuliano gli sbarrava la strada.
   L’amministratore delegato chiese in malo modo a Jay che problemi aveva. E lei gli rispose che non doveva toccarmi nemmeno con un dito, perché io ero una santa.
- Hai capito, buffone? Una santa! Una santa!
- Beh, forse è meglio se ritorniamo in sala – disse zio Giuliano. – La situazione inizia a scaldarsi.
- Sì, forse è meglio – rispose l’amministratore, poi si rivolse a me. – Ci vediamo dopo, stellina.
- Porco che non sei altro! – urlò Jay, che intanto a frenarla ci si era messa pure la Senegalese, che la invitò a contenersi e a non fare piazzate.
   Iniziò lo spettacolo. Prima del mio numero zio Giuliano, per mettermi a mio agio, decise di far salire sul palco anche alcune mie colleghe. Questo, mi disse, mi avrebbe fatto sentire meno in imbarazzo. Insomma, mi avrebbero spianato la strada. E quindi la prima a salire sul palco fu la Moldava, con una divisa da poliziotta allupata in minigonna e stivaloni. Afferrò il palo e gli diede delle botte con l’anca. La sua espressione era così fredda che avrebbe potuto congelarci il pane. Ma tutti aspettavano Jay, che quella sera uscì fuori con un corpetto in lattice e la frusta. Iniziò a farne schioccare l’estremità come una domatrice di leoni, e dopo l’insistenza dei suoi ammiratori tirò giù le mutande (anche queste di lattice) facendo venire fuori il suo attrezzo immondo. Dio mio, quanta roba! E tutti a esultare e a cercar di toccarla, ma lei li tenne a freno con la frusta e quelli ritornarono a posto.
   Decideva lei da chi farsi toccare. Perché lei era Jay, signori. Non dimenticatevelo mai. Così scese dal palco e andò verso di loro, e si mise a sedere prima sulle gambe di questo e poi sulle gambe di quello lì, e quelli la toccavano dappertutto. Jay era unica, una vera professionista.
   Alla fine toccò a me. Salii sul palco e mi tremavano le gambe. Avevo deciso di esibirmi così com'ero, senza vestiti sadomaso o strane divise. Volevo i miei vestiti. Le mie mutandine, le mie scarpe col tacco, il mio vestito floreale.
   Facci vedere il cespuglio! Gridavano da giù. Ma temporeggiai prima un po’. Mi feci desiderare. E intanto morivo di paura e alzai il vestitino e feci vedere la lingerie. Presi i bordi delle mutandine con le dita e feci finta di abbassarle, ma poi le rialzai, e il pubblico esultò, e poi esultò ancora, ogni volta che fingevo di toglierle, fino a quando zac! Le tolsi definitivamente e le feci roteare con un dito, e con l’altra mano mi tenni su il vestitino facendogli vedere il cespuglio che tanto desideravano. Non mi depilavo da un pò, perchè per lo spettacolo avevo deciso di lasciarla così, nature. E a quanto pare avevo fatto bene. Il mio inguine era un folto cespuglio biondo e gli uomini in sala sembravano adorarlo come un oggetto sacro. Presa da un raptus di stupidità lanciai le mutandine tra la folla; riuscì a prenderle un uomo di mezza età, che subito se le portò in faccia e le annusò, e chiuse gli occhi. Il suo premio.
- Tienile, sono tue, te le regalo - gli dissi.
   Poi me ne pentii. E adesso come avrei fatto? Era l’unico paia che avevo lì. Sarei stata costretta a tornare a casa senza. Che cretina. Aveva ragione Jay a dire che ero una cretina. Mi girai verso le quinte e la vidi. Era lì che mi guardava, e mi sorrise, e sollevò i pollici verso l'alto per dirmi che stavo andando alla grande. Le era piaciuto quello che avevo appena fatto.

Moana.

sabato 1 agosto 2015

Blog chiuso per ferie.
(Ci rivediamo il 15 AGOSTO)


Cari amici, io e Sabrina siamo in ferie, ma ritorneremo il 15 AGOSTO insieme a Moana e Rocco per nuove sorprendenti storie. Nel frattempo vi invitiamo calorosamente a rileggere i nostri post del passato, per rivivere le nostre appassionanti avventure. Ciao a tutti e a presto.   

Stefano e Sabrina.


venerdì 31 luglio 2015

Confessioni post-coito.


   Ancora non avevo detto nulla a Berni del mio nuovo lavoro. Però era giusto dirglielo, d'altronde era pur sempre il mio fidanzato. Non potevo taciergli una cosa del genere.  E poi ogni volta che andavo a lavoro non potevo sempre dirgli che uscivo con le amiche. Questa balla avrebbe retto poco. E così decisi di dirglielo. Ma per farlo dovevo cogliere l'occasione giusta. Qual'era l'occasione giusta se non dopo aver fatto l'amore? Eravamo a casa mia, nella camera da letto dei miei. Fare l'amore nella camera da letto dei miei mi dava un eccitazione fuori dal comune; lì dove i miei avevano consumato migliaia di sensazionali orgasmi, io consumavo i miei, e davo il mio corpo a Berni. Ma lo facevo solo con lui. Non mi piaceva farlo nella camera dei miei con altri uomini, solo con lui, che era il mio uomo, e che i miei genitori stimavano. E proprio per questo mi sentivo autorizzata a utilizzare il loro letto per concedere il mio corpo e far godere il mio uomo. Solo perchè era Berni, l'uomo che i miei avevano accolto in casa come un figlio.
   E quindi eravamo lì, e io stavo dando il meglio di me. Avevo cominciato sbocchinandolo con passione, ma ad un certo punto fui costretta a fermarmi, altrimenti avrei rischiato di farlo venire subito. A quel punto ho cercato di farlo rilassare, e abbiamo pomiciato un po', poi lui si è attaccato con la bocca alla mia vagina, e ha cominciato a succhiarmela come se fosse stata un frutto succoso. Gli piaceva tanto succhiarmela, e devo dire che in questo era molto bravo, e riusciva sempre a farmi venire. Poi lo feci stendere sul letto e mi ci misi sopra a smorza candela, che era la nostra posizione preferita. Dopo cinque minuti iniziò a sborrarmi dentro. Sentii il suo seme caldo esplodermi nel corpo. Mi sfilai il suo cazzo da dentro e mi riposai accanto a lui.
- Ti amo Moana.
   Quando mi diceva così potevo dirgli qualsiasi cosa. In genere quando dovevo confessargli le mie scopate con gli altri uomini lo facevo sempre dopo averlo fatto sborrare, e subito dopo che mi diceva quelle parole: "ti amo". Dopo aver sborrato me lo diceva sempre. In verità me lo diceva anche in altre occasioni. Berni era un ragazzo molto dolce. Però dopo aver fatto lamore me lo diceva in un modo che mi faceva sciogliere. Lo diceva con un tono di voce così caldo che mi faceva capire davvero quanto tenesse a me. A quel punto dovevo approfittare del suo amore per confessargli le cose più inconfessabili.
- Tesoro, c'e una cosa che devo dirti.
- Ci risiamo - mi rispose. - Sei stata a letto con un altro uomo.
- No no - continuai scoppiando a ridere. - Questa volta no. Quello che volevo dirti e che ho lasciato il lavoro al call center. Ora lavoro al bar di mio zio Giuliano.
- Scusami un attimo... tuo zio non aveva uno strip bar?
- Sì, proprio così.
- E tu lavori in uno strip bar?
- Sì, esatto.
- E cosa fai?
- Servo ai tavoli.
- Ah beh, se è solo questo.
- Sì però servo in perizoma. E qualche volta dovrò anche esibirmi. Sai, a turno noi ragazze del serizio ai tavoli ci esibiamo in spettacoli di striptease.
- No Moana, non mi va bene. Non voglio che altri uomini vedano la mia donna nuda. E' proprio una cosa che non mi va giù.
- Ma tesoro, è solo per lavoro. Oltre l'orario di lavoro sarò solo tua.
   Per convincerlo ripresi il suo cazzo in bocca e lo feci godere di nuovo. Alla fine cedette, ma gli dovetti promettere che sarei stata per davvero soltato sua. Glielo promisi. Col cuore sarei stata soltanto sua. Col cuore. Il corpo è un'altra questione.
   Intanto zio Giuliano la sera dopo mi disse che quel sabato sarebbe toccato a me fare lo spettacolo di striptease, ma considerando il fatto che ero sua nipote potevo essere esonerata dal farlo. Mi disse che se le  altre avrebbero fatto storie c'avrebbe pensato lui a metterle a tacere. Ma io gli dissi che lo avrei fatto. Era chiaro che lui non voleva. Non voleva che facessi quello spettacolo, semplicemente perchè per lui ero come una figlia, e vedermi lì tutta nuda, davanti ad un pubblico di allupanti, lo avrebbe fatto ingelosire tantissimo. Ma io insistetti. Dovevo farlo, anche per non passare davanti alle mie colleghe come la privilegiata di turno, la scansafatiche della situazione.
   A quel punto dovevo solo decidere come comportami, perchè ognuna delle mie colleghe aveva un proprio numero. Il numero di Jay per esempio era quello di presentarsi in frac, con tanto di cappello a cilindro, e sfoderare il suo enorme cazzo davanti a tutti. E questo numero era di certo quello più apprezzato dai clienti dello strip bar. Io avrei dovuto inventarmi qualcosa di altrettanto spettacolare. Qualcosa di porchissimo, da far restare tutti a bocca aperta.
   Comunque avevo abbastanza tempo per pensarci. E ora che avevo confessato tutto a Berni potevo esercitarmi con lui. Infatti provai più volte in sua presenza dei numeri di striptease che mi venivano in mente, ma finiva sempre allo stesso modo, cioè ci eccitavamo come matti e ci mettevamo a fare l'amore. E dopo mi esortava a ripensare a quello che mi aveva detto mio zio, cioè al fatto che potevo anche non farlo. Ma io volevo farlo a tutti i costi. Un mio rifiuto avrebbe potuto scatenare dei forti malumori nelle mie colleghe, che gia' non mi vedevano di buon occhio essendo la nipote del proprietario dello strip bar.

Moana.

giovedì 30 luglio 2015

mercoledì 29 luglio 2015

Un pacco di soldi.

(nella gif animata: Jesse Jane)


   Fuori allo strip bar era tutto buio e i clienti cominciavano a uscire, e alcuni mi guardarono, mi fecero i complimenti: "sei stata bravissima, brava". E io: "grazie grazie, è stato il mio primo giorno". E loro: "però sei stata brava. Sei bellissima".
   Zio Giuliano mi vide e mi chiese se avevo bisogno di un passaggio, ma io gli risposi che avrei telefonato a Berni per farmi venire a prendere con la macchina. Allora lui mi baciò le guance e se ne andò. Così chiamai Berni, ma non ci fu niente da fare. Aveva il telefono staccato. Ero davvero nei guai, cominciai a chiedermi come avrei fatto a ritornare a casa.
   Vidi andar via le mie colleghe. Jay fu l'ultima ad uscire, e mi chiese come avrei fatto a tornare a casa.
   Che carina, si preoccupava per me. Era molto gentile. Non lo so, in qualche modo avrei fatto.
- Vieni a dormire da me – mi disse. – Abito qui a due passi. Prendiamo un taxi e siamo da me in cinque minuti.
- No grazie, devo assolutamente tornare a casa, sennò i miei genitori si preoccupano. Non vogliono che rimanga fuori tutta la notte.
- Sei un amore. Ecco, prendi il mio numero di telefono. Se non riesci a raggiungere casa, chiamami, che ti vengo a prendere e ti faccio dormire da me.
   E così vidi Jay allontanarsi; un taxi passò a prenderla e non la vidi più. L’ultimo cliente uscì dallo strip bar; un uomo di una cinquantina d’anni. Anzi, forse di più. Forse aveva anche passato i sessanta. Giacca e cravatta, di sicuro un professionista, uno che lavorava, uno che faceva l’amministratore delegato o qualcosa del genere. Uno che stava per tornare dalla moglie che stava dormendo col pigiamone imbottito. Mi guardò, si accese una sigaretta e sorrise.
- Tu sei quella nuova – mi disse.
- Sì, sono quella nuova.
- Beh, complimenti davvero. Non sei niente male.
- Grazie.
- E poi ‘ste Moldave, ‘ste Rumene, hanno un po’ rotto i coglioni. Lavorano con freddezza, con meccanicità, non so se mi spiego.
- Meccanicità?
- Sì, per loro stare nude o stare vestite davanti agli uomini è la stessa cosa. L’importante è che gli dai i soldi. Capisci?
- Sì, capisco.
- È tutta questione di cash. Capisci? Tu invece no. Si vedeva che eri in imbarazzo. Si vedeva che non eri a tuo agio. 
- Eh già.
- Vuoi un passaggio? 
   Non avevo altra scelta. Berni non rispondeva. L'unica cosa che potevo fare era accettare quel passaggio da quello sconosciuto.
- Ok, ma non si metta strane idee in testa. 
   Bella macchina, davvero. L’uomo aveva una bella Mercedes, grigio metallizzato, e dentro era tutta pulita, profumata, con l’alberello profumato che dondolava sullo specchietto. Bella macchina, davvero.
- Una sciocchezzuola – mi disse e con la mano del cambio mi accarezzò una coscia. – Chissà, magari se saprai gestire bene il tuo denaro, un giorno ne avrai una anche tu.
   Sì, chissà. Può darsi. La mano ritornò sul cambio e la macchina andò dritta verso la variante. L’amministratore delegato parlava molto, gli piaceva parlare, e farmi domande, e chiedermi perché avevo deciso di fare quel lavoro, da dove venivo, chi erano i miei genitori, quanti anni avevo. E per quanto nelle mie possibilità cercai di dargli delle risposte molto dettagliate, più che altro per perdere tempo, perché la strada era ancora lunga.
- Diciotto anni? – mi chiese. – Pensa un po’, ho una nipotina della tua stessa età. Certo, lei non si esibisce negli strip bar. Lei è iscritta alla facoltà di medicina.
   Per fortuna eravamo quasi arrivati. Non lo sopportavo più. Vedevo la linea ferroviaria che costeggiava il quartiere dove vivevo. Eravamo quasi arrivati; bastava andare un pochino più avanti ed era fatta, e invece cominciò a rallentare.
- Aspetti un attimo. Cosa diavolo sta combinando? Perché sta accostando qui, in questo spiazzo?
   Le ruote calpestarono il selciato e le foglie secche, facendo scricchiolare tutto. Poi lui spense il motore e mi guardò per qualche istante. Mi sorrise appena, e poi si abbassò la lampo dei pantaloni, facendo venire fuori il suo cazzetto moscio e rugoso.
- Ma cosa fa? Lo rimetta dentro, per carità.
- Che fai, non me lo dai un bacetto della buona notte, prima di rientrare a casa? – mi chiese.
- Non mi sembra il caso.
- Ma come, io ti ho accompagnata fin qui, e questo è il tuo modo di ringraziarmi? Dai, solo un bacetto.
- Ehi, io non le faccio queste cose. Io sono fidanzata - gli mostrai l'anello di fidanzamento che portavo all'anulare della mano destra.
- Ho capito. Cinquanta vanno bene?
- Cinquanta? Cinquanta non so che farmene. Ma neanche cento. Neanche per tutto l’oro del mondo. No no, non se ne parla.
- Duecento?
   Sarei potuta scendere e farmela a piedi, tanto ero quasi arrivata, però la tentazione di provare quella sensazione era davvero forte. La sensazione di darmi via per denaro. Non l'avevo mai fatto, e adesso mi avevano appena fatto una proposta. Cosa si provava a fare un lavoro di bocca per denaro? Ero davvero curiosa di vedere come mi sarei sentita dopo. E soprattutto l'offerta non era affatto male. Duecento euro. Cavolo, quanta roba ci potevo comprare con duecento euro.
- Va bene, però si fa in fretta e poi ognuno per la propria strada.
   Era tutto rugoso e moscio, ma dopo averlo messo in bocca iniziò a diventare duro. Ci volle un pò a dire il vero, ma sono sempre stata molto brava con la bocca. Ci sapevo fare davvero bene, e quindi riuscivo sempre a far alzare tutti i cazzi, anche quelli più timidi. Lui mi mise una mano tra i capelli e mi spinse la testa più giù, fino a farmi entrare pure le palle in bocca. Sentivo che stavo per soffocare, poi finalmente mi lasciò. Avevo le lacrime agli occhi, ma continuai a sbocchinarlo, e lui mi diceva che ero una gran troia. Ad un certo punto sentii il suo cazzo pulsare, stava sborrando, e riuscii in tempo a farlo uscire fuori. Lo masturbai facendolo fiottare copiosamente. La sborra saltò dappertutto, pure sui miei capelli.
- Brava, che bocchinara che sei – sussurrò.
   Mi ricomposi sul sediolino e gli chiesi i soldi. Lui li prese dalla tasca dei pantaloni e me li diede. Prima di lasciare la macchina l’amministratore mi accarezzò il viso, e mi disse che sarebbe stato molto contento di rivedermi. Gli diedi la buonanotte e strinsi le quattro banconote da cinquanta euro nella mano. Con quei soldi e le cospicue mance dei clienti dello strip bar ero carica di denaro. Sapevo di aver fatto una cazzata, soprattutto perchè quello che avevo fatto non era giusto nei confronti di Berni. Ma ero riuscita a mettere su davvero un bel gruzzoletto. L'indomani sarei andata a spararmeli tutti in vestiti e scarpe. Aveva ragione Berni a dire che ero come mia madre. Una gran puttana. 
  
Moana.