sabato 16 giugno 2018

Gli occhi luminosi

dell'amore. 

(in foto: Emma Mae, Something Got Me Started, Babes.com)


   Quando tornai a casa era tutto cambiato. Cioè, non proprio tutto, essenzialmente era Moana ad essere cambiata, e quindi era come se fosse cambiata ogni cosa. Il suo atteggiamento nei miei confronti era diverso dal solito. Da quando ci eravamo lasciati praticamente lei mi salutava a stento, e invece adesso non appena mi aveva visto rientrare mi era venuta incontro e mi aveva stretto in un tenero abbraccio. E poi aveva cominciato a tempestarmi di domande: come stai? Hai fame? Perché non hai telefonato neppure una volta?
   In effetti ero sparito per più di una settimana, perché stavo tentando di dare alle luce un nuovo film. Ma dopo la buona riuscita del primo, farne un altro e cercare di ottenere gli stessi risultati era un’impresa molto difficile. Anche perché buona parte del successo del primo film era sicuramente legata alla presenza di Moana, la quale aveva vestito (per modo di dire) i panni della protagonista. Ma poi in seguito mi aveva fatto capire che non era per nulla interessata a proseguire quel tipo di percorso. E così adesso stavo cercando un’altra aspirante attrice del suo stesso livello. Ma capirete da soli che era una cosa impossibile.
   Ma ritorniamo a ciò che stavo dicendo poco fa, e cioè che l’atteggiamento di Moana verso di me era misteriosamente cambiato. Mi invitò a sedermi insieme  lei sul divano e le parlai di quello che stava facendo in quei giorni, e lei mi ascoltò attentamente guardandomi con i suoi tipici occhi a cuoricino che aveva ogni volta che voleva farsi montare da qualcuno. In effetti era una situazione che davvero facevo fatica a comprendere. Quei suoi occhi parlavano chiaro; aveva voglia d’amore. Tanto che ero tentato di chiederglielo se voleva farlo, ero quasi certo che mi avrebbe risposto di sì, ma non ebbi il coraggio di farlo, perché in fin dei conti ci eravamo lasciati da un bel po'. Eppure quel suo modo di guardarmi, quella luce che aveva sul viso, erano cose molto eloquenti; erano gli occhi dell’amore. Ne ero certo, eppure non ce la facevo a proporle di farlo, perché se poi mi sbagliavo? Avrei fatto la figura dello stupido.
   Avevo una gran voglia di saltarle addosso e strapparle quel porchissimo vestitino da sera beige che indossava, e poi baciarla dappertutto, soprattutto in mezzo alle gambe, e poi il suo buchetto del peccato (cioè il suo buco del culo, però a me piaceva chiamarlo in quel modo, cioè buchetto del peccato, e a lei era sempre piaciuto il fatto che glielo avevo ribattezzato in quel modo). Ammetto che nonostante non fossimo più fidanzati, lei continuava ad essere il mio sogno erotico ricorrente. Ma d’altronde Moana era il sogno erotico di tutta la città. Ci sono uomini che farebbero qualsiasi cosa pur di trascorrere una notte con lei. E devo dire che da quando ci eravamo lasciati avevo molto sofferto la mancanza delle porcate che era in grado di fare, cose che forse avrebbero fatto arrossire di vergogna tutte le altre ragazze, ma non lei. Per esempio lei spesso faceva una cosa che difficilmente una ragazza avrebbe fatto al proprio uomo, e cioè ti leccava tra il buco del culo e le palle, ed è inutile che vi dica che era una sensazione paradisiaca.
   Moana nel sesso era sempre stata pronta a tutto, aperta a qualsiasi tipo di esperienza, anche le esperienze considerate più immorali, e forse era questo che mi aveva sempre spaventato, e cioè che lei era troppo avanti rispetto a me riguardo al sesso. E a spaventarmi era proprio questo, cioè di non essere in grado di soddisfarla, perché Moana aveva bisogno di uno stallone da monta di razza per essere soddisfatta. Non mi ero mai sentito alla sua altezza, e forse inconsciamente avevo pensato che prima o poi si sarebbe stancata di me e si sarebbe gettata tra le braccia di un maschio alpha con un corpo da dio e le prestazioni di un pornoattore.
   Per evitare un simile epilogo avevo deciso che era meglio lasciarci. E mentre ero lì sul divano con lei, e lei mi guardava con gli occhi luminosi dell’amore, mi resi conto della sciocchezza che avevo fatto. Devo ammettere che nel periodo che siamo stati separati mi sono ammazzato di seghe senza senso. Le seghe senza senso sono quelle seghe che ti fai quando non ne hai voglia, giusto per passare il tempo, e che non ti danno nessun appagamento. Erano senza senso perché non erano quello che volevo. Ciò che volevo era Moana, tutto il resto non aveva alcun valore.
   Confesso che qualche volta mi ero fatto qualche sega pensando a lei che faceva l’amore con altri uomini, ed erano le uniche volte che avevo provato piacere. Un paio di volte invece lo avevo fatto spiandola dal buco della serratura della sua stanza, mentre era a letto con gli uomini che spesso trascorrevano la notte con lei. E più la sentivo godere e più sentivo che la mia insoddisfazione era legata al fatto che lei non era più mia. Ormai era diventata la donna di altri uomini, alcuni dei quali senza scrupoli, che la trattavano soltanto come un buco da riempire. E questo un po' mi feriva, ma allo stesso tempo mi eccitava un casino. Vederla in balìa di maiali che non avevano alcun rispetto per lei mi mandava al manicomio. E questo perché l’amavo ancora.
   E adesso era lì accanto a me, sul divano, e mi guardava con i suoi tipici occhi dell’amore, per non so bene quale motivo. Forse anche in lei si era riaccesa la fiamma della passione. Forse c’era qualche buona possibilità di far ripartire le cose, ma non sapevo precisamente cosa fare. Chi doveva fare il primo passo? Io o lei?
   “E allora...” disse Moana, che aveva chiaramente voglia di parlare. “A parte il lavoro, cosa mi racconti di bello? Ti vedi con qualcuna? Hai una relazione?”.
   “No, niente di tutto questo. Ma perché vuoi saperlo?”.
   “Beh sai, ormai è già da un bel po' che ci siamo lasciati, eppure continuiamo a vivere nello stesso appartamento, e inoltre siamo i genitori di una bambina meravigliosa. E nonostante questo conduciamo due vite parallele e ne sappiamo così poco l’uno dell’altro”.
   “E tu? Ti vedi con qualcuno?”.
   “Solo avventure occasionali. Niente di speciale. Dai, dimmi la verità” mi disse divertita, e continuando ad avere sul viso quell’espressione tipica di quando aveva voglia di fare l’amore. “Non hai avuto altre relazioni da quando ci siamo lasciati? Puoi dirmelo, non mi da mica fastidio. Ti sarà capitato di fare qualche porcata”.
   “No, non c’è stato niente. Non ho avuto alcuna relazione. Però qualche porcata l’ho fatta” decisi di gettare la maschera e dirle la verità, forse nel disperato tentativo di riavvicinarmi a lei. “Ammetto di averti spiata qualche volta, mentre facevi l’amore”.
   Moana mi sorrise in modo compiaciuto.
   “Beh, non c’è niente di male” rispose. “Puoi spiarmi ogni volta che ti pare se ti fa piacere. Se questo ti rende felice, rende felice anche me”.
   Forse mi sbagliavo, ma ebbi l’impressione che quelle parole fossero una specie di dichiarazione d’amore. Era come se Moana stesse cercando di riconquistarmi.

Berni.

giovedì 14 giugno 2018

Tu sei come me...

...schiava di un solo padrone.


   Il giorno dopo mi svegliai a mezzogiorno, stanca e insoddisfatta. Indubbiamente Enrique era stato bravissimo e mi aveva fatto venire un sacco di volte, ma poi mi era rimasta una terribile sensazione di vuoto. Pagare per andare a letto con lui era stata una stupida perdita di denaro, perché poi alla fine non avevo ottenuto ciò che volevo. Ma cosa volevo esattamente? Non riuscivo a capirlo, però certamente non era il sesso fine a se stesso a interessarmi. Di solito quando si fa l’amore ci si sveglia di buon umore, io invece ero quasi incazzata nera, proprio perché quell’esperienza non mi aveva lasciato niente, anzi ci avevo pure un quarto del mio stipendio.
   Quando entrai in cucina trovai Antonella con in braccio la mia Cleopatra; la radio era accesa e stava trasmettendo una canzonaccia rap dal ritmo ossessivo e di dubbio gusto. Io indossavo una vestaglia da notte nera semitrasparente che avercela o no era la stessa cosa, perché praticamente mi si vedeva tutto.
   “Spegni quella maledetta radio” le ordinai, “non voglio che mia figlia ascolti questa musica di merda”.
   Antonella tolse quella stupida musica e si mise a guardarmi senza dire niente. Misi su una cialda nella macchina dell’espresso e aspettai che il caffè fosse pronto. A quel punto iniziai a berlo a piccoli sorsi e poi andai verso lei e presi la mia Cleopatra dalle sue braccia.
   “Grazie Antonella. Adesso puoi andare. Ho messo i soldi nell’ingresso, accanto alla tua borsetta. Sia quelli per il tuo lavoro da babysitter sia quelli per la notte che ho passato insieme al tuo fidanzato”.
   Enrique era già da un bel po' che era andato via. Infatti quando mi ero svegliato lui non c’era più nel letto. Ed era stato meglio così, perché non ho mai sopportato l’idea di dovermi svegliare accanto ad un uomo che non amo neppure un po', o comunque per il quale non provo neppure un briciolo di affetto.
   “E non mi dici niente? Com’è andata?” mi chiese lei con un tono di complicità per niente sincero. Era piuttosto un tentativo buffo di capire se quella notte d’amore con il suo fidanzato avrebbe avuto un seguito.
   “Non è stato granché” risposi. “Mi sono divertita, ma niente di più. Puoi tenertelo il tuo Enrique. Scopa da dio, ma questo è tutto”.
   Antonella sembrava più tranquilla, anche se probabilmente da quel momento in poi mi avrebbe vista sotto un altro aspetto, e cioè mi avrebbe considerata come una stronza che col denaro crede di poter comprare tutto, anche i fidanzati delle altre. Ma comunque io mi sentivo a posto con la coscienza, nel senso che non è che le avevo fatto un ricatto (del tipo: o mi fai andare a letto col tuo fidanzato o ti licenzio), semplicemente le avevo fatto un’offerta, denaro in cambio di una notte con Enrique. E lei aveva accettato, per cui non riuscivo a vedere dove fosse il problema.  
   Forse l’unica cosa che mi si poteva rimproverare era il fatto di aver sputato sul piatto dove avevo mangiato, nel senso che avevo detto ad Antonella che il suo fidanzato non era stato granché. In effetti questa cosa avrei potuto anche risparmiarmela. Sì, era vero che andare a letto con Enrique non mi aveva lasciato niente, ma potevo anche evitare di dire quella cosa. Magari alla sua domanda avrei potuto rispondere semplicemente: è andata bene, grazie. E invece no, avevo risposto in quel modo davvero inappropriato.
   Forse avevano ragione le mie commesse del negozio di intimo, le quali mi consideravano arrogante e presuntuosa, e anche un po' stronza.
   Verso ora di pranzo mi telefonò mia madre. Anche lei voleva sapere com’era andata.
   “E allora, maiala che non sei altro” mi disse. “Com’è andata la monta?”.
   “Tutto sommato bene, ma ho avuto esperienze migliori. Non mi sento pienamente soddisfatta”.
   “Lo credo bene, solo Berni riusciva a soddisfarti”.
   “In verità Berni non è mai stato un fenomeno a letto”.
   “Può essere, però almeno era il tuo uomo. Anche se le sue prestazioni, come dici tu, non erano eccelse, quantomeno ti amava. Molto spesso il piacere di una scopata dipende anche da questo. Rassegnati Moana, tu sei come me, non sei fatta per la poligamia. Va bene divertirsi ogni tanto, farsi qualche scappatella, fare delle nuove esperienze, però poi alla fine quello di cui abbiamo bisogno è di un partner con cui condividere nel bene e nel male il percorso della nostra vita”.
   Cazzo, mia madre aveva ragione. Ero proprio come lei, nonostante facessi fatica ad ammetterlo. Avevo bisogno di qualcuno accanto, e probabilmente era questo il motivo della mia insofferenza. Lei in realtà ne aveva due di uomini, come ben sapete, il mio papà biologico e il papà che mi aveva cresciuta, e lei non aveva mai potuto farne a meno, né dell’uno né dell’altro. E spesso l’avevo criticata per questo, accusandola di essere succube di loro, soprattutto del mio papà biologico, per il quale era arrivata anche a tatuarsi l’iniziale del suo nome dietro il collo, quasi come se quella lettera fosse una dimostrazione del fatto che lei apparteneva a lui, come un oggetto, un giocattolo del piacere.
   Ebbene, a questo punto non potevo fare altro che ammettere che anche io appartenevo a qualcuno, anche io come mia madre ero una donna oggetto. Ero una bambolina del sesso come lei e dovevo rassegnarmi a questo. Era solo una parvenza la mia, da super donna che non ha bisogno di niente e di nessuno. E invece non era vero. Altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui nonostante la rottura con Berni io gli abbia permesso di continuare a condividere l’appartamento con me. Lo avevo fatto perché inconsciamente avevo bisogno di lui. Ecco perché sentivo quel senso di vuoto e di insoddisfazione dentro.

Moana.

giovedì 7 giugno 2018

Tutto mio,

per una notte intera. 


   Alla fine ero riuscita a raggiungere un accordo con Antonella. Seicentocinquanta euro e il suo fidanzato era mio per una notte intera. Lo so che era una follia; erano davvero un sacco di soldi, ma con quello che guadagnavo col negozio di intimo potevo permettermelo. Ma era la prima volta che facevo una cosa del genere: pagare per fare l’amore. Chi l’avrebbe mai detto? D’altronde potevo anche cercarmi qualcosa di gratis; non avrei avuto problemi a trovare un uomo. Mi sarebbe bastato fare una telefonata a qualche mia vecchia conoscenza con cui ero andata a letto in passato e la monta era garantita. Ma non era questo il punto. Il punto era che io volevo lui. Io volevo Enrique.
   Mi ero così intestardita su questa cosa che ero arrivata addirittura ad offrire del denaro alla sua fidanzata pur di farmi ingroppare da lui. Qualcuno potrebbe obiettare: “ma perché non lo hai fatto di nascosto?”. Ebbene, in principio l’idea era proprio quella, però poi ero stata investita da un terribile senso di colpa e ho deciso di procedere in questo modo. Avendo l’approvazione di Antonella, che avevo convinto offrendole  quella considerevole somma di denaro, quello che adesso mi accingevo a fare era certamente un qualcosa che mi metteva a posto con la coscienza. Non era mia intenzione renderla cornuta. E così adesso, con il suo consenso (anche se era un consenso comprato a caro prezzo) era tutto in regola, e quindi in effetti non la stavo facendo diventare una cornuta, perché lei lo sapeva. 
   Ovviamente Antonella non mi aveva detto subito di sì. Piuttosto mi aveva risposto che prima voleva parlarne con Enrique e vedere se lui era d’accordo. Ma non c’erano dubbi sul fatto che lo fosse. D’altronde mi aveva dato vari cenni d’intesa ai miei continui corteggiamenti dei giorni precedenti. Quindi non vedo il motivo per cui non avrebbe dovuto accettare. E poi seicentocinquanta euro erano davvero un sacco di soldi.
   E così il giorno dopo che le avevo fatto quella proposta, quando ritornai dal lavoro Antonella mi disse l’esito della discussione che aveva avuto con Enrique, il quale aveva detto sì, e quindi a breve sarebbe venuto a casa e sarebbe stato mio per tutta la notte. Lei intanto, mi disse, si sarebbe premurata di occuparsi della mia piccola Cleopatra per tutto il tempo, mentre Enrique mi avrebbe montata nella mia camera da letto fino a rendermi esausta.
   “Tesoro” prima della monta cercai di rassicurarla, perché era visibilmente tesa per quello che stava per succedere, “non devi preoccuparti per ciò che sta per accadere. Probabilmente sentirai Enrique gridare per il piacere che proverà nel penetrarmi, sia analmente che vaginalmente, e certamente griderò anche io per l’enormità del suo membro che sentirò entrare e uscire dalle mie cavità. Ma tu devi stare tranquilla, perché lui rimarrà sempre il tuo uomo. Io non voglio portartelo via, voglio soltanto farci l’amore. Dopo questa notte vedrai che tutto tornerà alla normalità, e voi ritornerete ad essere una coppia di innamorati come tutte le altre. E poi... chi può dirlo, magari questa esperienza renderà il vostro rapporto ancora più solido. Ho sentito dire che i tradimenti solidificano le coppie, sai?”.
   “Dici?” Antonella non sembrava molto convinta di ciò che avevo appena detto, e infatti abbassò la fronte e il suo viso assunse un espressione di sconforto. Allora io le misi due dita sotto il mento e gli feci rialzare lo sguardo verso di me.
   “E poi in fin dei conti non è un vero e proprio tradimento, è piuttosto un accordo economico” continuai. “Dai, non stare giù. Infondo credo di averti offerto una cifra piuttosto considerevole, non credi?”.
   Ovviamente non potevo pretendere di tirare su il morale di Antonella, d’altronde a breve mi sarei fatta montare dal suo fidanzato, per cui era del tutto normale se era un po' amareggiata.
   Così decisi di andarmene in camera da letto a prepararmi. A breve sarebbe arrivato Enrique, e volevo farmi trovare già pronta con indosso un completino intimo molto porco. Quindi iniziai a rovistare nel mio armadio e alla fine optai per un classico, e cioè un corpetto nero, il perizoma, le calze autoreggenti e le scarpe col tacco dodici. Ero molto nervosa, perché non vedevo l’ora di vederlo entrare nella mia camera, e poi di conseguenza di vederlo entrare dentro di me. Avevo già piazzato una confezione da dodici preservativi sul comodino e la mia speranza era di consumarne almeno la metà.
   Controllai cento volte com’era l’alito, fiatandomi sul palmo della mano e poi annusando attentamente. Poteva andare. Poi mi venne un dubbio: avevo abbastanza lubrificante per la penetrazione anale? Controllai e tirai un sospiro di sollievo. Ne avevo abbastanza. Con il notevole membro che  aveva Enrique era meglio averci una buona scorta.
   Sembrava che era la prima volta che facevo l’amore per quanto ero agitata. Ero seduta sul letto e stavo cercando la posizione giusta in cui farmi trovare al suo arrivo; di lato? A pancia in giù o a pancia in su? In ginocchio sul letto, o magari per terra, subito pronta per il sesso orale. Non sapevo neppure io come mettermi. E poi cosa avrei dovuto dire? Non lo sapevo. Avevo paura di sembrare stupida. Potevo dire semplicemente: “ciao stallone”, ma non mi convinceva. E allora provai diverse frasi, ripetendole ad alta voce e con varie intonazioni, e accompagnandole con espressioni del viso ammiccanti. “Ce ne hai messo di tempo”, oppure “fammi tua”, o addirittura “stasera mi sento molto maiala”. Ma ero sempre insoddisfatta. Volevo una frase ad effetto, una frase che si identificasse alla perfezione con la mia personalità.
   Poi ad un certo punto sentii suonare alla porta d’ingresso; era lui, e Antonella stava andando ad aprirgli. Ero nel panico, non sapevo in che posizione mettermi e cosa dire non appena sarebbe entrato in camera. Ma intanto il tempo era davvero poco. Dovevo prendere una decisione. Così afferrai una rivista di moda che stava sul comodino e mi misi a sedere sui bordi del letto, e accavallai lei gambe, e iniziai a far finta che stavo leggendo un articolo. Indifferenza. Decisi di adottare la tattica dell’indifferenza. E così quando Enrique sarebbe entrato in camera io sarei apparsa ai suoi occhi con un atteggiamento distaccato di chi è padrona della situazione. Peccato soltanto che non mi ero accorta che avevo tra le mani la rivista sottosopra, quindi alla fine feci soltanto la figura della perfetta imbranata.

Moana.
  

martedì 5 giugno 2018

Un fidanzato

in affitto.

(nell'immagine: Nicole Heat, First Anal Journey, Adult-Empire.com)


   Il mio comportamento meschino nei confronti di Antonella, la babysitter dagli eccentrici capelli azzurri che avevo assunto per badare alla mia Cleopatra, non aveva limiti. Stavo facendo la stronza con il suo fidanzato, e per di più molto spesso lo facevo in sua presenza, e lei non diceva niente per quieto vivere, perché non voleva rischiare di perdere il lavoro. E io lo avevo capito e quindi mi sentivo autorizzata a fare qualsiasi cosa. E allora presi l’i-phone di Antonella e mi misi a curiosare nella sua rubrica, e cercai il numero di Enrique. Lo so, stavo facendo una cosa da vera stronza, ma in quel momento non me ne rendevo conto. O forse sì ma non me ne fregava niente. Quindi lo telefonai per chiedergli se gli era piaciuto quello che avevo fatto per lui, cioè farmi vedere sotto la minigonna.
   “Ciao Enrique, sono Moana”.
   “Ciao” mi rispose. Era molto perplesso perché probabilmente non si aspettava una simile improvvisata da parte mia. “Come hai avuto il mio numero?”.
   “L’ho preso dall’i-phone di Antonella”.
   “Che stronza” mi disse divertito.
   “Sì, sono un po' stronza. Ti ho chiamato per chiederti se ti è piaciuto quello che ti ho fatto vedere”.
   Non sapevo se stavo facendo la cosa giusta, ma a quanto pare Enrique non disdegnava il mio corteggiamento. Il suo interesse per me era innegabile, altrimenti non sarebbe stato mai e poi mai al mio gioco. E invece ci stava alla grande, e certamente le speranze che avevo di andarci a letto insieme si stavano concretizzando molto.
   “Perché lo hai fatto?” mi chiese. Si riferiva al fatto che gli avevo fatto vedere i miei buchi.
   “Perché tu mi hai fatto vedere il tuo fantastico cazzo, e allora ho pensato che fosse giusto ricambiare il favore. Adesso che hai visto come sono fatta sotto, dimmi, secondo te il tuo attrezzo è compatibile con i miei buchi?”.
   “Chi può dirlo. Sembrano abbastanza stretti”.
   “Stretti?!” risposi divertita. “Ma se sono sfondati! Certo, devo riconoscere che il tuo cazzo è particolarmente grosso anche per una come me. Ma io adoro le sfide. E comunque se ci riesce Antonella a farsi penetrare dalla tua mazza non vedo perché non dovrei riuscirci io”.
   Mentre parlavo con Enrique devo ammettere che mi venne un consistente senso di colpa. Ma cosa mi era preso? Perché stavo facendo la zoccola con il fidanzato di un’altra? E poi non era un’altra qualsiasi, ma era la babysitter di mia figlia, una ragazza a cui avevo affidato un compito molto importanza, e cioè prendersi cura della mia piccola. E io le stavo facendo una cattiveria davvero enorme. Ma l’idea di fare l’amore con il suo fidanzato era davvero un tormento. Era la mia ossessione da quando lo avevo visto nudo sotto la doccia, con quel corpo roccioso che prometteva ore e ore di puro piacere. Ma quello che stavo facendo non era giusto, così salutai Enrique e chiusi la telefonata.
   Non mi era mai capitato di fare una cosa del genere, cioè fare la maiala con il fidanzato di un’altra. Mi spiego meglio; mi era capitato molte volte di andare a letto con ragazzi impegnati o addirittura con uomini sposati, ma nella maggior parte dei casi non conoscevo le loro partner, o addirittura era capitato che loro non mi avevano detto di essere impegnati, e poi lo avevo scoperto dopo. Quindi non avevo mai avvertito il senso di colpa che stavo provando in quel momento.
   Quella sera, dopo il lavoro, tornai a casa e c’era Antonella che stava leggendo un libro. Cleopatra era nella sua culla che dormiva come un angioletto. Quindi colsi l’occasione per parlare con lei e confessarle tutte le cose cattive che avevo fatto con Enrique. Ma non ci fu verso. Non ebbi il coraggio di farlo. Per fortuna fu lei a tirare fuori l’argomento.
   “Ti piace il mio fidanzato, vero?” mi chiese con un tono incredibilmente amichevole.
   “Ebbene sì, lo trovo irresistibile. Mi dispiace, non posso farci nulla, ma  non faccio che pensare a lui. Non riesco a darmi pace. Sarà perché non faccio l’amore da molti mesi ormai, e quindi sto perdendo la ragione. Non mi era mai capitato un periodo di astinenza così lungo”.
   Antonella iniziò a fissarmi con un’aria che mi sembrava di compassione, ma forse stava fingendo, forse stava pensando: “che stronza”. Non potevo saperlo. Era così difficile leggere le sue emozioni. Aveva sempre un sorriso spensierato sulle labbra che ti rendeva impossibile l’interpretazione di ciò che stava provando.
   “Vedrai che presto troverai un fidanzato anche tu” mi disse.
   “Può darsi. Ma cosa ne pensi se nel frattempo prendessi in prestito il tuo?” la sfacciataggine della domanda mi annebbiò la testa e quasi ebbi la sensazione che stavo per perdere conoscenza.
   “Cosa?!” Antonella non riusciva a credere a quello che avevo appena detto. “È uno scherzo, vero?”.
   “Ascolta, sono disposta anche a pagarti. Dimmi tu il prezzo”.
   “Ma non se ne parla proprio!” sbottò. “Ma ti rendi conto di quello che stai dicendo?”.
   Adesso Antonella era veramente arrabbiata. Era la prima volta che la vedevo in quel modo. Ci mancava soltanto di vedergli il fumo uscire dal naso. In effetti io ero proprio fuori di me se ero arrivata fino a quel punto, chiedere ad una ragazza di affittarmi il fidanzato per farci l’amore. Però allo stesso tempo mi era sembrata la cosa più giusta da fare, perché farlo di nascosto sarebbe stata una cosa molto cattiva nei confronti di Antonella. Certo, magari non avrebbe mai saputo nulla, e io avrei ottenuto quello che volevo, e cioè il suo stallone di razza. Ma non sarebbe stato giusto. Invece in questo modo potevamo raggiungere un accordo e quindi fare tutto alla luce del sole.
   “Duecento euro vanno bene?” le chiesi.
   “Smettila Moana, ti prego” mi rispose abbassando lo sguardo. “Mi stai mettendo in imbarazzo”.
   “Cinquecento?” a quel punto Antonella alzò di nuovo gli occhi verso di me, facendomi intuire che in fondo le possibilità di concludere l’affare non erano poi così remote.

Moana.