venerdì 21 agosto 2015

Nuovi orizzonti.

(in foto: AJ Applegate, Epic Asses, NewSensation.com)


   Mentre sbocchinavo il mio fidanzato, come non avevo mai fatto prima, e cioè in modo volgare, facendo schioppettare le labbra sul glande e risucchiando, vidi una lucina rossa che lampeggiava. Una specie di led, era proprio lì davanti a noi. Non so se Berni l'aveva notata, ma io l'avevo notata e come, e avevo anche capito di cosa si trattava. Era una telecamera; il signor Paco stava riprendendo la nostra monta. Non dissi niente a Berni, altrimenti non avrebbe fatto piu' niente. La nostra intimità stava per essere violata, il nostro amore sarebbe stato scolpito in un volgare sex-tape. Ma quali erano le intenzioni di Paco? Lo avrebbe tenuto per se o lo avrebbe messso in rete? Qualsiasi fossero le sue intenzioni pensai che ormai non potevamo più tirarci indietro. Tanto valeva fare una buona performance. Ma Berni non ci stava, praticamente stavo facendo tutto io. Dovevo fare in modo da fare uscire il porco che era in lui.
- Prendimi per i capelli - sussurrai.
- Cosa?!
- Sì dai, trattami come una puttana.
- Ma Moana, tu sei la mia fidanzata, io non posso...
   Cavolo, da Berni non avrei ottenuto niente. E la videocamera ci riprendeva, e io volevo dare il massimo. Ma il mio fidanzato doveva svegliarsi. Guardai l'immagine di Paco riflessa nello specchio, sembrava deluso, si smanettava contro voglia. Ma io ero la figlia di Sabrina Bocca e Culo, e non potevo permettermi di essere ripresa da una telecamera senza dare il meglio del mio corpo. Così decisi di giocarmi la carta della provocazione. Avrei fatto imbestialire Berni a tal punto da fargli uscire fuori il porco che era in lui.
- Lo so che sono la tua fidanzata, ma ciò non toglie che sono una puttana. Ti devo ricordare di tutte le volte che ti ho messo le corna?
- E' acqua passata, amore.
- Mica tanto. La settimana scorsa ho sbocchinato un cliente dello strip bar per denaro. Ben duecento euro.
- Cosa?! E' una bugia.
- No, niente affatto. E l'altro ieri invece mi sono fatta montare da due uomini contemporaneamente. Uno in figa e uno in culo - questa invece era una bugia, ma funzionò alla grande perchè mi afferrò per i capelli e mi tirò la testa indietro, in modo da guardarmi negli occhi.
- Non è vero! - urlò.
- Sì che è vero. Controlla il mio buco del culo. Ce l'ho sfondato.
   A quel punto sempre tenendomi per i capelli mi fece alzare in piedi e poi mi spinse sul divano, con il culo rivolto verso l'alto e le natiche spalancate. Berni iniziò a togliersi i vestiti, poi mi prese per i fianchi e indirizzò il suo cazzo contro il mio buco del culo. Non lo aveva mai fatto, nonostante glielo avessi chiesto più volte. Mi aveva sempre detto che penetrarmi il culo sarebbe stata una mancanza di rispetto nei miei confronti. Cazzate. Io adoravo il sesso anale. Proprio come mia madre. Si potrebbe dire che era un vizio di famiglia.
- Puttana che non sei altro - urlò e mi colpì una natica con uno schiaffone bello forte. - Adesso ti faccio vedere io. Ti sfondo il culo.
- Bravo amore, puniscimi. Sono stata tanto zoccola.
   Il cazzo di Berni affondò nel mio orifizio anale nella sua interezza. L'avevo già fatto altre volte, con  altri uomini, ma questa era davvero la prima volta che lo facevo con il mio fidanzato, e questa cosa mi riempiva di felicità. In una coppia deve esserci ccomplicità,  nessun tabù. Ero felice che il mio uomo si stesse appropriando del mio culo. Più che per il piacere che stavo provando, ero felice soprattutto perchè con quella penetrazione anale si stavano aprendo nuovi orizzonti nel nostro rapporto di coppia. E in ogni caso lo stava facendo proprio bene. Sentii le sue mani calde sui miei fianchi, mi teneva saldamente e dava degli affondi sicuri e decisi. Ogni tanto mi schiaffeggiava le natiche e mi diceva che ero una zoccola.
- Sei proprio come tua madre - mi disse. - Anzi, sei ancora più zoccola di lei.
- Sì - mugolai. Ero in estasi, e Berni era prossimo a sborrare. Era stato bravo, ma i suoi tempi erano comunque quelli. Guardai in direzione del signor Paco e vidi che aveva cominciato a smanettarsi con foga, anche lui stava per sborrare. Vennero insieme. Berni mi prese per i fianchi con decisione e mi spinse il cazzo dentro fino ai coglioni, a quel punto iniziò a schizzarmi copiosamente nel retto. Il seme di Paco invece finì per terra. Berni sfilò lentamente il cazzo da dentro il mio corpo e mi lasciò lì accasciata sul divano. Ero stremata, il mio Berni era stato bravissimo. Se ne andò in bagno a ripulirsi, io invece ero priva di forze, e me ne restai in quella posizione, con il culo rivolto verso l'alto e la faccia affondata nei cuscini. Sentivo i rivoli di sborra colarmi fuori dal retto. Ad un certo punto sentii qualcosa di umidiccio solcarmi i bordi dell'orifizio anale. Girai appena appena gli occhi e vidi Paco che mi stava leccando il buco del culo. Ma più che altro stava leccando la sborra di Berni. Se la prese con la lingua, poi si attaccò con la bocca al buco e succhiò, cercando di prendersi il seme che era rimasto dentro.
- Grazie - sussurrò.
- Grazie a te - risposi. - Cosa ne farai della registrazione?
- Non ti  preoccupare. Rimarrà nella mia collezione privata. E ogni tanto mi farò una sega ripensando a voi.
- Bravo.
   Intanto aveva smesso di piovere, io e Berni ci rivestimmo e il signor Paco ci accompagnò alla stazione. Ci salutammo freddamente e poi ognuno per la sua strada. Berni era nervoso, forse per via delle cose che gli avevo detto prima. La balla della scopata con i due uomini. Allora decisi di vuotare il sacco. Gli dissi che mi ero inventata tutto.
- Ma perchè? 
- Perchè certe volte ti vorrei più porco. Sei molto dolce Berni, ma devi capire che tu sei il mio fidanzato, e non c'e niente di male se mi sborri in faccia o se mi prendi dietro. Sono tua, e puoi fare di me ciò che vuoi. Ficcatelo bene in testa. Se mi sono inventata quella balla è solo per farti capire questo.
   A quel punto Berni mi abbracciò e mi baciò nervosamente tutta la faccia.
- Ti amo Moana.
- Anche io ti amo.
   La balla della scopata a tre era in effetti una balla. Ma la storia del pompino di duecento euro era vera, come ben sapete. Ma questo a Berni non lo dissi.

Moana.

giovedì 20 agosto 2015

L'uomo che guarda.

(in foto: Carter Cruise, Meet Carter Cruise, NewSensation.com)


   In auto si respirava una certa tensione. Ognuno di noi sapeva cosa stava succedendo. Forse solo Berni aveva qualche dubbio, ma sapeva che stava succedendo qualcosa, cioè che quel passaggio da parte di quello sconosciuto nascondeva un fine ben preciso. A me era fin troppo chiaro qual'era il suo fine: voleva i miei buchi, e probabilmente avrebbe permesso a Berni di guardare mentre se ne impossessava. Ma questa era solo una mia congettura. Cosa voleva in realtà quell'uomo? Era certo che a smuovergli l'appetito ero stata io in spiaggia, mettendomi nelle posizioni più oscene per farmi vedere meglio nelle parti più intime. Era stato divertente stuzzicarlo, ma ormai avevo svegliato la bestia, e adesso la bestia aveva tanta fame. Ma nessuno di noi tre diceva una parola. L'uomo si limitava a guardarmi di tanto in tanto dallo specchietto retrovisore. Io ero seduta dietro e lui mi guardava in mezzo alle gambe. Avevo un vestitino molto corto, e siccome non avevo il costume poteva vedere chiaramente le mie labbra di sotto. E ogni volta che le vedeva tirava un gran sospiro. Lo ammetto, non mi stavo comportando granchè bene, perchè invece di impedirgli di guardarmi lì in mezzo chiudendo le gambe le allargai e mi tirai su il vestitino. Praticamente gliela stavo offrendo visivamente. Ce l'avevo completamente fuori, piazzata lì, alla mercè dei suoi occhi, nuda come mamma Sabrina l'aveva fatta.
- Io mi chiamo Paco. E voi? - disse dopo quel gran silenzio che c'era stato.
- Moana e Berni - risposi.
- Moana... che bel nome - continuò. - Come l'attrice. Anche tu sei un attrice?
- Non capisco a chi si riferisce - dissi.
- Moana Pozzi. Un'attrice hard del passato. Una donna bellissima.
- Non me ne intendo di quei film. E comunque no. Non sono un attrice. E comunque anche Paco è un bel nome.
- In verità mi chiamo Pasquale, ma gli amici mi chiamano Paco. Sapete, vi ho notato in spiaggia. E' difficile trovare una coppia giovane come voi. Quanti anni avete?
- Diciotto - rispose Berni.
- E... come mai frequentate una spiaggia nudista? Cercate qualcosa in particolare? Magari qualche emozione forte? - domandò e mi guardò di nuovo in mezzo alle gambe.
- Assolutamente no - Berni rispose in modo scontroso.
   Il signor Paco sperava di trovare una coppia aperta e invece aveva trovato Berni. E così la nostra conversazione ricadde di nuovo nell'oblio, ma lungo la strada non riuscì a trattenersi dallo spiarmi in mezzo alle gambe. Lungo la strada l'acquazzone era peggiorato. Adesso c'erano perfino lampi e tuoni. Non si riusciva a vedere neppure la strada. Intanto eravamo arrivati alla stazione, ma il treno era tra quaranta minuti. Era una piccola stazioncina di provincia, senza neanche una pensilina dove ripararsi. Si potrebbe dire che a parte i binari e la macchinetta automatica per fare i biglietti non c'era altro. Insomma, avremmo dovuto aspettare il treno sotto quella bomba d'acqua e fulmini. Ma a quel punto Paco si giocò la sua carta vincente, fece lo scacco matto nei nostri confronti.
- Siete sicuri di voler aspettare il treno con quest'acqua? Io abito a due chilometri da qui, se volete potete venire a stare da me fino a quando smette di piovere.
- No guardi, non è il caso - rispose Berni in modo categorico.
- Ma amore, ragiona. Non possiamo aspettare in stazione. Non vedi che sta piovendo a dirotto?
   Alla fine riuscii a convincerlo, e così il signor Paco proseguì lungo la strada, fino ad arrivare ad un caseggiato di campagna. Entrammo in casa che eravamo zuppi d'acqua. Io e Berni ci mettemmo a sedere sul divano del soggiorno, mentre Paco ci disse che sarebbe andato a prepararci qualcosa di caldo. A quel punto ci guardammo intorno, Berni era visibilmente nervoso. Forse era preoccupato da quella situazione, io invece avevo una strana eccitazione. Notai che il signor Paco era sì andato in cucina, ma era fermo dietro la porta a spiarci. Vedevo chiaramente la sua immagine riflessa in uno specchio del soggiorno. Berni non poteva vederlo, ma io sì. E allora capii. Il signor Paco non era un bull. Non voleva i miei buchi. Paco, a differenza di quello che avevo creduto, era un semplice guardone e voleva spiare la nostra intimità. Insomma, in poche parole voleva vederci fare l'amore, voleva vedere Berni montarmi. L'idea mi eccitò un casino. Non avevo mai fatto l'amore con il mio fidanzato davanti ad un guardone. Allora decisi di acconcentarlo, di dargli esattamente quello che voleva. E così mi sfilai il vestitino zuppo d'acqua e rimasi nuda.
- Ma che fai? Sei matta? Potrebbe vederti.
- C'ho voglia di fare l'amore - dissi accarezzandogli il pacco che nel giro di qualche secondo si indurì come la pietra. - Ti prego amore, fottimi. Adesso.
- Ma che ti prende, Moana? - disse allontanandomi la mano dal suo cazzo.
- Sono arrapata da morire - mi avventai su di lui sfregandogli la vagina sul suo sesso duro. - E dai, non fare lo stronzo. Fottimi.
   Il signor Paco ci guardava ancora, ma adesso aveva tirato fuori il suo cazzo duro e aveva cominciato a smanettarsi lentamente. Ma Berni non ne voleva sapere di fare l'amore, e allora decisi di passare alle minacce. Mi misi in piedi davanti a lui, con i pugni contro i fianchi e lo guardai con aria di sfida.
- Se non mi fotti tu mi faccio montare da lui - gli dissi.
- E dai Moana, ragiona.
- Ok, allora vado... - feci qualche passo verso la cucina dove stava Paco, ma a quel punto Berni mi fermò e mi disse che lo avrebbe fatto.
   Ritornai da lui, mi inginocchiai tra le sue gambe e gli abbassai la lampo dei pantaloni. Feci uscire il suo cazzo duro e me lo misi in bocca e cominciai a lavorarmelo nel modo più osceno possibile, con sonori risucchi e schioppettii. Guardai verso la cucina per appurarmi che il signor Pacco stesse vedendo bene cosa stavo facendo. Da dove stava lui mi vedeva di spalle, vedeva il mio culo, le natiche aperte, e la mia testa che andava su e giù sul palo del mio fidanzato. Purtoppo Berni se ne rimase lì in modo passivo, lo spettacolo che stavamo offrendo era davvero pietoso. Ci voleva una scossa, dovevo fare in modo da far uscire il porco che era in lui. E non era una cosa facile, perchè Berni non era come tutti gli altri uomini.

Moana.

mercoledì 19 agosto 2015

martedì 18 agosto 2015

Alle terme con Jay.


    C’era una volta un posto che era famoso agli antichi per l’otio. Delle terme che, raccontano, avevano accolto anche un giovane Ovidio stanco, e voglioso di nuove esperienze. Da qui il nome di Terme Ovidiane. Ma secondo me era una bufala montata su per dare un aspetto epico a quel luogo in cui saremo andate quel pomeriggio. Ebbene, Jay mi disse di stare in guardia. Mi disse che era un posto frequentato esclusivamente da ricchi viziosi, ed era una sorta di roccaforte per pochi eletti. Però era proprio dal vizio che dovevo tenermi in guardia, mi disse Jay. E io non capii. E lei mi disse che dovevo fidarmi di lei, perché c’era già stata in posti del genere, e sapeva che tipo di gente bazzicava lì dentro.
- Mi stai mettendo paura, Jay.
- No, tesoro – mi accarezzò la mano unta di mortadella. – Non devi aver paura. Ti dico soltanto di starmi vicina, per oggi. Sarò io a guidarti, capisci? Non devi aver paura, perché c’è un servizio di sorveglianza a prova di bomba. Però è meglio se mi stai vicina.
   Il servizio di sorveglianza, a quello che diceva Jay, era lì a controllare che non venissero commessi atti irrispettosi. Non sapevo per la precisione perchè ci stavo andando. A quello che mi diceva avremmo fatto un pacco di soldi. Ma io in verità non ne avevo bisogno. Di soldi ne avevo abbastanza, non sapevo che farmene di altri. Eppure fui spinta dalla curiosità. Non avevo mai visto un posto del genere. Cosa mi sarebbe accaduto?
- Non capisco. Ma se queste terme sono un posto per pochi eletti, perché mai dovrebbero far entrare noi?
- Perché c’è un accordo tra me e il proprietario, capisci? Ci conosciamo. Una volta siamo andati anche a letto insieme. Quindi fidati, è tutto a posto.
   Arrivammo alle Terme Ovidiane alle quattro del pomeriggio. L’orario di apertura era proprio quello. Il posto era blindatissimo. Si suonava il citofono e uno bzzzz ti diceva che la serratura era aperta e potevi entrare. Ti identificavano da una piccola videocamera messa all’esterno, e decidevano se era il caso di farti entrare. Permesso accordato. Potevamo entrare. E il primo scoglio era superato. La mia eccitazione era alle stelle, perchè sapevo che stavo facendo qualcosa di profondamente sbagliato, soprattutto nei confronti del mio Berni. E avevo il cuore a mille, soprattutto per la paura, per la mia incolumità. Cosa mi sarebbe accaduto oltre quelle mura?
   Eravamo dentro. C’era una musichetta strana in filodiffusione, new age, che faceva pensare subito ai canti delle epiche sirene. E allora le orecchie si ammaliarono da tale soave melodia, e mi sentii subito a mio agio, e mi feci avanti, nell’azzurro delle pareti, fino alla fine del corridoio, fino alla reception, dove c'erano due persone, un maschio e una femmina. Lui indossava un perizoma nero, ed era muscoloso. Cazzo, quanto era muscoloso. Ed era depilato, cazzo quanto era depilato. Un petto così liscio che ti andrebbe di baciarglielo per ore. Lei era una super-stangona in topless, bionda, occhi castani, sorrise e ci chiese i documenti.
- Non avete bisogno dei nostri documenti. Dì ad Elvin che è arrivata Jay – disse Jay con un tono piuttosto sgarbato.
- Un attimo – disse la super-stangona, che prese il telefono e chiamò a qualcuno, forse a Elvin, il proprietario di quel piccolo impero. Un rumeno arrivato in Italia con le peggiori intenzioni di fare denaro a quintalate. – Elvin, c’è qui una signorina che si chiama Jay. Benissimo – poi riattaccò il telefono e ci disse che potevamo accomodarci. Ci porse delle chiavi e ci sorrise ancora, meccanicamente oserei dire.
   Le chiavi, mi spiegò Jay, erano per gli armadietti, dove avremmo potuto mettere la nostra roba. Jay mi portò in uno spogliatoio e mi disse si spogliarmi.
- Cosa?
- Sì, spogliati. Questo non è il country club, ancora non lo hai capito?
   In pochi attimi eravamo nude. Entrammo in una sala piena di gente, e una piscina grandissima, azzurra, con delle coppie che si facevano delle effusioni in acqua, e altre che si accarezzavano sui divanetti del bar. Erano tutti nudi come noi. E quando entrammo in sala ci guardarono come se fossimo deglu ospiti sgraditi. Guardarono soprattutto Jay, perché Jay c’aveva il cazzo. Jay era irrimediabilmente irresistibile ed eccitante. E allora la guardarono, ma poi non successe niente, tutto ritornò alla normalità. Musica new age in filodiffusione, il canto delle sirene, i divanetti del bar, e il barista, vestito come un pinguino che ci sorrise e ci chiese cosa desideravamo.
- Per me un succo di ananas - dissi.
- Allora un succo di ananas per la mia amica e un bicchiere di vino per me, tesoro.
- Allora Jay, siamo dentro. E adesso cosa dobbiamo fare?
- Niente. Cerca di rilassarti.
- Tenteranno di abbordarci?
- Indubbiamente.
- E quando?
- Molto presto. Intanto rilassati, Moana – Jay mi guardò, poi abbassò lo sguardo sulla mia vagina. – Sei indecente con quel boschetto lì in mezzo.
- Dici? Oddio, così mi fai sentire in imbarazzo - Jay sorrise.
- Non lo dicevo in modo negativo. Scommetto che il tuo boschetto ci farà fruttare molti soldi, amore.
   E in effetti vidi che molti uomini mi guardavano con una certa insistenza. Le loro donne avevano le vagine ben depilate. Alcune ce l’avevano alla brasiliana, con quella sottile peluria sull’inguine, altre invece erano depilate del tutto. Ero l’unica ad avercela incolta. Mi ci misi una mano sopra perché mi sentivo diversa, ma Jay mi prese il polso e me la scoprì. Mi sussurrò di farla vedere, la mia gattina, altrimenti che eravamo venute a fare?
- Li vedi? – mi domandò. – Non sono altro che una massa di ricchi insoddisfatti, che vengono qui per alleggerire il peso della loro vita infelice. Si scambiano i propri partner come se niente fosse. Alcuni di loro, come del resto noi, si vendono al maggior offerente. Quanto pensi che valga la tua vagina?
- Mille euro?
- See, non esagerare! Chi ci sta a questi prezzi?
- Ma l’amministratore delegato allo strip bar me li avrebbe dati.
- Te lo vuoi mettere in testa che quello non t’avrebbe sganciato un euro? Quello è un perdente, è solo uno che si è invaghito di te. Questi fanno sul serio. I soldi ce li hanno per davvero.
- Quattrocento?
- Ecco, ora si incomincia a ragionare.
   Si avvicinò una coppia sulla quarantina. Marito e moglie, mano nella mano, sorridenti, lei era bella, con i capelli a caschetto castani. Lui era brutto, peloso e c’aveva un cazzetto minuscolo. Ordinammo dei cocktail e lei si mise di fianco a me, e lui invece si mise di fianco a Jay. Fecero gli indifferenti. Jay guardò il lui della coppia e gli fece delle faccine da cretina. La moglie sorrise, la situazione le piaceva, e allora mi guardò e mi sorrise. Sentii il suo respiro, il suo alito che sapeva di tabacco, sapeva di mamma, di donna matura.
- Come va? – mi domandò lei.
- Bene, benissimo.
- Che bella coppia che siete – mi disse.
   La donna mi disse un sacco di cose sul tempo, mi disse che ormai era arrivato il caldo, e che non se ne poteva più della stagione invernale, perché, ed era il suo parere, stare incappottati era opprimente. Ma finalmente, adesso, con l’arrivo della stagione estiva, via tutti i capi d’abbigliamento pesanti. Liberi, mi disse, finalmente siamo liberi. E intanto Jay aveva iniziato a flirtare col marito, e gli accarezzò con un dito il petto villoso, e gli fece dei sorrisi da gatta morta, e lui era felice, e si comportò da vero macho, e gli offrì un altro bicchiere di vino, e contrattarono. E intanto la donna mi riempì di parole, tanto che non riescii a starle appresso, riescii solo ad annuire e a starmene zitta.
- Hai mai pensato di fare del cinema, cara? – mi domandò. – Sei così bella – mi accarezzò il viso con la mano delicata. – Una come te farebbe tanti soldini. Ti ci vedresti insieme a Scamarcio, o a quell’altro bel giovanotto… come si chiama?
- Vaporidis?
- Sì, Vaporidis. Brava. Che bel ragazzo quello lì. Mi piace tanto tanto. Ti ci vedresti insieme a lui, in un film d’amore?
- Non lo so, non mi piace il cinema. In realtà è da un pezzo che non ci vado più.
- Comunque dico sul serio. Dovresti proprio farlo. Hai mai fatto un provino, o qualcosa del genere?
- No, mai.
- È un peccato, perché una bella ragazza come te – mi disse sfiorandomi il cepusglietto, - diventerebbe subito celebre.
- In realtà non è nei miei interessi diventare celebre.
   Suo marito si inserì nella nostra discussione e ci disse che sarebbe stato meglio trasferirci da qualche altra parte. Poco dopo eravamo all’esterno, nel giardino lussureggiante, pieno di piante colorate e gazebo in ferro battuto, statue romane di prestanti gladiatori e colonne di granito sfarzose. Eravamo ai bordi di una piccola piscina, e il lui della coppia stava eseguendo un massiccio pompino a Jay, che se ne stava sulla sponda a gambe aperte, e teneva la testa dell’uomo con una mano, e emetteva dei gemiti di piacere, mentre io facevo compagnia alla moglie, che mi baciava continuamente le guance e con le mani mi toccava dappertutto, e intanto continuava a parlare a raffica. Mi disse che ero bella e intanto mi pizzicava i capezzoli con le dita. Poi affondò due dita nella mia vagina, e mi fece male perché non ero abbastanza umida. Lei se ne accorse e allora smise di toccarmi.
   Guardai Jay che stava con gli occhi chiusi e la bocca spalancata. Fingeva di provare piacere, mi sorrise e mi strizzò l’occhio. Ma non lo potevo sapere, magari le piaceva per davvero. La conoscevo da così poco tempo, e mi accorsi che non sapevo un cavolo di lei. Lei invece sembrava sapere tutto di me.
   L’uomo disse a Jay che voleva incularla e allora Jay si mise a quattro zampe e aspettò che lui si mettesse il preservativo sul cazzetto e poi zac! Tutto dentro, nell’orifizio anale. E cominciò a pompare, e io e la donna ce ne restammo lì a guardare, e il personale delle terme ci venne a portare lo champagne. Non avevo mai bevuto lo champagne. L’uomo colpì le natiche di Jay con degli schiaffi decisi. Poi ad un certo punto disse che toccava a me. Ma io feci di no con la testa. Non me la sentivo. La moglie mi disse di farmi coraggio, e che mi sarebbe piaciuto tantissimo. Ma io fui categorica. Non glielo avrei dato il mio buco del culo. E allora continuò a incularsi Jay. Dopo dieci minuti sfilò il cazzo dal suo buco e tolse il preservativo e si masturbò fino a sborrarle sulle natiche. A quel punto sua moglie andò di corsa verso Jay a leccarle il sedere, raccogliendo con la lingua tutto il seme del marito.
   Finalmente era ora di tornare a casa. Prendemmo la nostra roba e chiamammo un taxi. Nel taxi Jay mi fece vedere i soldi. Erano quattrocento euro. E mi disse che ne avremmo potuti avere anche il doppio se avessi dato anche il mio di culo. Ma a quel punto le dissi di tenerseli quei soldi. Avere dei soldi in cambio di una prestazione sessuale in fin dei conti non era una cosa che mi interessava.
- Ma allora perchè sei venuta? - mi domandò.
- Jay, io sono una ragazza molto curiosa sessualmente. Ma sono anche una ragazza perseguitata dai rimorsi. Mentre ero lì dentro non facevo altro che pensare al mio Berni.
- Berni Berni Berni - Jay cominciò a prendermi in giro. - Che avrà di tanto particolare sto Berni?
- Niente, è solo l'uomo che amo.

Moana.

lunedì 17 agosto 2015

Sempre duro. 

(in foto: Bailey Jay, ts-baileyjay.com)


   Quando finii lo spettacolo ritornai nel camerino, e zio Giuliano colse l’occasione per invitare la clientela il prossimo sabato allo strip bar Biancaneve, e di non perdersi per nessuna ragione al mondo lo spettacolo tanto atteso di una star d’eccellenza. Una diva del porno che si sarebbe esibita soltanto per la clientela dello strip bar Biancaneve. Niente poco di meno che Ramona Centofoglie. Accidenti, pensai. Una diva del porno nel nostro strip bar.
   Jay mi spiegò che almeno una volta al mese venivano lì allo strip bar delle star del porno, e quando succedeva c’era la fila per entrare e il servizio d’ordine veniva rinforzato. 
- Che ne dici di venire da me stasera? – mi domandò Jay.
- Volentieri, grazie.
- Ma grazie di che? Tu sei mia amica. Anzi, se ti serve qualcosa, dimmi pure.
- Un paio di mutande, Jay. Le mie le ha prese qualcuno del pubblico.
- Ah, guarda… lascia che ti dica che sei stata fantastica. Geniale. Molto classica. Il gesto di tirare le mutandine al pubblico è un po’ fuori moda, ma “classicheggiante”, capisci? Stai migliorando tantissimo. Hai fatto un gesto di grande passione e di grande amore verso il pubblico. E poi complimenti per il pratino. Ho notato che te lo stai lasciando crescere. Io, al tuo posto, sai cosa avrei fatto? Mi sarei avvicinata ai margini del palco, avrei allargato bene le gambe e avrei cominciato a pisciare su di loro.
- Ma cosa dici, Jay? Hai sempre voglia di scherzare.
- Non sto scherzando. Dico davvero. Li avresti resi degli uomini felici. Avresti dato loro dei brividi di piacere molto intensi. Non voglio scherzare. La prossima volta fallo, vedrai che diventerai la diva indiscussa del bar.
- Ma io non voglio diventare proprio niente.
- Se non lo fai sei una cretina.
- Va bene va bene. Con te non si può discutere, Jay. Vuoi sempre avere ragione. Ma lo farò solo per accontentarti.
- Bene.
   Raggiungemmo l’uscita e c’era qualcuno ad aspettarci nello spiazzo antistante. Qualcuno che aspettava me. L’amministratore. Mi raggiunse e Jay gli si rivolse in modo brusco, chiedendogli del perché non ritornava a casa a dormire, invece di dare fastidio alle ragazze? L’amministratore non le rispose.
- Moana, stasera ti tratterò come una principessa – mi disse. – Perché è quello che sei. Una principessa.
- Ma falla finita! – Jay lo allontanò con una mano.
- Jay, lasciaci in pace, non sono cose che ti riguardano – gli disse lui.
- Io non ci voglio venire con te - continuai.
- Come sarebbe a dire? – mi chiese.
- Hai sentito, stupido? Non ci vuol venire con te.
- Ma perché? Moana, abbiamo una camera d’albergo tutta per noi, a pochi chilometri da qui. Moana, non dirmi di no. Ti prego. Ti darò mille euro.
- Mille euro, accidenti.
- Non starlo a sentire! – Jay mi prese per il polso e mi portò via.
   L’amministratore delegato non ci seguì, ma imprecò e insultò pesantemente Jay, dicendogli frocio e rottinculo. Jay si girò e gli fece vedere il dito medio, e quello si mise l’anima in pace e se ne ritornò a casa.
   Andammo a casa di Jay con un taxi, che in cinque minuti ci portò a destinazione. Jay abitava in una palazzina di quattro piani di nuova costruzione. Lei stava al secondo. Salimmo con l’ascensore, e lei mi domandò se quello lì mi aveva spaventata. Gli dissi di no. Lei mi guardò in modo severo.
- Non starai pensando mica a quei mille euro? Non te li avrebbe mai dati, fidati. Quello è innamorato perso di te, e se non ci stai alla larga inizierà a darti dei seri problemi.
   Certo che ci pensai a quei mille euro. Ma a lei non lo dissi. Mille euro era lo stipendio di un operaio (quando andava bene), e io li avrei guadagnati in una notte. Chi me l’aveva fatto fare di stare a sentire Jay? Non dovevo ascoltarla, e dovevo dirle di impicciarsi degli affari suoi. Ma ormai era troppo tardi. Ormai eravamo nel suo appartamento, un monolocale spazioso, con una cucina con un terrazzino che dava su di una strada al momento buia e inospitale. Ma, mi disse Jay, di giorno era tutta un’altra storia. Vedevi passare i ragazzini che andavano a scuola, le persone che andavano a lavoro e sentivi il vociare del mercato, che stava proprio lì di fronte.
- Andiamo a letto, tesoro, che sarai parecchio stanca. Aspetta che adesso ti do un paio di mutandine.
   Jay mi diede un paio di mutandine a perizoma col disegno di un panda sopra. Ci mettemo subito a letto, e Jay si strinse a me, mi baciò una guancia, poi me la baciò di nuovo e di nuovo ancora.
- Come sei affettuosa Jay - sussurrai.
   Sentii il suo cazzo in erezione premuto contro la mia gamba. Gli chiesi in tono scherzoso come mai il suo cazzo era sempre duro, e lei mi rispose che c’aveva sempre voglia di fare l’amore, e allora sorrisi e glielo accarezzai un pò, da sopra il tessuto dei suoi slip, e lei continuò a baciarmi le guance. Passammo quasi mezz’ora in quel modo, io ad accarezzargli il cazzo, e lei a baciarmi di tanto in tanto la guancia. Poi ci addormentammo e mi svegliai alle nove del mattino con la mano tutta impiastricciata del suo sperma secco.
   Jay dormiva ancora. La lasciai dormire e scesi giù in strada. Attraversai la strada e entrai nel mercato rionale, aperto anche di domenica mattina, pensate un po’ che fortuna. Così feci un po’ di spesa per Jay. Comprai i fagiolini, e poi un filone di pane e della mortadella. Presi tutta la roba, tutte le buste e salii su. Staccai le punte dei fagiolini una ad una e le buttai via, e li misi a bollire in una pentola. Nel giro di una mezz’oretta erano pronti. Jay entrò in cucina, si stropicciò gli occhi e poi mi abbracciò, baciandomi una guancia.
- Buongiorno tesoro – mi disse.
- Buongiorno Jay. Ho preparato i fagiolini. Ne hai fame? È quasi ora di pranzo, sai? Dormigliona!
- Odio i fagiolini, Moana – mi disse.
- Perché li odi?
- Perché una volta li ho mangiati, poi mi sono ubriacata e il giorno dopo ho vomitato un fagiolino. Uno solo. E mi ha fatto talmente schifo che da quel giorno non li ho mangiati più. Dovevi vederlo quel fagiolino nel lavandino del bagno, tutto solo, in mezzo alla mia bile. Era osceno. Immondo. Non posso mangiarli, mi dispiace.
- Va bene va bene. Risparmiami i dettagli. C’è anche della mortadella, e ho comprato anche il pane.
   E così mangiammo; io feci un abbuffata di fagiolini, Jay si concentrò principalmente sulla mortadella. Tagliò due fette di pane e ce la mise in mezzo e iniziò a darci dentro coi denti. Poi prese una lattina di birra dal frigo e bevve senza neanche versarsela nel bicchiere. Mi incuriosì tutta quella voracità e le sorrisi, lei invece mi guardò appena, e poi ritornò ad addentare il suo pane. Mi disse che quel giorno avremmo fatto un sacco di soldi. Io non capii. E lei allora mi disse di non preoccuparmi. Presto avremo avuto un pacco di soldi e ce la saremo spassata. Dovevo solo fidarmi di lei.

Moana.

domenica 16 agosto 2015

Il cespuglio. 

(in foto: Lisa Marie)


   E eccoci rientrati dalle vacanze. Dove eravamo rimasti? Oh sì, al mio lavoro allo strip bar. Avevo appena confessato tutto al mio Berni e lui si era mostrato subito molto comprensivo. Il giorno dopo mi rividi con Jay in centro. Gli uomini si giravano a guardarla, perché aveva una minigonna e tutte le cosce di fuori, ma quelli neanche immaginavano che lì sotto c’era un cazzo di queste dimensioni. O forse lo sapevano. Per questo guardavano.
- Toh, guarda chi c’è – disse a un certo punto indicandomi un uomo elegante. – Quello è un cliente dello strip-bar. Ciao tesoro.
   L’uomo fece lo gnorri e sgattaiolò in tutta fretta in un vicolo. Quel giorno avevo deciso di vuotare il sacco. Avevo deciso di raccontare a Jay di quei duecento euro extra che avevo rimediato con quel cliente del locale. Ero sicura di far bene, perché lei era molto comprensiva. Mi avrebbe capito, pensai. E invece non mi capì. Disse che ero una stupida.
- Almeno ce l’aveva il condom?
- No, non ce l’aveva.
- Cretina. Cretina che non sei altro. Ma comunque non lo fare più. Cioè, non lo fare più senza condom. Hai davvero bisogno di denaro?
- Io no, per carità. L'ho fatto perchè mi eccitava l'idea di dare la bocca in cambio di denaro.
- Che cretina.
- Ma perché continui a dirmi che sono una cretina, Jay? Io di te mi fido, credevo che mi volessi bene, e invece mi stai dimostrando il contrario. Si può sapere perché mi fai questo?
- Lo faccio perché ti voglio bene davvero. Sai io cosa faccio quando ho bisogno di denaro? – mi chiese Jay. – Vado alle terme.
- Alle terme? Che vuol dire? Alle terme uno ci va quando è stanco e stressato. Ci va per riposarsi, non per guadagnare qualche soldo extra.
   No. Le terme, mi spiegò Jay, le terme che intendeva lei, erano delle terme per scambisti. Si incontravano coppie e si scambiavano partner. Ma continuavo a non capire. Perché ci andava?
- Perché molto spesso le coppie cercano pure single. Capisci? Soprattutto donne. E… trans. Se vuoi ti ci porto. Una come te verrebbe subito rimorchiata da qualche coppia. E ti garantisco che ci sono solo coppie serie. Non è un bordello. Capisci? Non ti ci porterei mai in un bordello. Qui ci vanno solo i ricchi. I ricchi c’hanno un sacco di viziacci.
- Sì, è vero. È proprio così, Jay. 
   Jay mi disse che mi ci avrebbe portata presto a queste terme. Lì sì che saremmo riuscite a fare molti soldi. Altro che pompini da duecento euro.
   Intanto arrivò il sabato, il grande giorno in cui avrei dovuto dimostrare chi ero. Allo strip bar la Moldava, la Polacca e la Rumena mi guardavano sempre male. Io ero l’intrusa, quella che era venuta a rubare il lavoro a loro donne dell’est, professioniste del settore. Io ero Italiana, che cavolo ne sapevo di come si stava in uno strip bar? L’avevano inventato loro, lo strip bar. L’avevano inventato le barbariche popolazioni, per sollazzare i loro guerrieri che rientravano dalle loro eclatanti battaglie. E io non sapevo, quindi, come ci si comportava davanti ad un palo. La Senegalese mi odiava un po’ meno. Anzi, mi sorrideva, mi salutava, mi baciava le guance. Nel suo stentato italiano mi domandava come stavo. E io le dicevo che stavo bene.
   Mio zio Giuliano entrò nel nostro camerino e mi disse che avevo fatto colpo. C’era un uomo che voleva vedermi. Un uomo che mi trovava irresistibile. Lo fece entrare dentro. Era quello dell’altra volta. L’amministratore delegato col mercedes. Venne verso di me e mi baciò la mano. Jay lo guardò in cagnesco e gli disse che non poteva stare nel nostro camerino. Jay aveva capito che era lui quello del pompino di duecento euro.
- Vado via subito, Jay. Volevo solo salutare Moana.
- L’hai salutata, adesso vattene.
- Calma Jay – zio Giuliano le prese un braccio e la trascinò via. – Non si trattano così i clienti del nostro bar.
- Lasciami il braccio, testa di cazzo.
   L’amministratore delegato mi accarezzò il viso e mi disse:
- Come sei bella.
   Ma io non gli risposi. Poi mi disse che aveva atteso quel sabato per tutta la settimana, solo per potermi rivedere. Poi mi disse di aver prenotato una camera d’albergo, e che magari dopo lo spettacolo avremmo potuto fare il "servizio completo".
- Non dargli ascolto, Moana. È un bastardo – urlò Jay dall’altra parte del camerino, e cercò di raggiungermi, ma zio Giuliano gli sbarrava la strada.
   L’amministratore delegato chiese in malo modo a Jay che problemi aveva. E lei gli rispose che non doveva toccarmi nemmeno con un dito, perché io ero una santa.
- Hai capito, buffone? Una santa! Una santa!
- Beh, forse è meglio se ritorniamo in sala – disse zio Giuliano. – La situazione inizia a scaldarsi.
- Sì, forse è meglio – rispose l’amministratore, poi si rivolse a me. – Ci vediamo dopo, stellina.
- Porco che non sei altro! – urlò Jay, che intanto a frenarla ci si era messa pure la Senegalese, che la invitò a contenersi e a non fare piazzate.
   Iniziò lo spettacolo. Prima del mio numero zio Giuliano, per mettermi a mio agio, decise di far salire sul palco anche alcune mie colleghe. Questo, mi disse, mi avrebbe fatto sentire meno in imbarazzo. Insomma, mi avrebbero spianato la strada. E quindi la prima a salire sul palco fu la Moldava, con una divisa da poliziotta allupata in minigonna e stivaloni. Afferrò il palo e gli diede delle botte con l’anca. La sua espressione era così fredda che avrebbe potuto congelarci il pane. Ma tutti aspettavano Jay, che quella sera uscì fuori con un corpetto in lattice e la frusta. Iniziò a farne schioccare l’estremità come una domatrice di leoni, e dopo l’insistenza dei suoi ammiratori tirò giù le mutande (anche queste di lattice) facendo venire fuori il suo attrezzo immondo. Dio mio, quanta roba! E tutti a esultare e a cercar di toccarla, ma lei li tenne a freno con la frusta e quelli ritornarono a posto.
   Decideva lei da chi farsi toccare. Perché lei era Jay, signori. Non dimenticatevelo mai. Così scese dal palco e andò verso di loro, e si mise a sedere prima sulle gambe di questo e poi sulle gambe di quello lì, e quelli la toccavano dappertutto. Jay era unica, una vera professionista.
   Alla fine toccò a me. Salii sul palco e mi tremavano le gambe. Avevo deciso di esibirmi così com'ero, senza vestiti sadomaso o strane divise. Volevo i miei vestiti. Le mie mutandine, le mie scarpe col tacco, il mio vestito floreale.
   Facci vedere il cespuglio! Gridavano da giù. Ma temporeggiai prima un po’. Mi feci desiderare. E intanto morivo di paura e alzai il vestitino e feci vedere la lingerie. Presi i bordi delle mutandine con le dita e feci finta di abbassarle, ma poi le rialzai, e il pubblico esultò, e poi esultò ancora, ogni volta che fingevo di toglierle, fino a quando zac! Le tolsi definitivamente e le feci roteare con un dito, e con l’altra mano mi tenni su il vestitino facendogli vedere il cespuglio che tanto desideravano. Non mi depilavo da un pò, perchè per lo spettacolo avevo deciso di lasciarla così, nature. E a quanto pare avevo fatto bene. Il mio inguine era un folto cespuglio biondo e gli uomini in sala sembravano adorarlo come un oggetto sacro. Presa da un raptus di stupidità lanciai le mutandine tra la folla; riuscì a prenderle un uomo di mezza età, che subito se le portò in faccia e le annusò, e chiuse gli occhi. Il suo premio.
- Tienile, sono tue, te le regalo - gli dissi.
   Poi me ne pentii. E adesso come avrei fatto? Era l’unico paia che avevo lì. Sarei stata costretta a tornare a casa senza. Che cretina. Aveva ragione Jay a dire che ero una cretina. Mi girai verso le quinte e la vidi. Era lì che mi guardava, e mi sorrise, e sollevò i pollici verso l'alto per dirmi che stavo andando alla grande. Le era piaciuto quello che avevo appena fatto.

Moana.

sabato 1 agosto 2015

Blog chiuso per ferie.
(Ci rivediamo il 15 AGOSTO)


Cari amici, io e Sabrina siamo in ferie, ma ritorneremo il 15 AGOSTO insieme a Moana e Rocco per nuove sorprendenti storie. Nel frattempo vi invitiamo calorosamente a rileggere i nostri post del passato, per rivivere le nostre appassionanti avventure. Ciao a tutti e a presto.   

Stefano e Sabrina.