sabato 28 aprile 2018

L'addestramento di

Godzilla.

(in foto: Alexa Tomas, Mi Amor, NubileFilms.com)


   Indubbiamente Godzilla aveva un problema a controllare la sua voglia di sesso. Era una mina vagante, pronta a tutto, a qualsiasi tipo di esperienza. E Beatrice era come se si fosse messa in testa di addestrarlo a controllare questi suoi irrefrenabili impulsi. Non so se lo faceva per una specie di sfida personale, per dimostrare a se stessa che era capace di questo ed altro, o semplicemente perché provava per lui una certa simpatia, e per questo motivo stava cercando di aiutarlo. Certo era che con quel vestito da sera che indossava era molto difficile tenere a freno i propri istinti primordiali. Era una gnocca colossale con il corpo in bella mostra che quell’abito così corto e indecente riusciva a nascondere a stento.
   Eravamo arrivati al ristorante e avevamo cominciato a cenare; in sala ci guardavano tutti, perché obiettivamente Beatrice era vestita come una puttana, e di conseguenza io e Godzilla potevamo essere dei clienti che dopo avrebbero passato con lei tutta la notte, in un osceno triangolo amoroso. Ma lei era abituata a quel genere di cose. Era pur sempre una transgender, per cui le persone la guardavano o con morboso desiderio o con disprezzo. Perché per la società lei non era né carne né pesce. Lei era appunto una creatura dal sesso indefinito. E quando c’è qualcosa di indefinito la gente ha paura e quindi alza la guardia. Per me invece Beatrice era semplicemente la mia fidanzata, e io mi sentivo l’uomo più fortunato del mondo, e in fin dei conti mi importava poco di quello che pensava la gente. Tanto tutto ciò che pensa la gente è sbagliato.
   Ma ritorniamo alla cena, e a Godzilla, il quale ormai si era decisamente calmato. Non so come, ma Beatrice era riuscita a placare l’animale feroce che era dentro di lui. Quasi come se gli avesse messo il guinzaglio e gli avesse detto di stare buono. E quindi adesso riusciva anche a parlare, non come prima quando eravamo in macchina, che rispondeva in modo svogliato. Adesso sembrava più sereno, e quindi capace di ragionare.
   “Parlami di tua moglie” gli disse lei ad un certo punto mettendogli una mano sulla sua in modo amorevole.
   “Perché?” domandò lui.
   “Perché se vieni allo strip bar per fare l’amore con me vuol dire che con lei c’è qualcosa che non funziona”.
   Godzilla fece di no con la testa. Ma non disse altro. Non ne voleva parlare. Si limitò soltanto a fare quel no con la testa. E aveva ragione. Nel senso che non è che c’era qualcosa che non funzionava con sua moglie, piuttosto c’era qualcosa che non funzionava con lui. Era lui il problema, che non riusciva a controllarsi. E questo lo avevamo capito sia io che Beatrice. Ma dal momento che lui non aveva voglia di parlarne allora la discussione ebbe vita breve.
   “Vedo che non ne vuoi parlare” gli disse la mia fidanzata, “ma lascia che ti dica soltanto una cosa, e cioè che io non ti giudico. Di quello che fai con tua moglie non me ne importa niente. La cosa a cui tengo di più è che tu riesca ad avere una vita sessuale serena”.
   Dopo cena Godzilla ci riaccompagnò a casa. Ma ad un certo punto dovette fermarsi lungo la strada, perché Beatrice aveva deciso di “premiarlo” per essere stato buono tutta la serata, e quindi di aver resistito tutto quel tempo. E quindi mentre stava guidando la mia fidanzata gli aveva tirato giù la lampo dei pantaloni e glielo aveva tirato fuori e aveva cominciato a fargli un colossale pompino. Così, dopo cinque minuti di bocca, Godzilla decise che era meglio accostare la macchina per passare dalla bocca al buco del culo. E allora uscimmo dalla macchina; eravamo praticamente in aperta campagna, per cui non poteva vederci nessuno. Ogni tanto passava un’auto con gli abbaglianti, ma noi eravamo messi dietro quindi non potevano vederci. Beatrice si era messa con le mani contro l’auto e si era piegata in avanti, con il culo ben aperto, il perizoma tirato giù all’altezza delle caviglie, e Godzilla la penetrava in modo furioso tenendola per i fianchi.
   Io non sapevo con esattezza cosa fare. La mia fidanzata continuava a guardarmi, aspettandosi da parte mia qualcosa. Rimanere lì a guardare non sembrava una cosa che poteva accettare. E allora mi avvicinai e sgattaiolai sotto le sue cosce, mettendomi a sedere con la schiena contro lo sportello della macchina e il viso rivolto verso il suo sesso. Iniziai a leccarle le palle, mentre Godzilla da dietro la inculava e io sentivo l’energia delle sue spinte contro il corpo della mia fidanzata, e quindi a causa dei contraccolpi i testicoli di Beatrice mi sbattevano sulla bocca. Poi ad un certo punto lei fece uscire l’enorme trave di Godzilla dal suo condotto anale e se la fece passare tra le cosce, facendomelo sbucare davanti alla bocca, e quindi iniziai a fargli un pompino e lui non pretestò, anzi sembrava piacergli. Ma solo per una manciata di minuti, perché poi lo rimise in culo alla mia fidanzata. Altre feroci stantuffate fino a quando prese Beatrice per un braccio e la fece girare e la fece mettere inginocchio, proprio accanto a me, piantandogli il suo enorme pezzo di carne sulla faccia, e lei lo prese in bocca fino a farlo sborrare copiosamente, e poi alla fine mi diede un bacio e la mia lingua entrò nella sua bocca piena di sborra. E lei a quel punto mi fece un sorriso di complicità; era divertita dal nostro gioco di squadra, che aveva indubbiamente rafforzato il nostro rapporto.
   Ma adesso che lui aveva eiaculato il gioco era finito, e infatti ci disse di ritornare in macchina perché era ora di ritornare a casa. E lungo il tragitto non ci fu verso di farlo parlare. Dopo aver fatto l’amore Godzilla si chiuse nel suo solito silenzio, e ci restò fino a quando non arrivammo a casa di Beatrice. A quel punto ci fece scendere dalla vettura e diede dei soldi alla mia fidanzata, e lei li prese senza esitare, ma io le dissi di ridarglieli perché non aveva senso. Perché prendere quel denaro?
   “Perché ce l’ha offerto lui” mi rispose. “Io non gli ho chiesto niente”.
   “Sì ma noi non ne abbiamo bisogno” le dissi sottovoce. “Non siamo mica mercenari?”.
   Allora a quel punto Beatrice si guardò le banconote che aveva in mano e dopo aver riflettuto per qualche istante le ridiede al suo legittimo proprietario, passandoglieli attraverso il finestrino abbassato.
   “Riprendili” disse a Godzilla. “Non ne abbiamo bisogno. Se stasera abbiamo fatto l’amore con te è perché ci andava di farlo, e non per battere cassa. Non siamo mercenari”.
   Beatrice era veramente speciale, e io ero l’uomo più fortunato del mondo, perché ero il suo fidanzato.

Rocco.

giovedì 26 aprile 2018

Goditi l'attesa...

...e dopo sarà ancora più bello.


   Voi forse non ci crederete, ma la mia fidanzata aveva dei dildo grossi quasi un metro. Io non ci potevo credere che riuscisse ad infilarseli su per il culo, e infatti una volta glielo dissi. E allora lei mi rispose che invece sì, ce la faceva. E allora me ne diede la prova. Ne prese uno e se lo fece scivolare nel condotto anale in tutta la sua interezza. Io non potetti credere ai miei occhi; era riuscita a farsi entrare in culo quella montagna di silicone, senza neppure troppe difficoltà. Beatrice aveva certamente il culo molto allenato, ma non avevo mai visto una cosa del genere. La mia fidanzata era una vera e propria acrobata del sesso anale. Non c’era nulla che non riuscisse a infilarsi dentro. Aveva il culo così sfondato che per lei infilarsi quel dildo di un metro dentro era una passeggiata. E infatti la pratica di infilarsi di tutto nell’orifizio anale era uno dei suoi numeri che faceva quando si esibiva allo strip bar. Una volta si era infilata ben sei arance nel culo, e poi le aveva risputate fuori sul suo pubblico, il quale rimaneva sempre estasiato di fronte a questo tipo di performance. Beatrice non aveva limiti. Si infilava dentro tutto ciò che voleva, con una disinvoltura impressionante.
   Ma ritorniamo alla cena con Godzilla, il cliente dello strip bar che spesso Beatrice portava nel privè per farci l’amore. A breve sarebbe passato a prenderci con la sua auto, e poi saremmo andati a mangiare. La mia fidanzata era in bagno che stava finendo di truccarsi, e io stavo curiosando tra le sue cose e incappai in alcune fotografie che erano attaccate con delle calamite al frigorifero della cucina. Erano foto che ritraevano lei in svariate occasioni, per esempio insieme alle sue amiche (la maggior parte delle quali  erano transgender come lei). Poi c’era anche una fotografia che ritraeva noi due, e ricordo anche quando era stata scattata; avevamo appena finito di fare l’amore, e lei aveva voluto scattare quella fotografia di noi due nudi stretti in un tenero abbraccio. E poco più sotto di questa immagine c’era la fotografia di un giovane bello come il sole, con uno sguardo penetrante e seducente da felino. Era al mare, in costume da bagno a slip, e aveva un fisico atletico e la pelle liscia come la seta. Era la mia Beatrice prima di diventare donna. Dai suoi occhi si evinceva una cospicua dose di insicurezza e un grande conflitto interiore che probabilmente stava affrontando in quel periodo, poco prima di diventare la Beatrice che ho conosciuto io.
   Intanto lei aveva finito di truccarsi ed era uscita dal bagno, e venne verso di me che intanto ero rimasto in cucina a contemplare quella fotografia. La vidi arrivare con quel vestito da sera molto provocante, e sui suoi tacchi a spillo che donavano ai suoi movimenti un’eleganza e una sensualità che avrebbe fatto invidia a qualsiasi ragazza.
   “Questa foto è bellissima” le dissi indicandogliela. “Sai, avrei sempre voluto chiederti qual’era il tuo nome prima di diventare Beatrice” era una cosa che non le avevo mai chiesto fino a quel momento, forse perché avevo paura di sentirmi dire che non aveva voglia di dirmelo.
   “Che importanza ha?” mi chiese. “Ormai quel ragazzo della fotografia non esiste più”.
   “Beh, questo non è vero. Quel ragazzo sei tu. Hai cambiato aspetto e forma, ma sei sempre tu”.
   “Perché ti interessa così tanto? L’importante è che adesso c’è la tua Beatrice”.
   Praticamente non voleva dirmelo, e allora lasciai perdere. Perché insistere se non era ancora pronta per parlarmi del suo passato? Forse un giorno l’avrebbe fatto, e io potevo aspettare. Per il momento avevamo un appuntamento con Godzilla, il quale passò a prenderci in macchina e poi ci portò a cena in un ristorante che conosceva lui, in aperta campagna e quindi lontano da occhi indiscreti. Lungo il tragitto Godzilla era già arrapato come un toro. Era l’effetto che gli faceva la mia Beatrice. Vederla scatenava in lui voglie porchissime incontrollabili, e a quel punto si trasformava, da uomo comune quale era diventava una specie di predatore sessuale senza scrupoli, che poi si placava soltanto dopo aver sborrato. E quindi durante il tragitto ad un certo punto, proprio mentre stava guidando, si tirò giù la lampo dei pantaloni e fece uscire fuori il suo enorme cazzo. Io ero seduto dietro, ma riuscii comunque a vederlo, e allora capii perché la mia Beatrice lo aveva ribattezzato Godzilla. Poi mise una mano dietro la nuca della mia fidanzata, che era seduta accanto a lui, e cercò di farla abbassare sulla sua erezione per mettergliela in bocca, ma lei si divincolò.
   “Aspetta tesoro” protestò. “Che fretta hai? Abbiamo tutta la notte”.
   “Non vedi quanto sono arrapato? Dai, ti prego. Fammi venire con la bocca, come sai fare tu. Non posso aspettare”.
   “Amore prova a rilassarti” rispose Beatrice. “Goditi l’attesa, e vedrai che dopo sarà ancora più bello”.
   Ma Godzilla era già al settimo cielo, e aspettare sarebbe stato un vero tormento. Ma la mia Beatrice era stata molto convincente, così lui sbuffò e rimise il cazzo duro dentro i pantaloni e tirò su la lampo. D’altronde lui non lo capiva perché era troppo arrapato, ma venire subito equivaleva a rovinare la serata. E invece la mia fidanzata lo sapeva bene, e quindi aveva deciso di temporeggiare.
   “Hai sempre così tanta fretta di venire” gli disse. “Facciamo l’amore e poi scappi via come un ladro. Stasera invece ho voglia di conoscerti meglio. Ho portato anche il mio fidanzato perché gli parlo spesso di te, e quindi volevo presentartelo”.
   “Secondo me lo hai portato perché gli piace guardare” rispose lui con un tono davvero poco amichevole, quasi come se la mia presenza in qualche modo lo mettesse di cattivo umore.
   “In realtà l’ho portato con me perché siamo molto innamorati” continuò lei. “E ci piace condividere le cose”.
   Godzilla era di umore nero, perché era arrapato da far schifo e la mia fidanzata al momento non voleva saperne di accontentarlo. Lei cercò di farlo parlare, di fargli raccontare qualcosa della sua vita, ma lui rispondeva in modo svogliato. Era evidente che non aveva voglia di parlare, ma soltanto di chiavarsi Beatrice. Ma se lei si fosse lasciata montare subito probabilmente la serata si sarebbe conclusa lì.
   “Tesoro, io non sono solo un buco da riempire” gli disse la mia fidanzata accarezzandogli delicatamente il viso. “Forse tu non te ne sei accorto, ma oltre al condotto anale ho anche dei sentimenti”.
   “Lo so, lo so” rispose Godzilla con un filo di voce. Era talmente eccitato che le parole gli uscivano a stento.
   “E allora visto che lo sai perché continui a trattarmi come una puttana?” il tono di voce di Beatrice non era affatto polemico, anche se poteva sembrarlo, ma al contrario era un modo di parlare molto affettuoso, molto dolce. Era come se stesse cercando di farlo ragionare e di tranquillizzare l’animale assetato di sesso che albergava in lui. In verità in ognuno di noi c’è un’animale assetato di sesso, ma il suo era così feroce e prepotente che gli annebbiava la mente. E in quel momento la mia fidanzata stava cercando il modo di addomesticarlo. Ed ero quasi certo che ci sarebbe riuscita.

Rocco. 
   

martedì 24 aprile 2018

Appuntamento con Godzilla.

(note: abbiamo problemi tecnici con la rete, per cui i racconti potrebbero non essere pubblicati regolarmente)


   Ovviamente non è che tutti vedevano la mia Beatrice con gli occhi dell’odio e dell’intolleranza, c’era anche chi la guardava come una diva, e mi riferisco ai suoi numerosi ammiratori che bazzicavano lo strip bar dove lavorava. Per alcuni di loro la mia fidanzata era una vera e propria dea del sesso da venerare inginocchio. E spesso la ricoprivano di regali costosi, tipo bracciali d’argento, collier di perle e vestiti da sera provenienti da atelier molto importanti. Ovviamente mi rendevo conto benissimo che ogni regalo che le veniva fatto corrispondeva a un pompino o a una penetrazione anale. Ma lei ormai non me lo nascondeva più. Prima me lo aveva tenuto nascosto, ma adesso mi diceva ogni cosa. E io sapevo bene che quando c’era un cliente piuttosto facoltoso lei lo portava nei privè dello strip bar e si faceva fare il culo o lo sbocchinava per bene. Ecco perché tutti quei regali.
   Mi aveva raccontato in particolare di uno di questi clienti “facoltosi”, il quale lei lo aveva ribattezzato Godzilla, perché aveva un cazzo decisamente grosso. Aveva all’incirca quarant’anni ed era sposato, però veniva lì allo strip bar per evadere dalla monotonia della sua vita coniugale. Ebbene, ogni volta che andava al locale i suoi occhi cercavano esclusivamente la mia Beatrice. Le regalava spesso delle cospicue somme di denaro, e allora lei lo portava nel privè. Non appena entravano lui le saltava letteralmente addosso; aveva una voglia di farsela che non ci capiva più niente. Era una vera furia, e allora lei prima gli faceva un pompino e poi si metteva in ginocchio sul divanetto dandogli le spalle e il busto piegato in avanti, con le natiche oscenamente aperte e il buco del culo ben in mostra, e allora lui a quel punto la faceva sua, afferrandola per i fianchi e chiavandosela di brutto. Poi dopo aver sborrato (lo facevano col preservativo, e quindi la sua sborra si riversava copiosa tutta nel serbatoio del condom) si rivestiva frettolosamente e scappava letteralmente via, salutandola a stento.
   “Secondo te perché si comporta così?” mi chiese dopo avermi raccontato di questo Godzilla, come lo chiamava lei.
   “Forse perché essendo sposato ha il rimorso di aver appena tradito la moglie con una transgender” mi sembrava l’ipotesi più plausibile.
   Probabilmente Godzilla quando arrivava allo strip bar era così arrapato che perdeva completamente la ragione, e poi gli ritornava soltanto dopo aver sborrato. Però comunque Beatrice mi disse che se fosse stato come dicevo io allora non sarebbe più dovuto ritornare, e invece lui puntualmente si rifaceva vivo nel fine settimana e se la scopava, e poi di nuovo se ne andava via senza dire una parola.
   “Il fatto è che agli uomini quando parte il cervello a causa delle loro pulsioni sessuali non riescono a controllarsi” risposi. “Poi dopo essere stati appagati ripensano a quello che hanno fatto. Alcuni uomini si ficcano in guai seri per questo motivo”.
   Poi Godzilla ritornò a fare visita alla mia fidanzata. Non ne poteva fare a meno. La mia Beatrice era il suo appuntamento settimanale che gli permetteva di dimenticare il fatto di essere un uomo infelice. Perché secondo me questo era Godzilla, un uomo malato di infelicità, e la mia Beatrice era la sua medicina. Però questa volta la mia fidanzata cercò di parlargli; di solito lui non ne voleva sapere di parlare, voleva andare soltanto nel privè e farsela. Beatrice invece, dopo averlo portato nel privè e dopo aver chiuso accuratamente la tenda rossa che assicurava la privacy del cliente, gli domandò se aveva voglia di parlare. Ma lui le saltò addosso, come ogni volta, e si tirò fuori il cazzo già bello dritto e pronto per l’amore. Ma Beatrice cercò di calmarlo, dicendogli che non doveva avere tutta quella fretta, perché avevano tutto il tempo che volevano per godere. Ma lui non poteva aspettare, voleva (anzi, doveva) farlo subito, e allora l’afferrò per i capelli e la fece inginocchiare davanti al suo enorme palo di carne, piantandoglielo davanti alla bocca e attendendo che lei facesse il suo lavoro.
   “Ok, se proprio non puoi aspettare allora l’amore lo facciamo subito, ma devi promettermi che una di queste sere mi porti a cena fuori”.
   “Va bene, ma adesso inizia a sbocchinare come sai fare tu, ti prego” rispose lui quasi in preda ad una crisi di astinenza. Voleva la sua dose settimanale di Beatrice, e la voleva subito.
   “Con noi ci sarà anche il mio fidanzato” gli disse. “Mi piacerebbe fartelo conoscere. Ti va?”.
   “Sì sì, tutto quello che vuoi, ma adesso comincia” a quel punto Godzilla afferrò il suo cazzo dalla base e lo mise in bocca a Beatrice, e lei iniziò a lavorarselo per bene.
   E così due giorni dopo andammo a cena fuori con Godzilla. Beatrice mi disse che non credeva che avrebbe mantenuto la promessa. Credeva che lui avesse detto di sì solo per farla stare zitta e metterle il cazzo in bocca. E invece poi lui le aveva mandato un messaggio su what’s up e aveva confermato l’appuntamento. Così, dopo aver finito di lavorare, andai a casa di Beatrice ad aiutarla a scegliere il vestito da indossare per quella cena. Lei voleva mettere su un vestito che fosse elegante ma allo stesso tempo molto porco. E devo dire che non fu affatto difficile trovarne uno; Beatrice infatti aveva una ricca collezione di abiti da utilizzare a seconda delle situazioni che le si presentavano. Così scelse un vestito molto corto, con un’apertura dietro che le metteva a nudo la schiena, e davanti aveva uno scollo molto generoso che ero certo che avrebbe messo a dura prova le sue tette, dal momento che avrebbero tentato di scivolare fuori in continuazione. 
   Mentre lei si truccava, con maniacale attenzione per i dettagli, io mi misi a curiosare un po' in giro. Il monolocale in cui viveva era sempre in disordine. La cucina poi, era piena di piatti sporchi e avanzi di cibo dappertutto. Beatrice non era mai stata fissata con l’ordine. Più che un appartamento sembrava la tana di un’animale selvatico. Spesso glielo facevo notare e lei scoppiava a ridere. Mi diceva: “stai dicendo che sono un’animale?”. E io: “sì, una pantera assetata di sesso”. E lei: “ah sì?”. Le piaceva un casino quando le dicevo che era una pantera, e allora lei a quel punto si comportava appunto come se lo fosse, e mi saltava addosso facendo finta di darmi dei morsi. E poi di solito quando faceva così finiva che facevamo l’amore.
   Tra la sua roba sparpagliata in giro c’erano anche i suoi sex toys: butt-plug, vibratori, masturbatori e dildo di ogni colore e dimensione. Una volta gliene avevo regalato uno io di sex toys, era un butt plug con una coda nera. Non so se ne avete mai visti, ma ci sono dei butt plug che hanno una coda attaccata all’estremità. Si infila il giocattolo nel buco del culo e quindi poi sembra che chi lo indossa abbia una coda. E io gliene avevo comprato uno con una coda nera tipo quella di una pantera, perché appunto lei impazziva quando le dicevo che assomigliava a quel felino gigante. Quel butt plug caudato le piaceva così tanto che lo indossava molto spesso quando facevamo l’amore. Ovviamente poi ad un certo punto lo toglieva per fare spazio a me.

Rocco.

giovedì 19 aprile 2018

Un rapporto

di complicità.


   Quel doppio pompino insieme alla mia fidanzata cambiò ogni cosa. Si instaurò infatti un rapporto di complicità incredibile, che in qualche modo solidificò il nostro amore. Lo capii immediatamente, da come Beatrice mi guardava negli occhi mentre le nostre bocche percorrevano quell’enorme pezzo di carne. Il suo sguardo era molto eloquente, e mi parlava, mi diceva: “ti amo con tutta me stessa, perché stai facendo questa cosa con me, perché hai deciso finalmente di giocare con me insieme agli altri uomini”. Era come se fosse il suo sogno erotico da sempre, avere un fidanzato con cui condividere il piacere dei cazzi duri. Tra me e la mia fidanzata si era finalmente instaurata una sintonia che non c’era mai stata; prima era tutto diverso, io ero sempre stato molto innamorato di lei, e lei pure, ma non quanto me, perché lei amava anche gli altri uomini. Ma dopo quello che era successo quel giorno, cioè dopo essere stati rimorchiati in spiaggia, e dopo aver avuto quel simultaneo rapporto orale, era come se si fosse aperto un mondo. Finalmente anche Beatrice aveva iniziato ad amarmi in modo incondizionato, come io amavo lei, perché aveva ormai trovato un “complice”. E cos’è un rapporto d’amore se non un rapporto di complicità?
   Comunque il toro, dopo aver eseguito una colossale cumshot sul viso di Beatrice (solo sul suo, io mi limitai a leccarle un po' di sborra dalle guance), ci fece accomodare in soggiorno, e ci offrì qualcosa da bere, altro succo di frutta come prima di fare l’amore. Restammo nudi tutta la serata a chiacchierare e a conoscerci meglio. Poi verso mezzanotte ci accompagnò a casa in macchina. Ci scambiammo i numeri di telefono con la promessa di rivederci presto. E comunque certamente lo avremmo rivisto lì alla spiaggia nudista dove lui ci aveva rimorchiato, perché sia lui che noi ne eravamo dei frequentatori abituali.
   Tra l’altro non so come, ma la voce che io e Beatrice eravamo una coppia facile da rimorchiare si era diffusa su tutta la spiaggia nudista. Forse perché eravamo un po' come una piccola comunità, e quindi si sapeva tutto di tutti. Si sapeva infatti che la coppia con l’ombrellone verde era una coppia di mezza età a cui piacevano i giochi di sottomissione. E si sapeva anche che la coppia di ragazze con l’ombrellone a pois preferiva non essere disturbata per nessun motivo, quindi gli uomini in cerca di avventure dovevano stargli alla larga, altrimenti si sarebbero beccati un bel due di picche grosso come una casa. L’amore preferivano farlo da sole, e non avevano bisogno di uomini per essere appagate. E quindi, dopo essere stati rimorchiati dal toro, anche di me e Beatrice si venne a sapere tutto, e principalmente che eravamo una coppia facile da rimorchiare. E infatti furono numerosi i tentativi di rimorchio da parte di avventurieri in cerca di divertimento, a cui nella maggior parte dei casi non ci siamo mai sottratti. Insomma, la nostra vita intima diventò notevolmente appassionante e ricca di sorprese.
   Certo non tutti approvavano quello che facevamo con gli altri uomini; le ragazze con l’ombrellone a pois, quelle che non volevano essere disturbate, spesso ci guardavano in malo modo. E una volta lessi il labiale di una delle due che diceva: “quei due mi fanno vomitare”. Si riferiva a noi, lo capii perché mentre diceva quella cosa guardava nella nostra direzione. Quindi era inequivocabile; stavano parlando di me e Beatrice. Ma d’altronde ero sempre preparato a questo genere di commenti, perché non tutti riuscivano ad accettare il nostro stile di vita. Alcune persone facevano persino fatica ad accettare il fatto che Beatrice non era una ragazza come tutte le altre; Beatrice era per metà uomo, e per alcuni era motivo di imbarazzo e disgusto. Per farvi un esempio vi racconterò un episodio che era successo proprio in spiaggia. Devo premettere però che la spiaggia nudista che eravamo soliti frequentare, da tutti ribattezzata “l’ultimo scoglio” per via di uno scoglio molto imponente che delimitava la zona naturista, era spesso meta di curiosi provenienti da altri lidi dove il costume da bagno era d’obbligo. Ci venivano per la morbosa curiosità di vedere noi che non avevamo alcun problema ad andare in giro nudi. E alcuni ci guardavano con disgusto. Un giorno vidi due donne in costume da bagno che provenivano dall’altra parte dello scoglio (dove appunto il nudismo era vietato); erano entrambe sui cinquant’anni, e venivano verso di noi. Io e Beatrice eravamo a riva, con l’acqua che ci arrivava alle caviglie, intenti a goderci il sole e la brezza marina. Le due donne ci passarono accanto, e vidi una di loro guardare in modo sdegnoso la mia fidanzata. Dopo averla squadrata dalla testa ai piedi disse una cosa molto cattiva: “che schifo. Certe cose ti fanno passare la voglia di vivere”. Nonostante lo avesse detto a bassa voce, in modo da farsi sentire soltanto dalla sua amica, ero sicuro che Beatrice avesse sentito bene quelle parole, ma fece finta di niente. Forse ci era abituata. Io invece mi intristii molto, perché quelle parole mi fecero davvero male.
   Possibile che certe persone fossero così cattive e insensibili da criticare e denigrare una persona pur non conoscendola? E per quale motivo poi? Cosa aveva fatto di male la mia Beatrice a quella donna? Assolutamente niente. Eppure lei si era arrogata il diritto di criticarla, soltanto perché era una transgender. Il fatto è che per certe persone, soprattutto se hanno il cervello poco sviluppato, la diversità è percepita come una minaccia. Quella donna aveva detto che Beatrice le faceva passare la voglia di vivere, ma lo sapete cos’è invece che la fa passare a me? Il fatto che ci siano bestie che la pensano in questo modo. Se non ci fossero sarebbe un mondo perfetto.
   A quel punto provai per la mia fidanzata un incredibile tenerezza, e allora l’abbracciai da dietro e iniziai a tempestarle il collo e le spalle di baci, e le sussurrai che era speciale sotto ogni punto di vista, e lei mi rispose semplicemente: “lo so”. E con le mani le accarezzai il corpo, raggiunsi le tette e le strinsi con desiderio. Intanto il mio cazzo si era indurito in modo indecente, e premeva in mezzo alle sue natiche. Aveva voglia di entrare nel suo condotto anale. Iniziarono a guardarci tutti perché quello che stavamo facendo era puro esibizionismo. E a qualcuno piaceva, tranne che alle ragazze con l’ombrellone a pois, le quali erano poco avvezze a questo genere di effusioni in pubblico. Però gli altri sembravano apprezzare molto, perché non c’è cosa più bella che vedere due innamorati che fanno l’amore.

Rocco.  
  

martedì 17 aprile 2018

Due bocche

sono meglio di una.

(in foto: Cipriana, Backstage with Cipriana, 21Sextury.com)


   Il toro aveva un nome. Io finora l’ho sempre chiamato così, perché mi dava appunto l’impressione di un toro. Era ben messo, aveva un corpo muscoloso ma non troppo da sembrare un canotto. E poi, come già ho detto nel post precedente, aveva un cazzo incredibile. Era insomma un vero bull di razza. Il suo nome era Ercole. Un nome molto appropriato, non credete? Tanto che io in principio non volevo crederci, e credevo che stesse scherzando. E invece lui mi disse che il suo nome era proprio quello: Ercole.
   Non appena entrammo nell’appartamento mi resi conto che il toro, Ercole, abitava in una specie di tana. C’era molta confusione, preservativi usati dappertutto e lingerie porchissima buttata in ogni angolo (probabilmente erano i suoi trofei di caccia). Lui comunque si comportò da buon padrone di casa, facendoci fare un giro in tutte le stanze e poi alla fine ci offrì qualcosa da bere, un succo di frutta per la precisione, che bevemmo in piedi come tre amici che stavano brindando ad un’occasione speciale. Beatrice continuava a guardarlo con quegli occhi a cuoricino. Un po' guardava lui, e un po' guardava il suo grosso cazzo. Non riusciva a farne a meno di farlo. Ne era proprio innamorata. In effetti era uno spettacolo, e come vi dicevo nel post precedente anche io provavo una forma di attrazione verso di lui. Perché nasconderlo? Mi eccitava guardarlo, e mi eccitava maggiormente l’idea di poterci entrare in contatto, anche se la vedevo come una possibilità assai remota. Ero quasi certo che lui non me l’avrebbe permesso. Ma invece, come vi racconterò dopo, mi sbagliavo.
   Ebbene, quando Beatrice ebbe finito di bere il suo succo di frutta, Ercole le prese il bicchiere dalle mani e lo posò gentilmente sul davanzale della finestra che dava sul mare. Eravamo all’ultimo piano e c’era una vista mozzafiato. Era venuto il momento di passare ai fatti. Il petting lo avevano già fatto in ascensore, quindi adesso potevano saltare questa parte e passare direttamente all’amore vero e proprio. E allora il toro prese la mia fidanzata per i capelli, ma gentilmente, senza tirare, e la fece inginocchiare davanti a lui. Beatrice si trovò di nuovo la sua trave davanti alla bocca, proprio come in macchina, e quindi lo riprese in bocca proprio come prima, in modo famelico, quasi come se non ne vedesse uno da anni e anni. E invece ne vedeva continuamente, come già vi ho detto, ma certamente non di quella portata. Perché di quella portata davvero se ne vedono pochi.
   Io comunque non ero proprio a mio agio, nel senso che stavo rosicando non poco, non per il fatto in se che Beatrice stava facendo l’amore con un altro uomo, ma piuttosto perché lo stava facendo con tutta quella passione, quasi come se fosse completamente cotta di lui. Era questo che proprio non mi andava giù. E allora cercai di distrarmi, e allora diedi un’occhiata in giro; guardai dalla finestra quell’infinito oceano d’acqua che c’era fuori, ma ogni tanto mi giravo a sorvegliare quello che succedeva nel salotto, dove appunto la mia Beatrice stava facendo godere con la bocca il toro. Poi ad un certo punto decisero di spostarsi in camera da letto, dove sarebbero passati alla penetrazione anale, ma io gli dissi che potevano andare senza di me, e che avrei aspettato che avessero finito, per poi riprendere la mia fidanzata e andare via.
   “Davvero vuoi rimanere lì a guardare fuori dalla finestra?” mi domandò Ercole. “Dai, non essere timido. Vieni a divertirti con noi”.
   “No grazie, non sono dell’umore giusto”.
   “Certo che sei proprio strano” continuò. “Hai una fidanzata così gnocca e così porcella e dici di non essere dell’umore giusto. Cerca di divertirti di più, amico mio, che la vita è breve” e diede una bella sculacciata su una natica di Beatrice. Dopodiché se ne andarono in camera da letto, dove appunto la mia fidanzata si mise a quattro zampe sul materasso e lui gli si mise sopra, con le gambe curve su di lei e il cazzo premuto contro il suo buco del culo, e con delicatezza lo fece scivolare dentro (dopo averlo inondato di lubrificante) facendoglielo arrivare fino alle palle. A quel punto iniziò a pomparla di brutto, tenendole le mani sui fianchi, e ogni tanto sculacciandola poderosamente. Io ero rimasto fuori dalla camera da letto, ma sentivo bene cosa stava succedendo dentro. Sentivo la mia Beatrice rantolare come un animale ferito, e sentivo lui che ripeteva in continuazione sempre le stesse cose, quasi come una cantilena. Diceva: “lo senti? ce l’hai dentro fino alle budella”, oppure: “te lo sto facendo arrivare in bocca il mio bel cazzone”. E ogni tanto l’ammoniva, non so per quale motivo, forse perché lei voleva cambiare posizione, e allora lui: “stai giù”. E: “Stai buona, che non abbiamo ancora finito”. Era indubbio che era lui che stava comandando il gioco. Ma d’altronde non poteva essere altrimenti. Un bull come lui stava sempre al comando.
   Ad un certo punto decisi di entrare anche io. Che diavolo! Mi dissi. Avrò il diritto di vedere cosa sta succedendo? Se devo dirla tutta lo feci più che altro per dimostrare a lui che quella situazione non mi dava fastidio nemmeno un po'. In verità era proprio il contrario. Non vedevo l’ora che fosse tutto finito. E appena varcai la soglia della camera da letto ebbi l’impressione di trovarmi di fronte ad una scena che aveva un qualcosa di selvaggio e primitivo, quasi come una lotta greco-romana, in cui due uomini si azzuffano coi loro corpi uno sopra l’altro, che non sai mai quanto è effettivamente un incontro di lotta o un appassionato incontro amoroso. Lui aveva completamente sottomesso il corpo della mia fidanzata, tenendogli una mano premuta contro la schiena e quindi la teneva ferma e con il petto premuto contro le coperte del materasso, e lui le stava sopra e la penetrava analmente senza alcun freno, senza preoccuparsi minimamente se a lei stava piacendo oppure no. Sembrava inarrestabile come una macchina che aveva come unico scopo quello di distruggere il condotto anale della mia Beatrice. Però poi ad un certo punto lo fece uscire; era arrivato il momento della cumshot, e quindi fece mettere la mia fidanzata in ginocchio davanti a lui e gli piantò un’altra volta il cazzo in bocca, e lei lo prese quasi passivamente, era troppo esausta e stordita per poter fare qualsiasi cosa. Si lasciò semplicemente penetrare la bocca.
   Il toro guardò verso di me e mi sorrise.
   “Se vuoi c’è posto anche per te” mi disse.
   “Per me?” domandai sbigottito. Stava scherzando o stava dicendo sul serio? Non riuscivo a capire se voleva solo prendermi in giro oppure era una proposta concreta.
   “Sì, vieni a metterti qui, in ginocchio vicino alla tua fidanzata”.
   “E cosa ci vengo a fare?”.
   “Due bocche sono meglio di una”.
   Non sapevo cosa fare. In fin dei conti come vi dicevo prima provavo un’irresistibile attrazione per l’enorme palo di carne di Ercole. E in quel momento sentivo il cuore battermi in modo incontrollato, e sentii le gambe tremarmi dall’eccitazione, sentivo che volevo farlo. Ma in verità avrei voluto farlo fin dal primo momento che lo avevo visto, lì alla spiaggia nudista. Soltanto che adesso quella fantasia si stava concretizzando, e io non dovevo fare altro che inginocchiarmi di fianco alla mia fidanzata e prenderlo in bocca. E allora mi avvicinai timidamente, e il toro mi tranquillizzò dicendomi che non avevo nulla da temere, che non c’era niente di male nel farlo. E quindi lo feci. Mi misi accanto a Beatrice e iniziai a lavorare di bocca anch’io. E fu bellissimo.

Rocco.
     

giovedì 12 aprile 2018

L'ultimo scoglio.

L'ultimo scoglio.

(in foto: Jonelle Brooks, JonelleBrooks.com)


   Come vi ho detto nel post precedente, Beatrice si faceva rimorchiare con una facilità imbarazzante. La maggior parte delle volte lo faceva in cambio di denaro, ma altre volte invece lo faceva perché le andava di farlo, perché magari incontrava un toro da monta che gli piaceva davvero e allora si faceva ingroppare. Una volta è successo che si è lasciata rimorchiare addirittura in mia presenza, anche se per essere più preciso devo dire che avevano rimorchiato entrambi, sia lei che me. Questo di solito è quello che succede alle coppie cuckold, e cioè che il bull rimorchiando la donna rimorchia anche il suo uomo, invitandolo a guardare quello che sarebbe successo, e cioè la presa di possesso della lei della coppia da parte del toro. Però io e Beatrice non avevamo mai avuto un’esperienza cuckold, e quindi non eravamo una coppia incline a questo genere di pratiche. Lei andava a letto con altri uomini, questo sì, ma mai in mia presenza. E invece quel giorno successe proprio questa cosa: un toro si mise a rimorchiare Beatrice davanti ai miei occhi e lei ci stava, si lasciava corteggiare e sembrava felice come una pasqua di questo. E io, a quel punto, ero diventato automaticamente il fidanzato cuck che assiste alla presa di possesso della sua ragazza.
   Questo episodio è accaduto al mare. Io e Beatrice eravamo soliti frequentare una spiaggia naturista che si chiamava “l’ultimo scoglio”, ed era una spiaggia sì naturista ma principalmente frequentata da gente che ci veniva solo per scopare. C’erano molti transgender come Beatrice, qualche coppia in cerca di trasgressione e un sacco di allupati che avrebbero ficcato il loro biscotto in qualsiasi tipo di buco. Noi ci andavamo prima di tutto perché era una spiaggia incontaminata, che per arrivarci dovevi fare un chilometro a piedi, e quindi questo ti assicurava una serenità che avresti faticato a trovare altrove. E poi ci andavamo perché era la spiaggia preferita dalle amiche di Beatrice, tutte ragazze come lei, cioè munite di un pezzo di carne tra le gambe.
   Ebbene quel giorno, quando fummo rimorchiati, in spiaggia non c’era quasi nessuno. C’erano tre o quattro ombrelloni piantati nella sabbia, tra cui il nostro. Io e Beatrice eravamo a riva, con l’acqua che ci arrivava fino alle caviglie, senza dirci nulla, semplicemente eravamo lì a lasciarci baciare dal sole e a goderci quel caldo pomeriggio. Ad un certo punto ci si è avvicinato questo toro. Devo dire che non mi ero accorto della sua presenza in spiaggia, eppure era lì già da un pezzo e ci stava osservando da parecchio. E infatti per rompere il ghiaccio ci disse subito questa cosa, e cioè che non riusciva a fare a meno di guardarci.
   “Sai, hai una fidanzata molto bella” mi disse, e allo stesso tempo accarezzò il viso di Beatrice, la quale se lo lasciò fare con molto piacere. Mi accorsi subito che Beatrice era già sua. Quando lei decideva che voleva dare via il suo buco del culo ad un uomo lo si capiva subito. Lo capivo da come guardava l’uomo in questione, con quei suoi occhi carichi d’amore e di passione. Praticamente era un libro aperto, e quando decideva di darsi via te lo faceva capire senza tergiversare troppo.
   Tra l’altro il toro aveva un cazzo enorme, ed era già bello duro, svettante verso l’alto, che non vedeva l’ora di entrare nel corpo della mia Beatrice. Era così grosso che né io né lei potevamo fare a meno di guardarlo, lei perché probabilmente aveva l’acquolina in bocca, e quindi lo avrebbe accolto molto volentieri in culo, e io perché ero affascinato da tutta quella potenza sessuale, e… sì, in fondo ne ero attratto anche io. Come posso nasconderlo? Mi piaceva un casino. Era proprio la massima espressione del sesso. Quella cappella turgida rosa, come un bombolone gigante alla fragola, e con un corpo possente contornato da grosse vene verdi e viola, e quelle grosse palle taurine sotto, pronte per essere svuotate nel condotto anale della mia Beatrice, o forse sul suo viso, con una colossale cumshot. 
   “Quindi ti piace la mia fidanzata?” gli chiesi. In verità non sapevo cosa dirgli, perché era venuto da noi all’improvviso, e le sue intenzioni erano così evidenti, voleva incularsi Beatrice. E lei lo aveva capito benissimo, e non sembrava dispiacergli, anzi, sembrava decisamente propensa a dargli ciò che voleva. E io non sapevo precisamente come comportarmi; potevo dirgli che essendo la mia fidanzata non poteva averla, oppure potevo temporeggiare e vedere come andava a finire quella storia. E quindi decisi di adottare la seconda possibilità.
   “Perché, non si vede?” domandò divertito spingendo il busto in avanti e mettendo in mostra (come se non ci avessimo fatto ancora caso) la sua enorme erezione.
   “Certo, solo un cieco non lo vedrebbe” risposi guardandolo di nuovo, e anche Beatrice ci buttò un’altra occhiata, ma morsicandosi il labbro inferiore e quindi esternando la sua voglia di giocarci e farlo godere. “Un gran bel cazzo, non c’è che dire. Ma non credo che alla mia fidanzata interessi”.
   “Non direi, visto il modo in cui me lo guarda”.
   In effetti aveva ragione. Beatrice era proprio rapita da tutto quel ben di dio. Guardava quella trave di carne con gli occhi a forma di cuoricino. Comunque cercai di portare il discorso da un’altra parte, proprio per perdere tempo e vedere a dove voleva arrivare, ma lui non ne voleva sapere di mollare la presa, continuando a ripetere con insistenza che Beatrice era fantastica, che aveva un culo divino (in effetti il culo di Beatrice avrebbe fatto invidia a qualsiasi ragazza) e una bocca che sembrava fatta apposta per  sbocchinare. E lei ormai era completamente sua, e lui lo sapeva benissimo. Insomma ad un certo punto pensai che fosse giunta l’ora di farmi da parte. Era chiaro l’interesse della mia fidanzata per lui, quindi cosa dovevo fare io? Dovevo solo farmi da parte. Tra l’altro ormai la conversazione tra me e lui era già finita da un pezzo, ormai il dialogo era soltanto tra loro due. Ma più che un dialogo era un vero e proprio flirt spinto, fatto di carezze e ammiccamenti. Quindi decisi di dichiarare la mia sconfitta. Mi avvicinai a loro due e gli dissi che poteva prendersela, perché la mia fidanzata ormai era  sua. Cioè si vedeva che Beatrice si era invaghita di lui. Quindi stando così i fatti io mi toglievo di mezzo.
   “Ma cosa dici?” domandò lui sorpreso.
   “Quello che ho appena detto. Io tolgo il disturbo. Hai tentato di rimorchiare la mia fidanzata e ci sei riuscito, quindi io me ne vado” e lo dissi con molta amarezza, e anche con un pizzico di rabbia, ma lui mi fermò dicendomi che non avevo capito nulla.
   “Cosa intendi dire?” gli chiesi.
   “Io non intendevo rimorchiare la tua fidanzata, io volevo rimorchiarvi entrambi”.
   “Entrambi?!” ero un po' perplesso.
   “Sì, tutti e due. La mia idea era quella di invitarvi a casa mia a passare la serata insieme. Sono sicuro che sarà molto divertente”.
   Capite dov’era il punto? Il toro non voleva lei, voleva entrambi. Ma a quel punto non seppi cosa dire. Guardai Beatrice e lessi nei suoi occhi la sua volontà di accettare l’invito, indipendentemente dalla scelta che avrei preso. Quindi se io dicevo di no lei ci sarebbe andata lo stesso. Quindi decisi di andarci. Perlomeno potevo tenere lui sotto controllo mentre si faceva la mia fidanzata. Perché era ovvio che sarebbe successo.

Rocco.