venerdì 13 ottobre 2017

Il seme dentro.


   Berni diede proprio il meglio di se di fronte alle videocamere di Ivano. Anche se a dire la verità non appena uscii dal bagno con addosso il bodystocking, e non appena cominciammo a fare l’amore, lui ci mise cinque minuti a venire. Poi però glielo presi in bocca e glielo feci ritornare duro, e a quel punto ricominciò a montarmi di brutto. Berni era così; non era mai stato uno stallone da monta a letto, e infatti gli bastavano cinque minuti per sborrare, e siccome a me cinque minuti di penetrazione non mi facevano neppure il solletico allora Berni per far godere anche me mi faceva venire con la bocca. Però spesso adoperavo quel sistema, ovvero dopo che aveva sborrato gli prendevo il cazzo in bocca e lo facevo indurire di nuovo con un pompino. A quel punto riusciva a montarmi come un toro per quasi un’ora, e allora sì che riuscivo a venire anch’io. E così feci anche quella volta, e Berni sembrava una furia, un vero professionista della monta. Mi tolse il bodystocking, perché mi disse che voleva ingropparmi così come mamma mi aveva fatta, cioè completamente nuda, e allora mi fece mettere sul letto, con il busto piegato verso giù e il culo verso l’alto, e lui si mise a cavalcioni su di me, e mi teneva una mano premuta sulla schiena tenendomi ferma e praticamente impossibilitata a fare qualsiasi movimento, in una specie di posizione di sottomissione. E intanto mi pompava la patatina e ogni tanto mi sculacciava, come piaceva a me. Non sembrava neppure lui per quanta passione ci metteva, tanto che ad un certo punto mi afferrò per i capelli e mi tirò la testa leggermente indietro, e con la mano che mi teneva premuta sulla schiena avevo la colonna vertebrale curva in una posizione davvero scomoda ma che allo stesso tempo mi faceva godere come una cagna, perché mi faceva sentire completamente sottomessa a lui dal momento che non avevo la possibilità di fare assolutamente nulla. Dovevo solo starmene ferma e lasciare che lui facesse di me ciò che voleva. Berni mi aveva messa in una posizione di inferiorità e io glielo lasciai fare, perché lui era il mio uomo, il mio futuro marito. Forse ad un altro uomo non lo avrei permesso. Ma lui era l’uomo che amavo, a lui permettevo di farmi qualsiasi cosa.
   “Cosa sei tu?” mi chiese ad un certo punto.
   “La tua puttanella” risposi con un filo di voce. 
   “Non ho sentito bene” Berni era veramente fuori di se, sembrava che mi stessi facendo scopare da un pornoattore professionista.
   “Sono la tua puttanella”.
   “Dillo più forte, non capisco” mi strattonò i capelli con più decisione e allora a quel punto sentii che stavo per venire e allora mi preparai a ricevere  quello che sarebbe stato di certo uno degli orgasmi più sensazionali della mia vita.
   “Sono la tua puttanella!” urlai con tutto il fiato che avevo in gola. “Dio mio, quanto sto godendo!”.
   A quel punto cominciò a sborrare anche Berni che iniziò a eiacularmi dentro. Mi afferrò con decisione per i fianchi e mi tenne il cazzo dentro fino alle palle, fino a quando non fu sicuro che anche l’ultima goccia mi fosse rimasta dentro. A quel punto lo sfilò fuori e si accasciò sul letto stremato, e anche io mi abbandonai, a pancia in giù con gli occhi spalancati e priva di forze. Avevamo appena regalato uno spettacolo davvero speciale a Ivano, il quale ci stava spiando da chissà dove con le sue videocamere, e probabilmente si era fatto pure una sega con i fiocchi nel guardarci mentre lo facevamo.
   Per inciso, Berni mi aveva sborrato nella patatina, ma io era da un pezzo che non prendevo più la pillola. Non me ne rendevo conto perché ero troppo presa dall’eccezionale orgasmo che avevo avuto, però ero stata appena ingravidata.
   Dopo quella spettacolare monta ce ne andammo a cena fuori. Per l’occasione indossai un vestito da zoccola di prima categoria, nero, oscenamente corto e aperto davanti fino all’ombelico, e indossai un cinturino d’argento in vita che avevo trovato qualche mese fa nell’armadio di mia madre, e siccome mi era piaciuto lo avevo preso, senza dirle nulla ovviamente. Era una cosa che facevo spesso quando non sapevo cosa mettere addosso; andavo a cercare tra la roba di mia madre e prendevo quello che mi piaceva di più. E spesso erano cose che non le avrei più restituito, ma che sarebbero entrate a far parte del mio guardaroba personale. Proprio come quel cinturino d’argento, con al centro una scritta in rilievo che diceva “Fuck Me”. Non so chi gliel’avesse regalato, forse qualche amante porco che aveva avuto in passato, ma mi stava da dio e quindi l’avevo preso. E quella sera lo indossai e a Berni piacque molto, ma nel ristorante in cui decidemmo di mangiare mi guardavano in uno strano modo. Gli uomini mi guardavano come al solito, con quegli occhi affamati di sesso, come se morissero dalla voglia di fare con me delle porcate senza limiti. Le donne invece mi guardavano in modo sprezzante; sicuramente pensavano di me che ero una puttana o qualcosa del genere. Ma ormai lo sapete, non me ne frega nulla di quello che pensa la gente. La cosa più importante per me è eccitare il mio uomo, vestirmi da porca per lui. Se poi eccitavo anche gli altri uomini non poteva che farmi piacere. Adoro sentirmi desiderata, non lo nascondo, e quindi di conseguenza adoro provocare. Ma è inutile dirvi queste cose, perché credo che ormai lo sapete bene come sono fatta. Sono un po' troia.
   Per fortuna il ristorante non era uno di quei posti chic dove di portano dei piatti minuscoli e te li fanno pagare l’ira di dio. Qui si mangiava per davvero. Io ordinai un piatto di gnocchi burro e salvia e mi portarono un piatto fondo senza fine. Dopo che facevo l’amore mi veniva una fame spaventosa, e quindi quel piatto gigante era una manna dal cielo. E il vino, signori, vogliamo parlare del vino? Una brocca da un litro di vino della casa, rosso rubino, corposo, che dopo il secondo bicchiere pareva che già cominciava a girare tutto, figuriamoci dopo il quarto. Berni quando mi vide mangiare con così tanta voracità mi sorrise bonariamente.
   “Avevi fame?” mi chiese.
   “Beh, mi conosci” risposi. “Lo sai che dopo averlo fatto mi viene una fame tremenda. Comunque oggi sembravi un toro. Sei stato eccezionale”.
   “L’unica cosa è che mi dispiace se forse ti ho trattata in modo un po' brusco”.
   “Ancora con questa storia? Ma quante volte te lo devo dire che mi piace se ogni tanto mi sculacci e mi tiri i capelli mentre facciamo l’amore?”.
   A causa dell’effetto del quarto bicchiere di vino non mi ero accorta che stavo parlando a voce molto alta, e quindi praticamente mi avevano sentita tutti, e adesso mi guardavano da ogni angolo del ristorante. Berni abbassò la fronte per l’imbarazzante figuraccia che avevo fatto, io invece strozzai una risata e ritornai a infilzare i miei gnocchi con la forchetta.

Moana.

mercoledì 11 ottobre 2017

Lo spettacolo dell'amore.


   “Ah, Moana! Come mi piacerebbe poterti guardare mentre fai l’amore”.
   “Lo so”.
   Ivano me lo aveva detto un sacco di volte, e spesso mi aveva offerto di passare qualche notte nel suo bed and breakfast, insieme a Berni, tutto gratis, e lui si sarebbe accontentato di spiarci con le sue videocamere mentre facevamo l’amore. Però gli avevo detto che non avrebbe avuto alcun senso quella cosa, dal momento che io (a differenza delle altre coppie) sapevo benissimo della presenza delle videocamere, e quindi mi sarei comportata di conseguenza, e le mie azioni non sarebbero state spontanee. Era un po' come il reality show del grande fratello, in cui chiaramente i protagonisti sapevano di essere spiati, e quindi si comportavano con la consapevolezza che c’era un mucchio di gente che li guardava, e quindi le loro azioni non erano sincere. Non potevano esserlo.
   Ivano mi aveva dato ragione, però mi aveva fatto notare che in realtà Berni non sapeva nulla delle videocamere, quindi in qualche modo il mio comportamento privo di spontaneità sarebbe stato compensato dalle azioni del mio uomo, che avrebbe agito nell’inconsapevolezza di essere spiato.
   Comunque l’offerta di Ivano stuzzicava molto la mia fantasia. D’altronde poteva essere un’esperienza eccitante, più per me che sapevo di essere spiata che per Berni che invece non sapeva nulla, e quindi per lui sarebbe stata una scopata come un’altra.    
   “Ma sai che ti dico? La accetto volentieri la tua offerta. Io e Berni verremo nel tuo bed and breakfast e potrai vederci fare l’amore. D’altronde cosa c’è di male? Se è quello che desideri non vedo il motivo per cui non dovrei accontentarti”.
   “Dici davvero?” Ivano era davvero euforico per la decisione che aveva preso e gli si illuminò il viso per la felicità, come se quello fosse il suo desiderio più grande, potermi spiare mentre facevo l’amore. “Non è che poi cambi idea?”.
   “Ma no, tranquillo. Domani per te va bene?”.
   “Moana, va benissimo! Non so come ringraziarti”.
   “Non ci pensare, e pensa piuttosto a goderti lo spettacolo”.
   A quel punto dovevo inventarmi qualcosa da dire a Berni. Ma quello era l’ultimo dei problemi, infatti gli dissi quasi tutta la verità, e cioè che il proprietario del negozio di informatica ci aveva offerto di passare un paio di notti nel suo bed and breakfast, tutto gratis. L’unica cosa che decisi di omettere da quella storia fu il fatto delle videocamere. Però era un omissione a fin di bene, così Berni avrebbe avuto un comportamento spontaneo, e avremmo regalato a Ivano uno spettacolo di intenso amore.
   L’alloggio si trovava nella zona antica della città, su in collina, dove era arroccata una cittadina medioevale con tanto di cinta muraria. E poi c’era un castello che le persone dicevano che era infestato dai fantasmi. Purtroppo non era visitabile perché alcune stanze erano danneggiate e c’era il pericolo che cascasse addosso ai turisti. E forse proprio per questo motivo erano nate tutte quelle storie di fantasmi e di mostri che a quanto pare abitavano quelle mura. E si raccontava di strani rumori che si sentivano la notte, voci, urla, catene strascicate. Insomma, col buio era meglio non stare nei paraggi del castello se eri una persona facilmente suggestionabile.
   La città antica ogni anno attirava un numero di turisti davvero incredibile. Si sa che i turisti sono affascinati dai borghi medioevali italiani, e il nostro non faceva eccezione. Era uno dei più visitati. E poi c’era quella faccenda dei fantasmi che attirava anche un sacco di appassionati dell’occulto.
   E così presi una valigia e la riempii di alcuni dei miei vestiti da troieggio e un po' di intimo ad alto livello di scopabilità. Sarebbe stato un week-end molto interessante. Partimmo in auto verso mezzogiorno. Arrivarci era un po' scomodo, perché bisognava prendere una strada che era tutte curve e che saliva in alto, e avevi la sensazione di non arrivare mai. La città antica non era un posto che bazzicavo spesso; c’ero stata soltanto un paio di volte. Una volta c’ero stata coi miei genitori, i quali avevano deciso di portare me e mio fratello a fare la classica gita fuori porta. E poi c’ero stata anche un’altra volta con un amico di scuola; avevamo deciso di non entrare e quindi di spassarcela un po' per conto nostro, e quindi ce ne andammo in un posto isolato sotto alla cinta muraria a limonare di brutto per un paio di orette buone. 
   L’alloggio era molto accogliente; c’era addirittura un camino per rendere l’ambiente ancora più romantico. L’arredamento ricordava un po' le vecchie case contadine, sembrava infatti di entrare in un’altra dimensione, era come ritornare indietro nel tempo. A dire il vero era tutta la città vecchia che sembrava essersi fermata al milleottocento. Per farvi capire, nella piazza principale c’era ancora un esercito di signore anziane che andavano a lavare i panni sporchi alla fontana. Non potevo credere ai miei occhi, eppure era tutto vero. C’era una dimensione rurale che non avevo mai visto da nessun’altra parte. Ogni abitante aveva nel proprio cortile tre o quattro galline, o addirittura una capra e i più fortunati avevano la stalla con i cavalli e le mucche. E in effetti nell’aria c’era un odore molto forte di animali che a qualcuno avrebbe potuto dare fastidio, ma non era forse meglio l’odore delle feci di una mucca piuttosto che l’asfissiante puzzo dei gas di scarico della città?
   L’alloggio, come vi dicevo poco fa, era molto accogliente, ma nonostante continuassi a guardarmi intorno ancora non riuscivo a capire dov’era che Ivano avesse piazzato le videocamere per spiare le giovani coppiette. Guardai in ogni angolo senza trovarne neppure una. Poi dopo un’appurata ispezione ne trovai una; era stata collocata dietro un quadro che raffigurava un santone o qualcosa del genere. L’uomo rappresentato nel dipinto era piuttosto inquietante, e aveva l’aspetto minaccioso; aveva i capelli e la barba lunga, e una tunica viola, e reggeva un bastone alla cui sommità c’era una gemma o un diamante, non so dirvi con precisione. Ebbene l’occhio della videocamera era proprio lì, al centro della gemma, e probabilmente in quel momento ci stava già spiando.
   Berni stava disfacendo le valigie e allora io pensai bene di passare subito all’azione, e allora presi un bodystocking e me ne andai in bagno. Mi spogliai e lo indossai; era nero e aveva un buco sotto, un’apertura per la mia patatina, per permettere a Berni di entrarmi dentro senza dovermi togliere il body. Ero pronta per essere montata. Non dovevo fare altro che uscire dal bagno e consegnarmi nelle mani del mio uomo. Lo spettacolo poteva cominciare.

Moana.

lunedì 9 ottobre 2017

sabato 7 ottobre 2017

Addetto alla sicurezza cercasi.


   Come ho già detto in precedenza, era venuto il momento di assumere al negozio di intimo un addetto alla sicurezza. Erano infatti troppi i pazzoidi che spesso venivano attirati dai corpetti in lattice e dai perizomi esposti in vetrina. Una volta per esempio era entrato un tizio sulla cinquantina che aveva cominciato a bighellonare tra gli scaffali, poi senza dare nell’occhio si era spostato nella zona dei camerini e si era messo a spiare alcune ragazze che si stavano provando dei bodystocking. Io mi ero accorta di quello che stava succedendo e allora sono andata dal tizio e l’ho preso per il colletto della camicia e l’ho portato fuori dal negozio in malo modo. E lui che nel frattempo protestava, diceva di essere un cliente come tutti gli altri e che non stava facendo niente di male.
   “Niente di male? Ma se stavi spiando nei camerini! Vergognati, quelle ragazze avranno sì e no vent’anni, potrebbero esserti figlie”.
   Insomma, me la cavavo bene anche da sola, ma l’idea di avere un addetto per queste cose mi avrebbe tranquillizzata molto. E allora inserii un annuncio sul giornale: addetto alla sicurezza cercasi. Risposero all’annuncio in tanti, e quindi bisognava organizzare delle selezioni. Non è che potevo assumere il primo che capitava. E allora mi feci dare una mano dalle mie commesse. Lo avremmo scelto insieme. E infatti allestimmo il magazzino che avevamo alle spalle del negozio come una stanza per i colloqui con i candidati. Era un po' squallido, perché era pieno di scatoloni e merce invenduta, e poi c’era un divano e di fronte una scrivania, sopra la quale avevo montato una videocamera, con la quale avremo registrato tutto per poi alla fine valutare chi era il candidato più meritevole.
   A dirla tutta sembrava un po' uno di quei retrobottega inquietanti in cui vengono organizzati dei fantomatici casting per modelle, con aspiranti attricette e vallette prese alla sprovvista a cui si chiede di spogliarsi, di inginocchiarsi, di aprire la bocca e di iniziare a succhiare il cazzo del produttore di turno.
   Iniziammo a fare le selezioni il giorno stesso in cui l’annuncio era stato pubblicato. La sera, dopo aver chiuso il negozio, ci riunimmo tutte quante nel megazzino insieme al primo aspirante addetto alla sicurezza. Purtroppo non aveva alcuna speranza, ma nessuna di noi glielo disse, anche se eravamo all’unanimità concorde sul fatto che una possibilità gli andava data. Ma tutte sapevamo benissimo che era soltanto una perdita di tempo, perché  il tizio che si presentò era un fruscello alto alto ma secco che a momenti si spaccava in due. Cioè, bastava dargli una spinta che sicuramente quello sarebbe volato via dall’altra parte del centro commerciale. Non aveva il fisico adatto, per noi ci voleva uno cazzuto, uno che appena lo vedevi ti passavano via tutte le cattive intenzioni che ti eri messo in testa. Uno stallone da monta di razza, per intenderci. Ma comunque, anche il fruscello aveva il diritto di partecipare alle nostre selezioni. Quindi lo facemmo entrare in magazzino. Le mie commesse in tutto erano sei, e si erano disposte ai lati della scrivania, e io ero al centro, e guardavo verso il tipo mingherlino che stava seduto sul divano, in evidente stato di agitazione. Forse non si era mai trovato in una stanza chiusa insieme a sette maiale come noi. Chissà quali idee porche gli stavano passando per la testa; e ci guardava con la sua aria da stupido, con la sua sconcertante bruttezza, i suoi denti da sorcio. Attivai la videocamera e cominciammo a tartassarlo di domande. In principio erano domande di rito: nome, età, nazionalità, impieghi precedenti e così via. Poi man mano, aiutata anche dalle mie commesse, iniziavo a formulare domande sempre più particolari.
   “Sei fidanzato?”.
   E lui fece di sì con la testa.
   “L’hai mai tradita?”.
   E lui fece di nuovo di sì con la testa, ma questa volta facendo un sorriso beffardo, da uomo vissuto, da chi la sa lunga. E questo atteggiamento non piacque né a me né alle ragazze. Alcune di loro si fecero una risata, io invece continuavo a guardarlo in modo negativo. Avevo l’impressione che stessimo perdendo tempo, però poi pensai che tanto valeva continuare e divertirci un po' ai danni del sorcio.
   “E lei ti ha mai tradito?” gli chiesi.
   E lui fece di no con la testa. Non parlava molto, il sorcio, però faceva delle espressioni molto eloquenti, si esprimeva con i movimenti dei muscoli del viso. E in quel momento sembrava che stesse dicendo: “lei tradire me? Non lo farebbe mai. Come si può tradire uno stallone da monta come me?”.
   “Sembri molto sicuro di te, nonostante il tuo aspetto sgraziato” dissi e le mie commesse scoppiarono a ridere. “Ma come fai ad essere certo che lei non si sia mai fatta montare da un altro uomo? Eppure ce n’è tanti di cazzi in giro, perché lei dovrebbe accontentarsi solo del tuo? Cosa le puoi offrire in più rispetto a quello che potrebbero offrirgli gli altri uomini?”.
   “Ho molte qualità nascoste” rispose lui facendomi l’occhiolino e di conseguenza provocando una certa dose di ilarità tra tutte noi.
   “Benissimo” dissi, “e allora mostrale. Mostraci quali sono queste tue qualità. Spogliati. Non vediamo l’ora di scoprire lo stallone da monta nascosto sotto quei vestiti”.
   Le ragazze proruppero in una risata irrefrenabile, e il sorcio iniziò a spogliarsi davanti ai nostri occhi fino a quando si tolse pure le mutande e ci fermammo tutte a guardare con le bocche aperte e gli occhi spalancati. Nessuna di noi aveva mai visto un’anaconda del genere. Era un attrezzo davvero fuori misura, che andava contro tutti i principi della natura e della fisica. Una terza gamba a tutti gli effetti, un mostro addormentato di cui non riuscivamo neppure a immaginare le dimensioni che poteva raggiungere una volta raggiunta la massima erezione. Eravamo senza parole e lentamente ci avvicinammo in modo solenne al toro spinte da una curiosità puramente scientifica, anche se a dirla tutte un po' di acquolina in bocca ce l’avevamo tutte.
   “Cazzo, sembra un filone di suino” sussurrai.
   Il filone di suino era appunto un filone di carne di maiale che una volta avevo visto al ristorante di mio padre, che lui tagliava a fette per farci l’arista di maiale. La prima volta che l’avevo visto avevo pensato che sembrava un cazzo enorme. Gliel’avevo detto a mio padre e lui si era messo a ridere. Ma qui invece c’era poco da ridere, perché il sorcio (come lo avevamo impropriamente chiamato) il filone di maiale ce lo aveva per davvero. E il glande era grosso come il mio pugno. E allora iniziammo a toccarlo e ad accarezzarlo, quasi con venerazione. Lo afferrai da sotto, all’altezza del frenulo e lo tenni con decisione alzato in alto per guardarlo in tutta la sua magnificenza, mentre le ragazze accarezzavano l’asta e le palle.
   “Magari il mio fidanzato ce ne avesse uno così!” disse una delle mie commesse.
   “E che te ne faresti?” domandò un’altra. “Secondo me non riusciresti neppure a fartelo entrare dentro”.
   “Secondo me dovresti valutare l’idea di darti al porno” dissi.
   “O al mondo del circo” disse un’altra scoppiando a ridere.
   Continuammo a toccarlo e ad accarezzarlo, perché probabilmente non ci sarebbe capitata mai più un’occasione del genere. Era come trovarsi di fronte ad un qualcosa di straordinario, di sublime, e quindi di spaventoso e affascinante allo stesso tempo. E senza rendercene conto le nostre carezze lo fecero indurire come il marmo. Poi ad un certo punto iniziò a sborrare, e allora il nostro stupore raggiunse livelli davvero improbabili; sembrava una fontana, nessuna di noi pensava che un uomo potesse schizzare così tanto, e in qualche secondo per terra si fece un vero e proprio laghetto di sperma. Uno schizzo, molto più intenso degli altri mi raggiunse in piena faccia. C’era sperma dappertutto, era una scena così surreale che quando smise di eiaculare eravamo tutte disorientate e incapaci di esprimere un qualsiasi tipo di giudizio.
   “Molto bene” dissi togliendomi la sborra dal viso con le mani. “Devo dire che è stato un colloquio molto istruttivo. Direi che per il momento è tutto. Ti faremo sapere l’esito delle nostre valutazioni”.

Moana. 
   

giovedì 5 ottobre 2017

La mistress che è in me. 


   Devo ammettere che non volendo quel giorno ero vestita un po' da mistress, nel senso che senza farlo apposta avevo indossato i leggings neri di pelle e un corpetto che mi stringeva in vita e mi strizzava le tette. Ma era stato un puro caso, chi avrebbe mai immaginato di dover fare la mistress per davvero. Di solito non mi vestivo in quel modo; di solito (e credo che ormai lo sapete tutti) preferivo andare in giro con abiti succinti, ma mai con quel tono aggressivo che avevo deciso di adottare quel giorno. Però ogni tanto è bene anche cambiare look, e infatti avevo deciso di provare qualcosa di nuovo, ignara di quello che sarebbe accaduto nel corso della giornata.
   Nell’ascensore dell’albergo chiesi ancora una volta a Romolo se fosse sicuro di quello che mi aveva chiesto.
   “Certo, non desidero altro”.
   “Non è che adesso mi porti in camera e cerchi di violentarmi? No perché in tal caso ti avverto che ti do talmente di quei calci nel culo che ti faccio vomitare merda fino all’anno prossimo”.
   “Non mi permetterei mai di farti del male, mia madonna”.
   “Ah bene, anche perché non ti conviene. Te l’ho già detto, io picchio duro, picchio per fare male davvero”.
   Romolo era innocuo, lo sapevo benissimo. Era quel tipo d’uomo che non avrebbe fatto del male a nessuno. Era quel genere d’uomo, per intenderci, che più che montare preferiva guardare. Un passivo patologico. Però era giusto mettere le carte in tavola. Se avesse provato a farmi qualcosa, tipo a toccarmi, gli avrei dato talmente di quei calci in faccia da cambiargli i connotati.
   E così arrivammo in camera, una stanza lussuosa con tutti i comfort che però a noi non servivano. A noi serviva soltanto uno spazio dove eseguire la pratica del ballbusting, come la chiamano gli addetti ai lavori. Ma io non sapevo precisamente cosa fare, e allora restai in piedi con i pugni contro i fianchi a guardare Romolo, in attesa di delucidazioni.
   “Adesso cosa dovrei fare?” chiesi. “Spogliarmi?”.
   “No, tu no. Io invece sì”.
   “E allora che aspetti? Spogliati”.
   Il fatto che volesse che io rimanessi vestita era un chiaro segnale che Romolo adorava essere sottomesso. Il fatto che la donna sia vestita e l’uomo no denota chiaramente che c’è una posizione di superiorità di lei sul maschio. E Romolo voleva proprio questo, voleva rendersi inferiore rispetto a me, e allora si tolse la giacca, poi la cravatta e tutto il resto, fino a restare in mutande. Aveva un fisico orribile, tozzo e sgraziato, e praticamente non c’aveva culo. Insomma aveva il fisico di uno scaldabagno.
   Ebbi l’impressione che per togliersi le mutande aspettasse un mio comando. Però dovevo farlo in modo sgarbato, dovevo insomma calarmi nei panni di una vera mistress. Lo guardai, aveva un espressione da ebete, insomma ti veniva proprio voglia di prenderlo a calci nelle palle. Ma in verità non ero abbastanza arrabbiata per farlo. Infondo che male mi aveva fatto per meritarsi una cosa del genere?
   “Le vuoi tirare giù quelle mutande o no? Sennò facciamo notte” gli urlai.
   A quel punto Romolo se le tolse e vidi il suo cazzetto innocuo penzolare verso il basso.
   “Tutto qui? Certo che sei messo proprio male. Sembra un lombrico in agonia. Però hai delle belle palle grosse” dicevo la verità, sotto al suo cazzetto moscio c’erano due palle enormi. Probabilmente si erano gonfiate come zampogne a forza di calci. “Ma davvero l’hai già fatto prima?”.
   “Sì, tranquilla. Con delle puttane”.
   “Ah sì? Quindi hai pagato. È assurdo. Come può un uomo pagare una donna per farsi dare i calci nelle palle? Non riesco proprio a capire. Cioè, voglio dire, potresti avere tutto questo” dissi sfiorandomi il corpo con le mani, dalle tette fino al sedere. “E dico potresti avere, perché non è detto che io sia disposta a dartelo, e invece tu vuoi da me soltanto dei calci nei coglioni. Secondo me dovresti farti curare da uno psicologo molto bravo. Comunque se è quello che vuoi… cominciamo”.
   Iniziai a sciogliermi i muscoli come fanno i pugili prima di un incontro, quindi saltellando e facendo roteare il collo. Quella situazione mi divertiva fino all’inverosimile. Non provavo alcuna compassione per lui, semmai ero soltanto un po' preoccupata per la sua salute. Avevo paura di mandarlo in ospedale. Però per quanto mi riguarda era un gioco che assolutamente volevo provare; non c’era nulla di eccitante, insomma la mia fighetta era asciutta come il deserto, perché quello che stavo per apprestarmi a fare non faceva neppure il solletico alla mia libido. Era qualcosa che non mi eccitava neanche un po'; non sentivo per esempio quel ribollire che avvertivo ogni volta che mi apprestavo a fare un pompino, o ogni volta che un uomo mi leccava il buco del culo. Non riuscivo ad eccitarmi neanche un po', però ero divertita, quasi come una bambina che viene portata alle giostre. Ecco, mi sentivo come sulle macchinette dell’autoscontro, sentivo quell’eccitazione che preannunciava un emozione devastante, come quando punti un’altra macchinetta e allora gli vai addosso per fargli più male possibile, e allora ti sale quell’eccitazione irrazionale, che è un misto tra la paura di farti male e il desiderio di infliggere dolore.
   E allora sferrai il primo calcio, diretto, sotto i testicoli, le sue palle morbide contro i miei piedi duri come la roccia. Romolo si piegò in due dal dolore e si lasciò cadere con le ginocchia a terra e lanciò un urlo terribile e straziante, tanto che mi salì il cuore in gola per la paura di avergli fatto davvero male. Forse avevo fatto troppo forte. E se gli avevo procurato qualche danno permanente? Pensai. Andai nel panico. Quella faccenda sarebbe finita sui giornali, e già vedevo i titoli in prima pagina: “puttana prende a calci nelle palle un suo cliente e lo castra”. 
   “Oh mio dio, scusa!” mi chinai su di lui per vedere in che condizioni era, gli presi le palle in mano e gliele massaggiai. “Non volevo colpire così forte. Scusa”.
   “È tutto ok” rispose con un filo di voce. “È bellissimo. Continua”.
   “Ma sei sicuro?” gli chiesi. “Va a finire che te le rompo”.
   “Continua, ti prego” disse, e poi si rimise lentamente in piedi, rimettendosi nella stessa posizione di prima, cioè con le gambe aperte e le mani allacciate dietro il sedere, in attesa del mio prossimo attacco.
   Mi accorsi con un certo stupore che gli era venuta un erezione pazzesca. Ce l’aveva fieramente dritto, con il glande gonfio e rosso che puntava verso di me. Fieramente eretto e duro come una spada, quasi come se mi sfidasse, quasi come se mi stesse dicendo: “non mi hai fatto nulla troia, anzi mi stai facendo arrapare”. Ma come cavolo era possibile, mi chiedevo, che un uomo potesse avere un erezione dopo che una donna gli aveva appena martoriato i coglioni con un calcio? Eppure era possibile eccome, e la prova ce l’avevo davanti agli occhi. Il membro di Romolo era lì, orgogliosamente eretto, con una gocciolina di liquido pre-eiaculatorio in cima che scintillava sotto la luce del lampadario della stanza.
   A quel punto accettai la sfida del membro di Romolo, e allora mi preparai al secondo calcio e mi misi in posizione da pugile, facendo ballare i pugni in aria e poi sferrai l’attacco. E ancora una volta il mio piede incontrò le sue palle percuotendole senza ritegno, e anche questa volta Romolo si piegò in due dal dolore, e si lasciò cadere a terra completamente, con le gambe e le braccia aperte. Questa volta non fui presa dal panico come era stato per il primo calcio, nonostante avessi colpito con ancora più decisione e violenza.
   Mi avvicinai al suo corpo e lo punzecchiai col piede sperando in una sua reazione, ma invece lui rimase lì a contorcersi sul pavimento. E allora iniziai a pensare che questa volta l’avevo fatta proprio grossa. Forse era meglio se chiamavo un’ambulanza.
   “Romolo, sei vivo?” gli chiesi. “Di’ qualcosa”.
   “È meraviglioso” sibilò. “Non ho mai goduto così tanto”.
   “Vuoi sborrare?” gli domandai guardando la sua erezione, così gonfia che era evidente che a breve avrebbe cominciato a schizzare. Romolo mi fece di sì con la testa, e allora gli appoggiai il tacco della scarpa sul frenulo e feci una leggera pressione, e tenni premuto per qualche secondo, e non vedendo alcuna reazione schiaccia maggiormente, quasi fino a fargli entrare il tacco dodici nella carne. A quel punto uno schizzo di sborra fuoriuscì con un getto violento e si posò sulla pancia, in prossimità dell’ombelico, poi subito dopo ne uscì un’altro, e poi un altro ancora, in tutto erano cinque schizzi di un’intensità stupefacente. Non appena mi fui appurata di avergli fatto cacciare tutto fuori allora tolsi il tacco dal suo frenulo. Andai verso la mia borsetta e presi dei clinex che portavo sempre con me. In tutto questo lui era ancora lì sul pavimento, quasi agonizzante, privo di conoscenza, con gli occhi spalancati nel vuoto, come un tonno dopo la mattanza. Presi un clinex e glielo buttai sul petto con sdegno.
   “Tieni, datti una pulita, verme” misi la borsetta sotto braccio e raggiunsi la porta. Iniziavo a prenderci gusto a fare la mistress. Avevo appena scoperto un lato della mia personalità che ignoravo completamente. “Io devo ritornare a lavoro. Non sono mica come te che non fai un cazzo dalla mattina alla sera”.
   E così me ne andai, lasciando Romolo sul pavimento, tramortito dal trattamento che gli avevo riservato.

Moana.

martedì 3 ottobre 2017

Calci nelle palle. 

(in foto: Russian-Mistress.com)

 
   Certo che avevo sentito quello che si erano detti Berni e Joe, ma non ne capivo il senso. Sembrava a tutti gli effetti una sfida, e io ero il trofeo da vincere. Non riuscivo proprio a immaginare cosa sarebbe successo nei prossimi giorni. Non facevo che pensare a quello che avevo sentito, anche a lavoro, cercavo di dare un senso a quella faccenda ma non ci riuscivo.
   Ero lì che stavo facendo l’ordine per il fornitore quando ad un certo punto qualcuno entrò in negozio con un grosso mazzo di fiori per me. Non era la prima volta che lo faceva. Era un commerciante d’arte che si era preso una bella cotta per me, e molto spesso veniva ad omaggiarmi con dei fiori o delle scatole di cioccolatini. Era un essere rivoltante, non perché fosse brutto, perché poi la bruttezza e la bellezza sono cose soggettive, ma perché era viscido. Da uno come lui non mi sarei fatta toccare nemmeno con un dito. E gliel’avevo detto già centinaia di volte, e nonostante questo lui continuava a venirmi dietro.
   Era sempre ben vestito, indossava sempre la giacca e la cravatta, ed era  fastidiosamente pedante e logorroico. Ripeteva sempre le stesse cose, e cioè che avevo dei piedi stupendi. Era ossessionato dai miei piedi, e non capivo perché. Insomma, non per vantarmi, ma avevo un culo che era un capolavoro e invece lui non me lo guardava neppure, lui era pazzo dei miei piedi. I feticisti non li capirò mai.
   E poi ogni volta per farmi dei complimenti mi paragonava a delle madonne che stavano nei quadri di Raffaello o di chissà quale altro pittore morto più di seicento anni fa, e mi descriveva quei quadri nei minimi particolari per poi arrivare alla conclusione che io ero come loro, come quelle madonne lì. E ogni volta io gli dicevo che ero troppo indaffarata per dargli ascolto, e quindi lo mandavo via. Ma poi magari lui il giorno dopo si ripresentava e riattaccava la pippa, che io ad esempio ero come la Maddalena nella pala Baglioni di Raffaello. Era ossessionato con questa Maddalena della pala Baglioni, e diceva che le somigliavo tantissimo. Tant’è che una sera me la andai a cercare su Internet questa Maddalena di Raffaello, ma devo dire che non ci somigliavo neppure un po'.
   Insomma lui era uno dei miei ammiratori più noiosi. Si chiamava Romolo e aveva trentotto anni. Ho sempre odiato i saccenti, quelli che mettono in mostra il loro sapere. Ho sempre pensato che in realtà non sapessero un cazzo, e che conoscevano soltanto quattro stronzate e allora si pavoneggiavano di quel piccolissimo bagaglio culturale di cui erano in possesso. Romolo era uno di questi.
   Come vi stavo dicendo, anche quel giorno venne in negozio donandomi l’ennesimo mazzo di fiori. Non ne potevo più di ricevere fiori, non sapevo più dove metterli. Ne avevo la casa piena. Poi tempo un paio di giorni e morivano e quindi dovevo buttarli al secchio della spazzatura.
   “Ancora fiori!” esclamai non appena vidi Romolo. “Quante volte ve lo devo dire? Smettetela di regalarmi fiori. Sono stanca di vederli morire”.
   “Come sei bella oggi Moana” mi disse con quel suo sorriso da demente. “Assomigli alla Madonna della Serpe di Caravaggio, che con il suo piede angelico schiaccia il serpente simbolo del peccato originale. Allo stesso modo io vorrei che i tuoi dolci piedi schiacciassero il peccato che alberga dentro di me”.
   “Ma falla finita!” risposi bruscamente. “Non vedi che sono impegnata? Credi davvero che non ho nulla di meglio da fare che starti a sentire?”.
   “Oggi i tuoi piedi sono più radiosi del solito”.
   Mi guardai i piedi, indossavo delle scarpe nere col tacco dodici, e in effetti non erano niente male, ma ancora non capivo del perché i miei piedi fossero per lui così importanti.
   “Ascolta Romolo, ma me lo dici una volta per tutte cosa vuoi da me?” stavo incominciando a perdere la pazienza, e pensai che fosse giunto il momento di assumere un addetto alla sicurezza per mandare via questi pazzoidi. Magari uno stallone da monta nero alto tre metri.
   “Da quando ti ho vista, e soprattutto da quando ho visto i tuoi piedi, non faccio che pensare a te. Dentro sento un desiderio, una passione incontrollabile, un furore erotico che mi riconduce sempre allo stesso pensiero. Io vorrei...”.
   “Vorresti scoparmi” conclusi.
   “No, vorrei che mi prendessi a calci nelle palle”.
   “COSA!?” non potevo credere a quello che avevo appena sentito e scoppiai a ridere piegandomi in due. Non riuscivo a smettere, stavo per perdere i sensi, era la cosa più divertente che avessi mai sentito. Ma lui invece sembrava serio, e non si scompose di fronte a quella mia reazione, e mi guardava con un sorriso stupido sul viso in attesa di una mia risposta. Ma ridevo così tanto che non riuscivo a dire nemmeno una parola. Avevo le lacrime agli occhi e cercai di darmi una controllata, perché Romolo non stava scherzando. Quella era la conferma definitiva che era un pazzoide.
   “Ma dici davvero?” chiesi.
   “Sì, è tutto quello che ti chiedo, di prendermi a calci nelle palle”.
   “Guarda che se io comincio a darti i calci nelle palle va a finire che i coglioni te li faccio arrivare in bocca. Io quando picchio non scherzo, picchio forte”.
   “Devi picchiare forte”.
   Stava facendo sul serio. Devo ammettere che l’idea di prendere a calci nelle palle un uomo mi allettava parecchio. E quando mi ricapitava un occasione del genere? Poteva essere un’esperienza esilarante, la cosa più divertente che mi fosse mai capitata, per non parlare del fatto che era una buona occasione per sfogarmi un po'. Certe donne per sfogarsi vanno a fare palestra, e io invece potevo distruggere le palle di Romolo a pedate.
   C’era un problema però, ovvero come facevo a sapere che Romolo non fosse una persona con dei disturbi psichici? Non era una cosa giusta da fare approfittarsi di una persona debole. E poi rischiavo davvero di fargli male. Insomma, si trattava pur sempre di prendere a calci nelle palle un uomo. Ero molto dubbiosa sul da farsi.
   “Ma sei proprio sicuro? Non è che finisci in ospedale e mi denunci?”.
   “L’ho già fatto altre volte con delle puttane”.
   “Ok, se è quello che vuoi ti accontenterò volentieri. Vedrai, ti disintegrerò le palle a pedate”.
   Certo non potevamo farlo lì in negozio, davanti agli occhi di tutti, così lui mi propose di andare in albergo. E allora dissi alle mie commesse che mi sarei assentata per qualche oretta, e Romolo mi portò in un albergo che stava sulla via centrale della città, l’Hotel Roma, un albergo esclusivo dove ci andava la gente facoltosa. Ma d’altronde Romolo di soldi ne aveva, e pure tanti. E poi non era sposato e non aveva famiglia, quindi non sapeva neppure che farsene di tutto il suo denaro.
   Ero eccitatissima all’idea di quello che stavo per fare. Lo sapete, io sono una persona molto curiosa, e quindi mi imbatto in ogni tipo di esperienza. E questa batteva di gran lunga tutte le esperienze più strane che mi erano capitate.

Moana. 

domenica 1 ottobre 2017