sabato 7 ottobre 2017

Addetto alla sicurezza cercasi.


   Come ho già detto in precedenza, era venuto il momento di assumere al negozio di intimo un addetto alla sicurezza. Erano infatti troppi i pazzoidi che spesso venivano attirati dai corpetti in lattice e dai perizomi esposti in vetrina. Una volta per esempio era entrato un tizio sulla cinquantina che aveva cominciato a bighellonare tra gli scaffali, poi senza dare nell’occhio si era spostato nella zona dei camerini e si era messo a spiare alcune ragazze che si stavano provando dei bodystocking. Io mi ero accorta di quello che stava succedendo e allora sono andata dal tizio e l’ho preso per il colletto della camicia e l’ho portato fuori dal negozio in malo modo. E lui che nel frattempo protestava, diceva di essere un cliente come tutti gli altri e che non stava facendo niente di male.
   “Niente di male? Ma se stavi spiando nei camerini! Vergognati, quelle ragazze avranno sì e no vent’anni, potrebbero esserti figlie”.
   Insomma, me la cavavo bene anche da sola, ma l’idea di avere un addetto per queste cose mi avrebbe tranquillizzata molto. E allora inserii un annuncio sul giornale: addetto alla sicurezza cercasi. Risposero all’annuncio in tanti, e quindi bisognava organizzare delle selezioni. Non è che potevo assumere il primo che capitava. E allora mi feci dare una mano dalle mie commesse. Lo avremmo scelto insieme. E infatti allestimmo il magazzino che avevamo alle spalle del negozio come una stanza per i colloqui con i candidati. Era un po' squallido, perché era pieno di scatoloni e merce invenduta, e poi c’era un divano e di fronte una scrivania, sopra la quale avevo montato una videocamera, con la quale avremo registrato tutto per poi alla fine valutare chi era il candidato più meritevole.
   A dirla tutta sembrava un po' uno di quei retrobottega inquietanti in cui vengono organizzati dei fantomatici casting per modelle, con aspiranti attricette e vallette prese alla sprovvista a cui si chiede di spogliarsi, di inginocchiarsi, di aprire la bocca e di iniziare a succhiare il cazzo del produttore di turno.
   Iniziammo a fare le selezioni il giorno stesso in cui l’annuncio era stato pubblicato. La sera, dopo aver chiuso il negozio, ci riunimmo tutte quante nel megazzino insieme al primo aspirante addetto alla sicurezza. Purtroppo non aveva alcuna speranza, ma nessuna di noi glielo disse, anche se eravamo all’unanimità concorde sul fatto che una possibilità gli andava data. Ma tutte sapevamo benissimo che era soltanto una perdita di tempo, perché  il tizio che si presentò era un fruscello alto alto ma secco che a momenti si spaccava in due. Cioè, bastava dargli una spinta che sicuramente quello sarebbe volato via dall’altra parte del centro commerciale. Non aveva il fisico adatto, per noi ci voleva uno cazzuto, uno che appena lo vedevi ti passavano via tutte le cattive intenzioni che ti eri messo in testa. Uno stallone da monta di razza, per intenderci. Ma comunque, anche il fruscello aveva il diritto di partecipare alle nostre selezioni. Quindi lo facemmo entrare in magazzino. Le mie commesse in tutto erano sei, e si erano disposte ai lati della scrivania, e io ero al centro, e guardavo verso il tipo mingherlino che stava seduto sul divano, in evidente stato di agitazione. Forse non si era mai trovato in una stanza chiusa insieme a sette maiale come noi. Chissà quali idee porche gli stavano passando per la testa; e ci guardava con la sua aria da stupido, con la sua sconcertante bruttezza, i suoi denti da sorcio. Attivai la videocamera e cominciammo a tartassarlo di domande. In principio erano domande di rito: nome, età, nazionalità, impieghi precedenti e così via. Poi man mano, aiutata anche dalle mie commesse, iniziavo a formulare domande sempre più particolari.
   “Sei fidanzato?”.
   E lui fece di sì con la testa.
   “L’hai mai tradita?”.
   E lui fece di nuovo di sì con la testa, ma questa volta facendo un sorriso beffardo, da uomo vissuto, da chi la sa lunga. E questo atteggiamento non piacque né a me né alle ragazze. Alcune di loro si fecero una risata, io invece continuavo a guardarlo in modo negativo. Avevo l’impressione che stessimo perdendo tempo, però poi pensai che tanto valeva continuare e divertirci un po' ai danni del sorcio.
   “E lei ti ha mai tradito?” gli chiesi.
   E lui fece di no con la testa. Non parlava molto, il sorcio, però faceva delle espressioni molto eloquenti, si esprimeva con i movimenti dei muscoli del viso. E in quel momento sembrava che stesse dicendo: “lei tradire me? Non lo farebbe mai. Come si può tradire uno stallone da monta come me?”.
   “Sembri molto sicuro di te, nonostante il tuo aspetto sgraziato” dissi e le mie commesse scoppiarono a ridere. “Ma come fai ad essere certo che lei non si sia mai fatta montare da un altro uomo? Eppure ce n’è tanti di cazzi in giro, perché lei dovrebbe accontentarsi solo del tuo? Cosa le puoi offrire in più rispetto a quello che potrebbero offrirgli gli altri uomini?”.
   “Ho molte qualità nascoste” rispose lui facendomi l’occhiolino e di conseguenza provocando una certa dose di ilarità tra tutte noi.
   “Benissimo” dissi, “e allora mostrale. Mostraci quali sono queste tue qualità. Spogliati. Non vediamo l’ora di scoprire lo stallone da monta nascosto sotto quei vestiti”.
   Le ragazze proruppero in una risata irrefrenabile, e il sorcio iniziò a spogliarsi davanti ai nostri occhi fino a quando si tolse pure le mutande e ci fermammo tutte a guardare con le bocche aperte e gli occhi spalancati. Nessuna di noi aveva mai visto un’anaconda del genere. Era un attrezzo davvero fuori misura, che andava contro tutti i principi della natura e della fisica. Una terza gamba a tutti gli effetti, un mostro addormentato di cui non riuscivamo neppure a immaginare le dimensioni che poteva raggiungere una volta raggiunta la massima erezione. Eravamo senza parole e lentamente ci avvicinammo in modo solenne al toro spinte da una curiosità puramente scientifica, anche se a dirla tutte un po' di acquolina in bocca ce l’avevamo tutte.
   “Cazzo, sembra un filone di suino” sussurrai.
   Il filone di suino era appunto un filone di carne di maiale che una volta avevo visto al ristorante di mio padre, che lui tagliava a fette per farci l’arista di maiale. La prima volta che l’avevo visto avevo pensato che sembrava un cazzo enorme. Gliel’avevo detto a mio padre e lui si era messo a ridere. Ma qui invece c’era poco da ridere, perché il sorcio (come lo avevamo impropriamente chiamato) il filone di maiale ce lo aveva per davvero. E il glande era grosso come il mio pugno. E allora iniziammo a toccarlo e ad accarezzarlo, quasi con venerazione. Lo afferrai da sotto, all’altezza del frenulo e lo tenni con decisione alzato in alto per guardarlo in tutta la sua magnificenza, mentre le ragazze accarezzavano l’asta e le palle.
   “Magari il mio fidanzato ce ne avesse uno così!” disse una delle mie commesse.
   “E che te ne faresti?” domandò un’altra. “Secondo me non riusciresti neppure a fartelo entrare dentro”.
   “Secondo me dovresti valutare l’idea di darti al porno” dissi.
   “O al mondo del circo” disse un’altra scoppiando a ridere.
   Continuammo a toccarlo e ad accarezzarlo, perché probabilmente non ci sarebbe capitata mai più un’occasione del genere. Era come trovarsi di fronte ad un qualcosa di straordinario, di sublime, e quindi di spaventoso e affascinante allo stesso tempo. E senza rendercene conto le nostre carezze lo fecero indurire come il marmo. Poi ad un certo punto iniziò a sborrare, e allora il nostro stupore raggiunse livelli davvero improbabili; sembrava una fontana, nessuna di noi pensava che un uomo potesse schizzare così tanto, e in qualche secondo per terra si fece un vero e proprio laghetto di sperma. Uno schizzo, molto più intenso degli altri mi raggiunse in piena faccia. C’era sperma dappertutto, era una scena così surreale che quando smise di eiaculare eravamo tutte disorientate e incapaci di esprimere un qualsiasi tipo di giudizio.
   “Molto bene” dissi togliendomi la sborra dal viso con le mani. “Devo dire che è stato un colloquio molto istruttivo. Direi che per il momento è tutto. Ti faremo sapere l’esito delle nostre valutazioni”.

Moana. 
   

giovedì 5 ottobre 2017

La mistress che è in me. 


   Devo ammettere che non volendo quel giorno ero vestita un po' da mistress, nel senso che senza farlo apposta avevo indossato i leggings neri di pelle e un corpetto che mi stringeva in vita e mi strizzava le tette. Ma era stato un puro caso, chi avrebbe mai immaginato di dover fare la mistress per davvero. Di solito non mi vestivo in quel modo; di solito (e credo che ormai lo sapete tutti) preferivo andare in giro con abiti succinti, ma mai con quel tono aggressivo che avevo deciso di adottare quel giorno. Però ogni tanto è bene anche cambiare look, e infatti avevo deciso di provare qualcosa di nuovo, ignara di quello che sarebbe accaduto nel corso della giornata.
   Nell’ascensore dell’albergo chiesi ancora una volta a Romolo se fosse sicuro di quello che mi aveva chiesto.
   “Certo, non desidero altro”.
   “Non è che adesso mi porti in camera e cerchi di violentarmi? No perché in tal caso ti avverto che ti do talmente di quei calci nel culo che ti faccio vomitare merda fino all’anno prossimo”.
   “Non mi permetterei mai di farti del male, mia madonna”.
   “Ah bene, anche perché non ti conviene. Te l’ho già detto, io picchio duro, picchio per fare male davvero”.
   Romolo era innocuo, lo sapevo benissimo. Era quel tipo d’uomo che non avrebbe fatto del male a nessuno. Era quel genere d’uomo, per intenderci, che più che montare preferiva guardare. Un passivo patologico. Però era giusto mettere le carte in tavola. Se avesse provato a farmi qualcosa, tipo a toccarmi, gli avrei dato talmente di quei calci in faccia da cambiargli i connotati.
   E così arrivammo in camera, una stanza lussuosa con tutti i comfort che però a noi non servivano. A noi serviva soltanto uno spazio dove eseguire la pratica del ballbusting, come la chiamano gli addetti ai lavori. Ma io non sapevo precisamente cosa fare, e allora restai in piedi con i pugni contro i fianchi a guardare Romolo, in attesa di delucidazioni.
   “Adesso cosa dovrei fare?” chiesi. “Spogliarmi?”.
   “No, tu no. Io invece sì”.
   “E allora che aspetti? Spogliati”.
   Il fatto che volesse che io rimanessi vestita era un chiaro segnale che Romolo adorava essere sottomesso. Il fatto che la donna sia vestita e l’uomo no denota chiaramente che c’è una posizione di superiorità di lei sul maschio. E Romolo voleva proprio questo, voleva rendersi inferiore rispetto a me, e allora si tolse la giacca, poi la cravatta e tutto il resto, fino a restare in mutande. Aveva un fisico orribile, tozzo e sgraziato, e praticamente non c’aveva culo. Insomma aveva il fisico di uno scaldabagno.
   Ebbi l’impressione che per togliersi le mutande aspettasse un mio comando. Però dovevo farlo in modo sgarbato, dovevo insomma calarmi nei panni di una vera mistress. Lo guardai, aveva un espressione da ebete, insomma ti veniva proprio voglia di prenderlo a calci nelle palle. Ma in verità non ero abbastanza arrabbiata per farlo. Infondo che male mi aveva fatto per meritarsi una cosa del genere?
   “Le vuoi tirare giù quelle mutande o no? Sennò facciamo notte” gli urlai.
   A quel punto Romolo se le tolse e vidi il suo cazzetto innocuo penzolare verso il basso.
   “Tutto qui? Certo che sei messo proprio male. Sembra un lombrico in agonia. Però hai delle belle palle grosse” dicevo la verità, sotto al suo cazzetto moscio c’erano due palle enormi. Probabilmente si erano gonfiate come zampogne a forza di calci. “Ma davvero l’hai già fatto prima?”.
   “Sì, tranquilla. Con delle puttane”.
   “Ah sì? Quindi hai pagato. È assurdo. Come può un uomo pagare una donna per farsi dare i calci nelle palle? Non riesco proprio a capire. Cioè, voglio dire, potresti avere tutto questo” dissi sfiorandomi il corpo con le mani, dalle tette fino al sedere. “E dico potresti avere, perché non è detto che io sia disposta a dartelo, e invece tu vuoi da me soltanto dei calci nei coglioni. Secondo me dovresti farti curare da uno psicologo molto bravo. Comunque se è quello che vuoi… cominciamo”.
   Iniziai a sciogliermi i muscoli come fanno i pugili prima di un incontro, quindi saltellando e facendo roteare il collo. Quella situazione mi divertiva fino all’inverosimile. Non provavo alcuna compassione per lui, semmai ero soltanto un po' preoccupata per la sua salute. Avevo paura di mandarlo in ospedale. Però per quanto mi riguarda era un gioco che assolutamente volevo provare; non c’era nulla di eccitante, insomma la mia fighetta era asciutta come il deserto, perché quello che stavo per apprestarmi a fare non faceva neppure il solletico alla mia libido. Era qualcosa che non mi eccitava neanche un po'; non sentivo per esempio quel ribollire che avvertivo ogni volta che mi apprestavo a fare un pompino, o ogni volta che un uomo mi leccava il buco del culo. Non riuscivo ad eccitarmi neanche un po', però ero divertita, quasi come una bambina che viene portata alle giostre. Ecco, mi sentivo come sulle macchinette dell’autoscontro, sentivo quell’eccitazione che preannunciava un emozione devastante, come quando punti un’altra macchinetta e allora gli vai addosso per fargli più male possibile, e allora ti sale quell’eccitazione irrazionale, che è un misto tra la paura di farti male e il desiderio di infliggere dolore.
   E allora sferrai il primo calcio, diretto, sotto i testicoli, le sue palle morbide contro i miei piedi duri come la roccia. Romolo si piegò in due dal dolore e si lasciò cadere con le ginocchia a terra e lanciò un urlo terribile e straziante, tanto che mi salì il cuore in gola per la paura di avergli fatto davvero male. Forse avevo fatto troppo forte. E se gli avevo procurato qualche danno permanente? Pensai. Andai nel panico. Quella faccenda sarebbe finita sui giornali, e già vedevo i titoli in prima pagina: “puttana prende a calci nelle palle un suo cliente e lo castra”. 
   “Oh mio dio, scusa!” mi chinai su di lui per vedere in che condizioni era, gli presi le palle in mano e gliele massaggiai. “Non volevo colpire così forte. Scusa”.
   “È tutto ok” rispose con un filo di voce. “È bellissimo. Continua”.
   “Ma sei sicuro?” gli chiesi. “Va a finire che te le rompo”.
   “Continua, ti prego” disse, e poi si rimise lentamente in piedi, rimettendosi nella stessa posizione di prima, cioè con le gambe aperte e le mani allacciate dietro il sedere, in attesa del mio prossimo attacco.
   Mi accorsi con un certo stupore che gli era venuta un erezione pazzesca. Ce l’aveva fieramente dritto, con il glande gonfio e rosso che puntava verso di me. Fieramente eretto e duro come una spada, quasi come se mi sfidasse, quasi come se mi stesse dicendo: “non mi hai fatto nulla troia, anzi mi stai facendo arrapare”. Ma come cavolo era possibile, mi chiedevo, che un uomo potesse avere un erezione dopo che una donna gli aveva appena martoriato i coglioni con un calcio? Eppure era possibile eccome, e la prova ce l’avevo davanti agli occhi. Il membro di Romolo era lì, orgogliosamente eretto, con una gocciolina di liquido pre-eiaculatorio in cima che scintillava sotto la luce del lampadario della stanza.
   A quel punto accettai la sfida del membro di Romolo, e allora mi preparai al secondo calcio e mi misi in posizione da pugile, facendo ballare i pugni in aria e poi sferrai l’attacco. E ancora una volta il mio piede incontrò le sue palle percuotendole senza ritegno, e anche questa volta Romolo si piegò in due dal dolore, e si lasciò cadere a terra completamente, con le gambe e le braccia aperte. Questa volta non fui presa dal panico come era stato per il primo calcio, nonostante avessi colpito con ancora più decisione e violenza.
   Mi avvicinai al suo corpo e lo punzecchiai col piede sperando in una sua reazione, ma invece lui rimase lì a contorcersi sul pavimento. E allora iniziai a pensare che questa volta l’avevo fatta proprio grossa. Forse era meglio se chiamavo un’ambulanza.
   “Romolo, sei vivo?” gli chiesi. “Di’ qualcosa”.
   “È meraviglioso” sibilò. “Non ho mai goduto così tanto”.
   “Vuoi sborrare?” gli domandai guardando la sua erezione, così gonfia che era evidente che a breve avrebbe cominciato a schizzare. Romolo mi fece di sì con la testa, e allora gli appoggiai il tacco della scarpa sul frenulo e feci una leggera pressione, e tenni premuto per qualche secondo, e non vedendo alcuna reazione schiaccia maggiormente, quasi fino a fargli entrare il tacco dodici nella carne. A quel punto uno schizzo di sborra fuoriuscì con un getto violento e si posò sulla pancia, in prossimità dell’ombelico, poi subito dopo ne uscì un’altro, e poi un altro ancora, in tutto erano cinque schizzi di un’intensità stupefacente. Non appena mi fui appurata di avergli fatto cacciare tutto fuori allora tolsi il tacco dal suo frenulo. Andai verso la mia borsetta e presi dei clinex che portavo sempre con me. In tutto questo lui era ancora lì sul pavimento, quasi agonizzante, privo di conoscenza, con gli occhi spalancati nel vuoto, come un tonno dopo la mattanza. Presi un clinex e glielo buttai sul petto con sdegno.
   “Tieni, datti una pulita, verme” misi la borsetta sotto braccio e raggiunsi la porta. Iniziavo a prenderci gusto a fare la mistress. Avevo appena scoperto un lato della mia personalità che ignoravo completamente. “Io devo ritornare a lavoro. Non sono mica come te che non fai un cazzo dalla mattina alla sera”.
   E così me ne andai, lasciando Romolo sul pavimento, tramortito dal trattamento che gli avevo riservato.

Moana.

martedì 3 ottobre 2017

Calci nelle palle. 

(in foto: Russian-Mistress.com)

 
   Certo che avevo sentito quello che si erano detti Berni e Joe, ma non ne capivo il senso. Sembrava a tutti gli effetti una sfida, e io ero il trofeo da vincere. Non riuscivo proprio a immaginare cosa sarebbe successo nei prossimi giorni. Non facevo che pensare a quello che avevo sentito, anche a lavoro, cercavo di dare un senso a quella faccenda ma non ci riuscivo.
   Ero lì che stavo facendo l’ordine per il fornitore quando ad un certo punto qualcuno entrò in negozio con un grosso mazzo di fiori per me. Non era la prima volta che lo faceva. Era un commerciante d’arte che si era preso una bella cotta per me, e molto spesso veniva ad omaggiarmi con dei fiori o delle scatole di cioccolatini. Era un essere rivoltante, non perché fosse brutto, perché poi la bruttezza e la bellezza sono cose soggettive, ma perché era viscido. Da uno come lui non mi sarei fatta toccare nemmeno con un dito. E gliel’avevo detto già centinaia di volte, e nonostante questo lui continuava a venirmi dietro.
   Era sempre ben vestito, indossava sempre la giacca e la cravatta, ed era  fastidiosamente pedante e logorroico. Ripeteva sempre le stesse cose, e cioè che avevo dei piedi stupendi. Era ossessionato dai miei piedi, e non capivo perché. Insomma, non per vantarmi, ma avevo un culo che era un capolavoro e invece lui non me lo guardava neppure, lui era pazzo dei miei piedi. I feticisti non li capirò mai.
   E poi ogni volta per farmi dei complimenti mi paragonava a delle madonne che stavano nei quadri di Raffaello o di chissà quale altro pittore morto più di seicento anni fa, e mi descriveva quei quadri nei minimi particolari per poi arrivare alla conclusione che io ero come loro, come quelle madonne lì. E ogni volta io gli dicevo che ero troppo indaffarata per dargli ascolto, e quindi lo mandavo via. Ma poi magari lui il giorno dopo si ripresentava e riattaccava la pippa, che io ad esempio ero come la Maddalena nella pala Baglioni di Raffaello. Era ossessionato con questa Maddalena della pala Baglioni, e diceva che le somigliavo tantissimo. Tant’è che una sera me la andai a cercare su Internet questa Maddalena di Raffaello, ma devo dire che non ci somigliavo neppure un po'.
   Insomma lui era uno dei miei ammiratori più noiosi. Si chiamava Romolo e aveva trentotto anni. Ho sempre odiato i saccenti, quelli che mettono in mostra il loro sapere. Ho sempre pensato che in realtà non sapessero un cazzo, e che conoscevano soltanto quattro stronzate e allora si pavoneggiavano di quel piccolissimo bagaglio culturale di cui erano in possesso. Romolo era uno di questi.
   Come vi stavo dicendo, anche quel giorno venne in negozio donandomi l’ennesimo mazzo di fiori. Non ne potevo più di ricevere fiori, non sapevo più dove metterli. Ne avevo la casa piena. Poi tempo un paio di giorni e morivano e quindi dovevo buttarli al secchio della spazzatura.
   “Ancora fiori!” esclamai non appena vidi Romolo. “Quante volte ve lo devo dire? Smettetela di regalarmi fiori. Sono stanca di vederli morire”.
   “Come sei bella oggi Moana” mi disse con quel suo sorriso da demente. “Assomigli alla Madonna della Serpe di Caravaggio, che con il suo piede angelico schiaccia il serpente simbolo del peccato originale. Allo stesso modo io vorrei che i tuoi dolci piedi schiacciassero il peccato che alberga dentro di me”.
   “Ma falla finita!” risposi bruscamente. “Non vedi che sono impegnata? Credi davvero che non ho nulla di meglio da fare che starti a sentire?”.
   “Oggi i tuoi piedi sono più radiosi del solito”.
   Mi guardai i piedi, indossavo delle scarpe nere col tacco dodici, e in effetti non erano niente male, ma ancora non capivo del perché i miei piedi fossero per lui così importanti.
   “Ascolta Romolo, ma me lo dici una volta per tutte cosa vuoi da me?” stavo incominciando a perdere la pazienza, e pensai che fosse giunto il momento di assumere un addetto alla sicurezza per mandare via questi pazzoidi. Magari uno stallone da monta nero alto tre metri.
   “Da quando ti ho vista, e soprattutto da quando ho visto i tuoi piedi, non faccio che pensare a te. Dentro sento un desiderio, una passione incontrollabile, un furore erotico che mi riconduce sempre allo stesso pensiero. Io vorrei...”.
   “Vorresti scoparmi” conclusi.
   “No, vorrei che mi prendessi a calci nelle palle”.
   “COSA!?” non potevo credere a quello che avevo appena sentito e scoppiai a ridere piegandomi in due. Non riuscivo a smettere, stavo per perdere i sensi, era la cosa più divertente che avessi mai sentito. Ma lui invece sembrava serio, e non si scompose di fronte a quella mia reazione, e mi guardava con un sorriso stupido sul viso in attesa di una mia risposta. Ma ridevo così tanto che non riuscivo a dire nemmeno una parola. Avevo le lacrime agli occhi e cercai di darmi una controllata, perché Romolo non stava scherzando. Quella era la conferma definitiva che era un pazzoide.
   “Ma dici davvero?” chiesi.
   “Sì, è tutto quello che ti chiedo, di prendermi a calci nelle palle”.
   “Guarda che se io comincio a darti i calci nelle palle va a finire che i coglioni te li faccio arrivare in bocca. Io quando picchio non scherzo, picchio forte”.
   “Devi picchiare forte”.
   Stava facendo sul serio. Devo ammettere che l’idea di prendere a calci nelle palle un uomo mi allettava parecchio. E quando mi ricapitava un occasione del genere? Poteva essere un’esperienza esilarante, la cosa più divertente che mi fosse mai capitata, per non parlare del fatto che era una buona occasione per sfogarmi un po'. Certe donne per sfogarsi vanno a fare palestra, e io invece potevo distruggere le palle di Romolo a pedate.
   C’era un problema però, ovvero come facevo a sapere che Romolo non fosse una persona con dei disturbi psichici? Non era una cosa giusta da fare approfittarsi di una persona debole. E poi rischiavo davvero di fargli male. Insomma, si trattava pur sempre di prendere a calci nelle palle un uomo. Ero molto dubbiosa sul da farsi.
   “Ma sei proprio sicuro? Non è che finisci in ospedale e mi denunci?”.
   “L’ho già fatto altre volte con delle puttane”.
   “Ok, se è quello che vuoi ti accontenterò volentieri. Vedrai, ti disintegrerò le palle a pedate”.
   Certo non potevamo farlo lì in negozio, davanti agli occhi di tutti, così lui mi propose di andare in albergo. E allora dissi alle mie commesse che mi sarei assentata per qualche oretta, e Romolo mi portò in un albergo che stava sulla via centrale della città, l’Hotel Roma, un albergo esclusivo dove ci andava la gente facoltosa. Ma d’altronde Romolo di soldi ne aveva, e pure tanti. E poi non era sposato e non aveva famiglia, quindi non sapeva neppure che farsene di tutto il suo denaro.
   Ero eccitatissima all’idea di quello che stavo per fare. Lo sapete, io sono una persona molto curiosa, e quindi mi imbatto in ogni tipo di esperienza. E questa batteva di gran lunga tutte le esperienze più strane che mi erano capitate.

Moana. 

domenica 1 ottobre 2017

venerdì 29 settembre 2017

Una notte indimenticabile. 


   Moana mi telefonò e mi disse che aveva urgentemente bisogno del mio aiuto, e che mi avrebbe spiegato tutto quanto quando saremo ritornati a casa. Mi chiese di andarla a prenderla, e ci tenne a precisare che aveva bisogno di vestiti. Era nuda e stava vagando per la città. Mi venne un attacco di panico che quasi stavo per svenire; il fatto di sapere che Moana era completamente nuda in giro per le strade, preda di qualsiasi pervertito senza scrupoli, mi terrorizzò. E allora saltai in macchina e corsi come un matto bruciando una decina di semafori e rischiando più volte di scontrarmi con gli sporadici automobilisti che percorrevano a quell’ora le vie del centro. Perché mai Moana era nuda in giro per la città? Cosa le era capitato? Pensai subito al peggio: pensai che Joe aveva tentato di violentarla, e allora le aveva strappato il vestito, ma in qualche modo lei era riuscita a fuggire. E allora mi salì il sangue al cervello, e cominciai a covare dentro di me un sentimento di vendetta.
   L’indomani, mi dissi, sarei andato a cercare Joe e lo avrei riempito di botte. È quello che si meritava per aver fatto una cosa del genere alla mia Moana. Era quello che pensavo. Ero accecato dall’ira e mi sentivo pronto a fare una follia pur di ottenere vendetta. Ma come ben sapete mi sbagliavo. Joe non aveva fatto niente di male.
   In ogni modo riuscii a raggiungere il posto indicatomi da Moana in tempi record. Era una strada un po' fuori mano piena di villette a schiera, e lei era lì nel cortile di una di queste che mi aspettava. Non appena mi vide fece una corsa verso di me e si fiondò in auto senza neppure dirmi ciao, mi ordinò soltanto di partire a razzo. Le diedi un vestito che avevo preso dal suo cassetto e lei lo infilò in un istante. Mi tranquillizzai solo dopo essermi appurato che stava bene. Obiettivamente, nonostante quello che le era accaduto, nessuno le aveva torto un capello. Non vedevo lividi né ferite sulla sua pelle, quindi non le era stato fatto alcun male. Questa cosa mi fece tirare un sospiro di sollievo.
   Rientrammo a casa che erano le cinque del mattino. Ci mettemmo a sedere sul sofà e lei mi raccontò tutto quello che era accaduto. Prima di cominciare a spiegarmi come erano andate le cose volli subito sapere se Joe le aveva fatto del male.
   “Joe? Ma no, che dici!” rispose lei stizzita da quella domanda. “Come ti salta in mente una cosa del genere? Il motivo per cui ero nuda è perché mi sono lasciata guardare da lui così come mamma mi ha fatta. Era un suo desiderio. Joe è sempre stato innamorato di me, anche se non me l’aveva mai detto. Gli ho spiegato che non poteva avermi dal momento che sono impegnata con te, però gli ho concesso di potermi vedere nuda. E a quel punto mi sono spogliata. Però è arrivata una volante della polizia e io sono scappata, perché ho avuto paura di essere accusata di atti osceni”.
   Mi raccontò tutto quello che era successo dopo essere scappata, e io quasi facevo fatica a crederci. Però di una cosa ero certo, e cioè che Moana non diceva mai le bugie. Non si era inventata nulla. Tutto quello che mi aveva raccontato era successo per davvero. Insomma, era stata una serata che avrebbe ricordato per sempre. E adesso era molto stanca, perché finalmente era ritornata a casa e gli si erano distesi i nervi. Il sonno aveva cominciato a manifestarsi nelle sue forme più evidenti; gli occhi cominciarono a chiudersi e le parole le uscivano a stento dalla bocca. Si addormentò sul sofà e io la presi in braccio e la portai in camera da letto. Le diedi un bacio sulla fronte e le accarezzai il viso. Guai a chi toccava la mia Moana. Come si poteva fare del male ad una creatura così bella? Joe si sbagliava di grosso se pensava di potermela portare via.
   E proprio in quel momento qualcuno suonò al citofono. Erano le cinque e mezza del mattino, chi poteva essere se non lui? Ero quasi certo che era venuto a riportarle la borsetta che aveva lasciato in macchina, e probabilmente a fare il ruffiano con lei, nella speranza che si lasciasse montare. Lo feci salire da noi perché avevo proprio voglia di sentire quello che aveva da dire. Salì la rampa di scale facendosi i gradini a due alla volta e quando mi vide subito mi chiese di lei:
   “Moana è qui?”.
   “Sì, è qui” risposi freddamente. “Sta dormendo”.
   “Oh, grazie a dio! Tu devi essere il suo fidanzato. Piacere, io sono Joe” allungò la sua mano verso di me e io gliela strinsi. Aveva il fiatone, era terrorizzato proprio come me quando avevo ricevuto la telefonata di Moana. “Sono qui per restituirle la borsetta” disse, e ce l’aveva nell’altra mano e me la fece vedere alzandola a mezz’aria.
   “La prendo io” dissi. “Gliela darò non appena si sveglia”.
   “Ascolta, non so che idea ti sei fatto su ciò che è accaduto, ma vorrei soltanto dirti che non abbiamo fatto nulla di male”. 
   “Lo so cosa è successo. Mi ha raccontato tutto” non avevo molta voglia di chiacchierare, così stavo facendo di tutto per liquidarlo e mandarlo via, ma lui era fermo sulla porta e guardava dentro casa, nella speranza di poterla vedere. Ma lei non c’era e lui sembrava soffrirci molto. Così a quel punto gli domandai se voleva vederla.
   “Posso? Davvero?” non poteva crederci che gli avessi proposto una cosa del genere. Ma d’altronde che male c’era. Se il suo desiderio era vederla di nuovo, chi ero io per negarglielo? Allora lo feci entrare, e insieme percorremmo il corridoio che portava alla camera da letto. La porta era aperta e la stanza era illuminata dalle lampade che stavano sui comodini. La luce illuminava le pareti di un arancione molto intenso, e allo stesso tempo faceva brillare il corpo di Moana, tutto tempestato di goccioline di sudore. Lei era a pancia in giù, con le braccia e le gambe spalancate, e il vestitino era salito sui fianchi, quindi era nuda dalla vita fino ai piedi. Aveva un culo spettacolare come ben sapete, e Joe non potette fare a meno di contemplarlo come si fa con una scultura di grande valore artistico. Moana dormiva dolcemente, con il viso rivolto verso di noi, gli occhi chiusi e la bocca leggermente aperta, quella bocca tanto dolce che aveva accolto tanti uomini al suo interno, donando loro momenti di intenso piacere. E aveva accolto anche me, più e più volte, e spesso era stata inondata dal mio seme. L’unico forse che ancora non era stato accolto in quel caldo antro dell’amore era proprio Joe. Ed ero certo che era smanioso di farlo, glielo leggevo in faccia, da come la guardava, era chiaro che avrebbe voluto infilarglielo in bocca, e non solo lì, ma ovunque, ma forse sopratutto nella vagina che avrebbe voluto inondare con il suo sperma, per ingravidarla e renderla madre. Questo leggevo nel suo modo di guardarla, ovvero un amore davvero senza limiti.
   “Che angelo!” disse con un filo di voce.
   “Già” risposi. “Adesso però è meglio se la lasciamo riposare”.
   “Sei davvero l’uomo più fortunato del mondo”.
   “Lo so”.

Berni.    

mercoledì 27 settembre 2017

lunedì 25 settembre 2017

Atti osceni in luogo pubblico.

(in foto: Jenni, Bamboo, JennisSecrets.com)

   A fine serata Joe mi riaccompagnò a casa. Lungo la strada parlammo un po' del passato, degli amici che se ne erano andati all’estero per colpa del fatto che il nostro paese non offre alcuna opportunità, altri invece che si erano arruolati nella celere, altri invece che si erano dati alla politica e così via. Alla fine della conta eravamo rimasti in pochi ad essere ancora in città.
   Non me ne ero accorta, ma sedendomi in auto il vestitino mi si era alzato fino ai fianchi, quindi praticamente avevo il perizoma a vista. E ad un certo punto ci fermammo sul belvedere della città. Non c’era nessuno, era un incanto. Per due innamorati che hanno voglia di coccolarsi un po' era il luogo ideale, lontano da occhi indiscreti. E uscendo dalla macchina non mi ero nemmeno premurata di riabbassarmi il vestitino, le natiche erano praticamente nude, coperte esclusivamente dal leggero filo di stoffa del perizoma che stava tra una chiappa e l’altra. Non lo avevo fatto per stuzzicare la fantasia di Joe, ma soltanto perché non me ne ero accorta. Lui invece sì, e non mi disse nulla, preferì fare in modo che non me ne accorgessi, così da avere la possibilità di potermi guardare meglio il culo.
   Andammo verso il parapetto del belvedere e guardammo la città lontana, tutta illuminata d’arancione delle luci delle strade, e con i fari delle auto che percorrevano le vie centrali, che sembravano così piccole viste da quell’altezza da sembrare dei giocattoli. Restammo a guardare il panorama per qualche minuto senza dirci nulla, poi mi accorsi di avere il vestitino alzato sui fianchi con tutto il culo di fuori e allora me lo tirai giù in fretta e furia.
   “Oddio, guarda in che condizioni sto! Praticamente sono mezza nuda” mi risistemai il vestito stirandolo con entrambe le mani. “Ti chiedo scusa”.
   “Di cosa? Forse non lo sai ma è sempre stato il mio sogno poterti vedere nuda. Ero pazzo di te, Moana. Sapessi quante seghe mi sono fatto pensando a te in situazioni molto porche. Una volta l’ho fatto mentre pensavo a te che mi facevi un pompino e poi io ti sborravo sul viso”.
   “Ma se mi desideravi così tanto perché non c’hai mai provato con me?” praticamente mi stavo sciogliendo come un ghiacciolo sotto il sole di ferragosto. Lo sapete che basta poco per farmi andare la figa in fiamme, poi soprattutto quando uno si dichiara in quel modo. Poi se qualcuno mi dice addirittura che sono stata la sua principale fonte di ispirazione per le proprie seghe, allora lì tra le mie cosce si crea un vero e proprio fiume e inizio ad eccitarmi come una cagna.
   “Ma perché avevo paura di un tuo rifiuto. Insomma, parliamoci chiaro Moana, tu eri la ragazza più desiderata della città. Eri la gnocca per eccellenza. Avevi tutti i nostri coetanei che ti venivano dietro, e di solito ti concedevi esclusivamente a quelli più aitanti. Che speranze potevo avere io?”.
   “E io invece sarei stata pronta in ogni momento a concederti il mio corpo. Aspettavo soltanto un tuo segnale. Purtroppo Joe ormai è troppo tardi. A breve diventerò la moglie di un altro uomo, e non potrò che essere soltanto sua”.
   Continuammo a fissare ancora un po' quel panorama incantevole. Se non fossi stata impegnata con Berni mi sarei già messa in ginocchio davanti a Joe e gli avrei tirato fuori il cazzo per farlo godere con la bocca. Sarebbe stato un pompino epocale, in una location davvero speciale, e sarebbe stata una delle eiaculazioni più intense della mia onorata carriera di pompinara. Purtroppo non potevo farlo. Avrei avuto un rimorso terribile. Però allo stesso tempo non volevo lasciare Joe a bocca asciutta. Avrei potuto fare qualcosa per accontentare la sua storica passione che aveva nei miei confronti.
   “E quindi è sempre stato un tuo sogno potermi vedere nuda” dissi guardandolo con aria di sfida. “Ok, ti accontento. Ti faccio vedere come sono fatta sotto questo vestitino da puttana che indosso. Aspettami qui e non ti muovere”.
   Avevo voglia di farmi vedere nuda però volevo farlo in modo teatrale, quindi volevo creare un po' di suspence, e allora raggiunsi una serie di alberi che stavano a ridosso della salita che portava al belvedere. Qui mi sarei tolta il vestito e il perizoma e poi sarei riapparsa agli occhi di Joe così mamma mi ha fatta. Quindi tolsi tutto e lasciai i miei indumenti alla base di un albero, e quando sarebbe finito tutto sarei ritornata a riprenderli. Ero pronta, guardai che non ci fosse nessuno in giro e poi mi feci avanti. Era notte inoltrata, avevo seri dubbi riguardo al fatto che qualcuno potesse vedermi. Eravamo soltanto io e lui. E così andai verso Joe con un passo leggero e sicura di me, come se fossi su una passerella, ancheggiando e guardandolo con occhi accesi di passione. Lui mi vide arrivare, completamente nuda, soltanto con i tacchi a spillo ai piedi e nient’altro. Era visibilmente nervoso, forse il fatto che ero nuda in un luogo pubblico lo terrorizzava. Forse pensava che in quel modo sarei potuta essere facile preda di malintenzionati. Ma io ero sicura che nessuno ci avrebbe disturbati.
   Dopo aver percorso quei cinquanta metri che ci dividevano mi fermai davanti a lui con i pugni contro i fianchi, poi girai su me stessa per fargli vedere com’ero fatta dietro. Con una mano mi schiaffeggiai una natica e il rumore della palma della mia mano sulla pelle del mio culetto echeggiò per tutto il belvedere.
   “E allora” dissi. “Ti piace?”.
   “Moana, sei…” Joe era così eccitato che le parole gli uscivano a stento dalla bocca, “sei da erezione”.
   “Lo vedo” infatti notai da subito un notevole rigonfiamento sotto i pantaloni, e allora mi ci avvicinai e iniziai a strofinare il culo contro il suo sesso. A quel punto lui mi prese per i fianchi accarezzandomi amorevolmente e spinse il suo cazzo duro tra le mie natiche. Poi mi girai e iniziai a strofinare la figa contro la sua erezione, e lui mi avvolse le sue braccia intorno al corpo e tentò di baciarmi la bocca, ma io spostai il viso e non glielo permisi, e allora lui iniziò a tempestarmi il collo di baci, e nel mentre con le mani aveva raggiunto le mie natiche, palpandole energicamente e aprendole per scoprire il mio “fiorellino del peccato”, come amava definirlo il mio Berni. Lo iniziò a punzecchiare con il dito medio e poi lo fece entrare dentro, ma io mi divincolai dal suo abbraccio e mi allontanai da lui, e sorridendogli gli feci di no con la testa, insomma gli feci capire che non poteva farlo. Ma proprio in quel momento accadde ciò che non mi sarei mai immaginata che accadesse, ovvero una macchina della polizia apparve dal nulla a sirene spiegate. Cazzo, se m’avessero beccata in quello stato m’avrebbero incriminata per atti osceni in luogo pubblico. Ero terrorizzata, e la prima cosa che mi venne in mente di fare fu quella di scappare. Non pensai ad altro, cominciai a correre. D’altronde, pensai, non ero molto lontana da casa. C’era circa un chilometro da percorrere. Poi però mentre correvo pensai al fatto che ero completamente nuda. Per fortuna le persone a quell’ora dormivano. Comunque sempre meglio percorrere un chilometro in quelle condizioni che essere incriminata per atti osceni.
   Comunque potete ben immaginare che la strada sembrava non finire mai. Dovetti fermarmi più volte per riprendere fiato. In una sosta feci anche la pipì nascondendomi dietro un cassonetto della spazzatura. Forse era la tensione del momento, ma c’avevo la vescica che mi stava per esplodere. Allora mi abbassai e aprii le labbra di sotto con due dita e iniziai a liberarmi. Il fiumiciattolo di pipì attirò l’attenzione di un tizio che stava portando il suo chiwawa a spasso, mi vide dietro i cassonetti e iniziò a imprecare dicendo che noi puttane dovevamo smetterla di insozzare le strade orinando dappertutto.
   “Ehi!” risposi piuttosto risentita. “Non sono una puttana!”.
   “Da come vai in giro sembrerebbe proprio di sì” rispose lui. “E comunque qui nel quartiere non vi vogliamo. Vai a vendere i tuoi buchi da un’altra parte. Questo è un quartiere per bene!”.
   “Senta, le torno a ripetere che io non sono una di quelle donne che vendono i loro buchi. Sono una rispettabilissima commerciante, quindi la smetta di offendermi avanzando certe insinuazioni nei miei confronti”.
   “Certo, una rispettabilissima commerciante… vendi la bocca, la figa e il culo. Un commercio davvero rispettabile”.
   A quel punto il fiumiciattolo di pipì terminò e mi rialzai e poi ripresi a correre in direzione casa. E il vecchio che mi urlava dietro: “brava, scappa! Vai a vendere le tue belle chiappette da un’altra parte!”.

Moana.