giovedì 25 aprile 2019

Blog chiuso per ferie...

Ritorneremo presto con nuove ed eccitanti avventure. 
Nel frattempo vi invitiamo a rileggere alcuni dei nostri vecchi racconti.

(in foto: Helena Price)


A presto.
 

martedì 23 aprile 2019

Vento in

poppa.

(in foto: Chloe Vevrier, ChloeVevrier.com)


[postato da Stefano]

   Al ristorante avevo sistemato tutto in modo che in mia assenza non avrebbero avuto problemi; io dovevo necessariamente dedicarmi a mia moglie. Per lei era stato un periodo molto difficile, per cui era mio dovere cercare di tirarle su il morale. E quindi, come vi ho già raccontato nei post precedenti, le avevo comprato una barca, la barca che aveva sempre desiderato, fin da quando era ragazza. E quindi a breve avremo intrapreso una crociera romantica, soltanto io e lei, lasciandoci alle spalle tutte le cose negative che avevano caratterizzato quei giorni.
   Per l’occasione Sabrina aveva fatto un po' di spese pazze; era bravissima in questo. Era capace di spararsi tutto lo stipendio di un mese in una manciata di ore. E quindi quando tornai a casa dal lavoro lei era visibilmente euforica, e volle farmi vedere subito i suoi acquisti. Aveva comprato un sacco di cose inutili, ma che secondo lei erano assolutamente indispensabili; un cappello di paglia per lei e un berretto da marinaio per me, poi aveva comprato due teli in microfibra con i colori della bandiera americana (perché proprio la bandiera americana? Semplicemente perché a Sabrina piacevano così). Poi aveva acquistato un nuovo costume monokini, ma avevo seri dubbi sul fatto che sarebbe riuscito a contenere le sue forme generose, e lo sapeva benissimo anche lei (forse per questo lo aveva comprato). E infine delle maschere e delle pinne da sub, un orologio da polso per le immersioni, una macchina fotografica resistente all’acqua e tanto altro ancora.
   Era tutto pronto; la nostra crociera romantica poteva cominciare.
   E com’era facilmente intuibile, dopo dieci minuti dalla nostra partenza Sabrina si era già messa nuda, era distesa a prua e si lasciava accarezzare dal torpore dei raggi del sole. E dopo aver raggiunto il largo fermai il motore, e lei mi chiese di andarle a fare compagnia. E quando raggiunsi la prua lei aveva la gambe aperte, e mi stava aspettando, e vidi la sua patatona pelosa che luccicava per via degli umori che sgorgavano fuori. Era evidente che mentre io ero al timone lei si era sgrillettata un po'; questo spiegava il fatto che fosse già bagnata.
   “Stavo pensando che ancora non abbiamo inaugurato la barca” mi disse. “Che ne dici di farlo adesso?”.
   “Vedo che tu sei già pronta” le risposi facendo riferimento alla sua bella patatona umida.
   “In verità è da quando siamo partiti che sono pronta”.
   “E allora bisogna brindare” esultai, e andai in cabina a prendere una bottiglia di champagne che avevo comprato per l’occasione. Nel frattempo tolsi anche io il costume, e ritornai da Sabrina con il totem eretto in suo onore, e naturalmente con la bottiglia. E quando vide la mia erezione emise un mugolio di piacere e allora si mise in ginocchio e cercò di agguantarlo con la bocca, ma mi spostai e lei rimase a bocca asciutta, e mi guardò con un espressione smarrita. Si stava chiedendo il motivo per cui glielo stavo negando. E allora stappai la bottiglia di champagne e me ne versai un po' sul glande, e allora lei capì e partì all’attacco. Poi ogni tanto lo faceva uscire dalle labbra e mi guardava, e senza dirmi nulla capivo che ne voleva ancora, e allora io versavo dell’altro champagne, e lei lo riprendeva in bocca risucchiando in modo famelico. Dopo aver fatto questo gioco per tre volte sentivo che Sabri mi stava già facendo venire, così le dissi che adesso toccava a me. E allora lei mi sorrise e mi chiese dove avevo intenzione di bere, da quale parte del suo corpo. Scelsi le sue tettone enormi, le tette che l’avevano resa popolare fin da ragazza, quelle tette che avevano tanto “spagnoleggiato”  e fatto godere centinaia di uomini. Ci versai lo champagne sopra e iniziai a baciarle e a succhiarle. Dopo questo brindisi così speciale Sabrina si rimise distesa sul ponte e allargò le gambe, invitandomi a entrarle dentro. Ovviamente non me lo feci ripetere due volte.
   Dopo aver fatto l’amore tirai fuori il nostro pranzo; lo avevo fatto io prima di partire. A bordo non c’era una cucina, per cui avevo pensato bene di partire con delle scorte alimentari. E quindi avevo preparato delle frittate e delle pizze ripiene che Sabrina apprezzò molto. Mia moglie adorava il mio modo di cucinare; mi diceva spesso che non c’era stallone da monta che in questo poteva battermi, facendomi intendere (forse senza rendersene conto) che con le mie capacità culinarie sopperivo alle sorprendenti capacità di letto di tutti gli uomini con cui aveva fatto l’amore, capacità che invece io non avevo.
   “Tu mi fai godere così” mi diceva spesso, riferendosi alle mie doti di chef. E in qualche modo era un po' umiliante quando lo diceva, perché mi faceva sentire un marito inadeguato alle sue esigenze. E me lo disse anche quel giorno, mentre eravamo seduti a prua a mangiare.
   “Ti meriti un uomo migliore di me, non c’è dubbio” le risposi.
   “Cosa vuoi dire?”.
   “Voglio dire che sono un disastro. Forse avresti dovuto sposare Giuliano, invece che sposare me”.
   “Amore, ma come ti salta in mente una cosa del genere? Perché avrei dovuto sposare lui? Per essere cornificata tutti i santi giorni? No grazie, non fa per me un matrimonio così”.
   “Sì però lui perlomeno riusciva a soddisfarti” risposi. “Sessualmente, intendo”.
   “Ma tesoro, una relazione d’amore non è fatta soltanto di questo. Ci sono tante altre cose, e tu me le dai tutte. Tu mi fai sentire una donna speciale. Per Giuliano invece io non ero che una bambola con cui giocare. Io lo amavo, è vero, ma era un amore non corrisposto. Per cui perché avrei dovuto sposare lui, dal momento che non mi amava?” Sabrina mi sorrise e mi accarezzò amorevolmente il viso, e poi continuò: “tesoro mio, ti preoccupi di non essere all’altezza per scopare con me? Io sono una moglie felice, e lo sono grazie a te, perché tu sei un marito perfetto”.
   Non me lo stava dicendo apertamente, ma era come se il senso delle sue parole fosse questo: “non preoccuparti, che tanto a farmi godere ci pensano gli altri uomini”.
  

sabato 20 aprile 2019

Un folletto affamato

d'amore.

(immagine di: Jeff Chapman, www.deviantart.com/jeffach)


[postato da Sabrina]

   Perdere mio padre era stato molto doloroso, perché obiettivamente ero stata una figlia terribile, una degenerata. Mi ero fatta scopare da chiunque, una volta anche da un nano. Sì, la vostra cara Sabrina aveva fatto anche questo. Non mi ero fatta mancare nulla. Quando è successa questa cosa ero una ragazza, e ancora non conoscevo neppure Stefano, però Giuliano sì, e infatti era il periodo in cui ero la sua schiavetta del sesso. E c’era questo nano che era un amico suo, ed era molto ben voluto, perché nonostante le dimensioni di un bambino si comportava come uno di noi. Era quello che di solito si definisce “l’anima della festa”, perché era allegro, spassoso e si divertiva a fare lo spaccone vantandosi di essere andato a letto con un sacco di ragazze bellissime, ma chissà se era vero. Io non ci credevo. Eppure io ci ero stata. Ma io non facevo testo; io ero stata a letto con chiunque.
   Una sera ero andata in discoteca e c’era anche Giuliano e i suoi amici, e c’era anche lui, il piccolo demonietto scatenato, il quale ci aveva provato con me per tutto il tempo, e io alla fine decisi di accontentarlo e dargli ciò che voleva. E allora chiesi ad un amico se mi prestava la sua macchina, così che potevo imboscarmi insieme al nostro piccolo amico. E devo dire che fu una sensazione molto strana, perché lui era così piccolo e così sfrenato che si infilava dappertutto, sembrava di fare l’amore con un folletto del bosco, ed era divertente. Anche perché non facevo che pensare al film Biancaneve e i sette nani di Luca Damiano, il primo film porno che avevo visto. Nel film infatti Biancaneve, interpretata da Ludmilla Antonova, faceva l’amore insieme a sette nani veri. E ricordo che quando avevo visto il film (ero a casa di Giuliano, me lo aveva fatto vedere lui) lo avevo trovato molto grottesco, e per questo motivo anche molto divertente. E per lo stesso motivo trovavo anche molto grottesco e divertente ciò che stavo facendo in quel momento, in quel parcheggio della discoteca, insieme al mio piccolo amico. 
   E lui saltava da tutte le parti, infilandomi il suo cazzone prima in bocca e poi in culo, e poi di nuovo in bocca e poi ritornava all’attacco del mio condotto anale, ed era così scatenato che faceva tutto lui, senza darmi la possibilità di prendere alcuna iniziativa. E io ridevo come una matta, perché era tutto così surreale e divertente, e lui rivolgendosi a me con appellativi davvero irrispettosi (zoccola e bucchinara erano quelli che preferiva) mi diceva che non dovevo ridere. E per farmi smettere mi metteva il suo cazzone duro in bocca. E poi quando lo tirava fuori riprendevo a ridere, e quindi lui si agitava ancora di più, saltando da tutte le parti come un piccolo acrobata del circo.
   Ad un certo punto provò a penetrarmi davanti, ma io davanti non facevo entrare nessuno, infatti ero ancora vergine, e lui lo sapeva, lo sapevano tutti, e nonostante questo provò ad entrare comunque. Sentii il suo glande turgido che provava a farsi strada nel mio folto boschetto e poi insinuarsi appena appena tra le mie labbra di sotto, e allora io lo afferrai per i fianchi e lo sollevai di peso con tutte le energie che avevo, e lui iniziò a dimenare le braccia e le gambe in modo convulsivo.
   “Ehi, ma che fai!” urlai. “Lì no, non si può. Puoi avere solo la bocca e il culo, lo sai bene. Lo sanno tutti”.
   “Mettimi giù, bucchinara! Mettimi giù!”.
   “E tu mi prometti di fare il bravo e di non provare più a fare quello che hai appena fatto?”.
   “Ok ok, lo giuro!”.
   E allora lo misi giù e lui ripartì all’attacco del mio corpo. Era un demonietto affamato, e alla fine mi venne nel culo. E dopo esserci ricomposti ritornammo in discoteca a ballare, e poi il giorno dopo non si parlò d’altro: Sabrina Bocca e Culo si è fatta scopare da un nano.
   Credo di non averlo mai raccontato a Stefano, e allora mentre tornavamo a casa dal cimitero, dove avevo appena dato un ultimo saluto a mio padre, gli raccontai tutto.
   “Ma dai!” lui sbottò a ridere. “Certo che non ti sei fatta mancare proprio niente”.
   “Capisci ora cos’ha dovuto sopportare mio padre? Non dev’essere stato facile per lui il fatto di aver avuto una figlia puttana”.
   “Beh, la nostra Moana non è certo una santa, eppure io sono molto fiero di lei. E comunque non possiamo addossarci le colpe dei nostri padri. Se lui non è stato felice del tuo modo di essere era soltanto un problema suo. Tu sei fatta così Sabri, e non devi rendere conto a nessuno. Nemmeno a lui. Obiettivamente tuo padre ha sbagliato, ma tu non devi incolparti di questo”.
   Avrei voluto dirgli che il paragone con Moana non reggeva, però non lo feci perché non avevo voglia di parlarne. Non reggeva perché la nostra Moana, a differenza di me, non era mai stata succube degli uomini. Io invece, devo ammetterlo, spesso mi ero data via senza alcun rispetto per il mio corpo. Certo, lo avevo fatto perché mi andava di farlo, però in questo modo avevo permesso a molti uomini di trattarmi in modo irrispettoso. Invece Moana no. Tutte le volte che era andata a letto con un uomo aveva sempre avuto la situazione sotto controllo, conservando la sua dignità intatta.
   A questo proposito ricordo di una volta che permisi ad un mio coetaneo di farmi una cosa davvero degradante, eppure gliel’avevo lasciato fare senza battere ciglio, perché lo volevo anch’io. Era una cosa che aveva visto fare a Rocco Siffredi in un film con Bobbi Starr, e quindi lui volle fare la stessa cosa, soltanto che al posto della Starr c’ero io; praticamente mi afferrò per i capelli e mi portò in bagno (eravamo a casa dei miei genitori, loro non c’erano e quindi avevamo casa libera per fare ogni tipo di porcata), una volta giunti in bagno mi fece inginocchiare e mi infilò la testa nella tazza del cesso e poi tirò lo sciacquone, e nel frattempo iniziò a incularmi, e ogni tanto mi tirava su la testa fradicia per farmi riprendere fiato, e poi di nuovo giù, andando avanti in quel modo per quasi dieci minuti. Io con la testa infilata nel cesso e lui che mi penetrava dietro. Moana non avrebbe mai permesso a nessuno di dedicarle un trattamento del genere, per questo il paragone di Stefano tra me e lei non reggeva.
   Lo devo ammettere, non sono stata una figlia esemplare.

giovedì 18 aprile 2019

Il risultato delle perversioni

di mia madre. 

(in foto: Celeste, Suze.Net)


[postato da Moana]

   Il papà di mia madre era morto. Il giorno del funerale al cimitero c’era un sacco di gente. Nonostante il triste evento lei era bellissima; era vestita tutta di nero, con un abito elegante insolitamente corto per un funerale. Sotto portava le scarpe col tacco e le calze autoreggenti. E il vestito era così stretto che si poteva vedere la forma del perizoma. E i suoi occhi stanchi erano nascosti da un paio di occhiali da sole a goccia. Mia madre sapeva essere provocante e porca anche nei momenti meno opportuni. E mentre portavano la bara nella cappella di famiglia lei si teneva sotto braccio a sua sorella Meggie. Anche lei era molto provata, ma a differenza di mia madre era vestita in modo più sobrio.
   Mia zia era molto diversa da mia madre; era bella, stupenda, e questo nessuno poteva metterlo in dubbio, però non era così appariscente come mia madre, non aveva le stesse forme generose. Tra loro c’era sempre stato un ottimo rapporto, e anche se mia madre era la sorella maggiore era stata Meggie a ricoprirne il ruolo fin dal principio, perché mia zia è sempre stata una donna con la testa sulle spalle, fin da ragazza, a differenza di mia madre che senza ombra di dubbio molto spesso aveva agito con molta incoscienza. A differenza di mia madre, mia zia Maggie non si è mai data via con tanta leggerezza. Invece, come sapete, lei era specializzata in questo. E mia zia lo sapeva, perché a lei mia madre raccontava tutto, ma proprio tutto, penetrazioni anali, cumshot, spagnole, e lei non faceva che metterla in guardia, le diceva di fare attenzione perché ci sono alcuni uomini per cui non vale la pena sporcarsi la bocca.
   Comunque percepivo nell’aria una certa tensione, non tanto per il fatto in se della morte di mio nonno, quanto per via dell’ostilità che c’era nei confronti di mia madre, che secondo il giudizio delle persone era stata la causa di ogni sofferenza di mio nonno. Non era mai riuscita a tenere le cosce chiuse per più di due minuti, ecco qual’era il problema. Mia madre non aveva rispettato uno dei comandamenti più importanti: “onora il padre”. E invece lei l’aveva disonorato dandosi via in modo sconsiderato.
   Al funerale, come dicevo prima, c’era molte persone, la maggior parte erano parenti e amici di mio nonno, e mi accorsi che tutti quanti guardavano mia madre di traverso, perché appunto lei era la figlia degenerata che non aveva fatto altro che causare preoccupazioni e vergogna. Era molto probabile che anche mia madre avesse percepito quell’ostilità, ma forse ci era abituata, chi lo sa.
   Ad un certo punto però mi accorsi che allo stesso modo di come guardavano lei stavano guardando anche me. Anche io ai loro occhi dovevo essere una degenerata, perché ero il risultato delle perversioni di mia madre. È sempre circolata una voce sul mio conto, ovviamente falsa, che diceva che io ero stata concepita durante una gangbang, quindi non vi era certezza per quanto riguarda l’identità del mio vero papà. Erano in molti a credere a quella storia, ma come sapete si sbagliavano; io un papà ce l’avevo.
   Era una sensazione terribile, perché mi sentivo sotto processo anche se non avevo fatto nulla di male. E probabilmente ad essere sotto accusa non eravamo soltanto io e mia madre, ma tutta la nostra famiglia sui generis. La nostra unica colpa era quella di non essere una famiglia tradizionale, una di quelle che si vedono nelle pubblicità delle merendine. Noi eravamo diversi, eravamo degenerati.
   Dopo il funerale le persone iniziarono a sparpagliarsi e poi ad andarsene. E mia madre invece rimase lì davanti alla cappella di famiglia ancora un po', insieme a mio padre, che le teneva una mano e le diceva di farsi forza. Poi dopo un po' riuscimmo a convincerla che era meglio andare via. Quindi ci avviammo verso il viale principale del cimitero, e ad un certo punto l’attenzione di mia madre fu catturata da una tomba, e quindi volle avvicinarsi e leggere il nome del defunto, e poi vide la data del decesso. Era deceduto il mese precedente.
   “Guarda tesoro, era il nostro dirimpettaio” disse. “Poverino, è morto anche lui. In effetti era da parecchio che non lo vedevo alla finestra”.
   “Sì, in effetti anche io era da un bel po' che non lo vedevo” rispose mio padre. “Era come uno di famiglia, povero diavolo”.
   “Sì, infatti. Gli piaceva così tanto spiare la nostra vita intima… e noi lo abbiamo sempre accontentato, perché in fin dei conti era eccitante farlo”.
   Lo conoscevo anche io il povero diavolo di cui stavano parlando; quando abitavo ancora a casa dei miei spesso e volentieri spiava anche me, e io lo lasciavo fare, perché in fin dei conti siamo una famiglia di esibizionisti. Magari ero fuori in terrazzo a prendere il sole nuda e lui era lì a spiarmi tutto il tempo. E non mi dispiaceva, anzi, lo trovavo molto eccitante. E sono sicura che era lo stesso anche per mia madre. Ma adesso lui non c’era più, e questa cosa ci intristì ulteriormente, perché aveva ragione mio padre quando diceva che era stato come uno di famiglia. Il suo occhio voyeur ci aveva fatto compagnia per molti anni.
   Obiettivamente era un periodo piuttosto sfavorevole per mia madre; per fortuna che c’era lui, il mio papà guardone. Perché sì, magari era anche un guardone, un uomo a cui piace vedere la propria donna avere rapporti con altri uomini, però era l’unico uomo che era stato in grado di dimostrare a mia madre un grandissimo rispetto. Non è una cosa scontata, perché per esempio il mio papà biologico, ovvero Giuliano, a mio parere non aveva mai rispettato mia madre. Per lui mia madre era più che altro una specie di bambolina da dominare. Invece con il papà da cui ero stata cresciuta, cioè Stefano, il rapporto era molto diverso. Lui la venerava, la rispettava. Qualcuno potrebbe obiettare che dare via la propria donna ad un altro uomo non è una cosa rispettosa, ma io non sono d’accordo. Quello che facevano a letto era un gioco, era un modo per stimolare la loro vita matrimoniale che altrimenti sarebbe stata piatta e monotona, e naturalmente era un gioco voluto da entrambi. Insomma, in due parole, quando c’è il consenso di tutti e due c’è anche il rispetto. Punto. Ma questa è soltanto la mia opinione.

  

martedì 16 aprile 2019

Non permettere a nessuno

di farle del male.

(in foto: Ava Addams, Getting Her Beauty Peep, Brazzers.com)


[postato da Stefano]

   “Ti ho sempre odiato con tutto me stesso” mi disse il padre di Sabri, “perché ti ritenevo responsabile di aver trasformato mia figlia in una degenerata. Credevo che fossi soltanto uno dei tanti che si approfittavano di lei. Ma adesso non lo credo più. Mia figlia è felice, e tutto il resto non importa. Volevo dirti soltanto questo: abbi cura di lei, qualsiasi cosa succeda. Non permettere a nessuno di farle del male”.
   Nel frattempo erano arrivati anche Rocco e Moana. Erano sulla porta e aspettavano di poter entrare, per salutare il nonno che non avevano mai avuto la possibilità di conoscere, perché lui si era sempre negato. Riteneva che i nostri figli fossero il risultato delle perversioni di Sabrina. Ma adesso le cose erano notevolmente cambiate. Gli fece segno di avvicinarsi, e quindi loro entrarono e io li lasciai da soli con lui.
   Uscii dalla stanza e Sabrina volle sapere cosa mi aveva detto.
   “Mi ha chiesto di avere cura di te, e di non permettere a nessuno di farti del male”.
   “E tu lo farai?” mi chiese guardandomi negli occhi.
   “Io l’ho sempre fatto”.
   Lungo il tragitto verso casa Sabrina era quasi sicura che non lo avrebbe più rivisto. E ad un certo punto fece una cosa che non mi sarei mai aspettato; prese l’i-phone e telefonò a Ricky, l’amico di nostro figlio Rocco con cui il giorno prima aveva avuto un rapporto completo. Lo invitò a cena da noi. Le chiesi il motivo per cui lo aveva fatto e lei mi rispose che ne aveva bisogno. Certamente l’avrebbe aiutata a non pensare alle gravi condizioni di suo padre.
   E così Ricky venne da noi nel pomeriggio, verso le sei. E la mia presenza lo destabilizzò, perché credeva che sarebbe stato da solo con Sabrina. E quando lei andò a preparare un aperitivo per tutti e tre rimasi da solo con lui, e non potetti fare a meno di notare il suo imbarazzo.
   “Mi dispiace che in mia presenza non ti senti a tuo agio” gli dissi. “Ma sappi che non devi preoccuparti. Cerca di rilassarti. Sabrina mi ha detto tutto, e non ci trovo niente di male in quello che avete fatto. Sinceramente mi fa piacere se ogni tanto mia moglie ha la possibilità di divertirsi con altri uomini. Non sono uno di quei mariti che vuole la propria donna tutta per se. Sarebbe un peccato proibirle di concedersi anche ad altri, non credi?”.
   Sabrina ritornò con i nostri aperitivi, e restammo in soggiorno a parlare. Chiesi a Ricky di cosa si occupasse.
   “Ma come, non lo sai?” mi chiese Sabri. “Ricky ha studiato cucina insieme a nostro figlio Rocco. E quindi è uno chef, proprio come nostro figlio”.
   A quel punto mi venne l’idea. Avrei chiesto a lui di sostituirmi al ristorante, così mi sarei dedicato completamente a mia moglie, e avrei passato del tempo con lei sulla barca che avevo acquistato di recente. Però prima volevo metterlo alla prova. Volevo sapere se era abbastanza valido. Quindi gli proposi l’accordo, e lui mi disse che gli interessava, e allora gli chiesi di farmi vedere cosa sapeva fare. La cena l’avrebbe preparata lui, così mi avrebbe dato una prova delle sue capacità. E devo dire che si dimostrò davvero all’altezza. Aveva molta fantasia e dimistichezza. Per me poteva andare. E dopo cena Ricky e Sabrina si misero a fare l’amore sul divano del soggiorno, e lei era sdraiata sulla schiena e aveva le gambe aperte e lui la penetrava con decisione, fino a quando ad un certo punto lo fece uscire e iniziò a sborrare, e gli schizzi finirono sulle tette di Sabrina, e un paio raggiunsero il suo viso. Uno in particolare la prese in un occhio, e allora a quel punto Ricky l’aiutò a toglierlo via.
   “Mi scusi signora Sabrina, non volevo! Accidenti”.
   “Non preoccuparti” le rispose mia moglie. “Può capitare. Soprattutto considerando la consistenza delle tue cumshot”.
   Ma la monta non era ancora finita, perché Ricky ce l’aveva ancora duro, e allora lo rimise dentro mia moglie e riprese a scoparsela. Era decisamente un maschio alpha, si vedeva dalla sua incredibile padronanza nel fare l’amore. Metteva Sabrina in posizioni davvero pazzesche, girandosela e rigirandosela come voleva. Ad un certo punto si mise a scoparsela in piedi, tenendole una gamba sollevata e alternandosi tra figa e culo. Ogni tanto si fermavano per riprendere fiato, e poi ripartivano. E io guardavo lo spettacolo più bello del mondo: lo spettacolo dell’amore tra una bellissima cinquantenne e un giovane e aitante stallone da monta di vent’anni. Era così bello che sia io che Sabrina ci dimenticammo di quello che stava accadendo, della tragicità di quei momenti.
   La monta si concluse con una copiosa cumshot sul viso di Sabri. Fu lei a chiederglielo, e lui in principio le disse che non le sembrava rispettoso farlo. Poi però si lasciò convincere.
   “Sarebbe irrispettoso se tu lo facessi fregandotene di conoscere il mio parere riguardo al ricevere il tuo sperma in faccia. Ma dal momento che te lo sto chiedendo io vuol dire che mi fa piacere. Quindi procedi pure”.
   E così Ricky si lasciò andare e fece la cumshot. Purtroppo quel momento di piacere durò soltanto un altro paio di minuti; la natura delle cose prese il sopravvento, e Meggie, la sorella di Sabrina telefonò per dirci quello che era appena accaduto: il padre era morto.
   Vidi mia moglie piegarsi in due dal dolore sul divano, come se qualcuno le avesse dato un pugno allo stomaco. E poi iniziò a lamentarsi e a chiedersi perché, e continuò a ripeterlo come una specie di cantilena, fino a quando poi cominciò a piangere, e Ricky non sapeva come comportarsi, perché non aveva capito nulla di quello che era appena successo.
   “È tutto ok, Ricky” gli dissi. “Sabrina ha appena avuto una brutta notizia. Si riprenderà presto, vedrai. Ora è meglio se vai. Ci vediamo dopodomani al ristorante, tieniti pronto a cominciare”.
   A quel punto si rivestì e prima di andarsene si sentì in obbligo di dire qualcosa, e allora accarezzò un braccio di Sabrina, che intanto continuava a starsene piegata sul divano, in preda ad un pianto straziante.
   “Non si preoccupi signora Sabrina, vedrà che ogni cosa si aggiusterà da sola”.
   Ma lei non gli rispose. In quel momento era così frastornata dal dolore che probabilmente non lo aveva neppure sentito.

sabato 13 aprile 2019

Una figlia vacca

e un padre disonorato.

(in foto: Chloe Vevrier, Young Chloe, ChloesWorld.com)

 
[postato da Sabrina]

   Il giorno dopo decisi di andare da mio padre, che quella notte era stato ricoverato d’urgenza in ospedale. Non lo vedevo da trent’anni. Non lo sapevo perché ci stavo andando, dal momento che ero quasi sicura che la mia presenza non sarebbe stata di suo gradimento. Però era come se mi sentissi in dovere di farlo. E forse perché sapevo che c’era la possibilità che non sarebbe durato molto, e quindi volevo vederlo per l’ultima volta e mettermi a posto con la coscienza.
   Stefano decise di venire con me, per starmi accanto in quel momento così difficile. Ma lo misi in guardia; gli dissi che sarebbe potuto accadere di tutto. Mio padre non aveva mai accettato quello che ero diventata. Diceva che quello che facevo con gli uomini mi aveva reso la vergogna della famiglia. E quindi molto probabilmente mi avrebbe mandata via, mi avrebbe detto la stessa cosa che mi disse trent’anni fa, e cioè che non voleva più vedermi.
   Ricordo quel giorno come se fosse ieri; me lo disse con un odio così profondo da farmi venire i brividi. Piansi a dirotto per diversi giorni, e quindi presi la decisione di andare a vivere con Stefano. Era l’unica cosa che potevo fare. Non ero più gradita in casa dei miei, quindi era meglio togliermi dai piedi. Con mia madre però era tutto ok; per lei non era stato un problema accettare il fatto che avessi una vita intima piuttosto movimentata. Spesso mi diceva: “non permettere a nessuno di dirti come devi vivere la tua vita”. Ho sempre apprezzato quel suo insegnamento, che poi ho cercato di trasmettere anche ai miei figli.
   Mia sorella era già in ospedale, e al mio arrivo mi disse subito che avevo fatto la cosa giusta. Maggie, così si chiamava (era il diminutivo di Margherita), era in compagnia di mia madre, la quale mi disse che nostro padre aveva il “male”. Così lo definì, pur di non nominare il termine esatto. I medici non lo sapevano quanto altro tempo gli restava da vivere. 
   “Hai avvisato i ragazzi?” mi chiese Maggie riferendosi ai nostri figli, Rocco e Moana.
   “Sì ma non credo che verranno” risposi. “Lo sai che nostro padre non ha mai voluto averci nulla a che fare. Diceva che erano il frutto dei peccati che ho commesso, il risultato delle mie perversioni”. 
   Mia madre mi disse che era meglio se andavo da lui. Mi disse il numero della stanza in cui era ricoverato. Dovevo farlo, ma non mi sentivo pronta. Così andai a prendere un caffè insieme a Stefano, e poi a fumare una sigaretta. Stefano mi disse che si sentiva responsabile di tutto quanto. Gli chiesi di spiegarsi meglio, e allora lui continuò dicendomi che era colpa sua se mio padre mi odiava.
   “Per quale motivo dovrebbe essere colpa tua?”.
   “Perché ti ho incoraggiata a ridiventare Sabrina Bocca e Culo. Quando ci siamo messi insieme avevi cercato di dimenticare quello che eri stata, e io invece ti ho spinta a ritornare ad essere quello che eri. È stato a quel punto che tuo padre ha scoperto tutto, se ricordi bene. Quindi è per questo che dico che è tutta colpa mia”.
   “Smettila di dire queste idiozie. Non sei stato tu ad incoraggiarmi a ritornare ad essere Sabrina Bocca e Culo. Io ero già, e lo sono tutt’ora, Sabrina Bocca e Culo. Con o senza di te sarei continuata ad esserlo, perché io sono fatta così. Sono una gran puttana, e mio padre non è mai riuscito a farsene una ragione”.
   Dopo la sigaretta mi feci forza e mi avviai verso la stanza di mio padre. Da sola. Stefano mi aveva chiesto se volevo che venisse con me, ma io gli avevo detto di no. Era una questione soltanto tra me e lui. E quando entrai lo vidi sul letto, mezzo morto, con la pelle bianca come la neve, ma ancora in grado di ragionare. Era pieno di aghi e fili dappertutto. Rimasi sulla porta a guardarlo, e ammetto che nonostante la situazione drammatica lo stavo guardando con gli occhi pieni di rabbia e disprezzo. Mi sentivo male soltanto per questo, perché non riuscivo a provare compassione o affetto, soltanto odio, perché nel rivederlo ebbi l’impressione di sentire di nuovo la sua voce che mi gridava che avevo gettato nel fango il buon nome della famiglia.
   Lui si accorse di me e vidi i suoi occhi riempirsi di lacrime, e alzò una mano verso di me. E bofonchiò qualcosa, ma io non capii, e allora feci un passo in avanti e gli chiesi di ripetere. E allora lui disse: “perdonami, tesoro mio”. A quel punto corsi verso di lui e lo abbracciai stringendolo forte, con tutte le energie che avevo in quel momento e piansi anche io, a dirotto come trent’anni fa, quando mi disse quella cosa bruttissima.
   “Non è successo niente, papà” gli dissi. “Niente. È tutto ok”.
   “Quanto sei bella, Sabrina. Soltanto adesso mi rendo conto di quanto sono stato stupido. Ero accecato dalla gelosia, e immaginarti preda di uomini senza scrupoli era un vero tormento”.
   “Non ci pensare più, papà. Sono qui adesso, ed è tutto risolto”.
   In quel momento pensai a quando avevo sedici anni. In quel periodo facevo i compiti con la radio accesa, e quando passava una canzone di Ligabue la cantavo sempre a squarciagola. E mio padre doveva essersene accorto, perché al mio compleanno mi regalò tutti i suoi dischi. Li custodivo ancora con molta attenzione, e ogni volta che li ascoltavo non potevo che pensare proprio a mio padre. Prima di scoprire la mia vera identità lui mi adorava. Poi qualcosa era cambiato; si era accorto che la sua bambina era diventata una sporcacciona che dava via il proprio corpo in maniera indiscriminata. E ovviamente non era mai riuscito a sopportarlo.
   Ad un certo punto decisi di uscire dalla stanza, ma prima mio padre mi fece una richiesta ben precisa. Fuori c’era Stefano che mi stava aspettando, e le mie guance erano tutte striate di nero a causa delle lacrime che avevano sciolto l’eyeliner. Quando mi vide mi strinse tra le sue braccia e gli dissi che mio padre voleva parlargli.
   “A me?” mi chiese.
   “Sì” risposi. “Ti prego, vai da lui”.

giovedì 11 aprile 2019

Un flipper di emozioni.

Eccitazione, rabbia e poi di nuovo eccitazione. 

(in foto: Alison Tyler, Big Tit Centerfolds 2, EvilAngel.com)


[postato da Stefano]

   Al mio rientro a casa, quando Giuliano viveva ancora con noi, di solito trovavo mia moglie a letto con lui. Diciamo che c’erano il novanta per cento delle possibilità. Adesso che se n’era andato ovviamente le cose erano cambiate, e Sabrina aveva preso l’abitudine di aspettarmi alzata; io rientravo generalmente verso mezzanotte, e lei aveva già cenato, io invece no, però lei mi faceva compagnia, e io le raccontavo come erano andate le cose al ristorante, e lei poi mi raccontava della sua giornata.
   Quella sera, come al solito, aspettò il mio rientro. Aveva una vestaglia di satin viola che le stava un incanto, e la cintola era leggermente allentata, per cui le sue enormi tette erano in parte fuori. E mentre io le raccontavo come era andato il mio lavoro lei mi fissava con un sorriso di complicità. Il tipico sguardo sensuale che aveva ogni volta che voleva farsi montare. Ma non era per quello che mi guardava in quel modo, piuttosto perché voleva dirmi cosa aveva fatto quel giorno.
   “Sai cosa ho fatto io, invece?” mi chiese.
   “Cosa?”.
   “Ho fatto la moglie puttana”.
   Come ogni volta che c’era una situazione del genere il mio cuore iniziò ad avere una discreta attività sussultoria. Sapere che Sabrina era andata a letto con qualcuno mi dava sempre delle emozioni molto contrastanti; principalmente mi sentivo eccitato, poi improvvisamente subentrava la gelosia, una gelosia folle e incontrollabile, e avrei voluto afferrarla per i capelli e urlargli in faccia quanto era puttana, ma poi non lo facevo, perché la gelosia cedeva di nuovo il posto all’eccitazione. Insomma, in qualche modo i tradimenti (e le relative confessioni) di Sabrina erano come delle palline di un flipper, che sbattevano in ogni angolo del mio cuore e del mio cervello, attivando dentro di me una miriade di emozioni diverse: eccitazione, gelosia, paura, curiosità, insofferenza e poi di nuovo eccitazione.
   “Cosa hai fatto?” le chiesi cercando di mostrarmi quanto più calmo possibile, ma era evidente che ero molto turbato, e lei se ne accorse e mi sorrise perché il suo gioco stava funzionando. Sì, perché per lei il suo tentativo di provocarmi raccontandomi le sue scappatelle era una specie di gioco. E quando lo faceva per me era una specie di dolce agonia, come se Sabrina mi stesse infilzato con una spada e poi sadicamente si divertisse a darmi il tormento girando e rigirando la lama all’interno della ferita.
   “Ebbene, stamattina ero sul corso a fare spese e chi ti incontro? Te lo ricordi Ricky, l’amichetto di nostro figlio Rocco? Proprio lui. Dovresti vedere com’è diventato. È proprio un gran bel manzo. E sai, è stato più forte di me, l’ho invitato qui da noi e… ci siamo fatti una bella scopata”.
   “Non è vero” risposi, e diversamente dal solito ebbi l’impressione che in me questa volta il sentimento preponderante fosse la gelosia. “Non ci credo, lo stai dicendo soltanto per provocarmi!”.
   “Mi dispiace deluderti ma… è tutto vero. E ti dirò di più: mi ha fatto il servizio completo, sia davanti che dietro”. 
   “Bugiarda” dissi con un filo di voce, e poi mi alzai da tavola e iniziai a sparecchiare portando il mio piatto sporco e il bicchiere nel lavandino.
   “Puoi chiamarmi bugiarda quanto ti pare, ma tanto lo sai benissimo che quello che ho detto è vero”.
   Ad un certo punto andai verso di lei, e Sabrina si alzò dalla sedia consapevole che stava per accadere ciò che aveva previsto, e io le afferrai la cintola della vestaglia di satin e gliela allentai mettendo a nudo il suo corpo prosperoso. L’eccitazione aveva decisamente preso il posto della gelosia, come sempre, e allora feci piegare Sabrina in avanti sul tavolo della cucina tenendola ferma con una mano premuta sulla schiena, e mi tirai giù i pantaloni e gli slip, e iniziai a scoparmela furiosamente.
   Decisi di venire come Ricky, il quale le aveva fatto una cumshot sulle natiche, e quindi io feci lo stesso. Pensai che se lo aveva fatto lui lo dovevo fare anche io, forse inconsciamente pensavo che in qualche modo questa cosa avrebbe ristabilito l’ordine delle cose; ero io il marito di Sabrina, non lui. Lui era stato soltanto un “capriccio”.
   E dopo l’eiaculazione i sentimenti di gelosia ed eccitazione lasciarono il posto all’amore, e allora ce ne andammo a letto a coccolarci e a ricoprirci di frasi zuccherose. Dissi a Sabrina che sarebbe stato bello fare una cena insieme a Ricky, e poi… e poi ovviamente lei dopo cena avrebbe potuto offrirgli il “dessert”. Però questa volta lo avrebbe fatto in mia presenza. Sentirmelo raccontare era stato eccitante, ma sarebbe stato ancora meglio poterla vedere in azione.
   Ovviamente Sabrina mi disse subito di sì, che la cena si poteva fare. E mentre ne parlavamo il suo i-phone iniziò a squillare. Era passata la mezzanotte, per cui doveva essere una telefonata importante. Era sua sorella che la informava che loro padre era stato ricoverato d’urgenza.
   Sabrina chiuse la conversazione e il suo umore per ovvi motivi cambiò radicalmente. Aveva sempre avuto un pessimo rapporto con suo padre; una volta lui, quando Sabri era una ragazza, le aveva detto che era la vergogna della famiglia, perché aveva scoperto che in città tutti la chiamavano con un appellativo molto umiliante: Bocca e Culo. E quindi lei era stata costretta ad andare via di casa, perché lui le aveva detto che non voleva più vederla, e da quel momento avevano cominciato ad ignorarsi a vicenda. Soltanto con sua madre aveva continuato ad avere un legame. Anche lei era a conoscenza della vivace vita intima di sua figlia, ma non era stato un problema accettarlo. D’altronde la madre di Sabrina era sempre stata una donna molto aperta; negli anni settanta era stata la cantante di uno dei tanti gruppi rock che in quel periodo nascevano come funghi. E avevano anche inciso due dischi. Poi però a causa di alcuni dissapori interni il gruppo si era sciolto, e la madre di Sabrina aveva deciso di ritirarsi dalle scene.
   Mia moglie era sconvolta per quella notizia che aveva appena ricevuto. Spesso mi aveva detto delle cose bruttissime sul conto di suo padre; cose che non mi va neppure di ripetere, perché sono cose davvero molto cattive che una figlia non dovrebbe dire. Eppure in quel momento Sabrina sembrava molto amareggiata, perché sapeva che suo padre era in ospedale e lei non poteva andare a fargli visita, perché era quasi certa che lui non avrebbe gradito la sua presenza.