venerdì 2 marzo 2018

La quiete dopo la tempesta.

La quiete dopo la tempesta. 


   Mio padre era accecato dalla gelosia e stava quasi per menare Berni. Fu mia madre a frenarlo, dicendogli che non c’era nulla di male se io facevo l’amore con il mio fidanzato. Ma probabilmente per un padre è difficile accettare una cosa del genere. Soprattutto è difficile “assistere” ad una cosa del genere. Mia madre invece ci era abituata. Non era la prima volta che mi beccava a fare l’amore. Mi aveva pizzicata un sacco di volte, soprattutto quando ancora non ero fidanzata con Berni, quando allietavo le mie giornate sollazzandomi con amanti occasionali. Quindi per lei era piuttosto normale vedermi fare certe cose. E poi in fin dei conti che male c’era? Non è che io e Berni stavamo facendo nulla di male. Eravamo innamorati e a breve ci saremo sposati, per cui era del tutto normale se ogni tanto facevamo l’amore. Quindi non avevamo nulla di cui vergognarci. Lo stesso discorso valeva anche per i miei genitori. Anche loro non avevano nulla di cui vergognarsi. D’altronde anche noi avevamo pizzicato loro mentre lo facevano. Ma perché provare disagio per essere stati scoperti a fare una cosa così naturale come l’amore?
   Per fortuna dopo la tempesta venne la quiete e si placarono gli animi. Mio padre andò a fare la doccia e Berni invece si rivestì e se ne ritornò a casa nostra. Io lo avrei raggiunto l’indomani; non avevo voglia di rivestirmi e andarmene via. Così me ne rimasi accoccolata sul divano insieme a mia madre, entrambe a goderci il torpore del recente orgasmo che avevamo avuto. Lei mi teneva abbracciata a se e io sentivo il calore del suo corpo (soprattutto delle sue grosse tette) contro la mia schiena. Lei infatti mi stava dietro, e mi tempestava il collo e le spalle di baci. Dopo essere stata appagata sessualmente mia madre diventava appiccicosa e incredibilmente dolce. E io non potevo fare a meno di godermi passivamente tutte le sue amorevoli attenzioni. E nel mentre mi baciava dietro il collo, con una mano mi accarezzava un fianco, salendo fino alle mie tette e divertendosi a punzecchiarmi i capezzoli. Poi sentii la sua mano scendere giù e infilarsi tra le mie gambe, e le sue dita si infilarono tra le mie labbra di sotto, dapprima solo due, poi diventarono quattro. Poi le fece uscire, e vidi chiaramente che erano imbrattate della sborra di Berni. Se ne accorse anche mia madre, che sollevò la mano e dopo averla esaminata se la portò in bocca. Ero scioccata da ciò che aveva appena fatto.
   “Mamma! Questa è la cosa più porca, più immorale e più imbarazzante che abbia mai visto fare”.
   “Addirittura!” rispose lei divertita. “Volevo solo sentire che sapore ha il tuo Berni. E devo dire che ha un sapore davvero niente male”.
   “Oddio, mamma… ma tu sei…” non sapevo cosa dire, quella cosa che aveva fatto era davvero surreale. “Tu sei… sei veramente una porca. Non posso credere a quello che hai appena fatto. Hai messo in bocca la sborra del mio fidanzato!”.
   “E allora?” domandò lei come se nulla fosse. “Non ci sono mica andata a letto insieme”.
   “Ci mancherebbe soltanto questo, vacca che non sei altro”.
   “Ehi!” esclamò mia madre scoppiando a ridere. “Ma è questo il modo di rivolgerti a tua madre? Mettiamo il caso che io fossi davvero andata a letto con Berni, tu come ti comporteresti?”.
   “Probabilmente non ti rivolgerei più la parola”.
   “Accidenti, sei gelosa fino a questo punto?”.
   Ebbene sì, questo è un mio aspetto che non molti conoscono. Ma l’idea che Berni potesse tradirmi con un’altra ragazza mi faceva saltare i nervi. Per fortuna non mi aveva mai dato questo genere di preoccupazioni, nel senso che Berni non aveva la tendenza a fare lo stronzo con le altre ragazze.
   “Perché, tu non sei gelosa dei miei due papà?” le chiesi.
   “Del tuo papà biologico sì, un pochino lo sono. Perché so benissimo che non riesce a resistere alle tentazioni. Invece dell’altro tuo papà no, perché non mi ha mai dato modo di essere gelosa”.
   In effetti avere un marito cuckold aveva molti vantaggi, tra cui appunto il fatto di non dover avere la preoccupazione di poter essere cornificata. Invece il mio papà biologico, lui non sapeva proprio resistere. Gli piaceva così tanto la gnocca che per questo motivo non era mai riuscito ad avere una relazione fissa. I miei due papà erano così diversi l’uno dall’altro, e mia madre proprio non ne poteva fare a meno di amarli entrambi.
   Dopo aver chiacchierato a lungo decidemmo di andarcene a dormire, e io mi misi a letto coi miei genitori. Eravamo così stanchi che ci addormentammo subito senza neppure vestirci. Io ero in mezzo a loro due, con mia madre che mi teneva stretta a se e mio padre su un fianco rivolto verso di me, con un braccio sulla mia pancia. Mi svegliai alle sette del mattino, con mio padre che c’aveva un erezione da paura premuta contro la mia gamba. Ragazzi, quanto ero grosso! Era normale che mia madre fosse innamorata di lui. Il mio papà biologico, viste anche le dimensioni del suo cazzone, doveva rappresentare per lei “il sesso”, e invece l’altro mio papà era “l’amore”. Diciamo che il mio papà biologico, con la sua potenza sessuale e le incredibili dimensioni del cazzo, in qualche modo sopperiva al fatto che l’altro mio papà non era propriamente colui che si definisce uno stallone da monta. Però, e forse era per questo che aveva deciso di sposarlo, soltanto lui era in grado di farla sentire una donna amata. E questo non è poco.
   Comunque ero così incantata dal grosso cazzo del mio papà biologico che non potetti fare a meno di prenderlo in mano con delicatezza. Ebbi la sensazione di avere tra le dita un potente strumento del piacere femminile. Era tutto contornato da spesse vene verdi che pompavano sangue in continuazione e che lo facevano stare fieramente dritto. Chissà quante donne aveva fatto godere con quel bazooka. Mia madre era proprio fortunata.
   Senza rendermene conto, e forse rispondendo ad un istinto naturale, cominciai ad accarezzarlo con amore, in tutta la sua sproporzionata grandezza, fino alle sue palle taurine (dico taurine perché mi diedero proprio l’impressione di trovarmi di fronte alle grosse palle di un toro da monta). Beh, forse era giunta l’ora di mettermi in piedi, altrimenti mi ci sarei dovuta attaccare con la bocca per quanta voglia mi stava facendo venire. Ma prima di uscire dalla camera da letto lo afferrai di nuovo dalla base e gli diedi un bacio a timbro sul glande turgido e caldo, che dio solo sa quante volte aveva penetrato il condotto anale di mia madre.
   “Ti voglio bene papà” gli sussurrai, ma lui dormiva ancora. 

Moana.

venerdì 23 febbraio 2018

Sottomissione totale.

Sottomissione totale.

(in foto: sorokinofoto.ru)


   Quella sera ritornai a casa dei miei genitori; Berni ancora non si era fatto vivo, e iniziavo seriamente a preoccuparmi. Da quando avevamo litigato era scomparso e aveva addirittura spento il telefono. A cena ne parlai con mia madre; eravamo soltanto noi due e mio cugino Erri. I miei due papà erano a lavoro. Di solito rientravano non prima delle dieci di sera. Mia madre mi disse che riguardo a Berni non c’era da preoccuparsi. Presto si sarebbe fatto vivo lui. Forse aveva soltanto bisogno di riflettere.
   Dopo cena mia madre se ne andò in camera da letto, e dopo dieci minuti andai a farle compagnia. Era davanti alla specchiera che si stava pettinando i capelli; indossava una delle sue vestaglie da notte trasparenti che nascondevano ben poco, anzi a dirla tutta era come se non c’avesse niente addosso. Infatti si vedeva tutto. Ma d’altronde lei non aveva niente da nascondere. Conoscevo bene il suo corpo. Come ben sapete nella mia famiglia lo stare nudi non era mai stato motivo di imbarazzo. Avevo visto i miei genitori senza vestiti centinaia di volte, e loro avevano visto me, per cui non c’era proprio nulla da nascondere.
   “Tesoro” esultò mia madre quando si accorse di me. Mi guardò attraverso lo specchio e continuò a pettinarsi. “Come mai da queste parti?”.
   In effetti non era mia abitudine intrufolarmi nella camera da letto dei miei, a meno che non ci fosse un valido motivo per farlo. E quella sera il motivo era che avevo voglia di parlare con lei. La raggiunsi e mi misi dietro di lei e iniziai a guardarla anche io attraverso lo specchio, e lei allo stesso modo guardava me, ma con un sorriso di circostanza, quasi come se stesse per chiedermi cosa avessi da guardarla in quel modo. Ma non lo fece. Piuttosto si scostò i capelli di lato e piegò leggermente il collo verso sinistra per pettinarsi meglio, e a quel punto lo vidi, era lì, proprio davanti ai miei occhi,  dietro il suo collo, il marchio impresso sulla sua pelle, il marchio che indicava che lei apparteneva ad un uomo, e cioè al mio papà biologico, l’iniziale del suo nome, quella G stilizzata, era lì a dirlo al mondo intero: questa donna appartiene a me. Rimasi a fissarla per tutto il tempo che lei impiegò per pettinarsi i capelli, chiedendomi come fosse possibile che una donna potesse piegarsi ad un uomo in quel modo.
   “Se tu potessi tornare indietro nel tempo, lo rifaresti?” le chiesi.
   “Che cosa?” domandò divertita.
   “Il tatuaggio che hai dietro il collo” risposi. “Voglio dire, non è una cosa da poco. È una specie di marchio indelebile che denota chiaramente la tua totale sottomissione ad un uomo”.
   “Moana, ma che dici?” mi domandò lei incredula e quasi inorridita da ciò che stavo dicendo. “Ma cosa ti salta in testa? Totale sottomissione? Non posso credere che tu abbia detto una cosa del genere. Io ho fatto quel tatuaggio perché amavo tuo padre, e lo amo tutt’ora. Certamente non l’ho fatto per esprimere la mia totale sottomissione a lui”.
   A chi voleva darla a bere? Io continuavo ad essere della mia opinione, e cioè che quel tatuaggio esprimeva un concetto preciso, e cioè che lei era (e probabilmente era orgogliosa di esserlo) la schiavetta del sesso del mio papà biologico. Ma forse in lei c’era un barlume di orgoglio che in qualche modo la obbligava a dire il contrario. Ma io sapevo qual’era la verità.
   “E comunque?” la incalzai. 
   “Vuoi sapere se lo rifarei?” mi domandò un po' spazientita. “Certo che lo rifarei. Sono molto orgogliosa di averlo fatto, perché amo follemente tuo padre. Ma dimmi piuttosto, scommetto che se sei entrata nella mia camera da letto non è certo per chiedermi del mio tatuaggio”.
   “No, infatti. Volevo dirti che sono andata a trovare il mio… come dire? Nonno biologico”.
   A quel punto mia madre smise di pettinarsi e si girò verso di me a guardarmi negli occhi, interessata a sapere tutto ciò che avevo da dire. Le parlai un po' delle impressioni che avevo avuto entrando in quella casa, e cioè le dissi di aver avuto la sensazione di esserci già stata. Era stato come ritornare in un luogo a cui ero profondamente legata. 
   “Hai avuto questa sensazione forse perché è lì che sei stata concepita” mi rispose con dolcezza, quasi come se quello che le stavo dicendo le avesse ravvivato il piacevole ricordo di quando fu fecondata dal mio papà biologico. Ma io in realtà, e lei non poteva saperlo, l’avevo intuito da sola che la monta era avvenuta lì. Il punto è che avevo percepito una presenza che aveva poco a che vedere con il mio concepimento. Non so per quale motivo, ma ero quasi certa che durante la monta mia madre e mio padre non fossero soli. C’era qualcun’altro. Qualcuno che partecipava attivamente, anche se non aveva alcun ruolo riguardo al mio concepimento.
   “Mamma, ti andrebbe di raccontarmi come sono andate veramente le cose?” le chiesi, e lei sembrò un po' sorpresa, come se non sapesse cosa dire, e allora mi sorrise e mi disse che c’era ben poco da raccontare.
   “Cosa vuoi che ti dica?” rispose divertita. “Non capisco”.
   “Innanzitutto quanti eravate lì in camera di papà?”.
   “Non crederai mica a quello che dicono le persone? E cioè che sei stata concepita durante una gangbang?” mia madre era visibilmente nervosa, era come se non avesse voglia di parlarne. Il fatto è che io invece volevo sapere tutto quanto, e non me ne sarei andata senza delle risposte.
   “Allora eravate soltanto tu e lui?” mia madre non sapeva mentire, per cui se sarei riuscita a giocarmi bene le mie carte allora mi avrebbe detto ogni cosa.
   “Non proprio” mi rispose, e poi si girò di nuovo verso lo specchio continuando a fare quello che stava facendo prima, cioè pettinarsi, anche se non ne aveva più bisogno. Il suo era solo un diversivo per non guardarmi negli occhi. Per la prima volta ebbi la sensazione che mia madre aveva paura di essere giudicata. “C’era anche l’altro papà”.
   “E lui che faceva?” credevo di conoscere già la risposta, ma glielo chiesi lo stesso.
   “Guardava”. 
   “E poi c’era qualcun’altro?”.
   “Si può sapere perché mi stai facendo questo interrogatorio?” mi chiese stizzita.
   “Ti prego mamma, rispondimi. C’era qualcun’altro?”.
   “Sì, un amico”.
   “E che faceva?”.
   “Mi penetrava analmente”.
   “Cioè, papà ti penetrava davanti e lui ti penetrava dietro?”.
   “Sì”.
   “A questo punto dimmi anche chi era questo amico”.
   “Era Franco”.
  
Moana. 

mercoledì 21 febbraio 2018

Come una pin-up.

Come una pin-up.

(in foto: Eva Notty, Tata-Tastic Tastiness, DDFNetwork.com)


   Rimasi a curiosare ancora un po' nella stanza in cui mio padre aveva trascorso la sua adolescenza, e in cui aveva fatto l’amore con mia madre un’infinità di volte. Nel cassetto della scrivania trovai un pacchetto di preservativi scaduti da anni, una bustina con dell’erba dentro e infine degli album fotografici. Su uno di questi c’era scritto “Sabrina”, quindi una sbirciatina dentro era d’obbligo. Se c’era quel nome sopra voleva dire che all’interno c’erano delle fotografie che ritraevano mia madre, quindi avevo tutto il diritto di vederle. O forse no. Ma che importanza aveva? Ero da sola, e quindi potevo fare quello che volevo. E così sollevai la copertina di plastica e iniziai a sfogliare l’album, in cui effettivamente c’erano molte fotografie di mia madre nuda, al mare, in piscina, addirittura in un fienile, in ogni foto lei era sempre nuda. Nell’immagine del fienile il suo corpo era quasi abbandonato su alcune balle di fieno, e aveva le gambe oscenamente aperte e sul viso aveva un espressione che denotava un’incredibile voglia di fare l’amore. Avrà avuto all’incirca diciotto anni al tempo in cui erano state scattate quelle fotografie, e devo dire che era semplicemente divina, un concentrato di erotismo e passione che avrebbe indurito qualsiasi uomo. Aveva delle forme che avrebbero fatto invidiare qualsiasi altra ragazza della sua età. In verità mia madre era tutt’ora una gnocca colossale, ma in quelle immagini ovviamente era una gnocca colossale di diciotto anni, quindi vi lascio immaginare la porcaggine che esprimeva il suo corpo. Una macchina del sesso a tutti gli effetti.
   Ma chi aveva scattato quelle fotografie? Molto probabilmente il mio papà. E chi sennò? D’altronde l’album era custodito nel suo cassetto, quindi certamente erano fotografie che lui aveva scattato a mia madre lungo tutto il periodo in cui si erano frequentati di nascosto (e dico di nascosto per via del fatto che mio padre era fidanzato con un’altra ragazza). La cosa di cui non ero a conoscenza era appunto questa sua passione per la fotografia. E chi l’avrebbe mai detto. Credevo che il mio papà fosse appassionato soltanto di gnocca, e invece vengo a scoprire che era anche un abile fotografo.
   Mentre guardavo quelle immagini e contemplavo lo splendore del corpo di mia madre, mio nonno entrò in camera e io ebbi giusto il tempo di rimettere l’album nel cassetto e richiuderlo.
   “Ecco dov’eri finita!” esultò. “Questa era la stanza di tuo padre”.
   “Sì, l’avevo intuito” dissi. Poi feci un po' la vaga e guardai delle fotografie che erano appiccicate sul muro col nastro adesivo. Erano immagini che ritraevano mio padre insieme ai suoi amici. “Papà era appassionato di fotografia, vero?”.
   “In effetti c’è stato un periodo che a tuo padre gli era presa questa smania di fotografare tutto. E infatti al suo diciassettesimo compleanno mi chiese di regalargli una macchina fotografica”.
   “Ma quali erano i suoi soggetti preferiti?” chiesi.
   “Fotografava qualsiasi cosa. Gli piaceva soprattutto fotografare tua madre”.
   “Ah sì?” feci finta di cadere dalle nuvole. “E per quale motivo?”.
   “Beh, tesoro mio, probabilmente perché l’amava. Ricordo che una volta lo sorpresi a farle delle fotografie un po' osè. Ma forse non dovrei dirti queste cose”.
   “Nonno, a me puoi parlare liberamente. Non sono mica una bambina”.
   “Ebbene, io ero appena rientrato dal lavoro, e tua madre e tuo padre erano in giardino. Abbiamo una bella piscina in giardino, sai? Vuoi vederla?”.
   “Magari dopo. Continua il racconto per il momento”.
   “Ebbene, come ti dicevo io ero appena rientrato, e sorpresi tua madre che era in piedi sui bordi della piscina, lei era… era… tutta nuda, e aveva il corpo tutto bagnato. Probabilmente aveva appena fatto il bagno. E il tuo papà le stava scattando delle fotografie. E ricordo che lei era molto felice di farsi fotografare in quel modo, nuda, tanto che si metteva in posa, proprio come una pin-up. Era chiaro che l’idea di farsi fotografare nuda la eccitava molto”.
   “E tu cosa hai fatto?”.
   “A me non piaceva che il tuo papà facesse certe cose, e non mi piaceva neppure che tua madre si comportasse in quel modo, come una donnaccia. E quindi li ho sgridati”.
   “E loro cosa hanno fatto?”.
   “Tua madre per la vergogna è scappata a nascondersi dietro a un albero, tuo padre invece ha iniziato a cercare mille scuse per dirmi che non stavano facendo niente di male”.
   Era chiaro che mio nonno non voleva approfondire quell’episodio così interessante, perché subito mi disse di seguirlo perché appunto voleva farmi vedere la piscina che era sul retro della casa. E allora cercai di immaginarmi mia madre sui bordi della piscina, che faceva la zoccola davanti al mio papà mettendosi in pose porchissime mentre lui le scattava le fotografie. Quasi riuscivo a sentire la voce di lui che le dava indicazioni su come si doveva mettere, quale posizione porca doveva assumere, e lei che assecondava divertita ed eccitata tutte le sue direttive, inconsapevole che a breve sarebbe arrivato mio nonno, il quale l’avrebbe vista completamente nuda a fare la puttanella davanti all’obiettivo della macchina fotografica di mio padre.
   Mi chiedevo chissà quanti uomini avevano visto quelle fotografie. Conoscendo il mio papà, di certo le aveva sfoggiate a destra e a manca per pavoneggiarsi di ciò che faceva con Sabrina, conosciuta da tutti come “Bocca e Culo”, che era sicuramente una ragazza che andava a letto con chiunque, ma era chiaro che poi alla fine apparteneva soltanto ad un uomo, e cioè a mio padre. Infatti la lettera G che si era fatta tatuare dietro il collo era lì a dimostrare proprio questo, e cioè che lei apparteneva a lui. Con quella lettera mia madre aveva rinunciato alla sua indipendenza e alla sua dignità,  diventando automaticamente la schiava del sesso del mio papà biologico. Ovviamente era una cosa che io non avrei fatto mai e poi mai; succube di un uomo, io? Mi sarei cucita la patata piuttosto. Però forse parlo in questo modo soltanto perché non ero mai stata innamorata in quel modo come lo era stata lei. Mia madre era talmente cotta di mio padre che avrebbe sopportato anche le umiliazioni più ignobili.

Moana.

lunedì 19 febbraio 2018

Il luogo dove sono stata concepita.

Il luogo dove sono stata concepita.


   Mio nonno mi fece entrare in casa e mi fece accomodare nell’accogliente salotto, dove c’era una luce accecante che proveniva da una parete a vetro che dava sul cortile della villa. Mi offrì qualcosa da bere, e io accettai volentieri un succo di frutta alla pera, il mio preferito. Era così contento di conoscermi che non faceva che sorridermi senza dirmi nulla, perché probabilmente non sapeva da dove cominciare. Io ero troppo impegnata a guardarmi intorno; quella casa continuava ad avere un qualcosa di incredibilmente familiare, anche se era la prima volta che la vedevo. Non so per quale motivo, ma ero quasi certa, mi ci sarei giocata qualsiasi cosa, che era qui che ero stata concepita. Era qui che il mio papà biologico aveva messo incinta mia madre. Lo sentivo, anche se non avevo alcuna prova per dimostrarlo. Ma c’era qualcosa dentro di me che mi diceva che appunto mi trovavo nel luogo dove la mia vita era cominciata.
   “Devo proprio dirtelo, sei bellissima” mi disse mio nonno.
   “Grazie” risposi, ma ero sovrappensiero e non facevo che chiedermi dov’era avvenuta l’inseminazione. Lì nel soggiorno? Oppure di sopra, in una delle camere da letto? E quindi mi guardavo intorno e continuavo ad avere le visioni, come quelle di prima, quando ero nel cortile. Non ero uscita di senno, era solo la mia immaginazione che cercava con la fantasia di aprire un varco temporale capace di farmi vedere mia mamma ai tempi in cui frequentava la villa, cioè quando aveva diciotto anni ed era innamorata persa del mio papà biologico.
   “Assomigli proprio alla nonna” continuò. “Tu purtroppo non hai avuto modo di conoscerla, ma ti assicuro che sei il suo ritratto da giovane. Ricordo che gli uomini la trovavano irresistibile, e non facevano che guardarla, e questa cosa mi faceva diventare matto”.
   “Eri molto geloso?” gli chiesi.
   “Beh sì, abbastanza. Te l’ho detto, tua nonna era bellissima, proprio come te. E quindi gli altri uomini non facevano che ronzarle attorno”.
   Mi parlò un po' di lei, ma senza dirmi niente di nuovo, perché grosso modo erano cose che mi aveva già detto il mio papà, e cioè che mia nonna era austriaca e che a diciotto anni aveva intrapreso un viaggio nel paese che da sempre portava nel cuore, l’Italia. Dopo averlo girato in lungo e in largo aveva conosciuto mio nonno in Sicilia, il quale era lì per espletare il servizio di leva. Si sono sposati e lui è rimasto nell’esercito facendo una discreta carriera, e poi è nato mio padre e il resto più o meno lo sapete.
   “Mia madre veniva spesso qui da voi?” gli chiesi.
   “Oh sì, Sabrina era molto innamorata del tuo papà, per questo ci veniva, anche se lui era fidanzato con un’altra ragazza”.
   “E che facevano qui?” sì, lo ammetto, la domanda era piuttosto stupida, anche perché conoscevo bene la risposta. Però ero curiosa di sentirmelo dire da lui.
   “Tesoro mio, ma che domande fai?” mi chiese dolcemente. “Facevano quello che fanno gli innamorati, naturalmente. Devi sapere che il tuo papà era un vero dongiovanni. Non puoi neppure immaginare quante ragazze portava qui in casa. Ma tua madre praticamente era qui tutte le sere. In principio veniva soltanto nel fine settimana, poi ha cominciato a venire tutti i giorni. Lui non riusciva a resistere alle ragazze, ma il suo cuore batteva soltanto per tua madre”.
   Ad un certo punto squillò il telefono e mio nonno andò a rispondere. Parli del diavolo e spuntano le corna, infatti era il mio papà che ogni giorno chiamava suo padre per chiedergli se avesse bisogno di qualcosa.
   “Sai chi c’è qui con me?” aveva una voce tremolante per via del fatto che era molto emozionato. “C’è la tua Moana. Sì, è venuta a farmi visita. È una ragazza dolcissima, un vero angelo. Le mancano solo le ali. È identica a tua madre. Sembra di vedere lei da giovane”.
   E mentre era lì che parlava con lui mi alzai dal divano su cui ero seduta e me ne andai a curiosare in giro, e a cercare di catturare qualche altra visione di mia mamma. Quella casa non faceva che proiettare nella mia mente le immagini di lei; era il mio cervello che cercava di ricomporre un puzzle, e alla fine avrebbe tirato fuori un ritratto. E quindi me la immaginai che attraversava il soggiorno in cui mi trovavo in quel momento, vestita come suo solito come una puttanella di strada, la vidi raggiungere le scale che portavano di sopra, nella stanza dove sarebbe avvenuto l’amore anale e orale. La vidi salire sopra e io le andai dietro, per spiare quello che avrebbe fatto. La porcellina si apprestava ad essere montata.
   Mi ritrovai in un corridoio dove si accedeva alle varie camere da letto. La mia attenzione fu subito catturata dalla prima stanza a destra, senza sapere neppure cosa ci fosse dentro, ma davo per certo che era la stanza in cui mio padre aveva trascorso la sua adolescenza, e dove quindi faceva l’amore con mia madre. Ovviamente non potevo saperlo, ma qualcosa mi diceva che non potevo sbagliarmi. Era proprio quella la stanza. E quindi entrai dentro e la vidi, tutta illuminata dalla luce che entrava da una porta finestra che affacciava su un balcone. Alle pareti c’erano ancora attaccati i suoi poster, e sulla scrivania ancora i suoi libri di scuola come se non fossero mai stati toccati. In effetti mio padre non era mai stato una cima a scuola. Mi pare che aveva perso anche un anno, perché non aveva mai avuto tanta voglia di studiare. Era troppo preso da quella cosa che gli piaceva tanto, il sesso.
   Vidi il suo letto, dove mia madre aveva giaciuto centinaia di volte, esausta dopo un appagante rapporto anale. Ed ebbi un’altra volta l’impressione di vederla, proprio su quel letto, completamente nuda, a cavalcioni sul corpo di mio padre, in uno strano rapporto a tre. Sì, perché questa volta l’immagine che mi si presentò fu appunto quella di mia madre in mezzo a due uomini, quello che le stava sotto era appunto mio padre, e la stava penetrando vaginalmente. Ma sopra di lei c’era un altro uomo, con la pelle scura. Non nera, ma olivastra. Un uomo possente, che la stava penetrando analmente. Non riuscivo a vederlo in viso, per cui non avevo la più pallida idea di chi fosse. Ma di una cosa ero certa, e cioè che era lo stesso uomo che avevo immaginato di vedere prima, quando ero nel cortile della villa. L’uomo che era nella penombra dietro mio padre. Ma chi diavolo era? E soprattutto perché stava penetrando analmente mia madre nello stesso momento che mio padre la stava penetrando davanti? Perché insomma la mia immaginazione mi stava facendo vedere quella scena?

Moana.   

venerdì 16 febbraio 2018

Una famiglia tradizionale.

Una famiglia tradizionale.


   Berni era letteralmente scomparso. Io ero ritornata a lavoro, e mi aspettavo di vederlo entrare in negozio per chiedermi scusa, e infatti guardavo sempre in direzione dell’entrata, ma lui non si fece vedere tutto il giorno. Possibile che non provasse neanche un briciolo di rimorso per quello che si era permesso di insinuare? Questa cosa mi fece diventare nera di rabbia, e se ne accorsero tutte le mie commesse, tant’è vero che cercarono di starmi alla larga, perché si vedeva lontano un chilometro che quel giorno era particolarmente intrattabile.
   Verso ora di pranzo telefonai a casa, perché volevo dirgliene quattro, ma non mi rispose. Probabilmente non c’era. Allora provai sul cellulare, ma non ci fu verso, Berni era scomparso. Quando staccai dal lavoro andai a casa, ma le luci erano tutte spente e lui non c’era. Provai anche a telefonare a casa dei suoi genitori, ma neppure lì c’era. Ero così furiosa che non riuscivo neppure ad essere preoccupata. Cioè, non mi sfiorò neppure l’idea che potesse essergli successo qualcosa.
   Così me ne ritornai a casa dei miei genitori e cenai lì. C’era soltanto mia madre e mio cugino Erri; il mio papà biologico era a lavoro al suo strip bar, e l’altro mio papà anche lui era ancora a lavoro. Dopo cena mi misi sul divano a guardare la tivù; a breve ci sarebbero state le elezioni e quindi stavo guardando un dibattito politico. In verità non stavo prestando molta attenzione, anche perché parlavano di argomenti assurdi tipo “la famiglia tradizionale”. Chi è che decide cos’è una “famiglia tradizionale”? Mi domandai. Una famiglia composta da una coppia cuckold può essere considerata una “famiglia tradizionale?”. E una coppia scambista? Insomma, era un dibattito pieno di parole vuote. E la mia famiglia cos’era? Io avevo una mamma e due papà, per cui facevo parte di una “famiglia tradizionale” oppure no? Ma comunque la mia principale preoccupazione non era di certo sapere cosa intendevano certi politicanti quando parlavano di questo argomento. Anche perché loro stessi non avevano di certo delle “famiglie tradizionali” essendo pluridivorziati ed essendo avvezzi a intrattenersi molto spesso con escort e transessuali. La loro coerenza era davvero ridicola. La mia principale preoccupazione in quel momento era sapere dov’era finito Berni, e soprattutto se mi avrebbe mai chiesto scusa per quello che aveva insinuato.
   Il giorno dopo decisi di far visita al papà di Giuliano (che in fin dei conti era il mio nonno biologico). Era una cosa che avrei dovuto fare da qualche giorno, però per un motivo o per un altro non l’avevo mai fatto. E quindi prima di andare a lavoro mi allungai da lui. Abitava in una frazione che era una specie di borgo, con tutte casette antiche e un’atmosfera da presepe che mi fece sentire fuori dal tempo in cui vivevo.
   Mentre percorrevo la strada sterrata che portava alla villa dei genitori del mio papà pensai a quante volte mia madre era passata da lì per andare da lui e farci l’amore. Perché era così che tutto era cominciato. Quando mia madre aveva diciotto anni si incontrava a casa di mio padre, in gran segreto perché lui era fidanzato con un’altra ragazza, e facevano l’amore, anale e orale, perché davanti mia madre sarebbe rimasta casta fino a quando non sarebbe arrivato l’altro mio papà, cioè Stefano. E allora provai a immaginare l’emozione che mia madre provava ogni volta che percorreva quel sentiero sterrato, perché per lei quella doveva essere una specie di “strada del sesso”, la strada che la conduceva al piacere dell’amore e della penetrazione anale.
   Cercai di immaginare l’eccitazione che provava sapendo che ad aspettarlo, dopo aver percorso quella strada, c’era il grosso cazzo duro del mio papà. Circa un chilometro di eccitazione in cui i sensi di mia madre si infiammavano, e il suo corpo si preparava ad accogliere dentro di se l’uomo che le faceva perdere la ragione, che però purtroppo in quel momento apparteneva ad un’altra. Ma era più forte di lei. Nonostante mio padre fosse fidanzato con un’altra ragazza, mia madre doveva comunque averlo, perché era cotta di lui.
   Era la prima volta che vedevo quella strada, eppure era come se la conoscessi da sempre. Avevo come l’impressione di ritornare in un luogo a me familiare. E quando finalmente arrivai alla villa quell’impressione fu ancora più intensa. Il cancello era semplicemente accostato, e quindi mi intrufolai dentro, come di certo aveva fatto mia madre centinaia di volte. Ebbi l’impressione di vederla, vestita da vera maiala per fare colpo su mio padre, che apriva il cancello e si faceva strada dentro, e si apprestava ad andare da lui per concedersi e farsi fare le peggio porcate, come una bambola del sesso. Era un’immagine così nitida che sembrava di avercela davanti, era come vederla per davvero che percorreva il sentiero che portava dal cancello all’ingresso della villa, con i suoi hot pants di jeans che mettevano in risalto il suo culone burroso, i suoi tacchi a spillo che crepitavano sui ciottoli e le foglie secche che c’erano sul terreno, e il suo top così scollato che riusciva a stento a tenergli le tettone dentro. Una borsetta a tracolla con le sigarette e i suoi oggetti personali, i preservativi e il suo immancabile rossetto (che si portava sempre dietro perché a causa dei molti pompini che faceva il colore andava sempre via).
   Ma oltre all’impressione di rivedere mia madre che andava alla monta, ebbi anche l’impressione di trovarmi di fronte ad un luogo fondamentale per la mia esistenza. Il luogo dove tutto era cominciato, anche la mia vita. Sentivo un legame incredibile con quel posto che vedevo per la prima volta, ma che in realtà avevo come l’impressione di conoscere bene, ma non riuscivo a comprenderne il motivo. Posso dirvi soltanto che quello era un luogo magico che mi stava facendo vedere delle cose che altrimenti non sarei riuscita a vedere. Era come guardare un film, e i protagonisti erano i miei genitori. Eh sì, perché ad un certo punto, quando arrivai all’ingresso della villa ebbi una specie di visione. Ebbi l’impressione di vedere i miei genitori, Stefano e Sabrina, in abiti da cerimonia, in piedi di fronte alla casa. Mia madre era elegante sì, ma allo stesso molto porca. Erano vestiti in quel modo perché sicuramente stava per succedere qualcosa di molto importante. Una cosa che riguardava me. Ma cosa? Poi vidi anche il mio papà biologico, che stava aspettando dentro; lo vidi attraverso una finestra, anche lui era vestito in modo elegante. Ma cosa stava aspettando? Indubbiamente stava aspettando lei. E insieme avrebbero fatto qualcosa che per me era di vitale importanza. Mi avrebbero concepita.
   Ma c’era qualcosa che non andava in questa visione onirica, e cioè che alle spalle del mio papà biologico c’era un uomo che riuscivo a vedere con difficoltà, perché era nella penombra. Insomma, vedevo chiaramente lui, e dietro di lui c’era qualcun’altro. Un uomo possente, probabilmente con la carnagione scura, anche lui vestito in abito da cerimonia. Ma nonostante gli sforzi, non riuscii proprio a capire chi fosse.
   Poi quella visione si interruppe quando sentii qualcuno alle mie spalle che pronunciava il mio nome.
   “Moana” era il padre del mio papà biologico, e ebbi l’impressione che stesse per scoppiare a piangere per la felicità. “Gioia della mia vita, finalmente sei arrivata!”.

Moana.